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Nel processo alla ‘ndrangheta lombarda spunta un segreto di Stato

Fonte: http://www.lucarinaldi.blogspot.com

La relazione della Commissione d’inchiesta sull’Asl di Pavia partita lo scorso settembre è stata secretata, nonostante lo stesso prefetto di Pavia avesse definito le conclusioni “oltremodo rassicuranti”, escludendo condizionamenti da parte della criminalità organizzata. La difesa dell’ex direttore dell’Asl di Pavia Carlo Antonio Chiriaco aveva fatto richiesta per ottenere la relazione, ma di mezzo c’è il segreto di Stato

Si è aperto oggi il dibattimento del processo scaturito dall’operazione “Infinito”che nel luglio scorso ha portato all’arresto di 300 presunti appartenenti alla ‘ndrangheta tra la Calabria e la Lombardia.

Si è conclusa dunque la serie delle udienze tecniche con cui sono definite le ammissioni delle parti civili. Sono state respinte le eccezioni delle difese degli imputati con cui si richiedeva principalmente la competenza territoriale del processo al tribunale di Reggio Calabria. Sono state respinte inoltre le varie eccezioni sollevate riguardo le costituzione di parte civile.

Rimane dunque competente per il processo il tribunale di Milano e il dibattimento si può aprire con il deposito delle prove. La prima a parlare è il Pubblico Ministero, Alessandra Dolci, che chiede di poter esaminare gli imputati, i testi e di depositare le intercettazioni contenute nelle ordinanze di custodia cautelare. Dolci ha chiesto poi di depositare come prove tra le altre i verbali di perquisizione e sequestro, notizie e corpi di reato, i 114 compact disc che contengono i filmati fatti nel corso delle indagini, videocassette derivanti dal processo per il sequestro Sgarella e le sentenze dei recenti processi Parco Sud e Bad Boys.

Le parti civili si sono sostanzialmente associate alle richieste dei pm chiedendo di ammettere le liste dei testi e il loro esame in aula. Alla conclusione delle richieste di Pubblico Ministero e parti civili è partito un breve parapiglia in aula che ha visto l’avvocata Della Valle scontrarsi a muso duro con la presidente del collegio giudicante Balzarotti riguardo i tempi per l’esame delle prove depositate dal pm.

Ma anche questa volta è stata poi la difesa dell’ex presidente dell’Asl di Pavia, Carlo Chiriaco, a salire in cattedra tirando in ballo, dopo il sindaco, un’altro rappresentante delle istituzioni pavesi, il prefetto Ferdinando Buffoni. Oggetto del peccato la relazione della Commissione d’inchiesta proprio sull’Asl pavese, che, secondo la difesa scagionerebbe in parte Chiriaco, ma che agli atti non c’è in quanto è stata secretata sulla base della legge 124 del 2007. Ovvero su quella relazione ci sarebbe addirittura il segreto di Stato, così il prefetto di Pavia Ferdinando Buffoni risponde picche alla difesa di Chiriaco non fornendo le conclusioni della Commissione istituita lo scorso settembre e il parere del Ministero dell’Interno.

Come risulta da alcune dichiarazioni del prefetto infatti il lavoro della commissione avrebbe sancito la completa tranquillità da parte dell’Asl pavese. “La Commissione d’indagine all’Asl di Pavia – dice ora il prefetto Buffoni – era stata nominata al fine di accertare l’eventuale esistenza di collegamenti con la criminalità organizzata degli amministratori ovvero forme di condizionamento o di irregolarità dei servizi. Proprio in questi giorni la Commissione mi ha consegnato una corposa relazione, che sottoporrò ora all’esame del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica e poi invierò al ministro dell’Interno con le mie valutazioni” per poi anticipare conclusioni “oltremodo rassicuranti”. Tuttavia le conclusioni di quella commissione sarebbero state secretate. Prova ne è, dice l’avvocato Mazza impegnato nella difesa di Carlo Chiriaco, che, nonostante la pubblicazione in gazzetta ufficiale del dispositivo che rimanda alla consultazione on-line sul sito del Ministero dell’Interno, in realtà sullo stesso sito le conclusioni della Commissione interna dell’Asl pavese e le decisioni dello stesso Ministero dell’Interno non ci sarebbero. Il prefetto di Pavia aveva rilasciato le dichiarazioni il 30 marzo scorso.

Circolata la notizia della secrezione dell’atto aveva detto la sua, pochi giorni dopo anche il deputato del Pdl Giancarlo Abelli (proprio colui per il quale Chiriaco in una intercettazione dice che avrebbe fatto “campagna elettorale con la pistola in mano”): Non vedo perché secretare una relazione che non ha evidenziato nessuna anomalia o peggio infiltrazioni di stampo mafioso nella gestione di un ente così importante. Anche il prefetto ha detto pubblicamente che i risultati a cui si è arrivati sono “rassicuranti”. Se ci sono dati sensibili all’interno delle carte raccolte dalla commissione, si rendano pubbliche almeno le conclusioni di quell’inchiesta. Mi attiverò personalmente a livello del Ministero perché questo possa avvenire. Ma a quanto pare o Abelli non si è attivato o qualcuno ha risposto picche.

La difesa di Chiriaco, guidata dall’avvocato Mazza, ha quindi chiesto di avere tutta la documentazione in merito, compresi gli atti istruttori della commissione, le conclusioni del ministero e i pareri delle 6.000 (seimila) persone che, assicura il prefetto di Pavia, sarebbero state sentite dalla commissione di inchiesta.

“E’ fatto gravissimo che lo Stato Italiano – conclude Mazza – accusi Carlo Chiriaco dagli uffici del Pubblico Ministero e poi nasconde le prove tramite l’ufficio del prefetto e del Ministero dell’Interno apponendo addirittura il segreto di stato, che, tra l’altro – ricorda Mazza – è vietato per quei documenti che dovrebbero rientrare in un procedimento per 416bis (associazione mafiosa) come questo”.

Così la difesa di Chiriaco ha chiesto un rinvio in attesa che il tribunale si pronunci sulla richiesta al Ministero dell’Interno di desecretare tutti gli atti riguardanti la Commissione di inchiesta sull’Asl di Pavia

La prossima udienza è prevista per martedì 19 luglio nell’aula bunker 2 di via Uccelli di Nemi in zona Ponte Lambro. Ma le fasi cruciali del dibattimento sembrano destinate a settembre quando il processo entrerà nel vivo con le deposizioni dei testi e degli imputati.

L.

Lombardia, ‘ndrangheta più affidabile dello Stato. “L’amicizia dei boss mi dà tranquillità”

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

Un anno dopo il maxi-blitz Infinito che ha svelato l’esistenza del mandamento lombardo, il controllo mafioso continua. A Erba e non a Platì. Dove i cittadini si sentono protetti più dai boss locali che dalle forze dell’ordine

Tredici luglio 2010: trecento presunti affiliati alla ‘ndrangheta finiscono in carcere. Più della metà vivono e fanno affari in riva al Naviglio. Quel giorno le prime agenzie di stampa battono la notizia all’alba. Nel pomeriggio il quadro è già chiaro: in Lombardia opera un vero e proprio mandamento della mafia calabrese. Con un capo e molti luogotenenti. I giorni che seguono chiariscono lo scenario. “Siamo almeno 500 cristiani e almeno venti locali”. Un vero esercito che da anni ha lanciato un’opa mafiosa al potere economico e politico della regione più ricca d’Italia.

Un anno dopo la maxi-operazione, quelle 160 persone sono finite alla sbarra. Centodiciannove hanno chiesto il rito abbreviato. E per loro, l’8 luglio scorso, il magistrato della Dda Alessandra Dolci ha chiesto quasi mille anni di carcere. Unico escluso, l’ex assessore provinciale Antonio Oliverio per il quale l’accusa ha proposta al gup l’assoluzione.

Il resto della storia sta in 500 faldoni depositati alla procura di Milano. Migliaia di pagine che dicono moltissimo. Eppure non tutto ancora è stato raccontato. Particolari e spigolature stanno tra le pieghe delle decine d’informative della polizia giudiziaria. Una di queste inquieta e non poco. A rivelarla lo stesso magistrato durante la sua requisitoria. In sostanza ciò che si capisce, leggendo la trascrizione dell’intervento in aula, è l’esistenza di una giurisdizione mafiosa che anche nella ricca Padania in molti casi si sostituisce allo Stato. Un brutto cortocircuito ben conosciuto in Calabria o in Sicilia. E che, però, diventa notizia se si verifica nella regione che più di altre, negli anni, ha fatto di tutto per negare la presenza del fenomeno. Ci aveva pensato negli anni Ottanta l’allora sindaco socialista Paolo Pillitteri: “La Piovra? – disse – E’ solo una bella fiction”. Ha replicato poco più di un anno fa il prefetto Gian Valerio Lombardi: “A Milano – ha esordito davanti alla Commissione parlamentare – la mafia non esiste”.

“Un alone di cattiva fama che circonda i nostri imputati”. Ecco da dove nasce la giurisdizione delle cosche. Prima conseguenza: “L’atteggiamento omertoso dei cittadini”. Di più: l’amicizia o la conoscenza con certe persone dà tranquillità, rassicura perché promette una protezione che spesso lo Stato non è in grado di fornire.

Anche in Lombardia la ‘ndrangheta scambia favori con favori. Ottenendo accessi privilegiati, ad esempio, nel mondo bancario troppo spesso blindato al normale cittadino. Esemplare, in questo senso, la vicenda che riguarda V.R. funzionario della Hydro Alpe Adria Bank di Erba che ha stretto rapporti con alcuni boss locali. Chi? Pasquale Varca e Francesco Crivaro. Il contatto privilegiato è Crivaro. “Avevo raccolto informazioni negative sul suo conto – racconta V. R. – sia sul piano finanziario che sul piano morale”. Fino al suo arresto, Crivaro ha gestito, grazie ad alcuni prestanomi, la discoteca Coconut a Eupilio. Sarà lui a mettere in contatto il funzionario di banca con il boss. Motivo: Pasquale Varca ha bisogno di 10mila euro. Nulla di più semplice: il funzionario tira fuori il denaro dai suoi conti personali. “L’ho fatto – dice al pm – per fare un favore a Crivaro”. Che, ricordiamolo, “è persona di dubbia moralità”. Di più: “Crivaro – racconta V.R. – in alcune circostanze ha esternato frasi sul conto di Varca, lasciando intendere che fosse legato alla criminalità organizzata”. In realtà Crivaro è esplicito: “Questo è il capo mafia di Erba”. Chiosa il pm. “Quindi linee di credito per Crivaro nonostante non offrisse alcuna garanzia e prestiti a Varca”. Tutto gratis? Affatto. Perché il funzionario chiede a Crivaro di riscuotere del denaro da una certa Laura. “Mi sono rivolto a lui – racconta – conoscendo le sue prerogative e confidando nelle sue capacità dialettiche di convincimento”. E cosa risponde Crivaro? Che del caso se ne occuperà il capo mafia. A questo punto s’impone la domanda: perché tanta disponibilità del funzionario di banca (incensurato e non coinvolto nell’inchiesta) verso Crivaro? “Nei suoi confronti – risponde V.R. – nutro un senso di soggezione. L’essergli amico mi dà tranquillità”. Non solo. Nel momento in cui il funzionario cambia casa, Crivaro lo rassicura: “A questa casa non accadrà mai nulla”. Eppure, conclude il pm, “siamo a Erba e non a Platì”.

E giusto perché siamo nella ricca Brianza, un boss conclamato come Pasquale Varca, secondo l’accusa, può permettersi di chiedere a un imprenditore di cacciare gli autotrasportari locali per fare spazio a quelli calabresi. L’episodio riguarda i lavori sulla SS38 della Valtellina. Opera pubblica, la cui commessa principale va alla Valena Costruzioni srl di Mauro Ferrario. Inizialmente i lavori di trasporto vengono appaltati alla Perego strade che, poco dopo, finirà in mano alla ‘ndrangheta. “Eppure – dice Ferrario a La Provincia di Sondrio – Quando abbiamo acquisito il lavoro, un anno e mezzo fa, la Perego Strade era un’azienda rispettabile, con 200 dipendenti e 120 camion da impiegare nel movimento terra”. Con il passare del tempo la situazione economica della Perego si complica. Ferrario deve cambiare. E per farlo chiama i camion di Pasquale Varca. A domanda dei pm, inizialmente, risponde: “Varca? Non credo di averlo mai conosciuto”. La procura, allora, squaderna alcune intercettazioni dove l’imprenditore dice a Varca che una volta stabilito il prezzo del trasporto deve allontanare gli altri trasportatori”. Quindi dice: “Dopo il recesso della Perego era mio interesse reperire il maggior numero di camion possibile strappando un prezzo concorrenziale. Quindi ho chiamato Varca”. Ferrario non risulta minimamente indagato.

Capita in Lombardia, un anno dopo il maxi-blitz. Capita questo ed altro. Ad esempio che il signor Carlo, dentista di Milano, subisca furti nel suo studio, ma al posto che andare dai carabinieri chiami al telefono il boss Vincenzo Mandalari. Il quale, in maniera serafica, risponde: “Guarda hai due alternative: paghi 10mila euro, ti restituiamo quello che ti hanno rubato. Se no paghi per la protezione e sta sicuro che non ti succederà più niente”.

Summer School L’Impresa Mafiosa

Summer School

L’Impresa Mafiosa

Prospettive d’analisi e strategie di contrasto

12-16 settembre 2011

Iscrizioni aperte sino al 31 luglio 2001

Il tema dell’impresa mafiosa ha assunto una rilevante centralità nel dibattito sulla criminalità organizzata e sulle misure operative e legislative volte a contrastarla. Al modello dell’infiltrazione mafiosa nell’economia si sta sostituendo un modello di integrazione delle imprese mafiose nel tessuto socio-economico. Da qui l’importanza di munirsi, oggi, di nuovi e adeguati strumenti di analisi e di contrasto del fenomeno mafioso, in linea con le veloci trasformazioni delle sue manifestazioni nel contesto nazionale e internazionale.

L’obiettivo è offrire a un pubblico di alta motivazione etico- professionale un approfondimento aggiornato e sistematico delle principali tematiche relative all’impresa mafiosa, attraverso un percorso formativo multidisciplinare e innovativo sul piano empirico e teorico.

I destinatari del progetto sono laureati esperti in materia di criminalità organizzata; quadri di aziende private, di amministrazioni pubbliche o di organizzazioni del terzo settore; insegnanti impegnati in attività o progetti specifici di docenza e formazione; esponenti delle forze dell’ordine e della polizia municipale; personale dell’amministrazione della giustizia, giornalisti od operatori dell’informazione; amministratori di enti locali, liberi professionisti, e membri di associazioni di volontariato impegnate nei diversi settori della lotta alla criminalità organizzata e dei diritti umani.

Il corpo docente è composto da professori universitari, noti sul piano nazionale e internazionale, e da esponenti di rilievo delle istituzioni, del mondo delle imprese e dell’associazionismo antimafia.

La scadenza per la presentazione della domanda di iscrizione è stata posticipata al 31 di luglio. La sua accettazione verrà confermata entro il 4 di Agosto 2011.

Per agevolazioni nei costi di iscrizione e alloggi convenzionati è possibile consultare il sito della Summer School e rivolgersi alla segreteria organizzativa 

Email: summerschool.dssp@unimi.it

Sito: http://www.sociol.unimi.it/summerschool/organizedcrime/index.php?idp=1&lang=ita&st=sta

La ‘ndrangheta lavora al Tribunale di Milano La storia clamorosa di due appalti pubblici

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

La vicenda riguarda alcuni uomini vicini alla cosca Barbaro-Papalia. Secondo le informative della Dia i cantieri andarono a una ditta pulita, ma i lavori furono effettuati da uomini vicini alle cosche che hanno lavorato oltre che al palazzo di giustizia anche alla ristrutturazione di una casa vacanza ad Andora

Imprenditori puliti che ci mettono faccia e società. Imprenditori mafiosi che stanno dietro le quinte dell’appalto e incassano le commesse. Il gioco non è complicato. Le ultime inchieste sulla ‘ndrangheta a Milano lo hanno dimostrato chiaramente. Alla sbarra così sono finiti imprenditori dal pedigree rigorosamente padano come Maurizio Luraghi e Ivano Perego. Il primo accusato e condannato per associazione mafiosa. Il secondo ancora in attesa di giudizio. Grazie a loro i boss alla milanese si sono aggiudicati speculazioni edilizie e appalti pubblici. La Perego strade, addirittura, ha lavorato allo scavo per la costruzione della nuova sede del palazzo di Giustizia di Milano.

Eppure c’è dell’altro. Un azzardo ulteriore che ha portato gli uomini della ‘ndrangheta a ottenere appalti per la manutenzione degli impianti elettrici anche all’interno dell’attuale Tribunale del capoluogo lombardo. Il dato, inedito, emerge dalle pieghe degli atti dell’inchiesta Parco sud che il 3 novembre 2009 ha chiuso i conti con la cosca Barbaro-Papalia, famiglia di ‘ndrangheta da anni residente a Buccinasco, comune a sud-ovest di Milano. Di più: sempre le stesse persone riconducibili al clan e che, come i loro capi, nel gennaio 2010 saranno condannate in primo grado, sono riuscite ad aggiudicarsi appalti del Comune di Milano.

La storia inizia nell’inverno del 2008. In quel periodo, i boss della cosca si trovano in carcere. I gregari, invece, sono liberi e operativi. Due di loro, Franco Michele Mazzone e Nicola Carbone,stanno svolgendo lavori per conto della C.e.b. Electric di Caludio Papani, imprenditore di Novate milanese che non verrà sfiorato dall’inchiesta. Ecco, allora, cosa annotano gli uomini della Dia in un’informativa del 21 novembre 2008: “I lavori per conto di Papani sono quelli di un immobile nel comune di Andora e presso il palazzo di Giustizia di Milano”. I cantieri in Liguria riguardano una delle Casa vacanza di proprietà del comune di Milano. Un dato confermato dal documento dall’Ufficio strutture scolastiche. Secondo il quale Papani si è aggiudicato un appalto “per montanti e dorsali elettrici” del valore di 70mila euro. Oggi sul sito del comune di Milano la residenza viene descritta come “una splendida costruzione completamente ristrutturata, racchiusa tra pini e piante mediterranee, con accesso diretto alla spiaggia privata e priva di barriere architettoniche. Nel grande parco, vasti spazi di gioco e attrezzature sportive. Età degli ospiti: 6/11 anni”. Dalle intercettazioni, depositate agli atti dell’indagine Parco sud, emerge come Mazzone da questo lavoro voglia ricavare fino a 300mila euro. Un bel tesoretto che non fa gola solo a lui. In pista, infatti, c’è anche Giuseppe Andronaco (non indagato), imprenditore calabrese molto vicino al giovane Domenico Papalia, boss in ascesa con i giusti quarti di nobiltà mafiosa.

Insomma, le cosche in Lombardia arrivano ovunque e guadagnano su tutto. Il metodo, come si diceva, è sempre lo stesso. “Papani ha assunto alcuni dipendenti di Mazzone, non potendo quest’ultimo ricevere il subappalto”. Il perché lo racconta la storia criminale dello stesso Mazzone scritta dal gip Giuseppe Gennari nella sua ordinanza del 2009. Il giudice lo descrive come persona di fiducia di Salvatore Barbaro, il piccolo principe delle cosche, che ha sposato Serafina Papalia, figlia di Rocco Papalia, per anni reggente degli affari mafiosi al nord. Mazzone, secondo gli investigatori, si è preso l’incarico di minacciare Luraghi e la sua famiglia dopo che l’imprenditore ha deciso di collaborare con la magistratura.

Per conto della cosca Barbaro-Papalia, Mazzone ritira “somme di denaro nei cantieri dove l’organizzazione ha cointeressenze, fornendo la sua collaborazione per le esigenze quotidiane, quale gestore per conto della “ famiglia” degli affari illeciti, in particolare prendendo in affitto l’ appartamento di Assago via Caduti in cui si è nascosto il latitante Paolo Sergi“. Mazzone, inizialmente indagato anche per associazione mafiosa, alla fine verrà condannato a cinque anni e otto mesi per altri reati. Tra questi la detenzione “di armi comuni da sparo, alcune clandestine, armi e munizionamento da guerra, e una bomba a mano”. Dal suo curriculum spunta anche un bel po’ di droga, circa quattro chili di cocaina. Lo stesso spartito vale per Nicola Carbone condannato in primo grado a sei anni.

Il 29 ottobre 2008 Mazzone è al telefono con un tale Pasquale al quale conferma che si occuperà dei lavori elettrici all’interno del tribunale. Nello stesso giorno Claudio Papani chiama Mazzone per chiedergli i nomi delle persone che andranno a lavorare a palazzo di Giustizia. Due giorni dopo sono di nuovo al telefono. Papani comunica a Mazzone gli stipendi degli operai, dopodiché lo invita a mandare le carte d’identità degli operai. Quindi gli dice di “licenziare i ragazzi” per poi poterli assumere lui. Il 4 novembre successivo i lavori iniziano. Il giorno prima “Mazzone chiama Papani il quale gli dice che da domani i ragazzi possono iniziare a lavorare al Tribunale”.

A questo punto l’informativa della Dia conclude chiedendo all’autorità giudiziaria una proroga alle intercettazioni. Ad oggi l’inchiesta resta aperta. E Mazzone non è indagato per questa vicenda. Un fatto, però, è certo. Seguendo le tracce della ‘ndrangheta che fa affari in riva al Naviglio si rischia di imbattersi in storie come queste, che mettono in fila gli interessi mafiosi con appalti ad alto rischio come quello nel palazzo di Giustizia di Milano.

Nomi e condanne in piazza, Cavalli deride la ‘ndrangheta

Fonte: http://www.varesenews.it

Successo per lo spettacolo in piazza Sant’Ambrogio dell’attore e consigliere regionale lodigiano, invitato in piazza da Ammazzateci Tutti e dal gruppo della legalità. Brugnone: “Presto una sede in paese”

Mentre a Milano fioccano le richieste di condanna da parte dell’accusa nel processo Infinito (1000 anni di carcere in totale), a Lonate Pozzolo si comincia un nuovo corso con Giulio Cavalli in piazza e i ragazzi di Ammazzateci Tutti che provano a portare un po’ di ossigeno della legalità in un paese che stava morendo asfissiato dalla presenza di una locale di ‘ndrangheta tra le più antiche e le più attive in tutta la Lombardia, una locale che è stata certificata da una sentenza del tribunale di Busto Arsizio. E la lunga lista dei condannati ha aperto lo spettacolo di Giulio Cavalli, attore in prima linea contro la mafia al Nord e consigliere regionale di Sinistra Ecologia e Libertà. La lista dei condannati nel processo Bad Boys la legge Massimo Brugnone, voce ferma e sguardo sul pubblico mentre un’imponente apparato di sicurezza, coordinato dal maggiore dei Carabinieri di Busto Arsizio Gianluigi Cirtoli, fa buona guardia nella piazza sant’Ambrogio.

Davanti a circa 200 persone, in prima fila sindaco e giunta al completo, Giulio Cavalli inizia il suo monologo fatto di storie che prendono a schiaffi la ‘ndrangheta, la deridono e lui deride gli uomini che ne fanno parte, il loro atteggiarsi, le loro manie di grandezza, la loro mancanza di cultura. Lo spettacolo parte da Gela (il piano per uccidere l’ex-sindaco Crocetta) e sale fino a Milano (la ‘ndrangheta a 100 passi dal Duomo), poi punta sul Varesotto (con le intercettazioni delle conversazioni tra Nicodemo Filippelli e Fabio Zocchi), poi tocca Desio, Torino (con l’assassinio del magistrato Bruno Caccia) e, infine la lettura di un testo di Giuseppe Fava, scrittore e drammaturgo catanese ucciso nel 1984 dalla mafia per il suo grande impegno sociale e civile contro le organizzazioni criminali che stavano insanguinando la Sicilia: “Ora siete tutti collusi – ha detto in chiusura Cavalli guardando il pubblico - siete collusi con la dignità. Non potrete dire io non sapevo”.

Uno spettacolo che ha fatto nomi e cognomi dei veri infami; quelli che, come ha ricordato Brugnone all’inizio, “hanno fatto mangiare le cambiali a Fabio Lonati”, quelli che spadroneggiavano nei bar di Lonate bevendo e mangiando gratis, quelli che coprivano la fuga di latitanti come Silvio Farao, quelli che picchiavano a sangue chiunque non pagasse quanto dovuto per tempo, quelli che incendiavano auto e cantieri di chi non faceva quello che loro chiedevano. Questi sono gli infami dei quali Lonate Pozzolo vorrebbe liberarsi una volta per sempre anche grazie al lavoro del gruppo della legalità sorto in seno al consiglio comunale e che ha dato a Massimo Brugnone e ai ragazzi di Ammazzateci Tutti le chiavi per aprire il portone del silenzio e irrompere, molto probabilmente, con una sede. L’assessore alla cultura Simontacchi l’ha promessa e a breve potrebbe rendersi disponibile un locale che possa diventare presidio di legalità. Infine il sindaco Piergiulio Gelosa è salito sul palco per stringere la mano all’attore e consegnare il libro su Lonate Pozzolo.

Tra il pubblico, ieri sera, c’erano anche molti calabresi (qui sono quasi tutti di Cirò Marina) onesti che hanno voluto essere presenti per testimoniare la loro appartenenza a questo luogo e il loro contributo alla crescita economica e civile di Lonate. Il resto è solo chiacchericcio di chi ha perso tutto e si trova davanti il muro della legalità, alto e costruito con un buon materiale: i giovani che hanno saputo alzare la testa di fronte all’ingiustizia.

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