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	<title>Movimento Antimafie Ammazzateci TUTTI - Coordinamento Lombardia &#187; Morabito</title>
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		<title>Movimento Antimafie Ammazzateci TUTTI - Coordinamento Lombardia &#187; Morabito</title>
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		<title>Arrestato il cognato di Michele Sindona, fu coinvolto in un&#8217;inchiesta sugli affari della &#8216;ndrangheta nel centro di Milano</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Nov 2009 21:20:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimobrugnone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fonte: http://milanomafia.com
Enrico Cilio, 80enne messinese di Patti e cognato di Michele Sindona, è stato arrestato con l&#8217;accusa di associazione a delinquere finalizzata alla falsificazione di documenti.
L&#8217;indagine
Cordinata dalla Procura di Milano, l&#8217;indagine ha portato in carcere 12 persone. Tra queste anche Enrico Cilio.  Sono accusate di aver falsificato documenti per regolarizzare 7.000 stranieri. Il gruppo, attraverso, una [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ammazzatecituttilombardia.wordpress.com&blog=3694281&post=373&subd=ammazzatecituttilombardia&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Fonte: http://milanomafia.com</p>
<p><span style="color:#262626;"><span style="font-family:'Times New Roman', serif;"><span style="font-size:small;"><strong>Enrico Cilio, 80enne messinese di Patti e cognato di Michele Sindona, è stato arrestato con l&#8217;accusa di associazione a delinquere finalizzata alla falsificazione di documenti.</strong></span></span></span></p>
<p><span style="color:#262626;"><span style="font-family:'Times New Roman', serif;"><span style="font-size:small;"><em><strong>L&#8217;indagine</strong></em></span></span></span></p>
<p><span style="color:#000000;"><span style="font-family:'Times New Roman', serif;"><span style="font-size:small;"><em>Cordinata dalla Procura di Milano, l&#8217;indagine ha portato in </em><em><strong>carcere 12 persone</strong></em><em>. Tra queste anche Enrico Cilio.  Sono accusate di aver falsificato documenti per regolarizzare 7.000 stranieri. Il gruppo, attraverso, una trentina di società fittizie, emetteva qualsiasi tipo di documenti servisse per regolarizzare la posizione di stranieri  Cilio, secondo le accuse, aveva organizzato l&#8217;associazione in modo scientifico, con ruoli e attività ben distinte, a cui partecipavano anche il figlio, il nipote e l&#8217;ex moglie del figlio  Un affare da </em><em><strong>14 milioni di euro</strong></em><em> che ha fatto ricchi alcuni dei componenti dell&#8217;associazione a delinquere, tanto che la procura ha disposto il sequestro di beni immobili pari a circa 100 mila euro</em></span></span></span></p>
<p><span style="color:#000000;"><span style="font-family:'Times New Roman', serif;"><span style="font-size:small;"><strong><a href="http://1048403763480762907-a-1802744773732722657-s-sites.googlegroups.com/site/milanocronaca/home/sindona/Michele%20Sindona.jpg?attachauth=ANoY7cqY_qVKJe090ptN2BNtsKSoaF1ld7sH1bJQ5fyNntbE3SlFLdm1HyNZC-ywmuikZwOy9cfcadTIQM_3WbU6SNq52JZXj-kLoVYzCXsZRxwPJr1sEgpZghhGA7b0svpViP59Tp_XTcox-zPGOK3eWlvNmw__O7bCSb2onI0Bee0B2E8DehX2UlqgyKEY_WQU1e-KIf4yDggLuDLp5ueW9LFldGCRbBTPiOIngG2uR4Pn_SPFisg%3D&amp;attredirects=0"><img class="alignleft" src="http://www.milanomafia.com/_/rsrc/1258505746306/home/sindona/Michele%20Sindona.jpg" alt="" width="176" height="193" /></a>17 novembre 2009 &#8211; </strong>Quando gli investigatori hanno suonato alla sua casa nel centro di Milano, <strong>Enrico Cilio</strong> ha reagito con la calma dei suoi 80 anni. In mano, i carabinieri avevano l’ordine d’arresto firmato dal gip Luerti per un’<strong>associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina attraverso la falsificazione di documenti</strong>. Un’enorme ingranaggio giocato su decine di società fittizie messe in piedi per stampare buste paga e dichiarazioni dei redditi totalmente falsi. Obiettivo: regolarizzare clandestini. In totale saranno 7.000. Per un giro d’affari milionario. Denaro che poi veniva reinvestito nell’acquisto di case di lusso attraverso la creazione di altre società, semplici scatole cinesi dove far transitare milioni di euro. Un’idea coltivata e costruita dallo stesso Cilio, originario di Patti nel Messinese come il suo illustre parente e cognato, quel <strong>Michele Sindona</strong>, padrone della Banca privata e genio delle società fiduciaria che tra gli anni Settanta e Ottanta composero un risiko indistricabile attraverso il quale passava e si ripuliva il denaro di Cosa nostra.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family:'Times New Roman', serif;"><span style="font-size:small;"><span style="color:#000000;"><strong>Per capire chi è Enrico Cilio</strong></span><span style="color:#000000;"> bisogna tornare indietro di qualche anno, precisamente al </span><span style="color:#000000;"><strong>6 dicembre 1996</strong></span><span style="color:#000000;">, quando una Jaguar dribbla il traffico di viale Monte Nero verso le autostrade dei laghi in direzione di Lugano. Quell’auto è intestata al </span><span style="color:#000000;"><strong>Podgora parking</strong></span><span style="color:#000000;">. Si tratta di un garage proprio dietro al tribunale intestato alla </span><span style="color:#000000;"><strong>Zatac</strong></span><span style="color:#000000;">, società controllata da </span><span style="color:#000000;"><strong>Mario Tacchinardi</strong></span><span style="color:#000000;">, un milanese brillante che secondo il pm Laura Barbaini è uno dei </span><span style="color:#000000;"><strong>riciclatori del clan Morabito</strong></span><span style="color:#000000;">. Non a caso, per il pm, il garage di via Podgora funge da base logistica per la cosca. Mario Tacchinardi si trova all’interno della Jaguar. Pochi minuti prima, assieme al suo socio </span><span style="color:#000000;"><strong>Elio Zaccagni</strong></span><span style="color:#000000;"> era uscito dal civico 4 di viale Monte Nero. Qui, all’epoca aveva sede lo studio associato Cilio/Valente. Si tratta ovviamente di Enrico Cilio. E il racconto di quel servizio di appostamento sta nelle carte dell’inchiesta Deep Cleaning, una delle primissime indagini di riciclaggio che porta alla sbarra gli uomini del clan Morabito, i siciliani Tulli e lo stesso cognato di Sindona. Nel 2002 tutti, tranne, i Tulli, vengono assolti. Poi l&#8217;appello riabilita anche i Tulli con solo due componenti della famiglia condannati.</span></span></span></p>
<p><span style="font-family:'Times New Roman', serif;"><span style="font-size:small;"><span style="color:#000000;"><strong>Eppure è proprio in quel processo che nasce e si foma la figura di Cilio</strong></span><span style="color:#000000;">. Quella è l’indagine che scopre gli investimenti della mafia calabrese sotto la Madonnina. Congeliamo, per un istante, quella Jaguar che sfreccia veloce per le strade del centro e torniamo a un gelido </span><span style="color:#000000;"><strong>6 novembre 1987</strong></span><span style="color:#000000;">. Quella mattina alla camera di commercio viene registrata la società </span><span style="color:#000000;"><strong>Doge srl</strong></span><span style="color:#000000;"> con sede in via Silvio Pellico a due passi dal Duomo. Il capitale sociale è di 20 milioni, tra gli amministratori compaiono </span><span style="color:#000000;"><strong>Leo Morabito e Domenico Mollica</strong></span><span style="color:#000000;">, entrambi legati alla cosca di Africo. Due anni più tardi, il duo Morabito-Mollica si defila lasciando a capo della Doge i </span><span style="color:#000000;"><strong>fratelli Tulli, Cosimo e Giancarlo</strong></span><span style="color:#000000;">, entrambi di Grammichele, condannati nel 2002 in appello per riciclaggio. Sono loro i prestanomi che per conto dei boss danno la scalata al cuore della città. Leo Morabito compare solamente come rappresentante legale. Contemporaneamente i Tulli aprono due finanziarie, la </span><span style="color:#000000;"><strong>De.Li.Fin. srl</strong></span><span style="color:#000000;"> e la </span><span style="color:#000000;"><strong>Fimps srl</strong></span><span style="color:#000000;">, il cui oggetto sociale è l’acquisto di bar e ristoranti. Nella loro documentazione compaiono le quote di maggioranza dei </span><span style="color:#000000;"><strong>bar di viale Marche e di uno di corso Sempione</strong></span><span style="color:#000000;">. Gli stessi, che poi verranno acquistati dalla stessa Doge. La Doge Srl nel 1992 viene inglobata dalla </span><span style="color:#000000;"><strong>Vela srl</strong></span><span style="color:#000000;">. Gli amministratori inizialmente sono sempre Leo Morabito e Domenico Mollica, quindi passa tutto nelle mani dei Tulli che spostano la sede da via Silvio Pellico in </span><span style="color:#000000;"><strong>piazza Velasca</strong></span><span style="color:#000000;">. Due anni più tardi, nasce la </span><span style="color:#000000;"><strong>Co.Ge.Bar</strong></span><span style="color:#000000;">, intestata a un tale </span><span style="color:#000000;"><strong>Pasquale Conte</strong></span><span style="color:#000000;"> con la sede legale guarda caso in via Silvio Pellico 6. La Co.Ge.Bar, direttamente riconducibile ai Tulli, è lo strumento grazie al quale la ‘ndrangheta muove i suoi primi passi in Galleria Vittorio Emanuele. A soli due giorni dalla sua fondazione, la Co.Ge.Bar, contatta l’amministratore delegato della </span><span style="color:#000000;"><strong>Emi Italiana Spa</strong></span><span style="color:#000000;"> per trattare l’acquisto del locale </span><span style="color:#000000;"><strong>La Voce del padrone</strong></span><span style="color:#000000;"> e del ristorante </span><span style="color:#000000;"><strong>Pasta &amp; Pizza che si affacciano proprio sull’Ottagono della Galleria</strong></span><span style="color:#000000;">.<span style="font-family:Georgia, 'Times New Roman', 'Bitstream Charter', Times, serif;font-size:13px;"> </span></span></span></span></p>
<p><span style="font-family:'Times New Roman', serif;"><span style="font-size:small;"><span style="color:#000000;"><strong>Tra le tante società</strong></span><span style="color:#000000;"> che, attarverso l’acquisto di locali, gestiscono il denaro della ‘ndrangheta c’è anche la </span><span style="color:#000000;"><strong>Samagi</strong></span><span style="color:#000000;"> il cui Cda è composto da Zaccagni e da Cilio. Di più: negli uffici di viale Monte Nero non solo sono conservate le scritture contabili della Samagi, ma anche quelle della </span><span style="color:#000000;"><strong>Carl line</strong></span><span style="color:#000000;">, della </span><span style="color:#000000;"><strong>Tic Tac service</strong></span><span style="color:#000000;">, società riconducibili alla cosca capeggiata da </span><span style="color:#000000;"><strong>Rocco Morabito e Domenico Mollica</strong></span><span style="color:#000000;">, due capibastone di Africo. Sulla Car line scrive il pm: “Viene utilizzata quale base logistica e punto di riferimento per tutti gli appartenenti al clan Morabito-Mollica. Al riguardo, specifici servizi di osservazione hanno permesso di individuare, come i familiari dei predetti detenuti, nei giorni in cui risultavano essere stati autorizzati ai colloqui in carcere (Opera), si siano recati presso la suddetta concessionaria”. Il ruolo di Cilio viene specificato nell’informativa del Gico. “Il gruppo Cilio è intervenuto a più riprese, attraverso alcune delle società dagli stessi formalmente controllate nella dissimulazione e schermatura della riconducibilità degli esercizi medesimi alla cosca in parola”. Torniamo, dunque, a quella Jaguar. La sua destinazione finale è Lugano. Il motivo è semplice: l’idea di Cilio, secondo il pm, è quella di creare una società anonima di diritto estero per convogliarvi parte del patrimonio accumulato in Italia. Questa società si chiama </span><span style="color:#000000;"><strong>Eurosuisse italiana srl</strong></span><span style="color:#000000;">, controlla al 99% dalla Eurosuisse holding Spa con sede in Lussemburgo. Tanto per capirci la Eurosuisse italiana dal 9 dicembre 1996, esattamente 3 giorni dopo il passaggio della Jaguar, risulta avere la sede legale in viale Montenero 4. Società, scrive il pm, comunque riconducibile a Mario Tacchinardi e quindi nell’ipotesi dell’accusa che però è stata totalmente smontata in aula, alla cosca Morabito. Così il processo si conclude con una serie di assoluzioni, dai Tulli a Cilio e tutto si sgonfia in una bolla di sapone. (</span><span style="color:#000000;"><em>dm</em></span><span style="color:#000000;">)</span></span></span></p>
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		<title>Da San Luca a Milano: gli affari di Antonio Pelle</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Oct 2009 02:42:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimobrugnone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fonte: http://www.milanocronaca.com
A Buccinasco un summit di mafia e con i fratelli Papalia e Giuseppe Morabito
 
Chi è?
Antonio Pelle, detto Gambazza viene catturato all&#8217;osperdale di Polistena dopo 9 anni di latitanza.
Ma gli affari di &#8216;Ntoni Gambazza arrivano fino a Milano. Ecco cosa accade il primo febbraio del 1988 a Buccinasco.
La sua terra è San Luca, eppure a [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ammazzatecituttilombardia.wordpress.com&blog=3694281&post=311&subd=ammazzatecituttilombardia&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><em>Fonte: http://www.milanocronaca.com</em></p>
<p><strong>A Buccinasco un summit di mafia e con i fratelli Papalia e Giuseppe Morabito</strong></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>Chi è?<br />
</strong><em>Antonio Pelle, detto Gambazza viene catturato all&#8217;osperdale di Polistena dopo 9 anni di latitanza.<br />
Ma gli affari di &#8216;Ntoni Gambazza arrivano fino a Milano. Ecco cosa accade il primo febbraio del 1988 a Buccinasco.</em></p>
<p><strong>La sua terra</strong> è San Luca, eppure a partire dagli anni Ottanta, <strong>Antonio Pelle</strong> sceglie il nord Italia per tessere i propri affari. E’ il periodo dei sequestri di persona. Lui gestisce una batteria di affiliati che agiscono tra Torino e Milano. Il <strong>18 gennaio 1988 a Pavia viene rapito Cesare Casella</strong> e solo un anno prima a Torino scompare <strong>Marco Fiora</strong>, un bimbo di sette anni. Gli investigatori indagano su Pelle ma anche sui platioti che vivono a Milano. A testimonianza di quanto il capoluogo lombardo sia luogostrategico per Gambazza, il  <strong>primo febbraio 1988</strong> ai tavolini di un bar di <strong>Buccinasco</strong> va in scena uno storico summit di mafia. Protagonisti oltre a Pelle, <strong>Antonio Papalia</strong>, il referente della ‘ndrangheta per il nord Italia e <strong>Giuseppe Morabito</strong>, detto <em>u tiradrittu</em>, capo bastone delle cosche di Africo.<br />
<strong>Ecco cosa succede quel mattino di 21 anni fa:</strong> attorno alle undici Antonio Papalia esce dalla sua villa bunker di via Fratelli Rosselli e va al <strong>bar Lyons</strong> di Buccinasco. Contemporaneamente Giuseppe Morabito esce dall’hotel Siena, in zona Città Studi. Niente coppola o giaccone usato, il capo assoluto della ‘ndrangheta di Africo non deve fuggire come nel 2004, ma andare a un appuntamento d’affari. Come lui, anche Antonio Pelle, detto gambazza. Classe ’32, nato a San Luca, nel 1988 Pelle non è ancora latitante. Lo diventerà più avanti. Un capo, invece, lo è da sempre. Indiscusso, anche. Lui è il re nero delle cosche di San Luca, le più potenti di tutta la ‘ndrangheta. Gambazza arriva da Torino, dove è andato a trovare un nipote. La città dove viene rapito Marco Fiora. Morabito e Pelle, pur giungendo da luoghi diversi, hanno una destinazione comune: il bar Lyons di Buccinasco. In quella stessa mattina, anche l’<strong>ispettore Carmine Gallo</strong> ha una meta precisa: il bar Lyons di Buccinasco. L’ispettore, però, nemmeno immagina quello che da lì a poco andrà a filmare. Lui in via dei Mille ci va perché sta seguendo l’indagine sul sequestro Casella.</p>
<p><strong>In quella straordinaria giornata</strong> a Buccinasco arrivano anche i Ros per un traffico di droga che coinvolge Antonio Papalia in contatto con un fornitore turco. Da alcune intercettazioni, i militari hanno tratto una quasi certezza: quel primo febbraio la moglie del turco, soprannominato Manolo, tale <strong>Amneris Campostrini</strong> si recherà al Lyons per ritirare 340 milioni in contanti, evidentemente il pagamento per una partita di eroina. Poco dopo mezzogiorno, la berlina scura di Morabito svolta in via dei Mille, supera un benzinaio e si ferma di fronte al bar. Quasi contemporaneamente dalla parte opposta sbuca la mercedes di <strong>Rocco Papalia</strong>. Il boss in doppiopetto scende. Con lui c’è anche Antonio Pelle. Ecco il racconto del teste Zanini: “Quando è arrivato Giuseppe Morabito tutti sono andati a salutarlo. Anzi, una persona gli ha anche baciato la mano. Io ero lì che filmavo e fotografavo, ho visto che quando Morabito è arrivato tutti si sono avvicinati e l&#8217;hanno salutato, han fatto l&#8217;inchino”.</p>
<p><strong>Ancora più sorpreso Carmine Gallo</strong>. Lui quei boss in giacca e cravatta li conosce tutti. Conosce il loro passato. Sa cosa fanno e quanto siano potenti. Col tempo ha mandato a memoria volti, espressioni, smorfie. Racconta: “Non si era mai verificata una cosa del genere, un summit storico. <strong>Abbiamo visto i 3 personaggi principali delle tre maggiori organizzazioni criminali operanti in Calabria e in Lombardia</strong>, credo che sia una cosa che mai più si è verificata. L&#8217;<strong>incontro tra Antonio Papalia, che era il referente della &#8216;ndrangheta in Lombardia, con Giuseppe Morabito che era il capo indiscusso delle cosche di Africo e Antonio Pelle, capo assoluto delle cosche di San Luca</strong>, penso che sia una cosa investigativamente ai massimi livelli. Noi stavamo indagando per i sequestri di Marco Fiora e Cesare Casella. Quest’ultimo verificatosi a Pavia e nel quale erano coinvolti alcuni personaggi vicini sia ai Papalia e sia ai Pelle”. Cosa succede in quei minuti che hanno fatto la storia della ‘ndrangheta a Milano? Mentre i tre capi chiacchierano fuori dal bar, arriva la moglie del turco. La donna entra nel locale per uscirvi poco dopo con una scatola di scarpe in mano: i 340 milioni dell’eroina. Di più: il denaro prima viene consegnato da Morabito a Papalia che poi lo dà alla moglie del trafficante. Un particolare? Non per il giudice Lodovici per il quale questo passaggio indica il profondo legame tra le cosche di Platì e di Africo che operano a Milano. <em>(dm)</em></p>
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		<title>RIFLESSIONI A SANGUE FREDDO</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Apr 2009 10:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimobrugnone</dc:creator>
				<category><![CDATA[AT Lombardia]]></category>
		<category><![CDATA[Busto Arsizio]]></category>
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		<description><![CDATA[In questi ultimi giorni mi sono limitato a riportare notizie senza voler esprimere giudizi su ciò che sta accadendo nelle nostre città, su ciò che invero da molto tempo accade nelle nostre città, ma, purtroppo, solo ora i tanti segnali di allarme gridati a gran voce sembrano arrivare alle orecchie dei più.
All&#8217;alba del 23 aprile [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ammazzatecituttilombardia.wordpress.com&blog=3694281&post=249&subd=ammazzatecituttilombardia&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;" align="left"><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"><img class="alignleft" src="http://www.nessunacensura.com/upload/la%20mafia%20uccide.jpg" alt="" width="151" height="219" />In questi ultimi giorni mi sono limitato a riportare notizie senza voler esprimere giudizi su ciò che sta accadendo nelle nostre città, su ciò che invero da molto tempo accade nelle nostre città, ma, purtroppo, solo ora i tanti segnali di allarme gridati a gran voce sembrano arrivare alle orecchie dei più.</span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;" align="left"><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"><span style="font-weight:normal;">All&#8217;alba del </span><strong>23 aprile</strong><span style="font-weight:normal;"> sono scattate le manette ai polsi di </span><strong>39 persone</strong><span style="font-weight:normal;">, delle quali </span><strong>30 residenti</strong><span style="font-weight:normal;"> fra le province ci </span><strong>Milano e Varese</strong><span style="font-weight:normal;"> e dei quali </span><strong>11</strong><span style="font-weight:normal;"> arrestati per </span><strong>associazione a delinquere di stampo mafioso</strong><span style="font-weight:normal;">. Numeri, questi, che di solito fanno gioire procure come Palermo, Reggio Calabria o Napoli per l&#8217;intenso lavoro che, insieme alle forze dell&#8217;ordine, ha permesso di sgominare bande di criminali che fanno capo alla malavita organizzata: la mafia. Non basta.<br />
Il </span></span></span><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"><strong>24 mattina</strong></span></span><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"><span style="font-weight:normal;"> vengono arrestate altre due persone, </span></span></span><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"><strong>Maurizio Saverio La Rosa</strong></span></span><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"><span style="font-weight:normal;"> e </span></span></span><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"><strong>Maurizio Trubia</strong></span></span><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"><span style="font-weight:normal;">, accusati di associazione mafiosa e di aver imposto il pagamento del </span></span></span><strong><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"><span style="font-weight:normal;">pizzo a imprese di Gela che effettuavano lavori pubblici anche a Milano</span></span></span></strong><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"><span style="font-weight:normal;"> per conto del clan degli </span></span></span><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"><strong>Emanuello</strong></span></span><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"><span style="font-weight:normal;">, quello stesso clan che insieme ai </span></span></span><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"><strong>Rinzivillo</strong></span></span><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"><span style="font-weight:normal;"> venne accusato a </span></span></span><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"><strong>Busto Arsizio</strong></span></span><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"><span style="font-weight:normal;"> nel dicembre del 2006 di essere il cervello criminale per il riciclaggio del denaro sporco proveniente dai traffici illeciti della famiglia.<br />
Sempre a Busto Arsizio, in periferia, e sempre in questa lunga settimana, nella </span></span></span><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"><strong>notte fra il 20 e il 21</strong></span></span><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"><span style="font-weight:normal;">, viene dato fuoco a due escavatrice appartenenti all’impresa edile </span></span></span><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"><strong>“</strong></span></span><strong><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"><strong>Orceana” di Orzinuovi (Bs)</strong></span></span></strong><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"><span style="font-weight:normal;"> e che da lì a pochi giorni avrebbe dovuto chiudere un piano integrato per la costruzione di alcune palazzine in zona San Michele, pieno centro città. Nessuna prova di appartenenza alla criminalità organizzata della mano che ha compiuto l&#8217;atto, certo è che il </span></span></span><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"><em><span style="font-weight:normal;">modus operandi</span></em></span></span><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;"> e i successivi fatti di cronaca molto fanno pensare.</span></span></span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;" align="left"><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;">Se fossimo in un paese di quell&#8217;isola lontana che è la Sicilia nessuno si scandalizzerebbe; se fossimo fra le montagne dell&#8217;Aspromonte calabrese ci sarebbe solo da aspettarselo; se fossimo in qualsiasi posto in provincia di Napoli, forse, ci preoccuperemmo di non sentire tali notizie almeno una volta alla settimana. Eppure non siamo in nessuna delle “solite” regioni del sud, non ci troviamo nemmeno nella meno citata Puglia, ma ci troviamo in Lombardia, la regione che vanta il quarto posto per beni confiscati alla mafia.<span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;"><br />
Forse però questi dati non bastano, perchè forse la gente fra qualche giorno si scorderà di quel boss mafioso arrestato di fianco a casa propria, proprio come già sembra che ci siamo scordati di </span></span><span style="font-style:normal;"><strong>Carmelo Novella</strong></span><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;"> ucciso l&#8217;estate scorsa a </span></span><span style="font-style:normal;"><strong>San Vittore Olona</strong></span><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">, e come già ci siamo scordati che un paio di mesi dopo venne ritrovato il corpo inerme di </span></span><span style="font-style:normal;"><strong>Cataldo Aloisio</strong></span><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">, genero di un altro boss dell&#8217;Ndrangheta.<br />
Pare ci sia scordati di un certo </span></span><span style="font-style:normal;"><strong>Salvatore Morabito</strong></span><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">, “facchino” della </span></span><span style="font-style:normal;"><strong>Sogemi</strong></span><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">, società municipalizzata di Milano, che entrava tranquillamente con una ferrari nell&#8217;ortomercato del capoluogo lombardo. Stesso Salvatore Morabito che partecipa ad una cena elettorale in onore di </span></span><span style="font-style:normal;"><strong>Alessandro Colucci</strong></span><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">, consigliere regionale, indicato come “amico in Regione” nelle intercettazioni telefoniche fra gli uomini del clan.<br />
Dobbiamo esserci dimenticati anche di </span></span></span></span><strong><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"><span style="font-style:normal;">Vincenzo Giudice</span></span></span></strong><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">, consigliere comunale di Milano, presidente della </span></span></span></span><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"><span style="font-style:normal;"><strong>Zincar</strong></span></span></span><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">, società mista partecipata dal Comune, che è stato avvicinato da </span></span></span></span><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"><span style="font-style:normal;"><strong>Giovanni Cinque</strong></span></span></span><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">, esponente di spicco della cosca calabrese degli Arena. Stesso Giovanni Cinque che si assume il merito dell&#8217;elezione di </span></span></span></span><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"><span style="font-style:normal;"><strong>Massimiliano Carioni</strong></span></span></span><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;"> alla Provincia di Varese e che partecipa ad altre cene elettorali con </span></span></span></span><strong><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"><span style="font-style:normal;">Paolo Galli</span></span></span></strong><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">, presidente dell&#8217;</span></span></span></span><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"><span style="font-style:normal;"><strong>Aler</strong></span></span></span><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"><span style="font-style:normal;"><span style="font-weight:normal;">, l&#8217;azienda per l&#8217;edilizia popolare di Varese.</span></span></span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;" align="left"><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;">Sono molti i nomi e sono molti i fatti: tanti, troppi, e dovrei continuare, ma non è la cronaca di una regione ormai chiaramente invasa dalla criminalità organizzata che voglio fare. A breve ci saranno nuove elezioni comunali: io auspico non si debba arrivare ad una faida di San Luca trasportata al Nord per far capire che il pericolo di infiltrazioni mafiose non è più imminente, ma è tanto attuale quanto, ormai, storia passata. Le sue radici le mafia le ha già piantate e l&#8217;albero sta crescendo sempre di più in una connivenza fra Cosa Nostra, &#8216;Ndrangheta, Camorra, mafie straniere e criminalità locale. Dobbiamo metterci bene in testa che non possiamo più guardare con occhio distaccato questo problema e che non possiamo delegare alle sole forze dell&#8217;ordine il compito di risolverlo. Dobbiamo, noi cittadini, essere parte attiva in questa lotta e non farci persuadere da quel senso si omertà che, insieme alla mafia, va sempre più dilagando nelle nostre città. Dobbiamo essere consci che del fatto che il nostro silenzio e la nostra indifferenza non fa che aumentare lo strapotere di quella piovra che già ci ha avvolto e continua piano piano sempre più a stritolarci. <strong>Oggi dobbiamo prendere in mano le redini del nostro presente per salvaguardare il nostro futuro ed, insieme alla magistratura, la politica, le forze dell&#8217;ordine, essere quella società civile che non ha paura di ribellarsi e non si piega al soggettamento di quell&#8217;orribile parola che è la mafia.</strong></span></span></p>
<p style="margin-bottom:0;" align="left">
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;" align="right"><span style="font-family:Times New Roman,serif;"><span style="font-size:small;"><em><strong>Massimo Brugnone<br />
</strong>Coordinamento Ammazzateci Tutti Lombardia</em></span></span></p>
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		<title>Adesso il padrino parla milanese</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Apr 2009 09:48:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimobrugnone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[fonte: http://espresso.repubblica.it

di Paolo Biondani e Mario Portanova
Imprenditori del Nord che entrano nelle cosche: non più vittime ma veri mafiosi. Pronti a eliminare la concorrenza e sfruttare la crisi.
È il nuovo volto dei clan dove la violenza è al servizio degli affari


Anche il Nord sta imparando a convivere con la mafia. Dopo decenni di infiltrazione nei [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ammazzatecituttilombardia.wordpress.com&blog=3694281&post=246&subd=ammazzatecituttilombardia&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="margin-bottom:0;"><em>fonte: http://espresso.repubblica.it<br />
</em></p>
<p style="margin-bottom:0;"><em>di Paolo Biondani e Mario Portanova</em></p>
<p style="margin-bottom:0;"><em><strong>Imprenditori del Nord che entrano nelle cosche: non più vittime ma veri mafiosi. Pronti a eliminare la concorrenza e sfruttare la crisi.<br />
È il nuovo volto dei clan dove la violenza è al servizio degli affari</strong></em></p>
<p style="margin-bottom:0;">
<p style="margin-bottom:.08cm;"><img class="alignleft" style="border:0 none;" src="http://data.kataweb.it/kpmimages/kpm2/eol/2009/04/23/794230.pjpeg" border="0" alt="" width="250" height="180" align="bottom" /></p>
<p style="margin-bottom:0;">Anche il Nord sta imparando a convivere con la mafia. Dopo decenni di infiltrazione nei traffici illeciti e nel reimpiego dei capitali, le nuove inchieste svelano i sintomi di una malattia più profonda: decine di imprenditori e professionisti scendono a patti con i clan. E ne &#8220;strumentalizzano i vantaggi competitivi&#8221;: si finanziano con capitali sporchi; ottengono protezione criminale; si prestano a dividere e reinvestire i profitti di droga ed estorsioni; affidano alla violenza dei clan il recupero dei crediti; ordinano attentati contro i concorrenti. Fino a diventare, come avvertono i magistrati più esperti, &#8220;imprenditori organici alle più pericolose cosche del sud&#8221;. Un&#8217;escalation che la crisi economica sta amplificando.</p>
<p>Nell&#8217;ultima relazione annuale al Parlamento, il <strong>pm Ferdinando Pomarici, capo dell&#8217;Antimafia a Milano</strong>, ha denunciato &#8220;l&#8217;occupazione criminosa di interi settori economici caratterizzati da difficoltà finanziarie&#8221;. Già negli anni Novanta le società della <strong>&#8216;ndrangheta</strong> si erano impadronite di luoghi simbolo come la <strong>Torre Velasca</strong> e la <strong>Galleria Vittorio Emanuele</strong>. Ora il procuratore stila un impressionante elenco di &#8220;imprese mafiose&#8221; che puntano a un &#8220;sostanziale monopolio&#8221; in mezza Lombardia: le attività a rischio sono, nell&#8217;ordine, &#8220;edilizia, immobiliare, centri commerciali, alimentari, sicurezza, discoteche, appalti, garage, bar e ristoranti, sale da gioco, distributori, cooperative di servizi, trasporti&#8221;.</p>
<p>Nel marzo scorso un&#8217;inchiesta ha dimostrato per la prima volta la partecipazione diretta di un cartello di cosche calabresi nelle grandi opere pubbliche come l&#8217;<strong>alta velocità ferroviaria</strong> e l&#8217;<strong>ampliamento dell&#8217;autostrada A4</strong>. In cella sono finiti i <strong>boss-imprenditori del clan Paparo</strong>, che da <strong>Cologno Monzese</strong>, tra un affare e l&#8217;altro, spedivano bazooka in Calabria. Il problema è che le loro aziende in teoria non avrebbero potuto comparire. Per aiutarle si sono mosse, secondo carabinieri e magistrati, <strong>imprese del Nord pronte ad affidare &#8220;subappalti totalmente in nero&#8221;</strong>. La <strong>Locatelli spa</strong> è un&#8217;azienda che gestisce 160 cantieri tra Milano e Bergamo. Le Ferrovie dello Stato pretendono il rispetto delle norme antimafia: vietato subappaltare più del 2 per cento dei lavori. A quel punto un manager rigorosamente lombardo suggerisce ai calabresi come nascondere le insegne del clan: &#8220;Sui camion schiaffaci due targhette Locatelli, così le Ferrovie non dicono niente&#8221;. I colletti bianchi del Nord arrivano a fabbricare &#8220;un falso contratto retrodatato&#8221; per occultare l&#8217;esistenza stessa del subappalto: &#8220;Abbiamo superato il 2 per cento, capisci&#8230; Sono cose serie, perché qui diventa la famosa legge antimafia, è un casino&#8230; Adesso sentirò l&#8217;avvocato, io direi che tutte quelle bolle le facciamo sparire&#8221;.</p>
<p style="margin-bottom:0;">Il capo della contabilità di tutte le imprese del clan Paparo si chiama <strong>Mirko Sala</strong>, ha 36 anni, è nato a Vimercate e abita a Concorezzo, eppure è stato arrestato come presunto &#8220;associato alla &#8216;ndrangheta&#8221;. Il <strong>pm Mario Venditti</strong> aveva chiesto il carcere anche per il manager bergamasco della Locatelli. Il <strong>gip Caterina Interlandi</strong> lo ha negato con questa illuminante motivazione: l&#8217;impresa lombarda falsifica le carte &#8220;non per favorire il clan, ma per tutelare se stessa e continuare a lavorare in nero&#8221;. Quanto al manager, ha &#8220;innegabilmente&#8221; aiutato i Paparo a &#8220;eludere le norme antimafia&#8221;, ma questa &#8220;è solo una contravvenzione per cui l&#8217;attuale legge non consente l&#8217;arresto&#8221;.</p>
<p>In attesa che la classe politica rattoppi questo e altri strappi nei codici, le imprese mafiose diventano sempre più competitive. Le banche strozzano il credito? Ci si finanzia con la cocaina. I rifiuti tossici costano? C&#8217;è l&#8217;<strong>imprenditore di Desio che offre una discarica abusiva</strong>. Un sindacalista dei facchini disturba le cooperative calabresi alla Sma-Auchan di Segrate? I mafiosi gli fanno &#8220;spaccare la testa&#8221;.</p>
<p>Al Nord le cosche cominciano a trovare anche complici a pieno titolo. <strong>Maurizio Luraghi</strong>, nato a Rho 55 anni fa, e sua moglie, <strong>Giuliana Persegoni</strong>, sono stati arrestati in luglio come &#8216;teste di legno&#8217; del <strong>clan Barbaro-Papalia</strong>, il più potente del Nord. Con la sua società <strong>Lavori stradali srl</strong>, Luraghi acquisiva commesse edilizie e le spartiva tra i membri del clan. Intercettato mentre nomina Domenico Barbaro e Rocco Papalia, l&#8217;imprenditore di Rho è commosso: &#8220;Tutti questi capannoni li abbiamo fatti noi&#8230; Tutto Buccinasco, il centro commerciale, li abbiam fatti io, Domenico e Rocco&#8230; Una città, abbiamo fatto&#8221;.</p>
<p style="margin-bottom:0;">Almeno per ora, le voci dei mafiosi continuano a restare incise nelle intercettazioni della Dia. &#8220;Facciamo saltare te e il tuo capannone&#8221;. Con questa minaccia, seguita dal pestaggio di un agente immobiliare, un imprenditore di Gorgonzola viene costretto a &#8220;svendere a costo zero&#8221; tutto il suo patrimonio: capannoni, uffici, abitazione, seconda casa e villa all&#8217;isola d&#8217;Elba. L&#8217;estorsione è gestita dagli scagnozzi di <strong>Pepè Onorato</strong>, boss della &#8216;ndrangheta a Milano. Ma i<strong>l vero mandante</strong>, secondo l&#8217;antimafia, <strong>è un lombardo doc: Marino Bonalumi</strong>, ricco stampatore con aziende tra Milano e Bergamo. La sua è una storia simbolo di vittima dei mafiosi che ne diventa complice. All&#8217;inizio i calabresi gli bruciano un capannone a Gessate. Ma lui non li denuncia, perché sotto c&#8217;è una storia inconfessabile di usure ed estorsioni, da cui Bonalumi si emancipa alleandosi ai boss. Un editore di La Spezia, suo debitore, è costretto a caricare tutti i suoi libri su 30 Tir, prima di fallire. Per almeno tre anni, Bonalumi e altri fiduciari lombardi tra cui <strong>Gianfranco Montali</strong>, <strong>ex presidente dell&#8217;Imperia calcio</strong>, avrebbero reinvestito il fiume di soldi incassati dai calabresi con la cocaina. E il canale più sicuro sono le <strong>&#8216;cartiere&#8217;</strong>: società-schermo che producono solo fatture false, aiutando decine di imprenditori del Nord a evadere le tasse. In cambio ai boss resta dal 30 al 50 per cento. Chi non paga salta in aria, ma non denuncia, perché il nero capovolge i ruoli: i lombardi &#8220;sono costretti all&#8217;omertà&#8221;, annotano sconsolati i pm, mentre &#8220;sono i boss a minacciare di avvisare la Finanza&#8221;.</p>
<p>Una storia di &#8216;cartiere&#8217;, secondo l&#8217;accusa, spiega anche il massacro dell&#8217;imprenditore bresciano <strong>Angelo Cottarelli</strong>, ucciso con la moglie e il figlio 17enne nell&#8217;agosto 2006. <strong>Il procuratore</strong> di Brescia, <strong>Fabio Salamone</strong>, da quella e altre indagini ha ricavato una convinzione: &#8220;Al Sud c&#8217;è omertà per paura, al Nord comincia a esserci omertà per interesse&#8221;. Interesse che può valere decine di milioni lungo i canali del grande riciclaggio: a Milano hanno fatto scalpore i recenti arresti di avvocati rispettati come <strong>Giuseppe Melzi</strong> e <strong>Paolo Sciumè</strong>.</p>
<p>La droga garantisce capitali enormi. E i colletti bianchi, all&#8217;occorrenza, si sporcano le mani. Un solo esempio. Secondo la squadra mobile di Milano, l&#8217;ufficio di <strong>Ivano Mondini</strong>, 48 anni, di Cremona, era diventato la base del narcotraffico dalla Colombia organizzato dal <strong>clan Morabito-Palamara</strong>, infiltrato nell&#8217;<strong>Ortomercato di Milano</strong>. Una microspia lo ha intercettato mentre spiega come trasportare la droga: &#8220;Su una macchina più di 50 chili non puoi mettere, meglio un camper&#8221;. Mondini è stato arrestato nel 2007, quando la polizia ha fermato il suddetto camper con 206 chili di coca pura.</p>
<p>Cosa nostra e &#8216;ndrangheta ormai si spartiscono intere province anche al Nord. &#8220;<strong>I gelesi controllano estorsioni e spaccio nella zona est, tra Busto e la statale varesina</strong>&#8220;, scrive il procuratore Pomarici: &#8220;<strong>Ai calabresi tocca la parte ovest fino a Malpensa</strong>. Dalle indagini dei carabinieri sembra che nella zona non vi sia un cantiere edile che non paghi il pizzo, come numerosi esercizi commerciali&#8221;. A confermarlo è &#8220;un&#8217;escalation di attentati incendiari, sparatorie, ferimenti e omicidi&#8221; in tutti i paesi attorno all&#8217;aeroporto.</p>
<p>In questo nuovo quadro, i fondi miliardari annunciati per l&#8217;Expo 2015 stanno già mobilitando la &#8216;ndrangheta. Nei comuni destinati a ospitare i maxi-cantieri stanno rinascendo le cellule dei clan (in gergo, &#8216;locali&#8217;), favorite anche da scarcerazioni di vecchi boss e matrimoni combinati. I finanzieri dello Scico segnalano già dal novembre 2008 un vero boom di &#8220;prestiti a strozzo strumentali all&#8217;acquisizione di imprese sane&#8221;, facilitata dallo &#8220;sfavorevole andamento dell&#8217;economia e sovraindebitamento di famiglie e aziende&#8221;. Secondo lo Scico, sarebbero <strong>&#8220;oltre 150 mila i piccoli imprenditori coinvolti in rapporti usurari-estorsivi&#8221;, di cui &#8220;almeno 50 mila con clan mafiosi&#8221;</strong>.</p>
<p>Questa &#8220;eversione del mercato&#8221;, come la definisce il <strong>pm Vincenzo Macrì</strong>, è &#8220;ormai diffusa a livello nazionale&#8221;. In Piemonte e Lombardia la &#8216;ndrangheta ha creato una sorta di <strong>&#8216;cupola del Nord&#8217;</strong>. Il nuovo modello di mafia economica diffusa sta influenzando anche Cosa Nostra. A Modena, segnalano i pm, &#8220;è emersa la presenza di famiglie mafiose siciliane&#8221;, che utilizzano &#8220;soggetti formalmente estranei come intestari fittizi di beni e imprese anche negli appalti&#8221;. In Liguria, dove nel dicembre 2008 risultano attivi 15 clan calabresi, &#8220;la &#8216;ndrangheta di Ventimiglia ha una funzione di regia&#8221;. Mentre <strong>Cosa Nostra ora punta al controllo del porto di La Spezia</strong>: un &#8220;ingente riciclaggio&#8221; che segue il modello dell&#8217;&#8221;infiltrazione nei cantieri navali di Palermo&#8221;. Una vera tradizione è anche l&#8217;infiltrazione nei casinò: un cambiavalute di Sanremo, Luigi Raiteri, è l&#8217;ultimo arrestato come presunto riciclatore della &#8216;ndrangheta.</p>
<p style="margin-bottom:0;">Anche la camorra ha trovato soci al Nord, in particolare in Emilia. Per misurare pregi e difetti di certe alleanze, è emblematica una telefonata di <strong>Aldo Bazzini</strong>, immobiliarista di Solignano (Parma) condannato in primo grado per riciclaggio a favore dei casalesi. Una sua figlia acquisita è la moglie di <strong>Pasquale Zagaria, fratello del superlatitante Michele</strong>. Bazzini lo conferma a un avvocato: &#8220;Ha sposato un grosso boss&#8230; Fa la vita da ricchissima, da arabi: tutti ai suoi piedi. Certo non può uscire dalla villa, però quando vanno in giro, stanno nei migliori alberghi del mondo&#8230;&#8221;. Il legale domanda: &#8220;Ma lui la rispetta?&#8221;. E Bazzini risponde: &#8220;Sì, sì. Per la famiglia quelli lì sono meglio di noi!&#8221;</p>
<p style="margin-bottom:0;">(23 aprile 2009)</p>
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		<title>I locali alla moda, le pizzerie per le famiglie, i palazzi in centro. La criminalità al Nord non investe in Borsa, ma in attività economiche che ci riguardano molto da vicino</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Apr 2009 15:25:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimobrugnone</dc:creator>
				<category><![CDATA[AT Lombardia]]></category>
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		<description><![CDATA[Lì in riva all’Idroscalo di Milano, la megadiscoteca Café Solaire crea quasi un effetto spiaggia, una goduria nelle notti afose dell’estate milanese. Musica house, ombrelloni e tavolini, birre ghiacciate e mojito, camicie aperte e piercing all’ombelico,. Per entrare a divertirsi, ragazze e ragazzi pagano dai 12 ai 18 euro. Non possono sapere che i loro [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=ammazzatecituttilombardia.wordpress.com&blog=3694281&post=220&subd=ammazzatecituttilombardia&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><span>Lì in riva all’Idroscalo di Milano, la megadiscoteca <strong>Café Solaire</strong> crea quasi un effetto spiaggia, una goduria nelle notti afose dell’estate milanese. Musica house, ombrelloni e tavolini, birre ghiacciate e mojito, camicie aperte e piercing all’ombelico,. Per entrare a divertirsi, ragazze e ragazzi pagano dai 12 ai 18 euro. Non possono sapere che <strong>i loro soldi finiranno nelle tasche della ‘ndrangheta</strong>. Per l’esattezza, <strong>in quelle del clan di Franco Coco Trovato</strong>, uno dei più feroci boss del Nord Italia, <strong>legato ai De Stefano di Reggio Calabria</strong>, condannato all’ergastolo per omicidio, traffico di droga, associazione mafiosa. Nel dicembre 2006, il Café Solaire è finito sotto sequestro, insieme alla <strong>pizzeria biologica Bio Solaire</strong> e alla <strong>discoteca Madison</strong>, in un’operazione della <strong>Direzione distrettuale antimafia di Milano</strong>. Secondo l’accusa il gestore dei locali, <strong>Vincenzo Falzetta</strong> detto “banana”, era il referente imprenditoriale del clan, quello che aveva il compito di reinvestire nell’economia pulita gli enormi profitti illeciti derivati soprattutto dalla vendita di cocaina. “Si era così costituita una catena di locali pubblici, in cui fra l’altro lavoravano quasi solo parenti o persone legate alla ‘famiglia’”, si legge nella Relazione sulla ‘ndrangheta redatta dal presidente della Commissione parlamentare antimafia Francesco Forgione e approvata il 20 febbraio 2008, “che rispondevano a una pluralità di esigenze: riciclare la liquidità in eccesso, spacciare all’interno di essi o intorno a essi altra cocaina e usare i locali, al riparo da occhi indiscreti, per riunioni strategiche” (la relazione è disponibile sul nostro sito www.altreconomia.it). Ora il locale ha cambiato gestione.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Leggenda vuole che la mafia salga al Nord soltanto per investire in Borsa e riciclare i soldi in complicate architetture finanziarie internazionali. La realtà è completamente diversa. <strong>In Lombardia, in Piemonte e in altre regioni “non tradizionali” non esistono soltanto colletti bianchi, ma padrini e picciotti che all’occorrenza sparano</strong>. E quando gli investigatori svelano il loro patrimoni, non trovano quote di fondi e conti correnti alle Bahamas, ma palazzi, appartamenti, box, negozi, bar, ristoranti, locali notturni, autorimesse, concessionarie, imprese edili, società commerciali, cooperative di servizi. I soldi della mafia non scappano lontano, al contrario restano sotto casa conquistano pezzi delle nostre città, quando addirittura non li costruiscono (vedi articolo a pagina 11). Se abitiamo al Nord, la mafia ci sembra una cosa lontana, invece può toccarci direttamente nei modi più impensabili<strong>. Il night club “For a King”</strong>, per esempio, stava <strong>in un edificio di proprietà della Sogemi</strong>, la <strong>società municipalizzata che gestisce l’Ortomercato di Milano</strong>, dunque pagava l’affitto alla collettività dei cittadini, almeno per l’unico mese in cui è rimasto aperto. <strong>Il 3 maggio 2007 è stato sigillato perché faceva capo a un personaggio legato a Salvatore Morabito, un narcotrafficante della ‘ndrangheta di Africo</strong>. Indagando su di lui, la Squadra mobile di Milano aveva bloccato in quei giorni l’importazione di un carico di 207 chili di cocaina pura all’81 per cento. L’Ortomercato, dove ogni mattina si riforniscono fruttivendoli e supermercati di tutto il Nord Italia, è da decenni un punto di incontro tra economia legale e illegale. <strong>Morabito entrava nella struttura in Ferrari, con un pass da facchino rilasciato dalla Sogemi.</strong></span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Gran parte dei proventi della cocaina sono investiti in immobili residenziali, e ogni clan possiede patrimoni di tutto rispetto, naturalmente gestiti attraverso società pulite e presentabili. Quello di <strong>Costantino Mangeruca</strong>, legato alla <strong>cosca crotonese Farao-Marincola</strong>, ammontava a 30 milioni di euro. Nell’ottobre del 2007 i carabinieri di Crotone lo hanno messo sotto sequestro: comprendeva numerose proprietà in Calabria e nell’hinterland di Milano: <strong>sei edifici a Pregnana Milanese e 25 appartamenti a Cornaredo</strong>, dove l’anziano pregiudicato risiedeva. I clan della zona a Ovest del capolouogo lombardo sono attivi nell’edilizia, nei mobilifici e nella gestione di bar, rivela un recente rapporto dell’antimafia milanese. Cosche di ‘ndrangheta possiedono <strong>esercizi pubblici a Pioltello e negozi di abbigliamento tra Inveruno, Cuggiono, Castano Primo; a Legnano si dedicano all’ingrosso e al dettaglio di prodotti ortofrutticoli, alle sale giochi e agli immancabili bar</strong>.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>È facile diventare clienti o inquilini della mafia, anzi, a volte non c’è scelta. Nel quartiere periferico di <strong>Quarto Oggiaro a Milano</strong>, “<strong>settecento delle quattromila case popolari gestite dall’Aler sono occupate abusivamente e con l’accesso controllato direttamente dagli uomini della ‘ndrangheta</strong>”, afferma la citata relazione Forgione. La <strong>famiglia Carvelli</strong>, originaria di Petilia Policastro (Crotone), controlla militarmente lo spaccio di droga nel quartiere. La mafia si può “consumare” anche nel bar di tutti i giorni. <strong>Il cavallo di Troia sono i videopoker</strong>. In Liguria, nel settore della macchinette da gioco si danno da fare organizzazioni legate a importanti famiglie di Cosa nostra, come <strong>i Madonia di Caltanissetta e gli Emanuello di Gela</strong>. Negli anni Novanta, spiega la relazione della Commissione parlamentare antimafia approvata il 18 gennaio 2006, l’organizzazione ha imposto i propri apparecchi a numerosi esercizi pubblici “ricorrendo a metodi mafiosi e nessuno degli esercenti ha denunciato i soprusi subiti”. I profitti “sono stati in parte investiti nel settore immobiliare, per l’acquisto di lussuosi appartamenti situati in zone residenziali di Genova, in parte utilizzati per il mantenimento delle famiglie degli associati detenuti”. Il gioco è uno dei settori a maggiore rischio di infiltrazione, a partire dalle Sale bingo, attività che si svolge per concessione dei Monopoli di Stato e, dicono le inchieste più recenti, interessa sempre di più Cosa nostra. Se ne trova conferma nei “pizzini” del boss <strong>Salvatore Lo Piccolo</strong>, considerato l’erede di Bernardo Provenzano e arrestato il 5 novembre 2007. È difficile scappare dai soldi della mafia. Sono troppi, la cocaina è il carburante della vita notturna di centinaia di migliaia di persone in tutto il Nord, dal Piemonte al Veneto. Ci si può mettere in macchina o salire su un treno, ma non serve a molto. Nella relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2008, <strong>il Procuratore generale di Milano Manlio Minale ha svelato l’interessamento della ‘ndrangheta negli appalti per due grandi opere in corso di realizzazione tra Milano e Torino: l’Alta velocità ferroviaria e il raddoppio dell’autostrada A4. 12</strong></span></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span>I movimenti di Buccinasco<br />
</span></strong><span>Ci sono zone del Nord dove la mafia ha il completo monopolio dell’edilizia, in particolare del movimento terra. Lo dice senza giri di parole la Commissione parlamentare antimafia nella relazione sulla ‘ndrangheta approvata quest’anno, lo confermano le strutture investigative specializzate, ma l’allarme non trova un centesimo della risonanza riservata all’“emergenza” sicurezza. Eppure quello che ha scritto l’antimafia è stato approvato all’unanimità da tutti i partiti: “Persino le minacce estorsive non sono necessarie quando, come nella maggioranza dei casi, si verte in realtà in una situazione di completo monopolio ed in ampie<strong> zone della Brianza o del triangolo Buccinasco-Corsico-Trezzano</strong> non è nemmeno pensabile che qualcuno con proprie offerte o iniziative ‘porti via il lavoro’ alle cosche calabresi che hanno le loro imprese diffuse sull’intero territorio”. Come ha spiegato alla Commissione <strong>il capo della Direzione distrettuale antimafia di Milano, Ferdinando Pomarici</strong>, “in settori come quello dell’edilizia non è nemmeno necessaria l’intimidazione diretta poiché è sufficiente l’intimidazione ‘percepita’, cioè quella non esercitata con minacce aperte ma con la semplice ‘parola giusta al momento giusto’”.</span></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span>Buccinasco</span></strong><span>, cittadina dell’hinterland Sudovest di Milano, è <strong>nota come Platì 2</strong>, per il gran numero di immigrati arrivati dal paese dell’Aspromonte a partire dagli anni Sessanta. Compreso <strong>Antonio Papalia</strong>, considerato fino agli anni Novanta <strong>il più importante rappresentante della ‘ndrangheta al Nord</strong>, poi condannato all’ergastolo con altri membri della famiglia. Con il traffico di eroina e cocaina, i Papalia hanno accumulato un patrimonio stimato in parecchie decine di miliardi di lire, tanto da essere indicati come <strong>la famiglia mafiosa più ricca d’Italia</strong> prima che la scure di numerose confische si abbattesse sui loro beni. La loro <strong>prima ditta di movimento terra, la Tmt</strong>, risale al 1987. Oggi gran parte dei lavori di movimento terra di Buccinasco e dei comuni vicini -Corsico, Cesano Boscone, Trezzano sul Naviglio, Gaggiano- sono svolti da ditte legate al gruppo <strong>Papalia-Barbaro</strong> (un’altra importante famiglia della ‘ndrangheta di Platì, imparentata con i primi). Buccinasco si candida a essere un rifugio residenziale per milanesi stufi della città: il piano regolatore recentemente approvato prevede la costruzione di 1.500 nuovi alloggi che ospiteranno coppie e famiglie desiderose di verde e di pace. Le ruspe e i camion dei Papalia-Barbaro sono già al lavoro, in modo perfettamente legale.</span></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span>Beni confiscati, in un anno 200 milioni di euro<br />
</span></strong><span>Nel 2007, le mafie italiane hanno subito sequestri di denaro e beni per circa 200 milioni di euro. Il dato si ottiene dalle relazioni semestrali della Direzione investigativa antimafia e dà un’idea della potenza economica raggiunta dai clan. La loro presenza “fisica” in ciascuna Regione è dimostrata dal numero di immobili confiscati.<br />
La Lombardia è al quinto posto -dopo Sicilia, Campania, Calabria e Puglia- con 570 immobili. Seguono il Piemonte con 105, il Veneto con 77, l’Emilia-Romagna con 56, la Liguria con 26, il Trentino-Alto Adige con 15, il Friuli-Venezia Giulia con 11. </span></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span>Il caso Uba Uba<br />
</span></strong><span>Qualcuno ricorderà di esserci entrato almeno una volta, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, in quei negozi di abbigliamento a buon mercato, frequentati soprattutto da ragazzi. Erano 23  in tutta Italia, soprattutto al Nord. La catena si chiamava Uba Uba e faceva una pubblicità martellante alla radio: “Uba uba non teme la concorrenza”; “Uba uba, un’esplosione di convenienza”. Il titolare si chiamava <strong>Ubaldo Nigro</strong>, un quarantenne pugliese trapiantato a Milano, con numerosi precedenti per emissione di assegni a vuoto. Quando la polizia lo fermò, il 10 giugno 1993, gli trovò in casa 219 milioni di lire in contanti, ma il giro d’affari delle sue società si aggirava intorno ai 200 miliardi. Nigro risultò <strong>coinvolto nella rete del boss Franco Coco Trovato</strong>. Oltre che di reati legati ad armi e droga, la Direzione distrettuale antimafia di Milano lo accusò di essere un terminale per il riciclaggio dei profitti del clan. Nigro morì in carcere dopo poche udienze del processo, il 18 aprile 1995.</span></p>
<p class="MsoNormal"><em><span>AltraEconomia<br />
Agosto 2008</span></em></p>
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