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Mafia gialla

di Angela Camuso e Emiliano Fittipaldi
Traffico di rifiuti. Sigarette contraffatte. Prostituzione. Riciclaggio. Sono i business criminali dei clan cinesi. Che usano l’Italia come avamposto delle loro attività illecite nei mercati europei. E si muovono con la ferocia e la spregiudicatezza di mafia e camorra

I più cattivi e i boss senza scrupoli vengono tutti da Wenzhou. Una città da un milione di anime affacciata sul mar Giallo, dedita da sempre al commercio aggressivo e ai traffici più o meno leciti. I buoni, o meglio gli schiavi, arrivano da Wuyun e Xianju. Paesoni vicini dell’entroterra, zone di campagna da cui le Triadi e altre organizzazioni criminali arruolano manodopera da spedire in Occidente.

Una specie di supermarket umano da cui prelevare contadini che, sperando in una vita decente a Milano, Firenze e Roma, si tramutano alla fine del viaggio negli operai al nero delle migliaia di fabbrichette illegali disseminate nelle nostre periferie. Senza contare gli irregolari: la comunità cinese in Italia sfiora ormai quota 150 mila. E la maggioranza viene proprio da Wenzhou, prefettura dello Zehjiang. Dal 2000 gli ingressi sono quasi raddoppiati: non è un caso che gli investigatori abbiano iniziato a interessarsi, investendo uomini e mezzi, delle complicate dinamiche di una comunità ad alto rischio di infiltrazioni malavitose.

Cosche con enormi interessi nel settore economico e finanziario del nostro Paese, considerato uno degli avamposti perfetti per la conquista dei ricchi mercati occidentali: per loro l’Italia è la nazione della corruzione, con sistema giudiziario che commina punizioni non proporzionate alle colpe commesse. “Testa di tigre e coda di serpente”, ironizzano. I clan asiatici sono talmente potenti da essere diventati la quinta mafia, come si legge nei dossier inediti della Dia e dello Scico, il reparto specializzato contro il crimine organizzato della Guardia di finanza. Un dragone (questo il simbolo delle Triadi) che sta allargando il campo d’azione e allungando gli artigli su business un tempo esclusivo appannaggio di Cosa nostra e camorra: dalle estorsioni e lo sfruttamento dell’immigrazione clandestina i cinesi sono passati al riciclaggio di denaro sporco e al business immobiliare, alla contraffazione di sigarette, al traffico di rifiuti tossici, alle bische fino alla prostituzione e ai reati finanziari. Per un giro d’affari che vale ormai miliardi di euro l’anno.

SIGARETTE AL MONOSSIDO
I finanzieri di Napoli l’hanno capito solo leggendo la bolla. Il comandante che ha visto i documenti ha fatto una smorfia e ha chiesto di aprire il carico. Le scarpe erano destinate a una ditta di abbigliamento di Grumo Nevano, in provincia di Napoli. Un’azienda, però, in liquidazione. Se il destinatario non fosse stato così anomalo, le 40 mila stecche di Marlboro e Marlboro light, otto milioni di sigarette in tutto, sarebbero finite sugli scaffali di tabaccai e bar di mezz’Italia.

Prodotti completamente falsi, dal filtro alla cartina, passando per il tabacco e la colla. Tutto made in China, tutto (probabilmente) assai nocivo. A prima vista le sigarette cinesi sono perfette: marchio Philip Morris, cellophane d’ordinanza, scritte in italiano, ‘nuoce gravemente alla salute’, bollo dei Monopoli. Peccato che di tabacco Virginia, Oriental o Burley non ce ne sia nemmeno un milligrammo. L’operazione della Gdf napoletana di inizio maggio è solo l’ultima contro una truffa di dimensioni colossali, che rende ai criminali cinesi, spesso in accordo con le mafie italiane, centinaia di milioni di euro.

Ormai circa il 65 per cento delle sigarette di contrabbando (dati Olaf) sono false. Oltre la metà, secondo l’Organizzazione mondiale delle dogane, sono prodotte nel colosso asiatico. In Italia arrivano via mare: negli ultimi tre anni sono state scovate 469 tonnellate di bionde irregolari, oltre a 60 tonnellate di tabacchi contraffatti bloccati nei porti di Gioia Tauro e Taranto. Nascosti dietro carichi di copertura di ogni tipo, da sedie a camicette, in Sicilia negli ultimi sei mesi sono arrivati 20 milioni di sigarette cinesi. Lo scorso novembre polizia e Scico hanno scovato nel porto di Ancona, uno degli snodi principali dell’affare, altre 40 tonnellate, due milioni di pacchetti con “percentuali elevatissime di catrame, nicotina e monossido“, come si legge in un dossier della Gdf.

Rispetto alla camorra e alla mafia albanese, il salto di qualità è enorme. “Negli anni ’80 e ’90 si trafficavano pacchetti originali e si guadagnava evadendo le imposte. Qui invece parliamo di sigarette che contengono qualsiasi sostanza. In Inghilterra in prodotti simili hanno riscontrato quantità di catrame superiori del 75 per cento a quelle originali, oltre a sabbia e pezzi di plastica”, spiega il comandante dello Scico Ignazio Gibilaro: “Le stecche finiscono in mezza Europa, ma molte rimangono da noi: la contraffazione del bollo dei Monopoli indica che la destinazione finale è l’Italia”. Il prezzo al dettaglio è identico a quello del listino, altrimenti i fumatori si insospettirebbero. E il profitto enorme.

Così i container sono spuntati ovunque: a Cagliari lo scorso dicembre i funzionari doganali hanno trovato sigarette per 5 milioni di euro destinate al Togo e al Benin; a Genova l’operazione ‘Dana’ ha smascherato un’associazione a delinquere che commerciava Marlboro cinesi. I capi finiti sott’inchiesta sono quattro, tutti di Wenzhou, ma sono stati indagati anche 11 italiani: le Triadi nazionali sono organizzazioni sempre più connesse con l’economia e la società autoctona, e gli intrecci con camorra e ‘ndrangheta molto più stretti che in passato.

VELENI A SHANGHAI
“Tratto rifiuti, la ricchezza del futuro. E li mando in giro per il mondo”, dice Nicola Schiavone, titolare pugliese di un’azienda per lo smaltimento intercettato dai carabinieri del Noe. Omonimo dei boss di Casal di Principe, l’imprenditore non ha nulla a che fare con Sandokan e i casalesi, ma ha capito anche lui che la Cina è il nuovo Eden dello smaltimento illegale. Le cave della Campania sono piene come un uovo, la soglia d’attenzione nel Mezzogiorno dopo gli scempi dello scorso decennio è aumentata: la Cina è l’alternativa naturale. Un territorio sconfinato che aspetta solo di essere riempito da montagne di monnezza tossica. Se va bene, i materiali vengono addirittura riciclati: Schiavone mandava di tutto, da plastica a rifiuti ospedalieri, e il materiale veniva riusato per fabbricare giocattoli e occhiali.Da rivendere, nuovamente, sulle bancarelle italiane.

Una strategia consolidata: la Dia sta lavorando da mesi a un’inchiesta (con perquisizioni e sequestri a Roma, Frosinone, Napoli, Pescara, Catania e Milano) che ipotizza lo stesso circuito: centinaia di tonnellate di rifiuti mandati sotto la Muraglia, lavorati e reintrodotti in Italia, destinati a fabbriche di materie plastiche. Mafia cinese, camorra e ‘ndrangheta hanno messo in piedi una rete che si basa, ancora una volta, sul nostro sistema portuale. Gioia Tauro e Taranto fanno la parte del leone, ma rifiuti speciali in partenza per l’Asia sono stati trovati anche a Salerno, Napoli, Venezia, Trieste e Ancona.

Nel 2006, secondo i calcoli dell’Agenzia delle Dogane, sono state sequestrate 9 mila tonnellate di rifiuti tossici destinati all’esportazione, la maggior parte diretti verso la Repubblica popolare. “I ricavi”, spiega uno studio Scico, “sono elevati: Legambiente ha stimato che lo smaltimento legale di un container di 15 tonnellate pieno di materiale pericoloso ha un costo medio di 60 mila euro. Lo smaltimento illegale, per la stessa quantità, riesce ad abbattere il costo del 90 per cento”. Risparmi che giovano alle imprese del Nord e alle casse della mala. Le dimensioni del fenomeno sono diventate gigantesche in un battibaleno: l’operazione ‘Grande Muraglia’ del Noe di Reggio Calabria ha intercettato 135 container con 750 tonnellate di plastica, 1.570 di metalli, 150 di contatori elettrici, 700 di carta, dieci di auto usate e gomme. Le aziende italiane coinvolte sono 23.

I mercanti di rifiuti sono cinesi che parlano bene italiano, intermediari in giacca e cravatta che mettono in contatto, con il beneplacet della mafia tricolore, gli interessi nostrani con quelli della madrepatria: i trafficanti alla Borsa della monnezza comprano di tutto. Il campo di gioco si è ampliato nell’ultimo lustro, e le rotte del veleno toccano ormai quasi tutte le regioni. L’operazione ‘Mesopotamia’ della Procura di Udine ha scoperto centri di stoccaggio per 12 mila metri quadri, e rapporti criminali strettissimi tra imprenditori locali e mafiosi cinesi. A Salerno e Napoli tra il 2005 e il 2007 i container sequestrati diretti a Hong Kong e Shanghai sono una ventina, mentre migliaia di residui tossici di pellami e altri materiali pericolosi sono stati bloccati a Mestre, Trieste, Livorno e Catania.

LA PACE MAFIOSA
Se rapimenti, estorsioni e investimenti in ristoranti sono business che le Triadi gestiscono all’interno della comunità senza ‘infastidire’ nessuno, i nuovi interessi del dragone confinano spesso con quelli di camorristi, ‘ndrine e famiglie siciliane. I cinesi hanno accuratamente evitato la strategia dello scontro, preferendo venire a patti e iniziando ad agire, come scrive la Dia in un rapporto riservato, “secondo le dinamiche e le metodologie tipiche” dei criminali italiani. Non stupisce che i legami si stiano facendo sempre più intensi. Se è noto il rapporto tra napoletani e cinesi per dividersi i proventi del made in Italy contraffatto, la direzione investigativa antimafia ha lavorato sulla liaison tra camorra e mafia gialla nel settore miliardario dell’import-export. Salvatore Giuliano, il vecchio boss di Forcella, è stato il primo ad ammettere di aver stretto accordi con i mammasantissima dell’Esquilino.

Durante un interrogatorio ha riconosciuto in foto Sun Shengde, ristoratore e commerciante di successo, attualmente membro della Camera di Commercio Europa-Asia. La moglie gestisce alcuni capannoni di Commercity, un centro di stoccaggio sulla Portuense che raccoglie il 70 per cento delle merci cinesi sbarcate nei porti di Napoli, Bari e Civitavecchia: per la Dia parte dei containar del Golfo venivano trasportati dai fratelli Ruoppo, già pregiudicati per associazione a delinquere e contrabbando. Shengde esce presto dalle indagini: sull’imprenditore, amico dell’ambasciatore italiano a Pechino, in contatto con consoli e politici italiani, non ci sono prove. Ma altri personaggi rischiano di finire presto agli arresti: sarebbe il primo blitz contro l’alleanza tra le due mafie. Lo scambio è semplice: la camorra impone il prezzo finale sulla vendita della merce e condiziona le attività commerciali, i cinesi sfruttano i servizi che gli affiliati al Sistema possono offrire per aggirare dogane, importazioni illecite, gabelle e controlli. Così il matrimonio diventa anche societario: i cinesi hanno fatto entrare nel capitale di aziende di spedizione gente come Giovanni Lucignanno e Nicola Diana, vicino ai Casalesi, e altri boss delle famiglie campane.

MEGLIO LE GIAPPONESI
La mafia cinese falsifica documenti, borsette, bolle di accompagnamento, giochi e Ferrari. Persino le prostitute cinesi si spacciano per squillo giapponesi. ‘Giapponese, bella, ventenne’ è l’annuncio pubblicato sui giornali con cui un bordello di Pescara adescava i clienti. Stessa strategia in Lombardia e Veneto: professionisti e industrialotti escono pazzi per gli occhi a mandorla, ma Tokyo resta nell’immaginario più sexy di Pechino. I commercianti di carne lo sanno, e danno ai clienti quello che vogliono: nessuno chiede il passaporto a fine prestazione. La prostituzione cinese, da sempre settore poco redditizio della mafia gialla, ha cambiato improvvisamente marcia, moltiplicando la platea: prima le schiave e le baby-lucciole erano destinate a soddisfare esclusivamente i cinesi; da qualche mese carabinieri e Polizia hanno scoperto centri-massaggi, retrobottega di negozietti e appartamenti aperti a tutti.

“Una piccola rivoluzione: mettere in contatto le due comunità è sempre stato considerato rischioso”, dice il comandante Gibilaro. Ma l’affare è grosso, e le operaie del sesso possono fruttare molto più di quelle piazzate davanti alle macchine per confezionare vestiti. Lo scorso aprile all’Esquilino la polizia ha arrestato tre cinesi responsabili di‘riduzione in schiavitù’ finalizzata allo sfruttamento della prostituzione, scoprendo un giro di case d’appuntamento in cui lavoravano decine di ragazze. Listino salato per gli avventori: tra 100 e 300 euro a prestazione, con un introito giornaliero di circa 3 mila euro a testa. Stessi prezzi stabiliti da una banda italo-cinese di Nimis, in provincia di Udine, che reclutava clienti (in genere milanesi) attraverso call center sotto la Madonnina.

La retata più grossa è dello scorso settembre: otto arresti e sette denunce a La Spezia, Genova, Prato, Firenze e Montecatini. “A differenza di albanesi e nigeriane, le cinesi non lavorano mai sul marciapiede, ma in appartamenti di facile accesso: in genere al primo piano, in palazzi senza portiere, con ingresso indipendente”, racconta Giulio Sanarighi, capo ufficio analisi dello Scico: “Sono tutte costrette a orari massacranti, e vengono sostituite ogni due settimane. Vivono un incubo, vengono liberate solo se riescono a pagare il debito che hanno maturato per entrare in Italia”. Una condizione che riguarda tutti gli schiavi. L’organizzazione può rifarsi anche sui parenti rimasti a casa. Qualcuno ha dichiarato che nemmeno il suicidio sarebbe una via d’uscita: la condizione debitoria della famiglia non cambierebbe.

SOLDI SPORCHI
Gli esperti dello Scico non usano giri di parole. “In molti ci chiedono come fanno a sopravvivere quei negozi che vendono vestiti non esattamente all’ultima moda. Alcuni sono regolari. Ma molti sono solo un paravento per altre attività. Dalla ‘ndrangheta i cinesi hanno copiato l’idea di collezionare esercizi per poter emettere scontrini, in modo da giustificare i redditi guadagnati con le vere attività redditizie, quelle illecite. Grazie a negozi e appartamenti, comprati in contanti e a prezzi fuori mercato,si ricicla anche denaro sporco. In ultimo, le vetrine fungono come una sorta di catalogo: vestiti e pantaloni non si vendono al dettaglio, ma i grossisti possono scegliere i capi per poi andarli a prendere nei magazzini fuori città”.

Tra attività lecite e commerci da codice penale è indubbio che la comunità cinese si sia rapidamente arricchita. Nel centro di Roma lo stile di vita della borghesia rivaleggia con quello dei residenti romani: Suv, cellulari costosissimi, scuole private e ristoranti da 100 euro a persona. Stesse abitudini a Prato, a Vicenza, nel Pratese, a Firenze. Da dove vengono i soldi? Le rimesse verso Wenzhou e lo Zehjiang toccano livelli monstre, e la Guardia di finanza ha iniziato a indagare sugli ‘anomali’ sistemi di trasferimento. Effettuati quasi solo con il money transfer, nonostante le agenzie facciano pagare commissioni ben più alte rispetto a quelle praticate dalle banche.

“Le operazioni”, spiega il comandante della Gdf di Prato Marco Defila, “sono sempre in contanti, con importi compresi tra i 12 mila e i 12.500 euro, in modo da aggirare i controlli previsti dalla legge antiriciclaggio. Una delle agenzie controllate, solo nel 2007 ha spedito mezzo miliardo di euro”. Una rete su cui viaggia un tesoro da capogiro. Difficile affermare che siano tutti soldi sporchi, ma i sospetti sono molti. A gennaio la polizia valutaria ha denunciato 12 italiani e sei cinesi residenti a Roma, Milano, Firenze e Prato, creatori di una banca illegale composta da vari ‘sportelli’. Ognuno movimentava oltre un milione di euro al giorno. I clienti identificati hanno la fedina sporcata da condanne per contraffazione, contrabbando e crimini tributari. “Per combattere la mafia cinese dobbiamo partire da qui: i reati finanziari comprendono i profitti delle altre attività illegali, e possono raccontare un intero sistema criminale”, chiosa Gibilaro: “Per vincere dragoni e organizzazioni affini servono competenze e strumenti particolari: perché il nemico è scaltro, impermeabile, potente e molto determinato”.

(05 giugno 2008)
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Una Risposta

  1. NON CI SONO OMBRE DI DUBBIO ci sono dietro a questi traffici la mano delle multinazionali e dei politici .

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