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Il prezzo della ‘ndrangheta. Quei ventiquattromila euro che i Pecchia regalarono al figlio di Antonio Papalia come segno d’amicizia

L’episodio è stato raccontato dall’imprenditore Maurizio Luraghi durante l’ultima udienza del processo alla cosca Barbaro. Per pagare quel denaro a Pasquale Papalia emise una fattura falsa

L’imprenditore

Maurizio Luraghi è nato a Rho il 26 settembre 1954. Inizia a lavorare nel campo dell’edilizia sul finire dgeli anni Settanta. All’epoca opera già con Domenico Barbaro, detto l’australiano.

Negli anni Ottanta c’è l’incontro con Rocco Papalia, il boss di Buccinasco. E per Luraghi le cose cambiano. Non è più lui, infatti, a decidere chi far lavorare nei suoi cantieri, ma compare Rocco. Sarà Papalia a gestire il denaro dei subappalti.

A metà anni Novanta, con i Papalia in carcare, Luraghi si riavvicina a Domenico Barbaro e successivamente al figlio Salvatore appena uscito di galera.

A partire dal 2000, Salvatore Barbaro diventa sempre più potente tanto da pretendere di gestire i lavori del movimento terra come già fece il suocero Rocco Papalia

Con precedenti per bancarotta, Luraghi viene arrestato nel luglio 2008 assieme alla moglie Giuliana Persegoni. Marito e moglie oggi sono imputati per 416 bis

Recenetmente Luraghi ha mostrato la volontà di tagliare i rapporti con i clan. Per questo ha ricevuto minacce verbali e diversi attentati nei propri cantieri

Milano, 27 gennaio 2010 – “Adriano mi disse che quei 24.000 euro dovevano essere un regalo a Pasquale Papalia. Non mi disse altro, solo che voleva aiutarlo, visto che in passato la famiglia Papalia aveva acquistato da lui diverse abitazioni”. Maurizio Luraghi indossa il solito abito scuro. Sta seduto davanti al giudice, vicino alla bocca tiene il microfono. Ha la voce sicura. Il pm lo incalza, ma lui tira dritto, anche quando, come nel caso dei soldi ai Papalia, le cose tornano molto poco. Sì, perché quel denaro appare, a dire dell’accusa, la prova provata dell’ingerenza mafiosa negli appalti dell’edilizia.

Siamo al processo Cerberus. L’udienza è quella del 21 gennaio 2010. All’ordine del giorno c’è un solo nome: Maurizio Luraghi. Esame e controesame. Vanno via praticamente sette ore. Al termine, l’imprenditore lombardo, accusato di associazione mafiosa, si allontana sfinito accompagnato dalla moglie, Giuliana Persegoni, pure lei imputata, e la figlia Barbara. Quelle passate sono state ore lunghe, a volte dispersive, ma decisamente interessanti e non tanto perché, come scrive l’Ansa, si è dimostrato, una volta di più, diciamo noi, che qui in Lombardia la ‘ndrangheta ha monopolio del movimento terra, ma piuttosto perché, attraverso le parole di Luraghi, si rivive passo per passo il sistema ‘ndrangheta. Un sistema che non potrebbe esistere e proliferare senza l’aiuto (consapevole o meno) degli imprenditori.

Imprenditori come quel tale Adriano che oltre al nome ha anche un cognome, Pecchia. E i Pecchia a Buccinasco, ma non solo, sono una vera garanzia. Costruttori da sempre, a partire dal padre di Adriano, quel Mario Pecchia, 71 anni, origini calabresi, ma radici ben piantate tra l’hinterland e il centro di Milano, dove, in via Durini 14, ha sede la Finman, azienda di famiglia che acquista terreni da costruire. Nell’impresa si dividono il lavoro, oltre al vecchio Mario, anche i due figli, Giuseppe e Adriano. I tre non sono stati coinvolti nell’inchiesta Cerberus né in altre indagini di mafia. Eppure, dei Pecchia, ha parlato anche uno dei grandi pentiti della ‘ndrangheta milanese, quel Saverio Morabito, motore dell’indagine Nord-Sud. “A Buccinasco – racconta – i Papalia si appoggiavano a Pecchia, che è stato assessore o consigliere per circa vent’anni. I rapporti erano poco puliti: combinavano in modo di ottenere appalti coinvolgendo Pecchia o chi per lui”. Oggi i Pecchia fanno solo gli imprenditori. Che poi il presidente del collegio sindacale di Finman sia socio in affari con Pasquale Guaglione, fincheggiatore dei Nar, condannato per banda armata, oltre che uomo forte della destra milanese, sempre solo una casualità.

Ma torniamo a Luraghi. Lui, oggi, fa “il maestro di ballo”, ma fino al luglio 2008 lavorava nell’edilizia con la sua Lavori stradali. Nome che a partire dal 2005 compare sul cartello fuori dal cantiere di Buccinasco più, la più importante speculazione edilizia del sud Milano (nella foto in alto il cantiere di Bucinasco più tra il 2006 e il 2007 periodo in cui lavorò la ‘ndrangheta). Qui Luraghi si occupa di movimento terra e urbanizzazioni. L’appalto lo prende dai Pecchia che con la loro Finman hanno comprato il terreno dalla famiglia Cantoni. Per l’accusa, però, la presenza di Luraghi è solo di facciata, perché dietro di lui ci sono i boss della ‘ndrangheta. Salvatore Barbaro su tutti e a seguire Pasquale Papalia, quello dei 24.000 euro. Torniamo allora al punto di partenza. “Pecchia – dice Luraghi – mi disse che quel denaro lui lo voleva dare per l’amicizia che aveva con Pasquale, perché erano cresciuti assieme e avevano fatto le stesse scuole”. Amici di infanzia, dunque. Anche se Adriano Pecchia ha nove anni in più di Papalia. “Ma io mica gli ho chiesto perché voleva dargli quei soldi”. No, Luraghi semplicemente si mette all’opera per procurare a Finman una fattura (falsa) da 24.000 euro per giustificare il pagamento al figlio di Antonio Papalia, che per quel compenso non ha mai prestato mano d’opera. Mai.

A questo punto varrebbe la pena chiedersi il perché Adriano Pecchia abbia pagato quella cifra alla ‘ndrangheta. Luraghi, ovviamente, non lo sa. Conferma, invece, un inquietante dialogo tra lui e Giuseppe Pecchia, fratello di Adriano, riguardante una presunta tangente dovuta al clan. Ecco l’intercettazione. “Allora siamo d’accordo – dice Giuseppe Pecchia – il lavoro noi non te lo paghiamo 10 euro al metro cubo, ma 15, perché Luraghi, inutile fare finta di nulla, entrambi sappiamo per chi sono i cinque euro in più”. Questi i conti di una tangente che, a dire di Luraghi, non è mai stata pagata. In realtà, secondo il pm, la mazzetta pagata dai Pecchia sfiorerebbe il milione di euro. Ipotesi che sarebbe confermata da un dialogo tra Maurizio Luraghi e Domenico Barbaro, dove il primo, sorprendendosi per i soldi sborsati dai Pecchia, si sente rispondere dal boss che “ai Pecchia hanno promesso la paura”. E in effetti, nell’ottobre del 2002, ignoti sparano contro l’abitazione di Adriano Pecchia. (dm)

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