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Processo Cerberus. Smemorati, reticenti, mai colpevoli. Sono gli imprenditori lombardi che vengono a patti con la ‘ndrangheta

Fonte: http://www.milanomafia.com

L’accusa è stata lanciata oggi dal pm Alessandra Dolci durante la sua requisitoria. L’accusa contro la cosca barbaro-Papalia di Buccinasco ha puntato il dito contro gli imprenditori lombardi che scendono a patti con la ‘ndrangheta

Estorsione-tangente

Il nuovo termine coniato dal pm Alessandro Dolci per definire l’imprenditore colluso è quello di chi paga l’estorsione-tangente, termine a metà strada tra il pizzo e la mazzetta pagata volontariamente, senza che il boss la chieda.
Si tratta, secondo l’accusa, della situazione di
Maurizio Luraghi che oggi risulta vittima del clan ma che in passato ha tratto vantaggi da questo legame. In passato, infatti, Luraghi avrebbe pagato volentieri (“Ti do i soldi perché siamo amici”) la mazzetta alla ‘ndrangheta.
Oggi, l’imprenditore si trova con una richiesta di condanna a otto anni per
associazione mafiosa. Inoltre, la sua impresa, la Lavori stradali, risulta fallita. La società, aggiudicataria del mega appalto in via Guido Rossa a Buccinasco, ha sborsato, a titolo gratuito, oltre un milione di euro ai Barbaro. Dopodiché è fallita. Il fatto che dimostra la “cannibalizzazione delle imprese amiche da parte della ‘ndrangheta” sarà oggetto di un nuovo processo dove Luraghi è imputato per bancarotta fraudolenta.

Milano, 30 marzo 2010 – Se non sono collusi poco ci manca. Certo appaiono distratti, superficiali a dir poco, molto probabilmente consapevoli che lavorare con la ‘ndrangheta è molto meglio, più vantaggioso, paradossalmente, meno pericoloso. Questo il disarmante affresco degli imprenditori lombardi oggi, dipinto nella requisitoria del pm Alessandra Dolci, uno dei magistrati più esperti e competenti della Dda di Milano. Perché questa mattina alla Settima sezione del Tribunale di Milano c’erano le carte che inchiodano la cosca Barbaro-Papalia.

In sostanza l’inchiesta Cerberus conclusa nel luglio 2008 con l’arresto, tra gli altri, di Domenico Barbaro, dei figli Salvatore e Rosario, e dell’imprenditore lombardo Maurizio Luraghi. Oggi, dunque, e in attesa delle arringhe difensive, è stato messo un tassello decisivo al processo di mafia più importante degli ultimi 15 anni. Mafia al nord, naturalmente. ‘Ndrangheta a Milano nello specifico. “Ndrangheta imprenditoriale”, sostiene l’accusa. “Silente”, rilancia e precisa: “Con marginalizzazione di attività criminali”. Questo il contesto che confonde i piani e mischia pericolosamente il ruolo dell’imprenditoria lombarda. Omertosa senza dubbio. Colpevole sulla carta, ma non sempre nelle carte (processuali). Eppure, il pm, nei primi minuti della requisitoria, non abbassa il tiro, e quando può lo alza indicando almeno quattro categorie di imprenditori per così dire nebulosi.

La prima è quella di Maurizio Luraghi (per lui chiesta una condanna a 8 anni). Sintetizza il pm: “Sono quelli che dicono bene questi ci sono e allora veniamo a patti”. Patti che per l’accusa, Luraghi ha travalicato diventando “imprenditore colluso”. La seconda è quella rappresentata “da uno come Mario Pecchia”, immobiliarista di grido, titolare della Finman srl con uffici in via Durini. “Lui – dice Alessandra Dolci – è uno di quelli che è rimasto esterefatto di essere vittima di compaesani che considero amici”. La terza categoria sono quelli che dicono “avete scoperto l’acqua calda”. Qui rientra Ernesto Giacomel patron, ad Assago, di uno dei rivenditori Audi più grandi d’Europa. La sua teoria viene così riassunta dal pm: “Quelli è meglio averli amici”. Oggi come ieri. Spiega il magistrato: “Giacomel ha lavorato con Rocco Papalia e ha fatto lavorare sui suoi terreni le imprese dei Barbaro”. E poi ci sono quelli che davanti al giudice perdono la memoria. Sentito dal pm un imprenditore dice: “Meno male che siete venuti voi. Ora si respira aria nuova”. Parole che si volatilizzano in aula con gli imputati nel gabbione.

La trafila degli imprenditori prosegue e s’ingrossa con la vicenda di subappalti da 700.000 euro affidati a imprese individuali (quelle di Rosario e Salvatore Barbaro) che possono offrire, se va bene, due camion e un escavatore arrugginito. O altri, come Massimiliano Guerra che firmano il contratto di subappalto ai Barbaro ancora prima di aver vinto l’appalto. Dopodiché pagano 40.000 euro a Barbaro su un totale di 60.000 euro.Altri ancora, come Sergio Domenico Coraglia, titolare dell’immobiliare I Girasoli, che sponsorizzano le imprese degli stessi calabresi. (dm)

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