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Coca, pistole e rapine Il ritorno di via Bianchi

Fonte: http://www.milano.corriere.it

Arresti nell’ex fortino: sgominata una famiglia di trafficanti. «Sono le nuove generazioni della mala»

MILANO – In fondo, il tempo passa anche in via Emilio Bianchi. Le avevano già messo dentro i tre figli e sotto Natale si son presi il marito. Tutti per droga. In casa la donna ha iniziato l’anno da sola. Succederà ancora, chissà per quanto. Famiglia italiana. In via Emilio Bianchi non c’è più l’eroina. C’è la coca. Il primo novembre due amici ne avevano così fame, sete e bisogno che hanno rapinato tre passanti, un McDonald’s, un’edicola e un camioncino che vende panini. Massimiliano De Bon e Davide Fros. Italiani. Di 29 e 30 anni. Ma qui si comincia da piccoli. Un mese fa hanno arrestato F.N. e G.C., 16 e 17 anni. Non soldatini, o galoppini. No. Venditori di droga, imprenditori in proprio. Gioventù italiana.

Via Emilio Bianchi sta nella periferia nordovest. A inizio degli anni Novanta l’attività quotidiana di poliziotti di commissariato e le inchieste del Corriere – sarebbero poi arrivati maxiblitz con gli elicotteri, processi, ergastoli – raccontarono, svelarono, e fecero tremare, non soltanto i Palazzi. Omicidi, ndranghetisti, insomma il fortino. I medici venivano perquisiti prima di salire dai pazienti. La posta veniva aperta prima di farla ritirare. I boss erano riusciti a far spostare più lontano la fermata del tram. I tossici venivano fatti mettere in ginocchio: schiavi supplichevoli. C’erano sentinelle ovunque. Quando in una faida ammazzarono Luciano Arena, e gli Arena erano una delle famiglie dominanti, il padre Salvatore infilò il dito in uno dei fori provocati dai proiettili e alla gente urlò: «Qualcuno pagherà per questo sangue». Presto uccisero pure lui.

Vent’anni dopo (1991-2011) siamo tornati in via Emilio Bianchi con uno che qui, allora, era un bambino. La sua famiglia traslocò, o meglio scappò. Lui ha fatto un gioco. Ha provato a rintracciare gli antichi amichetti di cortile. «Otto su dieci non ci sono più. Morti per l’eroina», dice, «oppure in carcere. O ancora in casa ridotti a vegetali. Io mi sono salvato. Com’è oggi? Ho l’impressione che alla fine manchi la volontà di cambiare davvero le cose, a Milano. Progetti e iniziative per i ragazzini, per esempio: non ce ne sono». L’Aler, proprietaria dei palazzi, tutti a quattro piani, intonacati, tenuti in ordine – ci sono residenti che esaminano i contenitori dell’immondizia per vedere se si fa la raccolta differenziata -, l’Aler dicevamo, ha messo una nuova portinaia. La precedente era italiana, quest’ultima è straniera e, tutti sono concordi, fa filare per quanto può, vigila, controlla, e speriamo la facciano durare. Dal commissariato di Quarto Oggiaro ricordano i recenti 14 sgomberi di abusivi e la riconquista di 16 cantine dove si spacciava, si divideva la roba rubata, e si tramava, aspettava, progettava. In primavera fu svuotato un caricatore contro la casa di un residente. Però non sempre le vecchie brutte maniere aiutano. Perché qui la gente guarda. Di più: racconta quel che vede. Una volta gli abitanti dovevano per forza vivere al buio, con le tapparelle abbassate anche di giorno. Oggi capita che telefonino alla polizia. Per segnalare. Indirizzare. Soffiare.

In via Emilio Bianchi ci sono una Madonna in una teca con davanti deposti mazzi di fiori finti, quattro sedie sotto un albero con un tavolino per le partite a carte degli anziani, una grata sopra il citofono per impedire che lo facciano esplodere, un enorme lucchetto al cancello così resta chiuso e non entrano in macchina per le consegne a domicilio della cocaina. Infatti si emigra, ci si sposta, si batte un’altra zona. Distante poche decine di metri: per la precisione in via Negrotto, la strada del campo rom con cui ancora si fanno affari. Chiedete a Benedetto Maffé, 38 anni, beccato a trafficare droga e a capo di una banda italo-nomade. Si racconta anche questo, in via Emilio Bianchi. Che quando l’ispettore di polizia e i suoi ragazzi l’hanno stanato e l’hanno informato che aveva facoltà di trovarsi un avvocato, beh, lì, il papà che stava per raggiungere i tre figli in galera ha detto: «Sapevo che tanto arrivavate. Era questione di tempo». Ha 65 anni.

 

Andrea Galli
04 gennaio 2011

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