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Intervista a Massimo Brugnone, coordinatore per la Lombardia di “Ammazzateci tutti”

Articolo pubblicato su “La Barriera”
di Luca Rinaldi

 

Massimo Brugnone è un 24enne di origini calabresi, nato a Busto Arsizio, studente di giurisprudenza col sogno di entrare in magistratura. Ma qualche anno fa si accorge che << volevo diventare magistrato per combattere quel cancro che mi aveva estirpato dalla mia terra d’origine e poi scopro di avere quella stessa malattia di fianco casa>>. La malattia è la mafia, o meglio, sono le mafie, e la sua casa è ora in Lombardia. Decide così di entrare nell’associazione “Ammazzateci tutti” costituendone il Coordinamento lombardo. Da qui comincia la strada verso la sensibilizzazione al fenomeno mafioso di vecchie e nuovissime generazioni.
Quando hai deciso di iniziare la tua esperienza con “Ammazzateci tutti” e perché
Contattai Aldo Pecora (presidente nazionale di “Ammazzateci tutti” n.d.r.) nel 2006 dopo un convegno dove era ospite con Marco Travaglio, Gian Carlo Caselli e Furio Colombo. Inizia così questo percorso insieme che porterà ad una fantastica assemblea il 3 aprile del 2007, la mia partecipazione al primo meeting dei giovani antimafia organizzato da Ammazzateci Tutti il 9 agosto, anniversario della morte del giudice Antonino Scopelliti, fino all’apertura del Coordinamento lombardo del movimento l’8 ottobre del 2007.
I fattori che hanno scatenato quest’impegno credo che siano tanti e tutti hanno sicuramente inciso. Primo fra tutti l’essere figlio di una numerosissima famiglia di meridionali e trovarmi ad essere l’unico nato al nord. Da piccolo mi sentivo quasi strappato dalle mie origini e ho sempre ricercato il motivo per cui noi non fossimo nella bellissima terra siciliana di mio padre o in quella pugliese di mia madre, circondati da un mare fantastico, e invece qui sommersi dalla nebbia. I miei genitori non mi hanno mai nascosto dei problemi di trovare lavoro al sud e dalle cause scatenanti questi problemi.
Fino ad arrivare nel 2007 quando apriamo il coordinamento del movimento e leggere su alcune carte della relazione semestrale della DIA “A Busto Arsizio si paga il pizzo”. Puoi immaginare il mio sgomento. Io che volevo diventare magistrato per combattere quel cancro che mi aveva estirpato dalla mia terra d’origine, e così inizia il vero lavoro in Lombardia.
Sicuramente sei tra quella schiera di persone che non sono rimaste sorprese quando Roberto Saviano ha raccontato, in parte, la mafia al nord, da quanto e come vi occupate con l’associazione di questo tema sul territorio?
Decisamente Saviano per “gli addetti ai lavori” non ha suscitato nessuno sgomento o portato nessuna novità. Ce ne occupiamo da quel fatidico 8 ottobre del 2007 e le fasi di lavoro sono state e sono tutt’ora diverse. Non credo io di riuscire ancora a capire realmente quale sia la potenza delle mafie in Lombardia, credo di averne capito forse un decimo. Il problema è che più cerchi e più trovi e non finisci mai. Scopri che in Lombardia ci sono tutte e 4 le mafie italiane, più le straniere, che fanno affari fra di loro, che controllano il territorio, hanno collusioni politiche, riciclano il denaro, diventano loro stessi imprenditori.
Abbiamo incominciato a pubblicare tutto quello che trovavamo sul sito www.lombardia.ammazzatecitutti.org e poi abbiamo incominciato a quadruplicare i nostri impegni nelle scuole, dove ai ragazzi si parla di educazione alla legalità, ma si racconta anche quello che avviene nel nostro territorio.
Non bastava naturalmente rimanere chiusi nell’ambito scolastico, così abbiamo anche incominciato ad organizzare incontri pubblici per la cittadinanza. Siamo diventati quel “collegamento” che ha incominciato ad unire magistratura, forze dell’ordine, la sana politica con i semplici cittadini.
La legalità non è di parte, e questo deve essere un principio sacrosanto e ben chiaro a chi come voi porta avanti questa battaglia. Come vedi alla luce di questo e alla luce delle risultanze giudiziarie i rapporti tra esponenti delle cosche e rappresentanti della politica in Lombardia?
Non è solo risaputo, ma ormai accertato che la mafia non è né di destra né di sinistra, è filogovernativa. Alla mafia interessa avere a che fare con chi amministra il territorio. Non ce la si può prendere solo con una parte politica o l’altra, come al contrario non si può chiedere di essere supportati solo da una parte politica o l’altra. Noi dobbiamo superare la logica dei partiti e incominciare a ragionare in termini istituzionali. In questo l’antimafia deve essere uguale alla mafia, si deve rapportare alle istituzioni. Al sindaco, al prefetto, al presidente della provincia o della regione, di qualsiasi colore essi siano. Dobbiamo riuscire a far vedere ai mafiosi che non possono inserirsi in quei gangli del potere politico perché sono presidiati da cittadini onesti che altro non  devono fare nel loro ruolo istituzionale di rappresentare la parte sana della società.
In Lombardia, nello specifico, possiamo davvero “vantare” collusioni sia in partiti di destra sia di sinistra, fino ad arrivare in realtà a ipotesi come Vincenzo Mandalari che stava lavorando per costruirsi una lista civica propria. Dobbiamo fare molta attenzione e tenere i riflettori molto più puntati su queste infiltrazioni, anche perché poi, se ignoranti rispetto al fenomeno, saremmo noi stessi a legittimarli col nostro voto.
Gesualdo Bufalino diceva che “la mafia si sconfigge con un esercito di insegnanti”, eppure il mondo della scuola pare essere lontano dal fenomeno, nonostante una iniziativa di “ammazzateci tutti” sembra averla riavvicinata, anche se la strada è ancora lunga.
Quest’anno con Ammazzateci Tutti abbiamo iniziato diversi progetti di legalità in diverse scuole d’Italia. Io credo fortemente al fatto che sia prima di tutto da sconfiggere culturalmente la mafia, perché il problema vero è che non la si conosce e quindi troppo spesso il cittadino comune arriva a favorirla senza nemmeno accorgersene. Nei vari progetti in corso mi è venuta in mente l’idea di portare dei ragazzi ad assistere con i loro occhi a un processo di mafia. Nel tribunale di Busto Arsizio si sta svolgendo il processo “Bad boys” in cui è imputato il locale di ‘ndrangheta di Legnano-Lonate Pozzolo e così ho voluto provare iniziando con una classe 5a del mio vecchio Liceo questa esperienza. Sono andato prima dai ragazzi per spiegargli come funziona un processo penale e poi li ho portati in aula, l’aula tra l’altro “Falcone e Borsellino”, dove si sarebbe svolta l’udienza.
L’intento era semplicemente quella di una “lezione di giustizia”. E i ragazzi a nessuno possono credere di più se non al diretto interessato interrogato da un pubblico ministero e in nessun altro modo si può stimolare meglio quella voglia di curiosità, di verità e di giustizia per scavare sempre più a fondo fino ad impegnarsi attivamente per contrastare il problema.
Comunque non sono sorpreso che i giovani non conoscano la presenza della mafia in Lombardia, io stesso fino a 18 anni ero convinto che la mafia fosse solo al sud. Il problema più grosso è che ne sono convinti anche la maggior parte degli adulti. I giovani non possono sapere a priori queste cose se nessuno gliele dice, se la tv non ne parla se non le studiano sui libri di scuola. Noi abbiamo messo in atto una piccola rivoluzione culturale e la portiamo avanti sempre di più fra le giovani generazioni.
Nella tua attività sei venuto a contatto anche con la moglie di Vincenzo Rispoli, già accusato accusato dalla Dda di Milano di associazione a delinquere di stampo mafioso e ritenuto capo della locale di ‘ndrangheta Legnano-Lonate Pozzolo.  Cosa vi siete detti?
Devo dire che, fra le tante accuse e parole scambiate, sono rimasto “piacevolmente colpito” da una sua frase quando mi diceva che a causa della nostra attività sul territorio loro vengono indicati come i familiari dei mafiosi. Beh se davvero è così, vuol dire che quello che stiamo facendo ha un effetto positivo sui cittadini onesti che stanno incominciando a ergere delle barriere. Ovviamente l’innocenza è dovuta, come detto prima, fino a sentenza incontrovertibile, però la questione morale e il rigetto della società civile deve essere un altro. Con questo non voglio dire che i parenti dei mafiosi debbano essere emarginati dalla società, anzi, io spero vivamente che i figli di questi (presunti) mafiosi possano svegliarsi in questo clima dove tutti gli stanno facendo capire cosa avviene e tutti si aprano alla possibilità di riscatto per chi se lo merita, per chi subisce il fenomeno e per chi deve essere circondato da affetto e protezione per trovare la forza della denuncia.
Quali sono le future iniziative di “Ammazzateci tutti”? Per esempio in questi giorni siete in Lombardia a presentare il libro di Aldo Pecora “Primo sangue” sull’omicidio del giudice Scopelliti…
Sono stati tre giorni intensissimi di presentazioni del libro di Aldo, stamattina sveglia presto e fra poco prendo il treno per andare a Rho a fare un incontro con una scuola media per uno di quei progetti in corso di cui ti parlavo. Questa sera a Lecco per la presentazione del libro “100% sbirro” di un poliziotto della catturandi di Palermo e così via. In cantiere la possibilità di portare i ragazzi di Milano a seguire il processo “Infinito” alla “cupola lombarda” della ‘ndrangheta e poi un evento più grosso con i ragazzi a Busto Arsizio, ma ancora in fase di organizzazione.
Luca Rinaldi



(L’intervista riportata è stata pubblicata sul mensile della città di Vigevano “La Barriera”, in edicola a Vigevano e in qualche comune sparso per la desolata provincia di Pavia. per scaricare la pagina in PDF clicca qui)

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Una Risposta

  1. figlio di puttana! non sai un cazzo è parli testa di suka minkia

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