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Finanzieri travestiti nei chioschi per incastrare la ‘ndrangheta

Fonte: http://www.milano.corriere.it

Estorsori filmati mentre chiedevano il «pizzo» ai militari

MILANO – L’agente dell’Fbi, Joe Pistone, scelse il nome di Donnie Brasco per infiltrarsi nella famiglia americana dei Bonanno. La storia diventò un film culto con Al Pacino e Johnny Deep. Loro, invece, hanno scelto i più sobri nomi in codice «Enzo» e «Francesco». Ma per due mesi, come agenti sotto copertura, hanno raccolto ore di intercettazioni e filmati, annotato nomi e volti dei padrini del racket. Due finanzieri del Gico, il gruppo d’investigazione sulla criminalità organizzata, hanno lavorato come undercover nelle piazze di Milano per ricostruire punto per punto il «sistema» del business dei paninari controllato dalla famiglia di Pepé e Davide Flachi. Una scelta forzata, di intesa con l’autorità giudiziaria, davanti all’assenza di denunce delle vittime del racket, i gestori dei chioschi e degli «autonegozi» costretti a pagare il pizzo.

L’operazione dei finanzieri infiltrati, guidati dal tenente colonnello Gianfranco Frisani, dura un paio di mesi. Il primo, Enzo e Francesco lo passano insieme a un «paninaro» doc che spiega le ricette, i tempi di cottura delle salamelle, i trucchi del mestiere. L’apprendistato finisce e da Roma arriva l’ok della Direzione centrale servizi antidroga all’affitto di un camion attrezzato. I militari lo attrezzano con birre, salsicce, microcamere e microfoni.
La mattina di giovedì 2 aprile 2009 l’esordio: via Celoria, 22, nel pieno della zona universitaria. Sono le 9.33, i finanzieri hanno aperto il furgoncino da meno di mezz’ora, Luigi M., chiama al telefono Loreno T., paninaro: «C’è un camioncino rosso, ha già aperto tutto, proprio davanti alla scuola tua». La cosa curiosa è che Loreno T., non solo è un ambulante, ma è uno dei commercianti taglieggiati dai Flachi: il gruppo si fa consegnare 1.500 euro ogni mese. Loreno T. paga la tangente e pretende un trattamento adeguato, così avvisa immediatamente i Flachi e precisamente l’esattore Pinone Amato (arrestato lunedì).

Un’ora dopo le cimici registrano la richiesta di Amato ai finti paninari: «Che ci fate qua? Chiudete e andatevene». Loreno T. spiega a «Enzo» le regole del sistema: «Ma pensi che ti fanno mettere davanti a una discoteca senza pagare? Io ti sto spiegando le regole nostre, non mi far intervenire l’associazione, noi siamo una grossa società… tu sei nuovo e non lo sai». I finanzieri provano una timida resistenza: «Milano è in mano ai calabresi, tutta questa situazione qua», li avvertono gli altri paninari. I finanzieri lasciano la piazzola. Per due giorni lavorano alla Bovisa, poi il 6 aprile tornano in via Celoria. E Loreno T. torna alla carica: «Vabbè allora chiamo ancora Pino, se vuoi fare la guerra facciamo la guerra». La situazione si trascina pericolosamente per giorni. Poi Pinone Amato incontra i due finti paninari in un bar a due passi dalla Centrale: «Sulla piazza di Milano ci siamo noi a controllare i camion, ognuno ha la sua zona: abbiamo Città studi, corso Como, piazzale Lagosta e via Carlo Farini».

Per lavorare bisogna pagare 1.500 euro al mese. Ma a chi, chiedono Enzo e Francesco? «Lavoriamo con calabresi – spiega Amato – gente che sta scontando l’ergastolo, siamo in Comasina, comandiamo a Quarto Oggiaro. Il mio socio è Emanuele Flachi». Il paninaro Loreno T. spiega: «Certamente anche l’Annonaria in queste circostanze qua se ne lava le mani».
Il Comune ha annunciato che si costituirà parte civile nei processi. Manfredi Palmeri, candidato del Terzo Polo, attacca il sindaco: «Ha sempre minimizzato la presenza della ‘ndrangheta».

Cesare Giuzzi
16 marzo 2011

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