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Una sentenza lo certifica: «Attorno a Malpensa agiva la ‘ndrangheta»

Fonte: http://www.milano.corriere.it

Tentato omicidio, estorsione, rapina: prime condanne contro la cosca dei Farao Marincola, del crotonese

BUSTO ARSIZIO (Varese) – Da ieri c’è una sentenza di primo grado che non ammette equivoci: intorno a Malpensa, negli anni scorsi, agiva una cosca di stampo mafioso che, minacciando imprenditori ha cercato di conquistare il territorio di una ricca provincia lombarda, alla vigilia dell’Expo. A Lonate Pozzolo, in particolare, si era installata una ‘ndrina, ovvero una filiale al nord di una cosca del crotonese, i Farao Marincola, originari di Cirò Marina; strutturati con colonnelli residenti proprio nel paese, e guidati da un referente a Legnano, Vincenzo Rispoli, a sua volta uomo di fiducia dei calabresi.

Il collegio del tribunale di Busto Arsizio, presieduto da Adet Toni Novik, ha condannato 13 imputati e ne ha assolti 3, coinvolti nell’inchiesta Bad Boys. A tutti era contestata l’associazione per delinquere finalizzata alla commissione di reati che vanno dal tentato omicidio, all’estorsione, usura e rapine per finanziare il gruppo. Ma l’importanza della sentenza è data anche dal fatto che per sette imputati, i più attivi e pericolosi, il tribunale ha inoltre riconosciuto il 416 bis, ovvero l’associazione di stampo mafioso. I giudici hanno comminato condanne complessive a 86 anni di carcere, pene singole che vanno dai 2 anni agli 11 anni (c’era però il rito abbreviato), e confische per 125mila euro.
L’inchiesta, condotta dal pm Mario Venditti della Dda di Milano (in aula c’era il sostituto Giovanni Narbone), ha scoperchiato un sistema di terrore che nessuno osava denunciare. Sono pochissime infatti le dichiarazioni raccolte durante l’indagine. È anche per questo che in paese, a Lonate Pozzolo, dopo la paura si sta facendo strada la necessità di parlare di quanto successo: il consiglio comunale ha creato un apposito consiglio della legalità. Dopo la sentenza un parente degli imputati ha insultato e minacciato i ragazzi dell’associazione «Ammazzateci tutti» presenti in aula.

Roberto Rotondo

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