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Parole che sprigionano: un ponte con il carcere di Opera

Ammazzateci Tutti in visita alla casa circondariale di Milano per la presentazione del libro “Parole che sprigionano, scrittori dal carcere di Opera – Milano”

MILANO – Speranza, sofferenza, cambiamento e riscatto: queste le parole guida dell’incontro di oggi, 6 dicembre, al carcere di Opera. L’occasione d’incontrarsi è dovuta alla presentazione del libro “Parole che sprigionano, scrittori dal carcere di Opera – Milano” che contiene scritti, riflessioni e storie, di detenuti ed ex detenuti, alternati a brani di grandi autori del passato, come Italo Calvino, Giacomo Leopardi e Dostoevskij. Una raccolta che rappresenta il risultato finale di un progetto dell’Associazione Sesta Opera San Fedele: gruppo di volontari operanti nelle carceri milanesi, i quali forniscono ascolto, assistenza materiale e presidi igienico-sanitari ai detenuti, sia nel loro periodo di reclusione che in quello immediatamente successivo.

Come suggerisce il titolo, questo è un libro che contiene parole. Parole, però, cariche di significati, di emozioni, di voglia di riscatto. «La società civile nasconde in carcere la sua spazzatura -dice Silvano, ex detenuto– ma la spazzatura può essere riciclata per produrre qualcosa di bello». Qualcosa che è potenzialmente bello, potenzialmente positivo. «Lo afferma anche la costituzione -sottolinea l’ex magistrato Gherardo Colombo, presente all’evento la pena deve tendere alla rieducazione, una rieducazione che è sinonimo di riconciliazione, di riappacificazione». Termini che “uniscono” le persone, le legano, le mettono in contatto, e di questa comunicazione c’è bisogno sia all’interno del carcere, sia al di fuori. Guido Chiarotti, Presidente dell’Associazione San Fedele, rimarca la vitale importanza dei contatti, dei così detti ponti: «c’è un estremo bisogno di ponti tra il carcere e la società civile, perché al di fuori c’è la necessità di sapere che da qui si può ricominciare, ripartire da zero».

Si trova anche lo spazio per toccare il tema della sofferenza, fisica e mentale. Indubbiamente essa è una componente della vita all’interno della prigione, ma, sottolinea uno dei detenuti, «anche fuori non ve la passate meglio, è una componente della vita». Arricchisce l’incontro anche la testimonianza di Valerio Onida, ex Presidente della Corte Costituzionale: «La sofferenza può essere un’occasione di costruzione e non di distruzione; può essere un’occasione di vita».

L’invito è quello di puntare in alto, ognuno nel proprio campo. Tentare di costruire e non distruggere, innalzare dei ponti e non dei muri, allearsi e non dividersi, soffrire ma non abbattersi, anzi, rialzarsi, se è possibile, più forti e migliori di prima.

Francesco Fontana
Attivista Ammazzateci Tutti

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