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Ordinanza Fire Off: Atti PM parte 4 – Credibilità dei collaboratori di giustizia

Per tratteggiare il contesto in cui sono maturati i fatti singolarmente descritto nei capi di imputazione cautelare sopra riportati conviene partire dalle dichiarazioni di Mendolia Carmelo e Bernascone Angelo, premesso quanto segue in punto credibilità loro, dello Smorta e delle persone offese che hanno denunciato i fatti di seguito descritti.

In merito alle dichiarazioni rese dalle persone offese dal reato si richiama quanto costantemente affermato dalla giurisprudenza anche di legittimità secondo la quale tali dichiarazioni da un lato sono da valutare con opportuna cautela e da sottoporre ad un’indagine accurata circa i profili di attendibilità oggettivi e soggettivi ma dall’altro possono essere assunte, anche da sole, come fonte di prova, e a maggior ragione assumono pregnante valenza indiziaria: (Cfr., ex plurimis, Cass., Sez IV, sentenza 18 dicembre-29dicembre 2009, n° 49714; Cass., Sez. VI, sentenza 4 novembre 2004, ° 443, in CED rv. 230899; Cass., Sez. IV, sentenza 13 novembre 2003, n° 1686, Verardi, in Cass. Pen., 2005, f 5, pag. 1665).

La sussistenza di gravi indizi di colpevolezza può essere dunque fondata anche sulla (sola) dichiarazione della persona offesa dal reato qualora emerga la credibilità oggettiva e soggettiva del dichiarante per intrinseca coerenza logica della stessa dichiarazione e per assenza di elementi che inducano a dubitare dell’obiettività del soggetto. In tali casi non è dunque necessaria l’esistenza di alcun elemento di riscontro non essendo sussumibile la fattispecie in oggetto nell’art. 192, comma 3, C.P.P. (Cfr., ex plurimus, Cass., Sez. III, sentenza 1 aprile-21 maggio 2008, n° 20279; Cass., Sez. III, sentenza 29 gennaio 2004, n° 3348; Cass., Sez. I, sentenza 24 settembre 1997, n° 8606; Cass., Sez. VI, sentenza 28 febbraio 1997, n° 4946; Cass., Sez. IV, sentenza 5 febbraio 1997, n° 1027; sulla presunzione di attendibilità fino a prova contraria si vedano, ex plurimis, Cass., Sez I, sentenza 23 marzo 1994, n° 653; Cass., Sez. I, sentenza 3 agosto 1993, n° 7568; Cass., Sez. I, sentenza 27 luglio 1992, n° 3754).

Quanto poi al profilo relativo alla credibilità del dichiarante, sia esso confidente o accusatore, (si ha mente alle dichiarazioni di Smorta, Mendolia e Bernascone), detta credibilità deve essere vagliata in relazione alla personalità del dichiarante, alle sue condizioni economiche, al suo passato e ai suoi rapporti con gli accusati nonché alla genesi remota o prossima della sua risoluzione alla collaborazione ed alle ragioni che lo hanno indotto alla confessione o all’accusa a carico dei coautori o di altri soggetti.

In forza anche di consolidati criteri giurisprudenziali poi, particolare rilievo anche in questo caso assume la cosiddetta “attendibilità intrinseca”, che è argomentabile anche dalla provenienza delle dichiarazioni da parte di chi abbia fatto parte del “contesto criminale” di riferimento; agli stessi fini rileva il disinteresse che caratterizza il dichiarante, ed in particolare l’assenza di motivi di astio o di odio nei confronti degli accusati.

Ebbene, la “credibilità intrinseca” del dichiarante deve essere verificata tramite la ricerca dell’esistenza dei detti indici rilevatori, che tuttavia prescindono da comportamenti successivi all’eventuale scelta di dichiarare posti in essere dallo stesso soggetto.
Sicché, un apprezzamento negativo della personalità del dichiarante non vale di per sé ad escluderne la credibilità intrinseca.

Allo stesso modo una valutazione positiva del dichiarante e della sua affidabilità già sperimentata non esime dalla verifica in rapporto ad ogni singola attribuzione di responsabilità

Tanto si premette con riferimento particolare alla figura del Bernascone il quale dopo aver assunto la posizione di collaborante (tanto da essere inserito nel programma di protezione nell’ambito del procedimento nisseno “tagli pregiati”) ha visto mutare la propria posizione da vittima-testimone a complice essendo stato ritenuto in tale procedimento che egli fosse in realtà coinvolto nel medesimo contesto criminoso oggetto della sua denuncia.

Non per ciò solo dunque il Bernascone non può essere qui creduto quando riferisce fatti cui le indagini danno riscontro ed in assenza di elementi che possano qui far presumere un qualsivoglia intento calunniatorio ovvero qualsivoglia millanteria.

In generale dunque anche le dichiarazioni dell’ex collaborante vanno valutate verificandone l’intrinseca coerenza e consistenza e le caratteristiche, ove tra i criteri della detta verifica rilevano la spontaneità, l’autonomia, la precisione e la completezza della narrazione dei fatti, in ipotesi anche con riferimento alla ricchezza dei dettagli.

L’autonomia deve essere in particolare intesa anche come assenza di reciproca conoscenza delle dichiarazioni rese da più dichiaranti mentre l’elemento della coerenza è costituito anche dalla ricchezza dei contenuti descrittivi dei racconti resi, tale da portare ad escludere che gli stessi siano frutto di invenzioni.

All’esito dei due postivi giudizi, ed al fine della necessaria conferma di attendibilità, devono essere individuati ed esaminati, come si accennava, i c.d. “riscontri esterni” necessariamente oggettivi, soggettivi ed individualizzanti in quanto tali da riguardare sia la persona dell’incolpato sia le imputazioni a lui ascritte, riscontri che nel caso in esame sia in relazione a quanto dichiarato dal Bernascone che dal Mendolia sono plurimi e sono costituiti dalle dichiarazioni delle persone offese contattate ed escusse a sit proprio a seguito delle loro rivelazione; dall’effettiva esistenza degli attentati incendiari cui costoro fanno cenno, come emergono dagli atti di PG effettuati nell’immediatezza di ciascun episodio; dalle risultanze delle intercettazioni telefoniche attivate nel corso dell’indagine ed infine dalle rivelazioni di Smorta che compendiano e definiscono con precisione il contesto mafioso in cui le singole vicende devono essere inquadrate.

Ulteriore elemento di valutazione della credibilità intrinseca del dichiarante e dell’attendibilità delle dichiarazioni è infatti dato dalla corrispondenza del propalato alla “realtà mafiosa di riferimento”, come anche giudizialmente accertata o emergente da altri elementi di prova.

Le conoscenze in ordine all’esistenza delle organizzazioni criminali in oggetto, alla relativa struttura, alle finalità perseguite, agli appartenenti ed ai rispettivi ruoli, nonché ai reati commessi nell’ambito delle attività ed in specie in ordine ai singoli episodi estorsivi ed a tutte le altre notizie organiche su quel tipo di associazioni costituiscono difatti patrimonio esclusivo dei relativi “appartenenti”. La segretezza di quei dati è difatti fondamentale e necessaria per la sopravvivenza delle suddette organizzazioni criminali.

È logico quindi desumere che gli appartenenti a siffatti organismi criminali non confidino a persone terze detti dati, vitali per le organizzazioni di appartenenza. La consorteria mafiosa all’esterno proietta solamente quella sinistra forza di intimidazione che deriva dalla sua esistenza e dalla sua potenza e che condiziona l’ambiente ma che si manifesta solo attraverso le nefaste azioni del sodalizio.

L’organizzazione, per converso, non esterna le notizie sulla propria struttura ed organizzazione ed è dunque particolarmente difficile che qualcuno, al di fuori degli “appartenenti”, possa conoscere nei dettagli e rilevare tale genere di notizie.

Sicché, quanto riferito dal Bernascone e dal Mendolia appare suscettibile di positiva valutazione quantomeno a livello indiziario indipendentemente dai motivi che possono aver spinto i suddetti alla scelta collaborativa, motivi che potrebbero in ipotesi anche individuarsi in una scelta utilitaristica per ottenere in prospettiva i relativi benefici di legge, ma che non tradiscono, alla luce degli atti del fascicolo e dei riscontri precisi che verranno di seguito evidenziati trattando dei singoli capi di imputazione, alcun intento calunnioso né motivi di odio, di risentimento o comunque di astio.

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