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“Fiori d’acciaio” all’Itc Tosi. Sulle orme di Giovanni Falcone

Fonte: La Provincia di Varese – 24 Maggio 2012

Mentre nella grande aula dell’Itc Tosi scorrevano le immagini della strage di Capaci ritagliate dalle cronache dell’epoca, gli studenti guardavano attenti.
«Per noi è storia – dicono i ragazzi – La maggior parte di noi non era nata o era piccolissima quando accaddero questi fatti».

Ed è per loro, soprattutto, che si insiste sul valore del ricordo, sull’importanza delle testimonianza: a 20 anni esatti dalla strage che uccise il giudice Giovanni Falcone, con la moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo  e Antonio Montinaro, l’antimafia passa attraverso questi ragazzi.

«Per non dimenticare»
Vale il motto “per non dimenticare”, «altrimenti – dicono gli studenti – l’opera di chi ha davvero combattuto per renderci tutti liberi in democrazia, e la mafia è contro la democrazia, non avrebbe un valore. non sarebbe servita».
L’incontro commemorativo è stato promosso dall’associazione contro tutte le mafie “E adesso ammazzateci tutti“: ieri mattina, come auspicato dall’istituto e dal coordinatore lombardo dell’associazione Massimo Brugnone, si è ufficialmente formato il Comitato Ammazzateci tutti dell’Itc Tosi: il terzo in Lombardia dopo quello fondato al liceo Candiani di Busto e al liceo Agnesi di Milano.
Il clou della commemorazione-confronto- ha visto due donne, due magistrati, due “fiori d’acciaio” verrebbe da dire, protagoniste: il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Busto Nicoletta Guerrero e il sostituto procuratore della Repubblica di Busto Roberta Colangelo.
Il momento, introdotto da Davide Borsani di “E adesso ammazzateci tutti”, e moderato dal giornalista di VareseNews Orlando Mastrillo ha visto i due magistrati raccontare due esperienze forti vissute in Sicilia.
Guerrero lavorò anche con il giudice Rosario Livatino, ucciso dalla mafia il 21 settembre del ’90.
«Ci chiamavano i giudici ragazzini – racconta – Avevamo 26, 27 anni: ci mandarono in Sicilia in preture e tribunale dove nessuno voleva andare». Fu l’allora presidente del Csm Oscar Luigi Scalfaro a coniare il termine “giudici ragazzini”.

«Paura di parlare»
Guerrero fu destinata a Ravanusa, minuscola pretura tra Caltanissetta e Licata. «Dove – ha raccontato il gip – la gente aveva paura di parlare anche solo per darti un’indicazione stradale. La società negava addirittura l’esistenza della mafia, e lo facevano anche alcuni magistrati». Livatino? «Lavorava sempre, non si staccava dalle carte nemmeno per bere un caffè».
Colangelo, come primo incarico, fu destinata alla procura di Caltanissetta: «Attorno alla quale girava tutta la città – ha detto il pm – La gente ti avvicinava per strada raccontandoti i suoi problemi perché strozzata dal pizzo. Ma poi non denunciava. Ultimamente questo è cambiato e questa è la sola strada per battere la criminalità organizzata di stampo mafioso».

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