• Archivi

  • Foto Ammazzatecitutti Lombardia

Lecco

Dal materiale raccolto dal Comitato Antimafia di Lecco:

Omicidio Poerio

Venerdì 21 novembre 2008, intorno alle 10.30 di mattina, veniva freddato Franco Poerio. “Se ti metti contro di me”, affermava solitamente alle vittime delle sue prepotenze, “ti metti contro i Coco Trovato”. La palestra che frequentava per tenersi in forma gli sarà fatale. Fatale come l’arroganza che lo caratterizzava. Michele Zito, incensurato, calabrese d’origine come Poerio, lo attendeva fuori dalla palestra di via dell’Isola, in quel freddo venerdì mattina di novembre, con una piccola calibro 22 carica. Mentre Poerio parcheggiava la sua auto, Zito ripassava le parole, i gesti e le mosse. Dovevano sistemare quel maledetto credito. Zito s’era fidato della persona sbagliata. Quella persona sbagliata s’era convinta a sua volta d’aver a che fare con uno smidollato. Zito però aveva perso la testa: “Non ne posso più”, pare abbia gridato prima della follia, “mi hai rovinato”. Da una parte il piccolo taglieggiatore che fa il gradasso, dall’altra la vittima che si trasforma in assassino.

Consegnatosi dopo una breve latitanza in Calabria, Michele Zito confermava la tesi degli inquirenti: aveva ucciso per 500 euro. Una cifra ridicola quanto fatale. Sino a qui nulla di rilevante per l’argomento che ci interessa approfondire. Giusto? No, nonostante giornali locali e politici sfacciati abbiano gettato continuamente acqua sul fuoco. Quel Franco Poerio che “c’azzecca” con quei Coco Trovato di cui vantava abitualmente la protezione? Emiliano Trovato, figlio di Franco Coco Trovato, ‘ndranghetista in carcere con il regime del carcere duro (così come il padre), è sposato con Simona. Simona possiede e gestisce il bar “Plaza” nel centro della città di Lecco. Simona è cugina del defunto Franco Poerio. Ecco il legame. Quel legame che tanti politici cialtroni e diversi giornali locali si eran scordati di sottolineare. Franco Poerio, “pace ai morti ma verità ai vivi” si dice, era già stato dentro nel ’91 per estorsione. S’era già fatto beccare. S’era poi dedicato a lavoretti di bassa levatura. Estorsioni e minacce, nulla più. Tra le sue vittime anche Michele Zito. Il folle che il 21 novembre scelse la strada più facile: quattro colpi di calibro 22. Ora Michele Zito è reo confesso detenuto in carcere mentre nella via del centro di Lecco (via Bovara), all’altezza della casa dei genitori di Franco Poerio, è da poco comparsa una scritta sul muro: “Franco per sempre”.

_______________________________________________________________

Lecco Operai clandestini pestati a sangue se si opponevano alle angherie. Si sospettano legami con la ‘ ndrangheta.

«Schiavi» nei cantieri, arrestati sei imprenditori

Sembra Castelvolturno, sembra di stare nei campi di pomodoro della Puglia e invece siamo nei cantieri edili della Lombardia. L’ Italia si scopre una e indivisibile quando c’ è di mezzo lo sfruttamento di immigrati costretti a lavorare in nero e a vivere in tuguri senz’ acqua né luce. La polizia di Lecco ha arrestato sei imprenditori edili accusati di aver fatto lavorare senza nessuna tutela e con un salario da fame una decina di manovali nordafricani, privi di

permesso di soggiorno. Estorsione, lesioni, favoreggiamento e sfruttamento della manodopera clandestina sono l’ «etichetta» che il codice ha messo su una indagine scaturita dalla coraggiosa denuncia di uno degli immigratischiavi.

Non è stato facile convincerlo a collaborare, visto che i suoi datori di lavoro per zittirlo erano arrivati a puntargli un coltello alla gola e a ferirlo; ma in cambio della rottura del silenzio il marocchino rimarrà in Italia con un permesso di soggiorno almeno temporaneo. Gli arrestati – tutti piccoli imprenditori, titolari di cantieri per villette o case da ristrutturare – hanno in alcuni casi precedenti per estorsione e usura; alcuni di loro sono imparentati con esponenti di famiglie della ‘ndrangheta. In carcere sono finiti Angelo Alippi, di Abbadia Lariana, Fabio Castagna di Pasturo, Angelo Musolino di Lecco e Salvatore Marino di Mandello. Provvedimento restrittivo anche per Severino e Angelo Angora di Oggiono. Secondo la ricostruzione fatta dal capo della Mobile lecchese Silvio Esposito e dal pm Tommaso Buonanno i clandestini erano reclutati attraverso un passaparola: veniva promesso solo un salario in nero di poche centinaia di euro più l’ alloggio. Che però consisteva in una garage o in un sottoscala senza luce, acqua né servizi igienici. I pochi soldi promessi, nella maggior parte dei casi, non sono mai stati versati – stando alle testimonianze raccolte in corso d’ indagine – nonostante gli operai venissero fatti lavorare fino a 14 ore al giorno. Dieci le vittime individuate, ma il turn over sui cantieri degli schiavi sarebbe stato vorticoso: i più resistevano al massimo un mese, un mese e mezzo e poi gettavano la spugna cercando un altro impiego. Chi rimaneva e reclamava i propri diritti diventava oggetto di minacce e botte. La Questura di Lecco ha anche accertato un caso di estorsione ai danni di un imprenditore della zona da parte degli arrestati: era stato concordato l’ acquisto di un’ azienda, ma dopo il versamento di una caparra, l’ affare era sfumato. Anziché restituire il denaro, gli arrestati ne avevano preteso altro.

Claudio Del Frate
3 ottobre 2008, Il Corriere della Sera

_______________________________________________________________

Oversize

L’inchiesta “Oversize” scattò con perquisizioni ed arresti nel dicembre del 2006; contemporaneamente a questa s’articolò anche “Soprano”, concentrata più sull’Ndrangheta milanese. I primi passi di “Oversize” risalgono a nove anni fa, portati avanti dalla DDA di Milano con il contributo della Polizia di Stato di Lecco, quella di Milano e dal Gico.
Nella notte tra l’11 ed il 12 dicembre del 2006 una quarantina circa di persone vennero tratte in arresto con pesantissime accuse (i capi d’accusa risultarono esser più di 200). Di queste, 19 residenti a Lecco. Un’accusa su tutte: associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata a vario titolo al traffico di droga e armi. Tra i coinvolti spiccarono i nomi di Giacomo Coco Trovato, nipote del boss Franco Coco Trovato (4 ergastoli nell’ambito del procedimento “Wall Street” dei primi anni ’90), Emiliano Coco Trovato (già detenuto a Opera), figlio di Franco, e Vincenzo Falzetta (detto “banana”) prestanome della ‘ndrina e titolare di alcuni locali della movida milanese (Alcatraz, Bio Solaire e Madison) con i quali riciclava proventi illeciti. Oltre alla nuova reggenza di consanguinei dei Coco Trovato, sempre secondo l’accusa rappresentata dal Pm Galileo Proietto, rimasero coinvolti esponenti di quel ceto borghese indispensabile per la sopravvivenza dell’Ndrangheta. Uno su tutti: Federico Pettinato. Imprenditore dedito al reinvestimento in economia legale dei profitti illegali maturati da spaccio di droga, estorsioni, traffico di armi e via discorrendo. Oltre a Pettinato finirono in manette Angelo Sirianni, Giuseppe Elia, Giuseppe Gigliotti, Giancarlo Schifani, Tommaso Scalzi, Rodolfo Bubba (detto “o Vangelo”), Pierino Marchio, Massimiliano Costa e altri ancora. Tutte pedine organiche alle attività illecite.

Giacomo Coco Trovato, 36enne, sostiene l’accusa, risulterebbe anche esser il killer del pugile Francesco Durante, ucciso nel maggio del 2000 a Milano. Il padre di Giacomo, Mario, s’è già beccato 28 anni nel processo di mafia chiamato “Wall Street”. Tale padre… Il processo “Oversize” ebbe inizio intorno alla fine del novembre ’07 dopo esser stato trasferito per motivi di sicurezza dal Tribunale di via Cornelio a Lecco all’aula bunker di Milano in via Ucelli di Nemi. Una decina degli imputati ricorse al rito breve, dagli altri 34, invece, restò ferma l’intenzione di affrontare il processo ordinario. Nel mese di febbraio di quest’anno la Corte d’Appello ha confermato le condanne inflitte ai ricorrenti al rito abbreviato comminate nell’udienza preliminare del novembre del 2007. Per la fine di febbraio erano invece attese le richieste del Pm Proietto per i restanti 34 imputati. La requisitoria dell’accusa non ha riservato sorprese: quasi 400 anni di carcere richiesti, soltanto una l’assoluzione. Una media degna di nota, considerato il numero degli imputati. L’inchiesta “Oversize” non resta, purtroppo, un caso saltuario d’infiltrazione mafiosa nel territorio lecchese. Prima di questa vi furono, su tutte, “Wall Street”, “Atto finale” (che ricomprendeva anche Coco Trovato) e poi “Mala Avis”. Successivamente ad “Oversize” fu la volta di “Ferrus Equi”, questa volta incentrata sulla famiglia mafiosa dei De Pasquale, poi di “Easy Rider” e poi ancora di quella riguardante il caporalato a danno dei migranti clandestini che vide coinvolto nel 2008 Angelo Musolino, fratello di Vincenzo Musolino: cognato di Franco Coco Trovato e mente finanziaria della cosca decapitata (così parve) nel 1993.

_______________________________________________________________

18 lecchesi e un 53enne di Olgiate arrestatidalla Polizia dell’operazione “Oversize”. Il Nord terra di “riciclaggio”.

600 pagine di ordinanze, oltre 200 capi di accusa, 37 arresti, 5 ricercati, 6 anni di indagini e oltre 500 uomini fra Polizia di Stato di Lecco, Milano e Gico (Gruppo d`Investigazione sulla Criminalità Organizzata della Guardia di Finanza). Sono questi alcuni dei numeri dell’operazione “Oversize” portata a termine nella notte fra lunedì 11 e martedì 12 dicembre dagli uomini della Polizia di Stato che ha assestato un duro colpo alla malavita organizzata operante sull’asse Calabria, Lombardia e Svizzera. Ad illustrare i particolari della vicenda, nello specifico sul troncone lecchese, sono stati stamane il questore dottor Vincenzo Ricciardi, il capo della squadra mobile Fabio Mondora, il capo di Gabinetto Angela Spada e il capo del settore prevenzione Andrea Maria Atanasio. Il concentramento di forze, come spiegato, è avvenuto alle 3 di martedì 12 dicembre presso il reparto della squadra mobile di Milano.

60 pattuglie “miste”, fra agenti della polizia e baschi verdi, hanno dato il via all’operazione che ha rastrellato rappresentanti di spicco della ‘ndrangheta locale in stretto collegamento con la terra calabrese. Nel corso delle perquisizioni sono stati sequestrati 100mila euro in denaro contante, provento delle attività illecite, armi da guerra (fucili, pistole con matricola abrasa, bombe a mano,..) e ora la guardia di finanza procederà alla confisca di beni mobili ed immobili. Le indagini, come dicevamo, erano partite nel 2000 a seguito di alcuni reati per traffico di stupefacenti coordinati dal dottor Luca Masini, in particolare “Mala Avis” e “Cani della montagna”. Da queste indagini era emerso che la famiglia Coco Trovato dominava incontrastata sulla zona, controllando le attività illecite connesse allo spaccio di droga: in pratica non esisteva nessun spacciatore, italiano o straniero, che non dovesse far capo a tale nucleo. Messa a conoscenza della vicenda la DDA (Direzione Distrettuale Antimafia) aveva dato il via ad una vera e propria operazione di intelligence con intercettazioni telefoniche e ambientali, videoriprese, pedinamenti finchè si era giunti alla ‘ndrina collegata con altre calabresi. Era emerso così uno scenario che pochi si immaginavano

Dopo gli arresti eccellenti del 1992, il clan dei Trovato era tornato ad essere attivo in particolare nelle province di Lecco, Milano, Como, Bergamo e Varese, creando uno strettissimo legame con la propria terra d’origine, la Calabria appunto. Per precise disposizioni la Lombardia era deputata ad essere la zona del riciclaggio di denaro e del transito di droga verso la Svizzera. Per nessuna ragione nella fiorente regione del nord dovevano essere compiuti omicidi o regolamenti di conti. Per questi affari la terra deputata era la Calabria. Dalla Lombardia (dove dal 1992 non si sono più registrati omicidi di mafia) poi transitavano anche le armi provenienti dalla Svizzera e dirette verso il sud Italia. Il clan criminale aveva messo in essere un impianto accuratissimo e dettagliato, studiato nei minimi particolari che aveva portato all’arricchimento spropositato di moltissimi suoi componenti. Fra i capi di imputazione c’è anche l’accusa di omicidio spiccata al figlio di Mario Coco Trovato, Giacomo, uno degli esecutori materiali dell’omicidio di Francesco Durante, 28enne pugile dilettante, trovato carbonizzato nella sua auto nei pressi del carcere Beccarla di Milano dopo essere stato freddato da un colpo di pistola alla nuca a metà maggio del 2000. Diciannove i lecchesi arrestati, residenti a Lecco, Calolziocorte, Galbiate, Mandello del Lario e Olgiate cui è stato contestato il reato di associazione a delinquere semplice e di stampo mafioso (art. 416 e 416 bis del codice penale). Le indagini, ora, non sono chiuse. Ci sono infatti tre albanesi cui la procura ha spiccato il mandato di arresto che, però, si trovano al momento in Albania e altre 100 indagati a piede libero.

Merate On Line
13 dicembre 2006

_______________________________________________________________

Calolzio: al bar Manzoni il ritrovo del clan per i summit e i riti di iniziazione.

Il bar Manzoni di Calolziocorte era stato deputato ad essere il luogo di ritrovo dei summit della cosca mafiosa. Qui, soprattutto il pomeriggio della domenica, il clan si radunava e, dopo aver predisposto un apposito servizio di vigilanza all’esterno del locale, dopo un incontro informale davanti al bancone si appartava nel retrobottega per predisporre i piani ed, eventualmente, “battezzare” i nuovi affiliati. Perché oltre ai delitti e ai crimini di mafia, il clan aveva importato dalla Calabria anche il cerimoniale e i riti di iniziazione.

Rodolfo Bubba era il Vangelo o capobastone che officiava il cerimoniere del battesimo dei nuovi affiliati. Angelo Sirianni, Giuseppe Elia e Federico Pettinato facevano parte del comitato di direzione che organizzava i traffici illeciti, dirimeva i contrasti e decideva le strategie commerciali. In particolare Pettinato, che di professione era un imprenditore edile, reinvestiva il denaro dell’illecito in attività illecite. Tommaso Scalzi era addetto al recupero crediti con azioni di sangue. Giuseppe Gigliotti reimpiegava il denaro del clan mafioso mentre Vincenzo Falzetta, che in copertura era il titolare di una catena di locali come l’Alcatraz, il Bio Solaire e il Madison, era il terminale degli investimenti per la provincia di Milano. Nell’ambito dell’inchiesta, poi, gli investigatori sono riusciti anche a risalire agli autori di altri atti criminosi compiuti in provincia negli anni passati. In particolare Giacomo Trovato e Denni Esposito sono stati accusati di essere gli autori materiali della rapina ai danni del cinema Capitol di Lecco il 17 febbraio del 2002 e sempre lo stesso Trovato con Giancarlo Schifani della rapina al supermarket di Lecco del 1999 che fruttò 19 milioni delle vecchie lire.

Merate On Line
13 dicembre 2006

_______________________________________________________________

Lecco: udienza rimandata a Milano il 29 novembre per gli imputati “Oversize”

Come da previsione il maxi processo per l’operazione “Oversize” è stato rinviato al 29 novembre prossimo nell’aula bunker del tribunale di Milano e i giudici lecchesi saranno così “costretti” alla trasferta nel capoluogo. Palazzo di giustizia di Lecco blindato e sotto massima sorveglianza, stamane, all’udienza di comparizione degli imputati che, ad attenderli, hanno trovato decine di famigliari. Sul piazzale antistante le scale d’ingresso, infatti, dalle 9 del mattino hanno iniziato a confluire le camionette, sei, della polizia penitenziaria con all’interno i detenuti ammanettati, scortati dalle guardie carcerarie. A vigilare che tutto procedesse in piena sicurezza diversi agenti, in borghese e in divisa, della polizia di Stato, della guardia di Finanza nonché carabinieri e polizia locale. Sul piazzale, pronta ad intervenire per eventuali malori, anche una squadra del pronto soccorso. Nell’aula numero tre al primo piano si sono radunati famigliari e amici degli imputati, in attesa di poterli incrociare e portare loro un saluto. Molte le madri e le mogli, in trepida attesa di vedere i propri congiunti. Dall’aula, per tutta la mattina, è stato un continuo via vai di forze dell’ordine, avvocati, giornalisti e la “macchina” è rimasta quasi paralizzata a seguito del trambusto. In aula nella cosiddetta “gabbia” gli imputati hanno atteso l’apertura delle porte per poi “lanciarsi” in saluti a voce e con la mano ai famigliari. Di fronte al tavolo del presidente Paolo Salvatore e dei giudici a latere Andrea Ausili e Massimiliano Magliacani, schierati una decina di agenti della polizia penitenziaria. La comunicazione del rinvio al 29 novembre al tribunale di Milano è durata una manciata di minuti e poi tutti fuori, nuovamente scortati, a bordo delle camionette diretti verso i rispettivi carceri.

Come si ricorderà l’operazione “Oversize” era stata resa nota nel mese di dicembre 2006 ed aveva prodotto 600 pagine di ordinanze, oltre 200 capi di accusa, 37 arresti, 5 ricercati. Imponente il dispiegamento di forze dell’ordine 500 uomini fra Polizia di Stato di Lecco, Milano e Gico (Gruppo d’Investigazione sulla Criminalità Organizzata della Guardia di Finanza) che, in sei anni di indagine, avevano lavorato per scoprire l’asse della malavita organizzata fra Calabria, Lombardia e Svizzera. A presentare i risultati e i dettagli dell’operazione erano stati il questore dottor Vincenzo Ricciardi, il capo della squadra mobile Fabio Mondora, il capo di Gabinetto Angela Spada e il capo del settore prevenzione Andrea Maria Atanasio. Nel corso delle perquisizioni sono stati sequestrati 100mila euro in denaro contante, provento delle attività illecite nonché armi da guerra. Si era così scoperto che dopo gli arresti eccellenti del 1992, il clan dei Trovato era tornato ad essere attivo in particolare nelle province di Lecco, Milano, Como, Bergamo e Varese, creando uno strettissimo legame con la propria terra d’origine, la Calabria appunto. Per precise disposizioni la Lombardia era deputata ad essere la zona del riciclaggio di denaro e del transito di droga verso la Svizzera. Il clan criminale aveva messo in essere un impianto accuratissimo e dettagliato, studiato nei minimi particolari che aveva portato all’arricchimento spropositato di moltissimi suoi componenti. Diciannove i lecchesi arrestati, residenti a Lecco, Calolziocorte, Galbiate, Mandello del Lario e Olgiate cui era stato contestato il reato di associazione a delinquere semplice e di stampo mafioso (art. 416 e 416 bis del codice penale).

Merate On Line
8 novembre 2007

_______________________________________________________________

Easy Rider

Lecco: 92 anni di carcere e multe per 500mila euro per 17 imputati di Easy rider. 2 a dibattimento, un assolto

Oltre 90 anni di carcere e multe per mezzo milione di euro. Sono arrivate in giornata le sentenze del processo denominato “Easy rider”, e che vedeva imputati in udienza preliminare ben 19 persone. Quasi un anno è passato dalla conclusione delle indagini, durate 9 mesi, che avevano permesso alle forze dell`ordine di sgominare un pericoloso gruppo criminale che da diversi anni era attivo sul territorio della provincia. Molteplici i reati contestati ai componenti della banda, fra i quali estorsione, detenzione e spaccio di droga, ricettazione, falso, utilizzo di documenti contraffatti, danneggiamento, violenza privata, resistenza a pubblico ufficiale e violazione della normativa sulle armi. 18 erano state complessivamente le ordinanze di custodia cautelare emesse dal GIP, e 24 gli ordini di perquisizione domiciliare. Molti erano stati anche i beni sequestrati alla banda, 1 kg e mezzo di cocaina, una BMW X5, una moto Yamaha R1, il centro estetico “Ab Sun” di Calolziocorte, 23 telefoni cellulari, conti correnti bancari e 15.000 euro in contanti.

Oggi le sentenze per 17 dei 19 imputati, tutti ricorsi a patteggiamenti e riti abbreviati. Solo 2 andranno a dibattimento, non avendo beneficiato di alcun rito alternativo. Pesanti le condanne emesse dal Giudice d`udienza preliminare dott.sa Elisabetta Morosini, PM Luca Masini, per i 3 giovani considerati a capo del gruppo, impegnati in particolare nello smercio della droga, soprattutto cocaina, affidata poi ad alcuni pusher minori, e nel compiere estorsioni ai danni di due imprenditori e di un concessionario d`auto. Michele Turrisi, 32enne di Calolziocorte, è stato condannato alla pena complessiva di 15 anni e 4 mesi di reclusione, e al pagamento di 120 mila euro. Vincenzo Meci, 34enne residente a Lecco, dovrà invece scontare 13 anni e 4 mesi di reclusione e sborsare 82mila euro.Il terzo capo dell`organizzazione, Paolo Fortunato Cosumano, è stato condannato a 9 anni e 4 mesi di carcere, e al pagamento di 80 mila euro. Non da meno le condanne comminate ad alcuni dei personaggi di spicco della banda criminale. Per Vincenzo Inzillo 11 anni e 2 mesi di carcere e 60 mila euro, Alessio Gilardi 8 anni e 40 mila euro, Vincenzo Mannarino 5 anni e 4 mesi più 30 mila euro, e per il fratello Fabio Mannarino 3 anni, e il pagamento di 14 mila euro. Omar Bonaiti dovrà scontare 4 anni e 4 mesi, e pagare 40 mila euro; Roberto Divino 4 anni e 2 mesi più 20 mila euro; Matteo Manzoni 3 anni e 14 mila euro, Amos Panza 3 anni e 4 mesi e 667 euro; Franco Tosoni 2 anni e 4 mesi e 14 mila euro; Cristian Villa 1 anno e 8 mesi. Due anche le donne condannate appartenenti al gruppo, Isabella Bodega sconterà 3 anni e 8 mesi di reclusione, più il pagamento di 18 mila euro; Alessia Bonaiti 4 anni di carcere e 40 mila euro. Assolto infine l`imputato Gabriele Butti, mentre Michele Gennuso e Gianluigi Fontana andranno a dibattimento.Un`altra ventina di imputati sfilerà domani davanti al GUP. Sarà la volta del processo “Ferrus equi”, indagine i traffici e le attività illecite del clan malavitoso dei De Pasquale di Calolziocorte.

Merate On Line
9 aprile 2004

_______________________________________________________________

Soprano

“Estremamente significativa dell’incidenza del monte di affari prodotti dai traffici di coca è il riciclaggio in attività imprenditoriali e la capacità di gruppi con i propri capi condannati all’ergastolo di impadronirsi in pochi anni del territorio. Lo ha dimostrato l’indagine Soprano che ha visto nel dicembre 2006 l’arresto di 37 persone appartenenti alla famiglia Coco Trovato”. Così recita la relazione della Commissione parlamentare antimafia del 2008. Anche dopo la decapitazione del clan Coco Trovato con la condanna del suo boss Franco Coco Trovato a ben quattro ergastoli, la struttura mafiosa non si piega. Anzi. L’indagine “Soprano” mette in luce il modus operandi della ‘Ndrangheta (come del resto tutte le mafie nostrane). Rapina, traffico di stupefacenti, porto abusivo di armi ed esplosivi, furto, incendio e omicidio (dell’ex pugile Francesco Durante). Questi sono i reati di cui sono accusate le 46 persone arrestate tra la Lombardia e la Calabria (molte delle quali già detenute). Tra queste, Bubba Rodolfo, il custode dell’armeria dei Coco Trovato scoperta nel ’95 a San Giovanni in via Rusconi; Mario Trovato, fratello di Franco Coco Trovato, e il figlio, Giacomo Trovato (accusato quest’ultimo oltre che del reato di associazione mafiosa ex art.416-bis cp, anche dell’omicidio Durante).
I proventi delle attività illecite vengono poi reinvestiti, oltre che in ulteriori attività illegali, nel nostro sistema economico facendosi imprenditori ed acquistando così “rispettabilità”. Si comprano bar, discoteche, ristoranti, pizzerie, investono nell’edilizia e nel movimento terra. E così dimostra l’indagine in questione: finiscono in carcere Federico Pettinato, imprenditore edile di Galbiate, titolare della Diamante srl, possessore di quote nel Bingo di Stezzano) attivo anche nel movimento terra; il noto imprenditore Vincenzo Falzetta, detto “Banana”, all’interno della gestione di locali milanesi come la discoteca Madison, il Le Monde, la megadiscoteca cafè Solaire all’idroscalo, la discoteca Alcatraz, il De Sade, la pizzeria biologica Bio Solaire; Palmerino Rigillo, cognato di Franco Coco, ex-vice sindaco del paese natio dei Coco, Marcedusa (CZ), prima del commissariamento del comune per infiltrazione mafiosa.

Questo è la loro modalità: stuprano la Società. Poi s’incravattano vestendosi da imprenditori e si impongono sulla concorrenza stuprando la società una seconda volta. Non dimentichiamo che un imprenditore legato alla mafia può agire in modo diverso da un imprenditore qualunque. Il primo dispone di una quantità enorme di liquidità a tasso zero. Può imporsi quindi sulla concorrenza e quando non riesce può intimidirla. Il clan usava i locali su indicati per “riciclare la liquidità in eccesso, spacciare all’interno di essi e come sede per riunioni strategiche”(così la Commissione parlamentare).

E quando si verifica qualche problema relativo a rinnovi di licenze (come quella della Cafè Solaire) il clan si appoggia alle “persone amiche” in Provincia (da una conversazione telefonica tra Mario e Giacomo Trovato intercettata). Le “persone amiche”: quella zona grigia che gravita, collabora sporadicamente con la mafia, che non si può definire “affiliata”. Quelli del “sì, lo conosco di vista ma non ho mai avuto nulla a che fare con lui”, che magari si sono limitati a chiuder un occhio all’occorrenza o ad apporre una innocente “firmetta”. Timidi complici di efferati crimini.

_______________________________________________________________

Lecco: 20 arrestati per mafia, sequestrate armi clandestine e denaro contante per 100mila € al `clan` dei Coco Trovato

Rapina, traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, porto abusivo d`armi, anche da guerra e materiale esplodente, furto, incendio e un omicidio. Sono queste le accuse contestate a vario titolo alle 46 persone arrestate in Lombardia e Calabria nel corso dell`operazione della Dda di Milano e firmate dal Gip Paolo Ielo su richiesta del Pm Galileo Proietto. A far partire le indagini, le dichiarazioni di alcuni ‘pentiti’ arrestati per spaccio di droga che hanno rivelato il coinvolgimento di alcuni calabresi gravitanti nell’area Lecchese e ‘vicini’ alla famiglia Coco Trovato, storico clan che tra la metà degli Anni ’80 e fino al 92 insanguinò la Lombardia controllando tutti gli illeciti traffici possibili dal quartier generale di Lecco occultato nel lussuoso ristorante Wall Street di via Besonda. Da intercettazioni telefoniche e ambientali, sono venute poi ulteriori conferme.

“In particolare – hanno spiegato gli investigatori – seguendo il sanguinoso evolversi della faida di Isola di Capo Rizzuto tra le famiglie Arena e Nicoscia, le indagini esperite hanno confermato la vitalità del sodalizio nel ridisegnare la ‘mappatura criminale’ della ‘ndrangheta calabrese per ciò che concerne il versante jonico”. Tra gli arrestati figurano soggetti che, dopo aver raccolto l’eredità ‘mafiosa’ degli elementi di spicco arrestati nei primi anni ‘90, con recenti iniziative imprenditoriali, “sono riuscite a guadagnarsi un’inaspettata rispettabilità”. Tra questi un membro della famiglia Trovato, esercente di un ristorante a Lecco insieme al padre; Federico P., imprenditore edile di Galbiate (Lecco); Vincenzo F., gestore di alcuni locali nel milanese e un ex vice sindaco di Marcedusa (Catanzaro), prima del commissariamento del comune per infiltrazione mafiosa. Gli ultimi arresti, dopo quelli del blitz di stanotte che a Lecco è partito alle 3, sono stati effettuati nella tarda mattinata di martedì 12 dicembre, attorno a mezzogiorno. 20 gli arresti nel lecchese che hanno visto coinvolto i membri del clan Coco. L’operazione ha visto coinvolti oltre 100 uomini della questura coordinati dal questore dr. Vincenzo Ricciardi e dal dottor Fabio Mondora capo della squadra mobile. Tra la merce sequestrata armi con matricola abrasa di importazione clandestina, beni (appartamenti, automobili,…) e 100mila euro in contanti nonché altro materiale utile alle indagini. Come dicevamo, anche un omicidio tra le accuse formulate nell’ambito della massiccia operazione. Si tratta dell’assassinio, avvenuto a Milano nel maggio del 2000, dell’ex pugile Francesco Durante che, secondo gli inquirenti, sarebbe stato ucciso da uno degli arrestati lecchesi.

“Le iniziative delle forze dell’ordine si stanno configurando come un vero e proprio flusso di attività che senza alcuna discontinuità punta a una progressiva disarticolazione di tutte le mafie esistenti in Italia”. Così il vice Ministro Marco Minniti si è congratulato con le forze dell’ordine per le due operazioni condotte la notte scorsa contro “clan pericolosi e potenti della camorra e della ‘ndrangheta”. L’operazione ‘Tiro Grosso’, su iniziativa della Squadra mobile napoletana del Comando provinciale dei Carabinieri di Napoli, insieme al Ros, e della Guardia di Finanza, con lo Scico, e con l’impegno della Direzione Centrale per i Servizi antidroga, coordinati dalla Procura di Napoli e dalla Direzione Nazionale Antimafia, ricorda Minniti, “ha inchiodato alle proprie responsabilità oltre cento tra i più ‘qualificati’ trafficanti della camorra nel traffico internazionale di droga. Analogamente importante – ha concluso – l’operazione della Polizia di Stato e della Finanza che hanno eseguito 42 arresti tra Lecco, Milano, Varese, Como e Catanzaro decisi delle autorità giudiziarie milanesi per colpire la cosca Coco-Trovato specializzata nell’esportare i propri interessi criminali fuori dal Catanzarese”.

Merate On Line
12 dicembre 2006

_______________________________________________________________

Secondo gli investigatori le famiglie criminali stanno scalando molte aziende milanesi. Un’intercettazione: «Per le licenze abbiamo un amico in Provincia»

«Tre discoteche gestite dalla ‘ ndrangheta»

La direzione antimafia: Madison, Le Monde e Café Solaire acquistati con i profitti della droga

Locali alla moda e imprese acquistati tra le province di Milano e Lecco per riciclare il denaro ottenuto dal traffico della droga e per spacciare stupefacenti tra i clienti. Un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Milano con 39 arresti (molti riguardano persone già detenute) che colpisce al cuore gli affari di una cosca guidata dal carcere da Franco Trovato, uno degli esponenti della ‘ ndrangheta arrestati nei primi anni ‘ 90 al tempo delle grandi inchieste (Wall Street, Count Down, Belgio 2) che sembravano avere azzerato nel Milanese la presenza dell’organizzazione mafiosa. Invece, attraverso «i sopravvissuti», come li definisce il gip Paolo Ielo nell’ordinanza di custodia cautelare, e le nuove leve arruolate, la ‘ ndrangheta ha ripreso la sua attività avendo cura di non farsi notare troppo, evitando di commettere reati che potessero allarmare l’ opinione pubblica.

Fino ad oggi. Dalle intercettazioni emerge anche il sospetto (che resta tale) di un tentativo di avvicinare qualche uomo politico dell’amministrazione provinciale di Milano per ottenere favori e un tentativo (senza tracce) di condizionare un giudice impegnato in un vecchio processo. Le lunghe indagini del Gico della Guardia di Finanza e della Squadra mobile hanno accertato che l’obiettivo dell’organizzazione era «la riconquista del controllo del territorio» attraverso una serie di reati che «hanno garantito – scrive il gip Ielo, accogliendo le richieste del pm Galileo Proietto – il finanziamento dell’associazione» grazie al traffico di droga, alle estorsioni e all’acquisto e alla gestione di locali come il Madison, il Le Monde e il Café Solaire, «usati per lo smercio» di droga. Conquista che non si è però perfezionata del tutto, tanto che il giudice ammette l’accusa di associazione per delinquere di tipo mafioso solo per vicende legate alla cosca fino al ‘ 92, come già stabilito nel processo Wall Street. L’ inchiesta riguarda soggetti che, ha spiegato un investigatore, sono riusciti a «guadagnarsi una certa rispettabilità». Il riferimento è a Federico Pettinato, imprenditore di Galbiate (Lecco) attivo nel movimento terra, e a Vincenzo Falzetta, con interessi nel Madison, nel Café Solaire, nella discoteca Alcatraz, nel De Sade e nel Bio Solaire. Per sottolineare ulteriormente la pericolosità di questa cosca, il gip fa riferimento all’«intendimento» di inquinare anche le istituzioni pubbliche. Da un colloquio di due anni fa intercettato in carcere tra Mario e Giacomo Trovato, padre e figlio, detenuti eppure elementi di spicco dell’organizzazione, emerge che per risolvere i problemi legati al rinnovo della licenza del Café Solaire che si trova all’interno dell’Idroscalo l’ organizzazione intendeva rivolgersi a persone amiche in Provincia tramite un altro detenuto (o un avvocato a lui legato) che di lì a poco sarebbe uscito dal carcere di Livorno. Mario Trovato, infatti, dice: «Mo’ ce l’ hanno in mano (la Provincia, ndr) la sinistra e noi probabilmente abbiamo la possibilità che ci sono persone, tramite uno che esce di qua»… «siccome lui è di sinistra, lui… allora gli ho parlato, gli ho detto vedi se c’ è la possibilità, mi ha detto come no, fammi sapere»… «i nomi di questi qua che debbono rinnovare il contratto» perché «lui fa… tutte le settimane viene l’ avvocato, viene il venerdì da Milano e quindi gli può portare l’ ambasciata». Al ritorno sulla piazza dopo anni di carcere, gli uomini della ‘ ndrangheta non si sono scontrati (come ci si sarebbe aspettato) con le bande di albanesi che avevano occupato il loro posto nello spaccio. Nessuna guerra, ma un accordo d’ affari. Droga, armi, ma anche un omicidio tra le accuse contestate agli uomini del clan gestito dal carcere da Franco Trovato. Si tratta dell’assassinio, avvenuto nel maggio del 2000, dell’ex pugile Francesco Durante che, secondo gli investigatori, sarebbe stato ammazzato da Giacomo Trovato, gestore di un ristorante a Lecco e nipote del boss Franco. Giacomo Trovato tre anni fa rubò anche una Ferrari 360 Maranello da un’ officina di Oggiono. Ma dovette restituirla in fretta, perché quell’officina era sotto la «protezione» dello zio che scoprì l’ autore del furto e ordinò la «riparazione del danno»

di Giuseppe Guastella e Biagio Marsiglia
13 dicembre 2006, IlCorriere della Sera

_______________________________________________________________

Ferrus Equi

Il 22 novembre 2007, a seguito di protratte e complesse indagini, la Guardia di Finanza denunciava 25 persone e ne arrestò 19. La cosca colpita era quella dei De Pasquale. Secondo l’accusa, i componenti della ndrina – strutturata ma satellite a quella dei Coco Trovatosi erano divisi scientemente i compiti e le zone d’influenza. Estorsioni, truffe, minacce, violenze, traffico di armi e di stupefacenti, rapine, falsificazione di documenti, corruzione, usura e favoreggiamento di latitanti. L’organizzazione mafiosa aveva come fulcro la leghistissima Calolziocorte; precisamente nella frazione di Sala. Anche qui l’anello di congiunzione fondamentale per la sussistenza mafiosa: la spia dal basco verde. Il finanziere talpa si chiamava Pietro Sgroi; congedato nel 2006 e punto di riferimento per la cosca. Le soffiate sui movimenti delle forze dell’ordine avevano favorito e facilitato i passi dei De Pasquale.

Al vertice dell’organizzazione due dei sei fratelli coinvolti: Peppino ed Ernesto. Il primo, scarcerato grazie all’indulto, dettava gli ordini decisivi, il secondo – recidivo pure lui – era titolare del ristorante “Da Ernesto” sito a Monte Marenzo (presso Calolziocorte) e si faceva portare a spasso da suo fratello Bruno. Peppino e Ernesto (uno del ’62 e di l’altro sei anni più giovane) erano affiancati da Cosimo, Salvatore, Bruno (l’autista) ed Angelina. Tutti fratelli. Coinvolti nella precisa ripartizione dei ruoli risultavano anche la figlia di Salvatore, Emanuela Francesca De Pasquale, 29enne, l’amante di Ernesto, Marie Azzolini di 61 anni e Rosa Federico, convivente di Peppino.

Al momento della prima udienza del processo “Ferrus Equi”, aprile ’08, nessuno degli imputati (circa una ventina) ricorrevano al patteggiamento della pena (riconoscimento di colpevolezza). Di questi 23, 8 andavano incontro al rito abbreviato: Emanuela Francesca, Rosa Federico, Moreno

Giardina (1986), Antonio Domenico Carlomagno, Gaetano Messina, Pietro Sgroi (la talpa), Antonio Pisano e Angelo Giannone. Tutti condannati verso la fine dell’aprile del 2008 ad un totale poco più

superiore a 26 anni di carcere complessivi; di questi, Angelo Giannone si beccava 7 anni e 5 mesi per aver estorto denaro ad un imprenditore del posto, Moreno Giardina (23enne) un anno per aver dato fuoco ad un’auto, Antonio Pisano, un altro estorsore, veniva condannato a 5 anni e 4 mesi, e la “talpa” Pietro Sgroi soltanto 8 mesi. Gli altri 15, tra cui i fratelli De Pasquale, andavano incontro al lunghissimo rito ordinario di cui ancora non si conoscono gli esiti.

_______________________________________________________________

La famiglia De Pasquale a capo del clan

Ruoli, gerarchie e compiti imprescindibili

L’operazione “Ferrus equi” ruota attorno agli esponenti di spicco della famiglia De Pasquale, domiciliata a Calolziocorte, che nel corso degli anni si erano spartiti alcuni settori della malavita e al loro interno avevano creato un vero e proprio clan con tanto di gerarchia e compiti.

A capo di tutto la guardia di finanza ha rintracciato Peppino De Pasquale, classe 1962, nativo di Bergamo ma residente a Calolziocorte. Recidivo, già condannato per estorsione, rissa, detenzione illegale di armi, dall’agosto del 2006 era libero per effetto dell’indulto. Provvedimento di cui, tuttavia, l’uomo ha “beneficiato” per mettere assieme altri affari malavitosi. Con il fratello Ernesto, infatti, era il promotore dell’associazione a delinquere sgominata dagli inquirenti e a suo carico sono state spiccate nuove accuse quali il favoreggiamento di un latitante, falso in atti pubblici, detenzione di droga e armi. Figura autorevole all’interno del clan, era lui che presiedeva le riunioni e, nel momento delle decisioni, gli spettava il beneplacito e, in sostanza, l’ultima parola. È stato arrestato lo scorso 20 novembre e tradotto in carcere.
Ernesto De Pasquale, classe 1968, era il braccio destro del fratello Peppino. Recidivo, finito in carcere nuovamente dopo il beneficio dell’indulto è indagato anche per minacce e percosse nonché per truffa e favoreggiamento di latitante. E’ lui il titolare del ristorante di Monte Marenzo, ex Quadrifoglio, ora da Ernesto dove si era recato assieme ad altre persone il finanziere coinvolto nell’inchiesta. Cosimo De Pasquale alias Cocò, altro fratello, indagato per associazione a delinquere favoreggiamento di latitante, truffa nel settore delle banche e di privati, nel corso delle perquisizioni del 2005 si era autoaccusato di detenere in prima persona delle armi, senza coinvolgere così i fratelli. Essendo incensurato avrebbe di certo ottenuto dei benefici. Residente a Calolziocorte, classe 1960 ha l’obbligo di firma.
De Pasquale Salvatore alias Turi, papà di Emanuela Francesca, classe 1949, nativo di Vibo Valentia dopo essere stato condannato in via definitiva per tentato omicidio volontario aveva beneficiato in appello del patteggiamento e dell’indulto, tornando libero. L’uomo, al momento detenuto in carcere, è indagato per associazione a delinquere e detenzione di armi. Il suo compito, infatti, era quello di occultare il munizionamento e le armi da fuoco. Solo lui, infatti, sapeva dove tutta la merce era stata riposta (sotterrata, incastonata in alcuni muri perimetrali, nascosta nella stalla fra i maiali,…) e nel corso delle intercettazioni i finanzieri sono riusciti a sentire l’indicazione che l’uomo forniva alla figlia Emanuela per far sparire alcune armi, non opportunamente occultate.
Bruno De Pasquale, classe 1952 nativo di Catanzaro, residente a Carenno, ora in carcere è accusato di partecipazione all’associazione a delinquere e favoreggiamento di latitante. Il suo ruolo all’interno del clan era quello di autista di Ernesto e di recupero crediti, anche in maniera violenta.
Angelina De Pasquale, classe 1963 attualmente ai domiciliari, sorella, con il convivente tunisino Sami Ben Jilani Chabchoubi, classe 1974, assieme al fratello Peppino è accusata di atti di estorsione ai danni di un imprenditore lecchese attivo nel commercio delle auto a cui venivano chiesti favori e lavori gratuiti. Alla donna non è contestata la partecipazione all’associazione a delinquere.
La francese Marie Genevieve Azzolini, classe 1948, residente a Seregno, agli arresti domiciliari era l’amante di Ernesto De Pasquale, esperta in truffe e traffico di droga. La donna era nota anche nel campo della prostituzione.
Rosa Federico, convivente di Peppino, pur non facente parte dell’associazione era a conoscenza di tutti gli spostamenti del gruppo e con Emanuela De Pasquale, classe 1980, entrambe ai domiciliari, si occupava di nascondere e spostare le armi da un nascondiglio all’altro.
Domenico Carlomagno, alias Mimmo classe 1958, era il responsabile della contraffazione e del procacciamento di documenti falsi. A lui si rivolgevano gli affiliati del clan per avere carte di identità contraffatte. Fra i suoi traffici i finanzieri hanno anche individuato quelli relativi alla droga: in una intercettazione telefonica del 2004, infatti, parlava di 30 chilogrammi di cocaina, purtroppo mai rinvenuta dalle forze dell’ordine. Per sei mesi, ogni giorno, ha rifornito di un grammo di cocaina una donna sola, madre di un bambino, in cambio di prestazioni sessuali. Al momento è rinchiuso in carcere.
Antonio Pisano detto Totò, classe 1947 nativo di Belcastro (CZ) è attualmente detenuto in carcere. Deteneva stretti contatti con Peppino De Pasquale ed Ernesto, cugino tra l’altro di Franco e Mario Trovato, si occupava di mettere in atto azioni estorsive ai danni di negozianti. I finanzieri hanno segnalato la sua alta pericolosità sociale.
Donato Gabellone, classe 1965 nativo della Svizzera, si trova ricoverato presso gli ospedali Riuniti di Bergamo e, al termine della degenza, dovrà tornare in carcere. Quando i finanzieri lo hanno rintracciato nella sua abitazione di Bonate Sopra, infatti, ha tentato la fuga gettandosi dalla finestra e atterrando al suolo. Risultato: un piede fratturato e diverse contusioni al torace. Scarcerato nel 2006 con l’indulto è ora indagato per ricettazione, truffa e traffico di stupefacenti. Sempre armato girava invece Gaetano Messina, classe 1953, imprenditore con diverse procedure fallimentari alle spalle, già noto alle forze dell’ordine per ricettazione, a lui si deve la corruzione del finanziere indagato. Il suo compito era quello di reperire le armi. Al momento si trova in carcere.
Nativo di Corleone, Angelo Giovanni Giannone, classe 1957 è accusato di estorsione continuata ai danni di un imprenditore di auto. Nel gennaio di quest’anno era stato scarcerato per l’indulto (il reato pendente a suo carico era rapina, sequestro di persona, detenzione di armi).
Moreno Giardina classe 1986 residente a Olginate, ora ai domiciliari, legato ad Antonio Pisano, ma estraneo all’associazione è indagato per avere danneggiato e dato a fuoco un’auto. A questi va aggiunto anche Armando Belotti, classe 1937 residente a Villongo, detenuto in carcere per usura su cui sta indagando la procura di Bergamo.

Merate On Line
22 novembre 2007

_______________________________________________________________

Centinaia di uomini e mezzi per smantellare il sodalizio

100 militari, 35 automezzi, 3 unità cinofile, 1 elicottero e due ruspe. Sono questi alcuni dei numeri dell’impiego operativo della Guardia di Finanza nel corso di questi tre anni di indagini concentrate principalmente sul covo della famiglia De Pasquale in località Sala di Calolziocorte. Le attività hanno portato al sequestro di tre motoveicoli e altrettante autovetture, di targhe, di gioielli e monili, di una scultura in granito frutto di un’estorsione. La grossa attività ha portato anche al reperimento di numerosi armamenti, con tutta probabilità di numero inferiore a quelli realmente transitati nelle mani dei De Pasquale: 210 proiettili di vario calibro, due pistole di cui una ad aria compressa, una carabina e quattro coltelli. Nei sequestri vanni inclusi anche 19.500 euro di denaro contante, 400mila presente in depositi bancari, 5 assegni ricettati, 100 cambiali nonché documentazione bancaria, 16 telefoni cellulari e due ricetrasmittenti. Da sottolineare l’utilizzo dell’elicottero NH55, privo di rotori e dunque particolarmente silenzioso che ha permesso i rilievi dall’alto, senza essere notato, con particolare attenzione alla sicurezza dei militari impegnati e alle possibili vie di fuga.

Merate On Line
22 novembre 2007

_______________________________________________________________

Lecco: con l’operazione “Ferrus equi” la Finanza sgomina

un clan di malavitosi dediti al traffico d’armi, estorsione, spaccio, usura,violenza. 25 persone denunciate, 18 arresti

Una lunga e complessa indagine, non ancora conclusa, iniziata fra il 2004 e il 2005 dalla Guardia di Finanza di Lecco ha portato alla denuncia di 25 persone e all’arresto di 18 soggetti. Diversi i capi di imputazione a carico dei coinvolti: si va dal traffico d’armi da sparo a quello di droga, dalla ricettazione di veicoli ed assegni all’estorsione a danno di imprenditori, passando per truffe, falsificazione di documenti, recupero violento dei crediti, usura, corruzione, favoreggiamento di latitanti, induzione in errore di pubblici ufficiali, danneggiamento a seguito di incendio, violenza privata e minacce di morte. A presentare i risultati di questa brillante operazione, già anticipata nei giorni scorsi e di cui si attendevano le convalide dei fermi e degli arresti, sono stati il colonnello Luigi Bettini e il capitano di Compagnia Gianluca De Filippo. Come dicevamo l’inchiesta ha preso avvio tre anni fa a seguito di reati compiuti relativi al traffico di armi, alla droga e all’usura. I finanzieri hanno così iniziato a scavare su possibili collegamenti con una compagine più ampia attiva in provincia in diversi campi della malavita che, con tutta probabilità, si spartiva il mercato dell’illecito con un altro noto clan. Tramite pedinamenti, intercettazioni telefoniche e ambientali, nonché escussione di testi i militari sono giunti a prove concrete e a risultanze investigative che hanno permesso al pm dr. Luca Masini di emettere i provvedimenti sopraccitati. A carico, poi, degli arrestati pende anche il reato di associazione a delinquere previsto dall’articolo 416 del codice penale.

L’operazione denominata “Ferrus equi”, dal soprannome di uno dei protagonisti della vicenda (detto appunto faccia di cavallo) e da un ferro posizionato sul cofano di un’auto in maniera decisamente visibile, si è snodata attorno ai traffici della famiglia De Pasquale, residente in frazione Sala di Calolziocorte. I finanzieri, infatti, hanno tenuto d’occhio, anche dal cielo, per diverso tempo la cascina, collocata in una zona di campagna dove erano stati occultati diversi armamenti e dove si svolgevano diverse delle attività criminali. Al momento dei primi sopralluoghi, infatti, è stato necessario intervenire con delle ruspe per rimuovere sterpaglie, materiale di scarto, carcasse di elettrodomestici che facevano da contorno all’area e alle abitazioni, segno di un certo stato di degrado nonostante la disponibilità finanziaria del gruppo (derivante chiaramente dai traffici illeciti). Fra gli arrestati figura anche un ex finanziere, in congedo dal 2006, Pietro Sgroi che nella caserma lecchese fungeva da piantone. L’uomo, classe 1955, originario di Scalea, al momento agli arresti domiciliari a Cosenza, rimasto in contatto con alcuni dei soggetti dell’organizzazione, aveva il compito di passare loro le informazioni sugli spostamenti dei colleghi. E’ stata accertata inoltre la grande capacità dell’associazione di acquisire armi e munizioni, a volte anche dagli zingari in cambio di cocaina o hashish così come l’impiego di astuzie per sviare le indagini e il fiuto dei cani. Attorno alla cascina e nei “punti caldi” dove erano custodite le armi, i criminali avevano posizionato dei sacchetti con all’interno interiora di animali e rigurgiti umani. Gli arrestati sono detenuti nei carceri di Sondrio, Varese, Monza, Brescia e Bergamo.

Merate On Line
22 novembre 2007

_______________________________________________________________

LECCO VIDEO E INTERCETTAZIONI TELEFONICHE HANNO BLOCCATO GLI AFFARI ILLECITI DELLA FAMIGLIA DE PASQUALE
Era un finanziere la «talpa» dei clan
Arrestati brigadiere e quattro «picciotti» usciti con l’ indulto. Il compito del basco verde era passare informazioni riservate al capo di una famiglia malavitosa attiva nel Lecchese

LECCO – Un finanziere affiliato al clan, un brigadiere che passava le informazioni alla cosca in cambio di favori. Era una «talpa» dentro il comando provinciale della Guardia di finanza di Lecco. Da due giorni è agli arresti domiciliari nella sua casa di Cosenza, quella comprata con i soldi del

congedo. Il basco verde Pietro Sgroi, 55 anni, siciliano ma calabrese di adozione, in servizio per anni nella caserma di via Amendola ai piedi del Resegone, era legato agli uomini della cosca De Pasquale di Calolziocorte, nel Lecchese, una delle famiglie della ‘ ndrangheta, con forti ramificazioni in mezza Lombardia, dedita alla gestione del traffico di armi e cocaina, del

racket delle estorsioni, dell’ usura e delle truffe bancarie. La Finanza di Lecco, dopo due anni di indagini, ha sgominato il clan. Ieri il colonnello Luigi Bettini ha ricostruito i dettagli della maxi operazione «Ferrus equi», che ha portato a 18 arresti, 25 denunce, il sequestro di 450mila euro, di 100 cambiali, di armi, munizioni e gioielli. L’ inchiesta, partita dalle rivelazione di un pentito, è ancora in corso e, nei prossimi giorni, potrebbero esserci altri fermi. Fra gli arrestati compiuti l’ altro giorno c’ è anche quello del brigadiere Sgroi, pedinato dalla fine del 2005 fino al novembre 2006, quando è andato in pensione. All’ inizio dell’ indagine c’ erano solo sospetti, poi a inchiodarlo ci

sono stati i filmati e ore di intercettazioni telefoniche, proseguite anche dopo il suo congedo. Il finanziere incontrava, in un ristorante di Monte Marenzo, gli uomini del capo clan Peppino De Pasquale. Anche se era una figura di seconda piano nell’ organizzazione criminale, Sgroi aveva il compito di passare informazioni e segnalazioni. Tutto quanto il boss ritenesse utile. Il brigadiere è accusato di favoreggiamento, di essere la testa di ponte della cosca dentro le forze dell’ordine. L’ escalation criminale della famiglia De Pasquale è decollata nell’ agosto 2006, quando con l’ indulto quattro dei sette fratelli sono usciti dal carcere e hanno ripreso in mano direttamente le redini dell’ organizzazione, siglando anzitutto un tacito accordo con i Coco Trovato, la storica famiglia della ‘ ndrangheta lecchese, spartendosi territorio e affari.

Paolo Marelli
23 novembre 2007, Il Corriere della Sera

_______________________________________________________________

Lecco: prima udienza di “Ferrus Equi” 15 a dibattimento e otto i riti abbreviati

23 gli imputati che quest’oggi, di persona o tramite legale di fiducia, hanno presenziato alla prima udienza preliminare del processo “ Ferrus Equi”, nome dell’operazione condotta dalla Guardia di Finanza di Lecco che ha portato lo scorso novembre all’arresto, dopo una lunga indagine partita nel 2005, di 19 persone legate alla cosca malavitosa calabrese dei De Pasquale. Il gruppo, con base in una cascina di Sala, frazione di Calolziocorte, era dedito sul nostro territorio a svariate gravi attività illecite, quali traffico di armi, spaccio di sostanze stupefacenti, estorsioni, e persino sequestri di persona. Nel corso dell’inchiesta vennero effettuate 25 perquisizioni, domiciliari e personali, nei territori delle province di Lecco, Como, Bergamo e Cosenza, e si arrivò al sequestro di tre motoveicoli e altrettante autovetture, di targhe, di gioielli e monili, di una scultura in granito frutto di un’estorsione, nonché di numerosi armamenti, 210 proiettili di vario calibro, due pistole, una carabina e quattro coltelli, 19.500 euro di denaro contante, 400mila in depositi bancari, 5 assegni ricettati, 100 cambiali, 16 telefoni cellulari e due ricetrasmittenti. Furono inoltre raccolti, a seguito di complessi accertamenti, servizi di osservazione e pedinamento, tutti gli elementi che consentirono di identificare i soggetti riconducibili al clan, oggi alla sbarra.

Nessuno dei 23 imputati ricorrerà al patteggiamento, 8 invece andranno a giudizio abbreviato, avendo così diritto alla riduzione di un terzo della pena complessiva. A ricorrere al rito alternativo gli imputati Emanuela Francesca De Pasquale, classe 1980, e Rosa Federico, ai margini dell’organizzazione e impegnate nel nascondere e spostare le armi da un nascondiglio all’altro; Moreno Giardina, classe 1986, anch’egli estraneo all’associazione ma indagato per avere danneggiato e dato a fuoco a un’auto per conto del clan; Antonio Domenico Carlomagno, classe 1958, responsabile della contraffazione e del procacciamento di documenti falsi; Antonio Pisano, classe 1947, che si occupava di mettere in atto estorsioni ai danni di negozianti; Gaetano Messina, del 1953, impegnato nel reperimento delle armi e nella corruzione; Angelo Giovanni Giannone, classe 1957, accusato di estorsione continuata ai danni di un imprenditore di auto; infine l’ex finanziere Pietro Sgroi, che aveva il compito di passare al clan le informazioni sugli spostamenti dei colleghi. Andranno a dibattimento invece i restanti 15 imputati, fra i quali coloro che sono considerati i boss dell’associazione a delinquere, i fratelli De Pasquale Peppino ed Ernesto, oltre agli altri membri della famiglia, quali De Pasquale Salvatore, Bruno, Angelina e Cosimo. A dibattimento anche altri 3 personaggi di spicco dell’organizzazione, Sami Ben Jilani Chabchoubi, Genevieve Marie Azzolini e Donato Gabellone. La prossima udienza è stata fissata per sabato 19 aprile. Se il Tribunale accoglierà la richiesta del PM Luca Masini, si terrà l’incidente probatorio. In caso contrario, si discuteranno i riti abbreviati.

Merate On Line
10 aprile 2008

_______________________________________________________________

“Ferrus equi” : 15 rinviati a giudizio, 8 al rito “breve”

Nuovo capitolo della fase preliminare del processo “Ferrus equi”, che ha portato all’arresto, durante lo scorso novembre, di 19 persone coinvolte in un giro di malaffare condotto dalla cosca malavitosa dei De Pasquale di Calolziocorte, dedito nel territorio a diverse attività illecite, quali traffico di armi, spaccio di sostanze stupefacenti, estorsioni, sequestri di persona. Dopo che nella giornata di sabato si era concluso l’incidente probatorio, oggi è stata la volta delle richieste di condanna del PM Luca Masini, iniziate alle 9.30 del mattino per concludersi a pomeriggio inoltrato. Per i 15 imputati, sui 23 complessivi, che non hanno chiesto alcun rito alternativo, il Pubblico Ministero ha chiesto il rinvio a giudizio. Per gli altri 8 imputati che hanno deciso di ricorrere al rito abbreviato che dà loro diritto ad uno sconto di pena pari a un terzo della stessa, queste le richieste. Per Carlomagno Domenico Antonio, accusato di contraffazione di documenti falsi, 6 anni di reclusione e 24 mila euro di multa; per De Pasquale Emanuela e Federico Rosa, accusate di nascondere le armi del clan, 3 anni e 2 mesi più 600 euro di multa; per Giannone Angelo, accusato di estorsione ai danni di un imprenditore, 7 anni di carcere; per Giardina Moreno, sospettato di aver dato a fuoco a un’auto per conto dell’organizzazione, 2 anni e 2 mesi; per Messina Gaetano, coinvolto nel reperimento di armi e nella corruzione, 2 anni e 4 mesi; per Pisano Antonio, responsabile di diverse estorsioni ai danni di negozianti, 4 anni e 10 mesi; ed infine per Sgroi Pietro, ex finanziere che sempre secondo l’accusa avrebbe avuto il compito di passare al clan le informazioni sugli spostamenti dei militari delle Fiamme gialle, 8 mesi. Già pronto il calendario per le prossime determinanti udienze. Martedì 6 e mercoledì 7 maggio la parola toccherà alle difese degli imputati, mentre lunedì 12 maggio il PM formulerà le sue repliche e, se non ci saranno imprevisti, arriveranno le sentenze.

Merate On Line
23 aprile 2008

_______________________________________________________________

Lecco: Ferrus Equi, il 12 la replica dell’Accusa

Arriveranno il prossimo 12 maggio, con tutta probabilità solo nel tardo pomeriggio, le sentenze relative all’ormai celebre processo preliminare “Ferrus Equi”, dal nome dell’operazione che nel novembre del 2007 ha permesso alle Fiamme gialle lecchesi, guidate dal colonnello Bettini, di arrestare 19 persone legate alla cosca calabrese dei De Pasquale di Calolziocorte, famiglia accusata di essere dedita nel territorio lecchese a molteplici e gravi attività illecite, quali traffico d’armi da sparo e di droga, ricettazione di veicoli ed assegni, estorsione a danno di imprenditori, truffe, falsificazione di documenti, recupero violento dei crediti, usura, corruzione, favoreggiamento di latitanti, induzione in errore di pubblici ufficiali, danneggiamento a seguito di incendio, violenza privata e minacce di morte. Il “clan” aveva eletto a proprio covo una cascina collocata in frazione Sala, una zona di campagna dove erano stati occultati diversi armamenti e dove si svolgevano alcune delle attività criminali. Sono terminate oggi le discussioni degli avvocati, che hanno esposto le proprie tesi difensive chiedendo in molti casi l’assoluzione per i propri assistiti, tutti accusati fra le altre cose di associazione a delinquere. Saranno 8 gli imputati che lunedì, avendo chiesto il rito abbreviato che darà loro diritto a uno sconto di pena di un terzo, verranno subito a conoscenza delle eventuali pene che il Tribunale deciderà loro di applicare. Ad aver chiesto il rito, ricordiamo, gli imputati Carlomagno Domenico Antonio, De Pasquale Emanuela, Federico Rosa, Giannone Angelo, Giardina Moreno, Messina Gaetano, Pisano Antonio e Sgroi Pietro. Per gli altri 15 imputati, fra i quali spiccano gli altri 6 membri della famiglia De Pasquale, Peppino, Ernesto, Salvatore, Bruno, Angelina e Cosimo, e per diverse altre persone coinvolte a vario titolo nella vicenda, fra i quali Sami Ben Jilani Chabchoubi, Azzolini Genevieve Marie e Gabellone Donato, sarà invece assoluzione o rinvio a giudizio, in quest’ultimo caso con tempi che si dilateranno necessariamente di diversi mesi per arrivare a giudizio. Per il 12 maggio sono in programma anche le repliche del Pubblico Ministero dott. Luca Masini, alle ore 12.30.

Merate On Line
7 maggio 2008

_______________________________________________________________

Lecco: condanne per 26 anni al processo “Ferrus equi”

8 condanne, per un totale di 26 anni e 7 mesi di carcere, e 15 rinvii a giudizio. Si è concluso così, nella serata di lunedì 12 maggio, il processo “Ferrus Equi”, operazione che nel novembre del 2007 ha permesso alla Guardia di Finanza di Lecco di arrestare 19 persone legate alla cosca calabrese dei De Pasquale di Calolziocorte, secondo gli inquirenti vero e proprio “clan” di ispirazione mafiosa, accusato di compiere nel territorio lecchese molte attività illegali, fra le quali ricordiamo traffico d’armi da sparo e di droga, ricettazione di veicoli ed assegni, estorsione a danno di imprenditori, truffe, falsificazione di documenti, recupero violento dei crediti, usura, corruzione, favoreggiamento di latitanti, induzione in errore di pubblici ufficiali, danneggiamento a seguito di incendio, violenza privata e minacce di morte. Dopo le controrepliche del PM dott. Luca Masini, che hanno richiesto pocomeno di due ore, il giudice dott.sa Elisabetta Morosini si è ritirata in camera di consiglio per circa il doppio del tempo, per decidere le sentenze. 8 gli imputati, che avevano deciso in precedenza tramite i propri legali di ricorrere al rito abbreviato beneficiando così di uno sconto di pena, che sono stati oggi condannati. Molteplici le differenze rispetto alle richieste del PM, pare netta in particolare la tendenza del Tribunale di radicalizzare le diverse posizioni all’interno della vicenda, applicando pene minori per le posizioni di più scarsa rilevanza, e viceversa di sentenziare condanne più severe per coloro i quali sono considerati figure preminenti all’interno dell’associazione a delinquere. Per Carlomagno Domenico Antonio, accusato di contraffazione di documenti falsi, il Pubblico Ministero aveva chiesto 6 anni di reclusione e 24 mila euro di multa, il Giudice l’ha invece condannato a 6 anni, 2 mesi e 20 mila euro di multa. Per De Pasquale Emanuela e Federico Rosa, accusate di nascondere le armi del clan, il PM ha chiesto 3 anni e 2 mesi più 600 euro di multa, sono state invece condannate a 2 anni e 4 mesi più 300 euro di multa. Per Giannone Angelo, accusato di estorsione ai danni di un imprenditore, il PM ha chiesto 7 anni di carcere, più duro il Tribunale, che l’ha condannato a 7 anni, 5 mesi, 10 giorni e 900 euro di multa; per Giardina Moreno, sospettato di aver dato a fuoco a un’auto per conto dell’organizzazione, il Pubblico Ministero ha chiesto 2 anni e 2 mesi, la dott.sa Rossi l’ha invece condannato a solo un anno. Per Messina Gaetano, coinvolto nel reperimento di armi e nella corruzione, il dott. Masini ha chiesto 2 anni e 4 mesi, il Giudice l’ha condannato a 3 anni e 420 euro di multa. Per Pisano Antonio, responsabile di diverse estorsioni ai danni di negozianti, il PM ha chiesto 4 anni e 10 mesi, il Giudice l’ha invece condannato a 5 anni e 4 mesi, e a 10 mila euro di multa. Infine per Sgroi Pietro, ex finanziere che secondo l’accusa avrebbe avuto il compito di passare al clan le informazioni sugli spostamenti dei militari delle Fiamme gialle, sono stati confermati gli 8 mesi di reclusione chiesti da Masini. Già annunciato il ricorso per alcuni dei principali condannati, fra cui Angelo Giovanni Giannone, difeso dall’avvocato Stefano Pelizzari. Per gli altri 15 imputati, fra i quali spiccano gli ulteriori 6 membri della famiglia De Pasquale, Peppino, Ernesto, Salvatore, Bruno, Angelina e Cosimo, e per diverse altre persone coinvolte a vario titolo nella vicenda, fra i quali Sami Ben Jilani Chabchoubi, Azzolini Genevieve Marie e Gabellone Donato, si apre ora il processo ordinario. Già fissata la data della prima udienza, prevista per il prossimo 7 luglio.

Merate On Line
13 maggio 2008

_______________________________________________________________

Lecco: Ferrus equi, parte il processo a 14 imputati

E’ cominciato oggi, a distanza di 55 giorni dal termine delle udienze preliminari, il processo ordinario che vede imputate 14 persone, accusate di far parte o essere affiliate al clan De Pasquale di Calolziocorte, sgominato a seguito dell’operazione “Ferrus equi” condotta dalla Guardia di Finanza di Lecco nel novembre del 2007. Un’associazione a delinquere, secondo l`accusa in grado di compiere nel territorio lecchese molteplici attività criminose cui sono addebitati complessivamente 31 reati. Fra questi traffico d’armi da fuoco e di droga, ricettazione di veicoli ed assegni, estorsione a danno di imprenditori, truffe, falsificazione di documenti, recupero violento dei crediti, usura, corruzione, favoreggiamento di latitanti, induzione in errore di pubblici ufficiali, danneggiamento a seguito di incendio, violenza privata e minacce di morte. 8 erano stati gli imputati che, nel corso della fase preliminare, avevano deciso tramite i propri legali di ricorrere al rito abbreviato beneficiando così di uno sconto di pena. Il giudice dott.sa Elisabetta Morosini emise condanne complessive per 26 anni e 7 mesi di carcere, rinviando a giudizio 14 imputati. Fra questi i personaggi di maggior spicco all’interno della famiglia dei De Pasquale, Peppino, Ernesto, Salvatore, Bruno, Angelina e Cosimo, oltre a diverse altre persone coinvolte a vario titolo e con ruoli secondari nell’organizzazione, fra i quali Sami Ben Dilani Chabchoubi, Azzolini Genevieve Marie, Gabellone Donato, Pozzi Daniele Giosuè, Molinari Antonio, Cattaneo Vincenzo, Mora Claudia.

Un processo, celebrato dinanzi al collegio composto presieduto dal giudice dott. Mercaldo, a latere Noccelli e Trovò, che si preannuncia estremamente lungo e complesso. 120 infatti sono i testimoni citati solo dal Pubblico Ministero Luca Masini, fra i quali 2 collaboratori di giustizia che saranno escussi tramite videoconferenza, con lo spostamento del processo in una della aule bunker del Palazzo di Giustizia di Milano, 185 i documenti da analizzare, più le trascrizioni di moltissime intercettazioni telefoniche. Per tale motivo il PM ha chiesto e ottenuto la sospensione dei termini di custodia cautelare degli 8 imputati al momento detenuti, onde evitare che potessero lasciare il carcere prima che venisse emanata la sentenza. L’odierna udienza ha visto l’esposizione delle eccezioni preliminari da parte della dozzina di legali presenti in aula. La maggior parte delle richieste ha riguardato la modifica dei regimi di custodia cautelare degli imputati e l’inammissibilità delle deposizioni dei due pentiti. Il processo è stato rinviato al prossimo 21 luglio alle ore 9.00, onde permettere al PM di elaborare le sue controdeduzioni rispetto alle istanze avanzate dagli avvocati difensori.

Merate On Line
7 luglio 2008

_______________________________________________________________


Mala Avis

Sono 44 le persone coinvolte in questa inchiesta, iniziata nel luglio 2002 e terminata nell’ottobre 2003. Un’ operazione che ha coinvolto 150 agenti ed ha interessato non solo la nostra provincia ma anche quelle di Como, Varese, Milano, Bergamo, Lodi, Cremona. Un’ operazione che porta alla scoperta di tre gruppi criminali, riferibili ad un unico clan, che gestivano parte del mercato della droga nel nord Lombardia. Confiscati beni per un valore di 1 milione di euro (un bar sul lungo lago lecchese; 4 autovetture di lusso; 393mila euro di proventi dello spaccio) e un chilo di cocaina. Un mercato, quello della coca, che assume sempre più proporzioni allarmanti: basti pensare che solo a Milano 120.000 sono quelli che dichiarano di far uso stabile o saltuario di cocaina. Un mercato che difficilmente entra in crisi e che ovviamente gli stakeholder ‘ndrini sfruttano. E la struttura mafiosa che fa girare questo mercato risulta essere sempre la stessa: se nel ’93 era iniziato il maxiprocesso “Wall Street”che aveva come maggiore imputato il boss Franco Coco Trovato, 10 anni dopo sono sempre coinvolti i Coco Trovato. Nella specie, il figlio Emiliano Trovato, 32 anni, già condannato all’ ergastolo. Questo, insieme a Luigi Alcamo (cognato di Franco Coco Trovato) era a capo di una delle tre cellule mafiose, dedita allo spaccio di cocaina nell’area che va da Lecco a Como fino all’ hinterland milanese; la seconda cellula faceva capo a Silvia Maria Vita, dedita più al mercato dell’ eroina; la terza cellula aveva a capo Hamid Tir, di origine marocchina, che aveva contatti con i traffici provenienti dal Maghreb. Come agisce un gruppo d’aziende collegate e coordinate da una grande Holding sul mercato, dividendosi zone d’influenza e target di clientela, così si comportava questo sodalizio di gang criminali, indipendenti l’uno dall’ altro ma coordinati dalla Holding ’ndrina. E non hanno paura di subire un processo: prima escono di prigione prima rinsaldano il potere sul territorio. Nel processo, iniziato nel 2004, risultano essere tutti reo confessi (a parte 4): chiedono il rito abbreviato o il patteggiamento in modo tale da ottenere il maggiore sconto di pena. “Ora abbiamo tagliato alcuni rami di quella pianta che stava di nuovo

germogliando su Lecco e sulla Lombardia.” Sostenne il questore di Lecco Matteo Turillo. Una pianta che si pensava estirpata nel ’95 con la chiusura del maxiprocesso “Wall Street” ma che possiede straordinarie capacità rigenerative, che ha radici ampie e profonde come la Gramigna.

_______________________________________________________________

OPERAZIONE DELLA QUESTURA DI LECCO CHE SI È ESTESA ALLE PROVINCE DI MILANO, BERGAMO, COMO, VARESE, LODI E CREMONA
Scoperti tre clan della droga, 35 arresti
In carcere anche il figlio di un boss condannato all’ ergastolo. I gruppi si erano divisi il «mercato» lombardo

LECCO – Tre diversi clan della malavita organizzata sgominati, 35 persone arrestate, altre cinque con obbligo di dimora, 150 agenti coinvolti in una operazione che ha interessato, oltre a Lecco, le province di Milano, Bergamo, Como, Varese, Lodi e Cremona. Infine confiscati beni per un valore vicino al milione di euro. È il bilancio dell’operazione antidroga denominata «Mala avis» («Uccello del malaugurio») condotta dalla Questura di Lecco. Un’ operazione così imponente a Lecco non si ricordava dall’ ottobre ‘ 93, quando finirono in carcere i boss della ‘ ndrangheta, tra cui Franco Coco Trovato, poi condannato all’ergastolo. In quell’occasione furono confiscati beni per 28 miliardi delle vecchie lire.

«Ora – sostiene il questore di Lecco Matteo Turillo – abbiamo tagliato alcuni rami di quella pianta che stava di nuovo germogliando su Lecco e sulla Lombardia». Tra i nomi delle persone arrestate la scorsa notte spicca quello di Emiliano Trovato, 32 anni, figlio del boss già condannato all’ergastolo. L’ operazione era iniziata nel luglio 2002 con l’ arresto per rapina di Angelo Musolino. Durante una perquisizione nella sua abitazione gli agenti della polizia di Lecco trovarono 38 grammi di cocaina e un libretto al portatore con i nomi di Silvia Maria Vita, Gianluca Falbo e Flavio Falvo. Il 25 ottobre dello scorso anno fu arrestata Maria Silvia Vita, ritenuta la responsabile della gang che spacciava eroina nel capoluogo.

Le indagini, coordinate dal sostituto procuratore Luca Masini e condotte dalla Squadra mobile di Lecco, portarono a scoprire «cartelli» che importavano ingenti quantità di sostanze stupefacenti. Il primo gruppo, con a capo Silvia Maria Vita, era dedito allo spaccio a Lecco, il secondo, riconducibile a Luigi Alcamo ed Emiliano Trovato, rispettivamente cognato e figlio di Franco Coco Trovato, operava in provincia di Lecco, nell’ hinterland milanese e nella Brianza comasca, spacciando cocaina. Il terzo era gestito da extracomunitari di origine maghrebina e aveva come capo Hamid Tir. «I tre gruppi – spiega Fabio Mondora, capo della Squadra mobile lecchese – erano ben distinti, operavano su piazze diverse e soltanto quando veniva meno il rifornimento dall’estero i capi si parlavano chiedendo un aiuto e quindi l’ approvvigionamento». La droga proveniva dall’estero: la cocaina partiva da Amsterdam e il viaggio seguiva tappe in Germania, Svizzera, Italia. Il secondo riferimento era il Maghreb, poi la rotta Spagna, Francia e Italia. Lo smistamento avveniva a Verona, Bergamo, Milano e Lecco. I luoghi di spaccio nel capoluogo e nella provincia lecchese erano locali pubblici, zone di ritrovo dei giovani e, nel caso degli extracomunitari, la macelleria islamica di Rovagnate, nella Brianza lecchese. «Non abbiamo riscontrato alcun caso di spaccio davanti alle scuole», precisa il questore Matteo Turillo. La conclusione delle indagini è avvenuta fra lunedì e martedì: il gip di Lecco Davide De Giorgio ha firmato le ordinanze di custodia cautelare. In carcere così sono finite 28 persone, 7 agli arresti domiciliari e 5 con obbligo di dimora. La maggior parte risiede o è domiciliata in provincia di Lecco, tre invece a Bergamo, uno a Milano e uno a Como. Durante l’ operazione la polizia ha sequestrato un chilo di cocaina, 393 mila euro, provento dello spaccio, e ha inoltre confiscato un bar sul Lungolago di Lecco e quattro auto di lusso. «Con quest’ operazione – conclude il questore di Lecco, Turillo – pensiamo di aver arginato il fenomeno dello spaccio a Lecco e dintorni». Il tutto era cominciato con una battuta nel corso di una perquisizione: «Di solito porto fortuna». Ma quella frase, a detta degli stessi inquirenti, non è mai stata così sciagurata. Da qui anche il nome dell’operazione, «Mala avis», ossia «Uccello del malaugurio».

Angelo Panzeri
16 ottobre 2003, Il Corriere della Sera

_______________________________________________________________

Droga, le gang davanti al giudice

LECCO — Tutti hanno ammesso le proprie colpe ed ora attendono la relativa condanna. Ha preso avvio ieri nell’aula principale del Tribunale di Lecco, davanti al giudice Maria Cristina Sarli e al pm sostituto prcuratore della Repubblica Luca Masini il maxi-processo legato all’inchiesta della polizia di Lecco, conclusa lo scorso ottobre, denominata “Mala Avis” che, tradotto dal latino, significa uccello del malaugurio, malasorte. Denominazione esatta perchè appunto dal punto di vista degli accusati è stata la mala sorte a “inguaiare” 44 persone, tutte secondo le accuse dedite alla redditizia attività di spaccio di sostanze stupefacenti. Si tratta di personaggi tutti della micro e macro criminalità legati in una sorte di associazione, al fine appunto di spacciare droga nei confronti della benestante e danarosa borghesia cittadina e del territorio. Dopo mesi di indagini, pedinamenti, intercettazioni telefoniche da parte della Squadra Mobile, con a capo il dottor Fabio Mondora la conclusione dell’inchiesta nei mesi scorsi culminata ora con i procedimenti penali nei confronti degli accusati. Tutti, a parte quattro latitanti marocchini, si sono detti colpevoli del reato di cui sono accusati. Se 14 hanno chiesto il rito abbreviato, 26 invece sono quelli che si rivolgono al giudice chiedendo il patteggiamento per avere un maggior sconto sulla pena. Per arrivare al totale di 44, appunto, mancano i quattro marocchini latitanti. Martedì prossimo l’inizio della seconda udienza con i procedimenti legati al rito abbreviato.

Mai come ieri il Tribunale del capoluogo e’ stato così affollato di persone. Nella prima udienza, che si è tenuta a porte chiuse, protagonisti sono stati mamme, mogli, figli, parenti, in particolare dei marocchini e albanesi accusati, intervenuti a salutare i propri cari implicati nel procedimento penale. Ma in aula erano naturalmente presenti anche parenti delle persone lecchesi che secondo

l’accusa sono legate all’associazione. Fra questi i parenti del trentaquattrenne Francesco Mazzei che, condannato per un identico reato solo poche ore prima, deve adesso rispondere dei collegamenti con l’associazione e in particolar modo con Emiliano Trovato 32 anni, pure lui lecchese. Infatti nelle intercetazioni telefoniche spesse volte viene fatto il suo nome.

Ma oltre al dibattimento legato all’inchiesta “Mala Avis” da segnalare nella prima udienza la presa di posizione dell’avvocato Marilena Guglielmana che ha preso le difese del ventisettenne Marco Wiliam Venneri, originario di Trapani ma residente nel lecchese. A quest’ultimo venne estorta, secondo la sua valutazione, l’auto Bmw da un altro personaggio legato all’inchiesta, Giuseppe Falbo. Quest’ultimo reclamava nei confronti del Venneri un credito dovuto alla cessione di stupefacenti per 3.000 euro. Come detto da martedì prossimo o sino al giorno 20 quando saranno emesse le sentenze, il palazzo di Giustizia vivrà uno dei suoi momenti più importanti. L’inizio lo si è visto già ieri quando ad apertura della sala l’aula era divisa i quattro settori con i colori rosso, azzurro, viola, verde e giallo (questo riservato alla gabbia dove si trovavano i principali protagonisti dell’associazione) dove gli accusati avevano preso posto. Tutti comunque rischiano pesanti pene anche per oltre sei anni. La prima udienza è iniziata alle 9,45 e si è conclusa attorno alle 14. Solo a quell’ora si è svuotata progressivamente la vicina Piazza Affari, sul retro del tribunale, che per tutta la mattinata è stata presidiata dai furgoni e dai veicoli delle forze dell’ordine. Nel giro di una manciata di minuti i furgoni cellulari della Polizia Penitenziaria sono ripartiti, riportando nelle carceri di provenienza tutti gli arrestati in stato di detenzione. Per gli aderenti all’ormai ex associazione, si continuerà, come detto, la prossima settimana.

Gianni Riva
11 luglio 2004, Il Giorno

_______________________________________________________________


Wall Street

L’inchiesta “Wall Street” prese il nome dall’omonimo locale intestato alla moglie del capo della ‘Ndrangheta in Lombardia e nel lecchese sino a primi anni ’90, Franco Coco Trovato. La pizzeria Wall Street fungeva sia come canale di riciclaggio di denaro sporco sia come centro operativo della ‘ndrina mafiosa. Verso la fine dell’agosto del 1992, Franco Coco Trovato fu arrestato a Lecco proprio nel suo bunker: la pizzeria Wall Street.

L’operazione, portata avanti dalla Procura di Milano, in particolare dal Pm Armando Spataro, comportò il fermo di più di 200 persone accusate di associazione a delinquere di stampo mafioso (art. 416 bis c.p.). Nel marzo del 1995 cominciò quindi uno dei diversi maxi-processi alla ‘Ndrangheta lombarda.

Droga, usura, omicidi (17), riciclaggio: queste le principali accuse rivolte ai circa 140 imputati. Nell’aprile del ’97 Franco Coco Trovato fu condannato a 4 ergastoli; il suo braccio destro Schettini a 30 anni; il fratello di Franco, Mario, si beccò 28 anni; i gregari, in tutto, 1.700 anni di reclusione. Le proprietà confiscate a Coco Trovato ammontarono a circa 28 miliardi di vecchie lire. Finanziarie, agenzie immobiliari (es. Città Arreda di Pescate), ristoranti e

pizzerie (es. Tartaruga, Piscen, Giglio, Wall Street, Portico, ecc.), bar (es. K2), centri di autodemolizione, appartamenti, conti bancari, capannoni industriali, palestre e imbarcazioni d’altura. Un vero e proprio impero economico e finanziario.

Ufficialmente Franco Coco Trovato risultava nullatenente grazie ad una fitta rete di prestanomi. Uno su tutti: Vincenzo Musolino, cognato del boss. La sorella di Musolino, Eustina, moglie di Franco Coco Trovato, era l’intestataria proprio di quel locale: Wall Street.

Vincenzo Musolino, mente finanziaria del boss, reinvestiva ingenti capitali in immobili, appartamenti e finanziarie (Ap Leasing). Oltre all’inchiesta Wall Street, Musolino rimase impigliato anche in quella relativa agli strangolatori d’aziende (70 strozzini), al traffico illecito di rifiuti tossico-nocivi (Lario Connection) ed in quella inerente ai cosiddetti “pannelli solari d’oro”.

L’inchiesta Wall Street, insieme a molte altre dello stesso periodo, evidenziò il sodalizio venutosi a creare tra le diverse mafie in territorio lombardo. La “federazione mafiosa” aveva come capitale Milano (vero fulcro degli affari e del riciclaggio) e come avamposti le altre città della regione, tra cui Lecco.

_______________________________________________________________

FRANCO COCO E’ ACCUSATO DI ESSERE IL PARTNER DI PEPE’ FLACHI
Lecco, la carriera del boss finisce al ristorante dei vip
i retroscena dell’arresto di Coco Trovato Francesco, 45 anni, bloccato mercoledì notte a Lecco al ristorante ” Wall Street “

Com’era difficile la vita da boss. Mai una notte intera nello stesso letto. Cambiare sempre auto (Ferrari, Porsche, potenti fuoristrada). Quanto ai pasti, variare ogni volta locale sfruttando la propria catena di ristoranti e pizzerie (una decina) disseminati per Lecco e dintorni. Mai troppa la prudenza, specie se al rischio “normale” delle vendette dei rivali si era ultimamente aggiunto il sospetto di essere pedinato dai carabinieri. Francesco Coco Trovato, 45 anni, ritenuto un manager della ‘ ndrangheta . alleato di ferro di Pepe’ Flachi, l’erede di Vallanzasca . e’ stato preso mercoledi’ notte al Wall Street, ristorante vip di Lecco di proprieta’ della moglie. Da tre giorni i militari del Gruppo di Como, guidati dal colonnello Carmine Adinolfi, facevano discretamente la posta ma lui riusciva ad ecclissarsi nel labirinto del suo impero: oltre ai locali pubblici un sacco di societa’ finanziarie, appartamenti, negozi intestati a una girandola di prestanome.

Non ha opposto resistenza ed e’ stato subito trasferito a Foggia dove un giudice gli contesta un triplice omicidio avvenuto, gennaio ‘ 91, a Manfredonia, ennesimo capitolo della guerra per i mercati della droga. Vittime i fratelli Pasquale e Michele Pio Placentino e Fabio Tamburrano. Stessa imputazione per don Pepe’ , in attesa di estradizione dalla Costa Azzurra. Davanti alle manette il boss si e’ lamentato solo di non poter partecipare alle nozze della figlia, venerdi’ a Olginate, campo.base del clan.

Nelle terre un tempo controllate da “don Rodrigo” Coco Trovato di Marcedusa (Catanzaro) con la moglie Eustina Musolino era arrivato ai primi anni Sessanta: muratore generico. Intraprendente, furbissimo, ha costruito una fortuna creandosi una corte di familiari e amici. Lui in Brianza e Pepe’ Flachi nell’ Alto Milanese erano le colonne della mappa malavitosa. Tre anni fa a Bresso, porte di Milano, la coppia, su una Porsche, sfuggi’ a una sparatoria . forse ingaggiata dai due Placentino poi “puniti” . nella quale rimasero uccisi due passanti. Lunga cosi’ la fedina penale per il re dei ristoranti: droga, furti, rapine, porto d’ armi. Ma ogni volta se la cava con brevi soste dietro le sbarre. Ormai non si sporca piu’ le mani. C’ e’ sempre qualche “bravo” disponibile. Come il cognato Vincenzo Musolino, coinvolto nell’ inchiesta sugli “strozzatori d’ aziende”: un gruppo che con l’usura si impadronisce di societa’ costringendo i proprietari defenestrati a trasformarsi in agenti dell’ organizzazione. Un anno fa lo sfiora la Lario.connection, appalti facili per un traffico di rifiuti . prime avvisaglie di Tangentopoli ., una trentina di indagati fra imprenditori e funzionari pubblici. Ma l’ inchiesta stenta a decollare. Tutti immaginano cosa c’ e’ dietro quella ricchezza. Ma come incastrarlo? Ineccepibile, quasi cordiale con gli altri. E i ristoranti godono ottima fama e sono i piu’ sicuri: mai una rapina. Ma l’ altra faccia, piu’ truce, dell’organizzazione ha sempre accompagnato come un’ ombra la carriera del boss. Ammazzamenti, anche a centinaia di chilometri di distanza, erano probabilmente teleguidati da bande vicine ai boss lombardi come l’uccisione nel Milanese di Raffaele Laudari, residente a Valmadrera e di Ercole Vigano’ e Angelo Petrosino. Piu’ recentemente gli omicidi in Calabria di Giuseppe Caligiuri, residente a Calolziocorte (Bergamo), e di Gaetano Elia, di Valmadrera, ma il vero obiettivo era Giuseppe Colosimo, altro trapiantato al Nord, rimasto solo ferito (si e’ fatto trasferire in un ospedale lecchese: piu’ sicuro). Il triplice omicidio di Manfredonia forse e’ l’ occasione per togliere la maschera al re dei ristoranti di Lecco.

Andrea Biglia
6 settembre 1992, Il Corriere della Sera

___________________________________________________________________

CON ALTRI 9 ARRESTI ALLA RESA IL CLAN DI FRANCO COCO TROVATO, BOSS GIA’ IN CARCERE
Lecco, i conti in tasca alla ‘ ndrangheta, sequestrate 50 società e conti miliardari in manette Coco Trovato Rolando, Coco Trovato Mario, Musolino Vincenzo, Marinaro Salvatore 41 anni, Nania Alessandro 34 anni, Sacco Palmerino, Sanna Davide (compagna di Schettino Antonio) , Biron Mattea, Curriga Domenico 45 anni e Carnovale Giuseppe 42 anni . Una serie di attivita’ pulite per riciclare denaro sporco

Una rete impressionante di attivita’ pulite per riciclare denaro sporco: pizzerie, ristoranti, finanziarie, societa’ immobiliari. In tutto una cinquantina di aziende per un valore di decine di miliardi. Su queste societa’ , sulle auto di grossa cilindrata, sui conti correnti dai numerosi zeri sono calate le mani della giustizia e la Guardia di finanza ha gia’ iniziato i sequestri. Il clan Coco e’ alle strette. Il capo, Franco Coco Trovato, e’ in carcere a Foggia da alcuni mesi. Dopo le accuse di triplice omicidio il nuovo ordine di custodia cautelare, recapitatogli in cella dai carabinieri, parla di altri delitti e di una serie impressionante di reati. Nella zona di Cusano, Cormano e Sesto era un boss, con Pepe’ Flachi e Antonio Schettino (detto “Tonino o’ scugnizzo”), del grande traffico della droga. Contro di loro si e’ scatenata l’ operazione “Wall Street” (il locale di Lecco dove Coco era stato arrestato) che ha portato al fermo di 200 persone, tanti sono i nomi che appaiono nei fascicoli sulla scrivania di Armando Spataro, il magistrato milanese che dirige l’ operazione antimafia. Nel Lecchese sono finiti in manette . bloccati da polizia, carabinieri e Guardia di finanza . i fratelli di Coco, Mario e Rolando; il cognato Vincenzo Musolino, Salvatore Marinaro, 41 anni di Olginate; Alessandro Nania, 34 di Calolziocorte; Palmerino Sacco di Airuno; Davide Sanna di Cologno; la compagna di Schettino, Mattea Biron di Olgiate Molgora; Domenico Curriga, 45 anni di Cucciago, e Giuseppe Carnovale, 42, di Como. Gia’ nel ‘ 91 la Guardia di finanza e i carabinieri di Lecco avevano chiesto il sequestro dei beni del clan, richiesta ripetuta nel ‘ 92, quest’ anno l’ ultima denuncia e l’ operazione e’ scattata. Perche’ e’ proprio intorno a Coco Trovato che si muove il maggior numero di societa’ , suddivise in tre filoni: pizzerie e ristoranti (tra cui il Portico di Airuno, Wall Street, Del Giglio, Tartaruga a Lecco) finanziarie (tra cui Finadda, Ap Leasing), e immobiliari (tra cui la ditta’ Citta’ Arreda di Pescate). E il rapporto degli inquirenti dice che il cognato Musolino e’ stato il socio fondatore della GMT e che su una Porsche nera intestata alla ditta avrebbe viaggiato Franco Trovato quando, il 15 settembre di due anni fa a Bresso, un commando che cercava di ammazzarlo, uccise invece due passanti.

Familiari e uomini di Coco Trovato risultano anche dentro alcune societa’ per lo smaltimento dei rifiuti tossici, finite al centro di un’ altra inchiesta della magistratura. Il loro nome compare anche nello scandalo dei pannelli solari e sempre il cognato Musolino e’ coinvolto nell’ inchiesta sugli strangolatori di aziende che ha portato alla richiesta di rinvio a giudizio di 76 persone. Quando il boss e’ finito in cella l’ autunno scorso, l’ impero ha iniziato a sgretolarsi. Ora, forse, sta definitivamente crollando. Lecco con questi arresti esce dalla morsa della malavita.

Franca Gerosa
15 giugno 1993

__________________________________________________________________________

NELL’ OPERAZIONE CONTRO IL CLAN DEL BOSS FRANCO COCO TROVATO
Lecco, locali chiusi per mafia
nell’ elenco figurano negozi, bar, ristoranti e pizzerie fra i quali anche il “Wall Street ” dove il 31 agosto scorso venne arrestato il boss

Le norme antimafia stanno facendo calare le saracinesche di molti esercizi commerciali e pubblici di Lecco. Si tratta di societa’ legate a Franco Trovato Coco e alla sua famiglia, indicati dalla magistratura di Milano come il vertice lecchese della ‘ ndrangheta, decimata nei giorni scorsi dagli ordini di custodia cautelare (convalidati dal gip) emessi dal sostituto procuratore Amando Spataro. Nell’ elenco negozi, bar, ristoranti e pizzerie, ai quali si sta revocando in queste ore la licenza commerciale, da parte dei Comuni interessati. A Lecco citta’ sono coinvolti locali molto noti e frequentati, quali il ristorante “Wall Street”, di via Belfiore, messo in piedi dai Coco, dove, il 31 agosto scorso, i carabinieri arrestarono Franco Trovato, accusato di una serie impressionante di reati, dall’ omicidio al traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, al riciclaggio del denaro sporco. E ancora, dalle pizzerie “Piscen”, e “Giglio”, situate nel vecchio rione di Pescarenico, alla “Tartaruga”, alle Caviate, al bar ristorante “K 2”, situato in posizione strategica sul lungolago di Lecco e altri tre bar. Il provvedimento e’ una conseguenza delle norme antimafia. Il 22 giugno scorso infatti, la commissione per la tenuta del registro degli esercenti commercio ha cancellato i nominativi di alcune societa’ e persone, in seguito alla decisione del tribunale di Milano di sequestrare i beni.

Nel patrimonio del clan Coco figurano oltre 50 aziende, per decine di miliardi. Il clan Coco e’ dunque alle strette. Il suo capo, Franco Coco Trovato, e’ in carcere a Foggia gia’ da alcuni mesi, dopo essere stato, nella zona di Cusano, Cormano e Sesto, un boss indiscusso, insieme con Pepe’ Flachi e Antonio Schettino, del grande traffico della droga. E con l’ operazione “Wall Street” sono state fermate altre 200 persone.

Franca Gerosa
8 luglio 1993

__________________________________________________________________________

Ergastolo a Coco, boss della ‘ ndrangheta

Il suo impero era cominciato a vacillare il 30 agosto ‘ 92, quando il capitano dei carabinieri Mauro Masic s’ era presentato al suo quartier generale, il ristorante “Wall Street” di Lecco, con un ordine di custodia cautelare. Franco Coco, superboss della ‘ ndrangheta che ha messo radici in Lombardia, era finito in carcere con l’ accusa di triplice omicidio. L’ altro ieri, la corte d’ assise di Foggia l’ ha condannato all’ ergastolo. I giudici lo hanno ritenuto colpevole dell’omicidio di Pasquale Placentino, esponente del clan nemico, assolvendolo invece dall’ accusa d’ aver ucciso il fratello, Michele Pio Placentino, e Fabio Tamburrano. Omicidi consumati nella zona di San Giovanni Rotondo nel gennaio del ‘ 91 nella faida di Coco e Pepe’ Flachi contro Batti (i Placentino spalleggiavano quest’ ultimo). Fu un regolamento di conti per la spartizione dell’hinterland milanese.

Lunghe indagini avevano portato il pm di Foggia a chiedere il provvedimento restrittivo al gip, che aveva firmato decretando la fine di un impero: da quel momento, e’ cominciato il declino del clan Coco, culminato nell’operazione disposta dal pm Armando Spataro, della Procura antimafia di Milano. Tutti in carcere gregari e familiari del boss, sequestrati pizzerie, ristoranti, bar, beni immobili, conti correnti di tutta la famiglia e dei personaggi vicini ai Coco. Adesso la condanna all’ergastolo, il primo, probabilmente, di una lunga serie: sul capo di Franco Coco pendono infatti accuse per una catena impressionante di omicidi.

Febbraio 1995
Il Corriere della Sera

__________________________________________________________________________

Droga, usura e delitti Maxiprocesso alla banda di Trovato

MILANO . “Sono Franco Coco Trovato. Il mio nuovo legale e’ Giuliano Spazzali”. Il maxiprocesso “Wall Street” contro la mafia della Brianza si e’ aperto ieri nell’aula bunker di via Ucelli di Nemi con un annuncio a sorpresa: il superboss della ‘ndrangheta sara’ difeso dal superavvocato che, dopo aver assistito Sergio Cusani, e’ stato eletto presidente della Camera penale. Assieme a Coco, gia’ condannato all’ergastolo per un triplice omicidio in Puglia, si sono presentati davanti alla seconda corte d’ assise gran parte dei 157 imputati per una lunga stagione di sangue tra Milano e Lecco: 17 delitti decisi tra l’ 81 e il ‘ 93 all’ ombra di traffici miliardari di droga, rapine ed estorsioni. Dalle gabbie dei detenuti hanno risposto all’appello anche il vice di Coco, Antonio Schettini “il napoletano”, e Ubaldo Nigro, che avrebbe riciclato soldi sporchi nella catena di negozi “Uba Uba”. Tra i 50 accusati di associazione mafiosa spiccano Vittorio Foschini, Raffaele Camerino, Antonino Cuzzola e Domenico, Enrico e Francesco Flachi, fratelli di Pepe’ , il “boss della Comasina” detenuto in Francia in attesa di estradizione. Tra gli imputati, con il latitante Domenico Paviglianiti e l’avvocato in odore di camorra Bruno Cesare, spuntano anche due poliziotti e un carabiniere “comprati” dai clan calabresi e dagli alleati siciliani dell’ autoparco.

Il processo, che chiude la prima fase delle indagini sulla guerra di mafia culminata nello “scambio” tra gli omicidi di Roberto Cutolo e Salvatore Batti, durera’ almeno un anno. Il pm Armando Spataro e il capo del pool Manlio Minale hanno chiesto di sentire ben 901 testimoni e 31 collaboratori: dal pugliese Salvatore “Manomozza” Annacondia a Luigi Di Modica. Quest’ultimo e’ il pentito che accuso’ Spazzali di aver fornito informazioni per un progetto di attentato contro Spataro. Il legale replico’ sparando a zero contro questa “infame calunnia”. Un precedente che sembra annunciare nuove scintille tra accusa e difesa, dopo le riunioni pacificatrici tra Borrelli, Minale e Spazzali per risolvere d’ intesa il problema delle sovrapposizioni tra i tanti maxiprocessi.

Paolo Biondani
7 marzo 1995, Il Corriere della Sera

__________________________________________________________________________

BLITZ DELLA FINANZA . CONFISCATI A LECCO RISTORANTI, VILLE E CONTI BANCARI DEL CLAN COCO TROVATO
Il tesoro della ‘ ndrangheta
Sequestrati 20 miliardi, capoclan un ” cittadino benemerito”

Per la ‘ ndrangheta lombarda e’ arrivata l’ ora della resa dei conti. Non ancora giudiziari (per quelli sono in corso i processi), ma economici. A conclusione di lunghe e complesse indagini patrimoniali su una delle maggiori cosche calabresi impiantate nel Nord Italia .quella guidata dal boss Francesco Coco Trovato, pilotate dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano e dalla procura della Repubblica di Lecco, i finanzieri del Gruppo investigazione sulla criminalita’ organizzata (Gico) hanno sequestrato beni mobili e immobili dal valore di venti miliardi. Sette sono gia’ stati definitivamente confiscati dallo Stato, per gli altri . gia’ tuttavia tolti alla disponibilita’ dei mafiosi . si attende il pronunciamento finale dei ricorsi presentati alla Corte di Cassazione.

Piu’ in dettaglio le Fiamme gialle hanno posto i sigilli su 10 ristoranti, 3 negozi di abbigliamento, una palestra, un bar, un impianto di autodemolizione, 30 auto di grossa cilindrata, 2 moto, due imbarcazioni d’ altura, 13 appartamenti, tre ville (una trasformata in bunker), sei capannoni industriali e congrui conti bancari. Tutti beni frutto di investimenti di denaro sporco proveniente dalle estorsioni e dal traffico di droga e armi. L’ importanza delle indagini patrimoniali e, quindi, del sequestro dei beni come indispensabili strumenti di lotta alla criminalita’ organizzata, e’ stata sottolineata ieri mattina negli uffici milanesi del Gico dal pubblico ministero Armando Spataro, che opera nel gruppo della Dda di Milano, per il quale “occorre assolutamente evitare che i capi delle cosche, sebbene carcerati, riescano ugualmente a mantenere intatto il proprio potere sul territorio potendo gestire notevoli patrimoni”. Da cio’ , come ha rilevato anche il sostituto procuratore di Lecco, Stefania Rota, la necessita’ di arrivare alla confisca dei beni come misura di prevenzione. L’indagine patrimoniale, come detto, ha riguardato esclusivamente la cosca di Francesco Coco Trovato, 48 anni, capobastone della ‘ ndrangheta, arrestato dai carabinieri nel settembre del ‘ 92 mentre cenava al ristorante “Wall Street” di Lecco gestito dalla moglie, perche’ sospettato di vari omicidi. E proprio col nome del locale, in cui e’ stato sorpreso, e’ stata poi battezzata una delle piu’ vaste operazioni contro la ‘ ndrangheta mai compiute in Lombardia.

Attualmente il processo “Wall Street” si sta svolgendo in corte d’ Assise a Milano con 155 persone imputate a vario titolo di associazione mafiosa, omicidi, traffico di armi e droga. Alleato in affari con Pepe’ Flachi, boss della Comasina, Affori e Bruzzano, tre zone della periferia milanese, catturato tre anni fa sulla Costa Azzurra, Coco Trovato si era costruito un vero e proprio impero, controllando tutte le maggiori attivita’ illecite che si estendevano soprattutto nella Brianza lecchese. Dai suoi molteplici interessi aveva ricavato un ingente patrimonio che, grazie al cognato Vincenzo Musolino, vera mente finanziaria, aveva investito in beni mobili e immobili acquistando, anche attraverso finanziarie compiacenti, appartamenti e attivita’ commerciali nel Lecchese che poi affidava in gestione a prestanomi. Ufficialmente Coco Trovato risultava nullatenente e c’era chi, persino, lo giudicava un bravo cittadino. Il presidente dell’Unione commercianti di Lecco lo aveva addirittura proposto per una pubblica benemerenza.

Gianfranco Ambrosini
23 novembre 1995, Il Corriere della Sera

__________________________________________________________________________

CONCLUSO IL PROCESSO A 145 IMPUTATI AFFILIATI ALLA ‘ NDRANGHETA: DICIASSETTE OMICIDI, TRAFFICO DI DROGA E ARMI, ESTORSIONI
Wall Street: 1. 700 anni di carcere
Quattro ergastoli al boss, pene pesanti ai pentiti, un arresto in aula

Concluso il processo a 145 imputati affiliati alla ‘ndrangheta: diciassette omicidi, traffico di droga e armi, estorsioni Wall Street: 1.700 anni di carcere Quattro ergastoli al boss, pene pesanti ai pentiti, un arresto in aula Due anni di processo, per far luce sulla guerra di mafia che insanguino’ Milano e la Brianza tra l’89 e il ’93. Poi, 17 giorni di giudizio in camera di consiglio. E infine il verdetto: una bastonata senza precedenti per le piu’ feroci colonie della ‘ndrangheta in Lombardia. Con pesanti condanne anche per i maggiori pentiti. Nell’aula bunker di Ponte Lambro si e’ chiuso, ieri mattina, il primo maxi – processo contro le cosche alleate di Milano e Lecco. Una sentenza severa: 130 condannati, per un totale di 1.700 anni di carcere, e 15 assolti. L’imputato numero uno, il boss Franco Coco Trovato, parente del capomafia calabrese De Stefano, si e’ sentito infliggere 4 ergastoli. E il suo vice Toto’ Schettini si e’ preso 30 anni, con solenne bocciatura del suo tentativo di fare il pentito. Tra i 15 assolti, gli unici big sono Domenico Flachi, fratello del famoso Pepe’ boss della Comasina, e Rolando Coco. Ma le famiglie hanno poco da gioire: 19 anni per Enrico Flachi, 16 per Francesco e 28 per Mario Coco (anche lui terzo fratello). A sorpresa la seconda Corte d’assise ha usato la mano pesante pure con i collaboratori: 17 anni e mezzo per il pugliese Salvatore Annacondia, che fece partire l’intera inchiesta; 20 per Giorgio Tocci, l’ex poliziotto corrotto che divento’ killer; 23 per Salvatore Pace. “Soddisfatto” il pm Armando Spataro, che avvisa: La sentenza riconosce l’esistenza di associazioni mafiose in Lombardia e la loro importanza. I maxiprocessi si devono fare. E l’assoluta indispensabilita’ dei collaboratori dimostra quanto siano pericolosi certi disegni di legge”.

Al centro del processo (battezzato “Wall Street” dal nome di uno dei locali lecchesi di Coco, ora tutti confiscati), c’erano traffici miliardari di droga e armi, estorsioni e 17 omicidi. Inseriti nella guerra di mafia che stermino’ il clan dei Batti, alleati napoletani di Pepe’ Flachi, che nell’89 li scarico’ aprendo Milano a Coco. Del delitto piu’ eccellente, l’assassinio a Tradate di Roberto Cutolo, figlio del boss della camorra, si occupa il processo “Count Down”. In aula, qualche momento di tensione. Come l’arresto di Giovanni Germoleo, che era libero per “decorrenza termini” ma e’ stato condannato a 16 anni, tra le lacrime della sua fidanzata. Stessa sorte, ma a casa, per altri due picciotti. Da Franco Coco, invece, solo un sogghigno. E poi un’autodifesa: “Sono un capro espiatorio, vittima dei pentiti che dicono una verita’ e cento bugie. Mi giudichera’ Dio”. Nella sua gabbia, un condannato a 15 anni singhiozza. E il boss lo zittisce cosi’: “Non si piange! Tanto c’e’ l’appello e poi la Cassazione…”.

Paolo Biondini
27 aprile 1997, Il Corriere della Sera

__________________________________________________________________________

70 usurai della ‘ ndrangheta sotto processo: nel Lecchese strangolavano le aziende in difficolta’
70 persone rinviate a giudizio per prestito a usura e reati connessi nell’ambito dell’inchiesta sull’organizzazione degli strangolatori d’ aziende sgominata nel 1991: si apre oggi a Lecco il maxiprocesso.

Si parla di mafia e delle sue connessioni con l’ economia lecchese al maxiprocesso che si apre quest’oggi al palazzo di giustizia di via Cornelio, presidiato per evitare problemi di ordine pubblico. Davanti al giudice delle indagini preliminari sfileranno, infatti, la settantina di persone per le quali il sostituto procuratore della Repubblica, Luigi Bocciolini, ha chiesto il rinvio a giudizio per prestito a usura e reati connessi nell’ambito dell’inchiesta sull’ organizzazione degli “strangolatori d’ aziende” sgominata a fine ‘ 91. Le indagini congiunte di magistratura, carabinieri e polizia, ma soprattutto i minuziosi controlli contabili di centinaia di aziende e persone singole da parte della Guardia di finanza, alzarono un coperchio su un giro miliardario e tagliarono i tentacoli di una piovra del prestito ad usura che aveva stretto la gola a numerosi operatori economici del Lecchese in difficolta’ . Reclamando il pagamento del prestito concesso e degli esorbitanti interessi, la gang riusciva ad obbligare gli imprenditori a cedere le loro attivita’ . In qualche caso i “clienti” dovevano entrare essi stessi, dietro minacce piu’ o meno velate, nell’ organizzazione criminale per contattare le vittime successive o aiutare nel riciclaggio del denaro.

Un’ inchiesta che aveva tolto a Lecco la maschera di “isola felice” al riparo dal grande crimine. Tanto piu’ che e’ arrivata a ridosso dell’incriminazione di Franco Trovato Coco, boss della ‘ndrangheta in Lombardia con casa, affetti e affari in citta’ , e dell’ operazione “Wall Street”, coordinata dal sostituto procuratore della direzione distrettuale antimafia, Armando Spataro, che hanno definitivamente fatto entrare il nome della citta’ manzoniana tra quelle usate dalla grande criminalita’ per riciclare il denaro, con l’ arresto di persone appartenenti alle famiglie Coco, Flachi’ e Schettini, di cui si e’ tra l’altro tornati a parlare in citta’ anche sabato con l’ udienza del tribunale per le misure di pubblica sicurezza e sorveglianza speciale. Dunque una stretta connessione di fatti e di episodi in un disegno criminale che di giorno in giorno si fa piu’ chiaro. Lecco veniva usata proprio per riciclare il denaro della droga e convertirlo in attivita’ piu’ “pulite”. Non per niente tra le posizioni che il gip Giovanni Gatto dovra’ oggi esaminare vi e’ quella di Vincenzo Musolino, cognato di Coco, anche lui gia’ in carcere e indagati in entrambe le inchieste, come in

quelle dei pannelli solari d’ oro e dei rifiuti tossici. Lo stesso questore Lorenzo Chernetig e il presidente del tribunale Nicola Laudisio, entrambi alle prime battute in citta’ , hanno confermato che il Lario e’ ormai da tempo terreno di grande e piccola criminalita’ dalle radici ben salde nella societa’ civile. Proprio in questa stagione di lotta che richiede, come ha detto ancora il questore, un lavoro minuzioso “delle forze dell’ ordine e di tutte le categorie della societa’ , dalla pubblica amministrazione alla chiesa e fino al cittadino comune”, le “colpe” della giustizia lecchese (carenze di organico e logistiche, un settore civile paralizzato) si fanno ancora piu’ sentire. Cinquemila pratiche si trascinano da quasi trent’ anni e gli avvocati lecchesi minacciano, se la situazione non si risolvera’ , di ricorrere alla Corte europea dei diritti dell’ uomo.

Franca Gerosa
27 ottobre 1993

__________________________________________________________________________

Lario Connection

La rifiuti e tangenti Spa
Per la Lario connection in carcere funzionario della Regione, Locatelli Amelio, e la sua convivente accusati di autorizzazioni facili.

LECCO . Quanta puzza di tangenti anche nei rifiuti. E tornano a scattare le manette. Questo il nuovo promettente fronte dell’operazione antibustarelle che mobilita ormai mezza Lombardia. L’ennesino capitolo del libro nero ha condotto in carcere un funzionario dell’ assessorato all’Ecologia della Regione, Amelio Locatelli, e una sua amica mentre altre tre persone finiscono nel calderone della Lario connection. Intanto a Voghera sindaco ed ex sindaco, Giovanni Libardi e Paolo Affronti (entrambi dc), si sono visti recapitare informazioni di garanzia per “danno ambientale”. Loro replicano: “Non c’ entriamo”. Non basta: la Finanza ha trasportato da Como a Milano documenti sulle discariche di Mozzate e Carimate, da tempo contestate. Forse l’ ambiente e’ inquinato anche dalle tangenti. Sono indagini autonome, ma che corrono parallele sui binari delle licenze facili, del balletto degli appalti, delle scorie tossiche fatte passare per inerti e via per le tangenti. Sullo sfondo compaiono societa’ forse controllate dalla malavita che scopre il business verde.

Intanto a Bergamo . i rifiuti d’ oro dell’ Azienda municipale . il magistrato Angelo Tibaldi ha interrogato l’ ex direttore dell’ Amnu Giacomo Brusamolino, uno dei dieci indagati. Di fronte a una multinazionale come la tangentopoli spa . adesso si fruga nelle banche svizzere . le inchieste sono sempre piu’ intrecciate. Il giudice milanese Di Pietro ha spiegato di agire gomito a gomito con il collega di Pavia: nei verbali dei magistrati impegnati sulle mazzette in ospedale spesso tornano gli stessi nomi di corrotti e corruttori. Gli ultimi arresti che coinvolgono il Pirellone sono stati disposti dal giudice milanese Maria Grazia Zanetti, ma l’ origine dell’ inchiesta e’ la Lario connection, su cui da oltre un anno lavora il pm lecchese Enrico Consolandi, il quale, nei giorni scorsi, ha emesso altri tre avvisi di garanzia . in tutto circa venti. Tutto era nato dal sospetto che funzionari del Pirellone favorissero societa’ prive dei requisiti per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti tossico.nocivi. Gia’ allora era emerso il nome di Locatelli, addetto alle autorizzazioni. La figlia risultava poi socia di una ditta per la discarica di Ballabio al centro dello scandalo: in carcere era finito il sindaco Bruno Colombo, mentre le intercettazioni avevano consentito l’apertura di un nuovo ramo di indagini lecchesi, i pannelli solari d’ oro: coinvolti questa volta gli uffici dell’assessorato regionale all’ Energia. In seguito le inchieste sui reati commessi al Pirellone passarono alla magistratura milanese mentre Lecco continua a occuparsi delle “sue” discariche.

A Voghera l’ inchiesta a carico di sindaco ed ex sindaco muove dalla scoperta di un traffico di rifiuti tossico.nocivi della Fergomma che attraverso alcune societa’ venivano raccolti nella discarica di Candelo, nel Biellese, che era invece abilitata solo per materiali inerti. Informazioni di garanzia hanno raggiunto anche tre titolari di aziende impegnate nello smaltimento: Carlo e Tiziana Brambilla di Lecco e il vogherese Riccardo Fiora. A montare l’ accusa sarebbero alcune bollette di accompagnamento firmate da Libardi, all’epoca dei fatti assessore all’ Ecologia. I due amministratori si dichiarano pero’ estranei alla vicenda e Paolo Affronti, ora segretario cittadino della Dc, e’ convinto che “in tempi brevi la vicenda si sgonfiera’ “. L’odierno bollettino degli scandali si conclude con la condanna a due anni (falso ideologico) di un funzionario dell’ Ufficio speciale dell’ Oltrepo’ pavese, Giuseppe Ravazzoni, al processo per i finanziamenti “gonfiati” dopo l’ alluvione dell’ 87. Per Amedeo Lima, l’ altro imputato, i giudici hanno invece riqualificato il titolo di reato in falso ideologico mediato trasmettendo gli atti al pubblico ministero.

Andrea Biglia
17 maggio 1992, Il Corriere della Sera

__________________________________________________________________________

Dal Pirellone alla Valsassina i traffici della Lario connection
vertice ieri mattina al palazzo di giustizia di Lecco per fare il punto sulla parte lecchese dello scandalo denominato “Lario connection dei rifiuti”

Vertice ieri mattina al palazzo di giustizia per fare il punto sulla parte lecchese dello scandalo denominato “Lario connection dei rifiuti”. Magistratura e carabinieri stanno passando a tappeto le ditte che operano nel campo dello smaltimento dei rifiuti e stanno controllando le autorizzazioni in odore di tangente; in particolare si vogliono scoprire gli eventuali legami tra funzionari regionali, amministratori locali e alcuni personaggi della malavita organizzata, che pare abbiano consistenti cointeressenze, sia in modo diretto sia tramite legami familiari, con le ditte sotto inchiesta. L’operazione parti’ nel marzo di un anno fa, quando la Comunita’ Montana della Valsassina si mobilito’ contro la ventilata ipotesi dello stoccaggio, presentata dalla cooperativa interventi per l’ambiente e nei mesi successivi “girata” alla Val Eco, nel canyon di Balisio, nel comune di Ballabio. Nella segnalazione, avallata dall’ ordine del giorno firmato da tutti i sindaci della valle contrari a quell’ipotesi, si metteva in risalto la pericolosita’ dell’ intervento, dato che si sarebbero dovuti “ospitare” 600 tonnellate di rifiuti tossico.nocivi. Un affare di miliardi che mise in subbuglio anche il capoluogo.

La vicenda della Val Eco rientra nella piu’ ampia inchiesta avviata a Milano dal sostituto procuratore Luisa Zanetti, che da mesi si sta muovendo d’ intesa con il sostituto procuratore di Lecco, Enrico Consolandi, che ieri appunto ha chiamato a rapporto il colonnello Nazareno Montanti, comandante del gruppo di Como, il colonnello D’ Elia, comandante del reparto operativo, e il capitano Mauro Masic, responsabile della compagnia di Lecco. Consolandi ha infatti recentemente ottenuto altri sei mesi di tempo dal giudice delle indagini preliminari di Lecco, Giovanni Gatto, per approfondire l’ inchiesta, e proprio nei giorni scorsi ha inviato ad altrettante persone tre avvisi di garanzia, portando a una ventina gli indagati. Tra le ditte nel mirino ci sono infatti, oltre alla Val Eco (Ada Locatelli . figlia di Amelio Locatelli, il funzionario regionale arrestato nelle scorse ore a Milano, perche’ avrebbe intascato tangenti legate allo smaltimento dei rifiuti . e’ uno dei nomi che appare nell’elenco dei soci), la Opec di Ballabio, la Ecospeed di Perego, la D Vuomo di Olginate e la Cooperativa Interventi per l’ ambiente, con sede a Como, ma operante in Valsassina. Anche in questa vicenda, denominata “Lario connection dei rifiuti”, cominciano a scattare le manette ai polsi. La magistratura vuol vederci chiaro. E molti tremano.

Franca Gerosa
17 maggio 1992

__________________________________________________________________________

NELL’ ELENCO BRUNO COLOMBO, EX SINDACO DI BALLABIO, IL DIRIGENTE LOCATELLI AMELIO E MUSOLINO VINCENZO, COGNATO DEL BOSS FRANCO COCO TROVATO
Mafia e rifiuti a Lecco. Alla sbarra 35 persone
chiusa l’ inchiesta sul maxi traffico di rifiuti nocivi smaltiti in discariche in odore di mafia con il rinvio a giudizio di amministratori comunali, impiegati e tecnici della regione

Trentacinque persone alla sbarra per la “Lario connection”, il maxi traffico di rifiuti nocivi smaltiti in discariche in odore di mafia grazie a certificazioni false o compiacenti. L’ udienza preliminare davanti al giudice Giovanni Gatto, che in primavera aveva concesso sei mesi di proroga delle indagini, e’ fissata per il primo dicembre. In aula 35 tra amministratori comunali, impiegati e tecnici del Pirellone. Nell’ elenco anche l’ ex sindaco di Ballabio, Bruno Colombo, e l’ ex dirigente regionale Amelio Locatelli. Le accuse: abuso di potere, falso e corruzione.

L’ inchiesta, chiusa dal sostituto procuratore lecchese Luigi Bocciolini, fu avviata dal suo collega Enrico Consolandi in seguito alle proteste degli abitanti della Valsassina per il nulla osta che il Pirellone intendeva concedere a una piattaforma di stoccaggio a Ballabio. Decisivi i sospetti espressi dall’ allora assessore regionale Claudio Bonfanti. Nell’ indagine fu coinvolto anche Franco Coco Trovato, 45 anni, il presunto boss della ‘ ndrangheta arrestato nell’ agosto ‘ 92. Ma per lui, come per altre sette persone, il pm chiedera’ il non luogo a procedere: mancano prove certe.

Nella rete, peraltro, e’ rimasto impigliato il cognato del capoclan lecchese, Vincenzo Musolino.

Il Corriere della Sera
10 settembre 1993

__________________________________________________________________________


Annunci

5 Risposte

  1. Ottimo questo Dossier.
    Evviva gli autori autentici e i ragazzi che ci hanno lavorato per diverse settimane.
    Ovvero: Lecco Antimafia e i ragazzi del 21 marzo.
    Duccio Facchini

  2. Ringrazio anch’io personalmente voi ragazzi che ci avete passato questo Dossier.. noi non abbiamo fatto altro, speriamo, di avergli dato ancora più voce ^_^

    Massimo Brugnone

  3. volevo commentare su gabellone donato..chi ha scritto ha sbagliato s è lanciato dal balcone da pognano nn da bonate sopra…e chi dice x scappare????nessuno puo sapere xke l ha fatto

  4. gabellone donato s e lanciato da pognano nn da bonate…e cmq ki lo sa il vero motivo x cui s e buttatoooooooooooooooo§??????????????by la figlia

  5. Sara,
    gli articoli non sono stati da noi prodotti, ma soltanto riportati. Per correzioni sulle informazioni puoi rivolgerti direttamente agli autori del dossier che trovi nel commento qui sopra di Duccio Facchini: Lecco Antimafia e i ragazzi del 21 marzo.

    Massimo Brugnone

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: