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Milano

Expo, allarme mafia dal magistrato Ingroia

Repubblica — 26 marzo 2009
fonte: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/03/26/expo-allarme-mafia-dal-magistrato-ingroia.html

ÈUN’ ACCUSA durissima quella che lancia Antonio Ingroia, procuratore aggiunto di Palermo. Diretta agli amministratori del Nord, che starebbero sottovalutando il problema delle infiltrazioni mafiose. Di più: «Mi sembra che l’ approccio sia di sottovalutazione e convivenza». Dichiarazioni che provocano le reazioni indignate del sottosegretario alle Infrastrutture, Roberto Castelli: «Da Ingroia parole offensive e sconcertanti». E del Pirellone: «Se Ingroia sa qualcosa faccia nomi e cognomi». La polemica è legata all’ Expo e all’ intervista rilasciata a “KlausCondicio”, la trasmissione su Youtube del massmediologo Klaus Davi. Ingroia precisa: «Non ho mai fatto riferimento al sindaco Moratti né al governatore Formigoni, né in modo specifico agli amministratori lombardi. Il mio era un ragionamento sulla insufficiente attenzione, a mio parere, da parte di gran parte degli amministratori del Nord rispetto all’ espansione degli interessi finanziari mafiosi che stanno infiltrando ampi settori». Ma il procuratore ha comunque risposto a una domanda sull’ Expo e sul rapporto della Dda che ha messo in luce gli interessi della ‘ ndrangheta sui cantieri del 2015. «Gli amministratori del Nord sono mai venuti da lei per chiedere quali strumenti adottare per avere più trasparenza?», gli chiede Davi. «No», dice Ingroia. E parla di «sottovalutazione, perché si pensa che le organizzazioni e la criminalità organizzata siano fronteggiabili con l’ azione della sola magistratura, senza il sostegno della pubblica amministrazione; convivenza, perché si pensa che un’ eventuale presenza di interessi mafiosi sia “compatibile” con il sistema». All’ allarme del magistrato reagisce Castelli: «Nessuno in Lombardia sottovaluta il fenomeno della mafia e della ‘ ndrangheta». Roberto Formigoni replicherà al suo rientro a Milano, ma fonti della Regione informano: «Ci sembra che Ingroia non dimostri una sufficiente conoscenza della realtà delle istituzioni lombarde né del loro costante e forte impegno contro ogni forma di illegalità». Il capogruppo del Pd in Comune, Pierfrancesco Majorino, ribadisce «la necessità che Palazzo Marino si doti di una commissione d’ inchiesta ad hoc». – (a.gall.)

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Mafia a Milano: è solo la conferma!

16.03.2009

Ha decapitato la terza generazione di storiche famiglie della ‘ndrangheta calabrese attive in Lombardia l’operazione ‘Isola’, coordinata dal Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Monza e dalla Compagnia Carabinieri di Sesto San Giovanni, che, nella notte, ha portato a 20 arresti, di cui nove per associazione mafiosa. Le misure restrittive, disposte dal gip Caterina Interlandi, su richiesta del pm della Direzione Distrettuale Antimafia Mario Venditti, sono state eseguite tra Milano, Taranto, Crotone e Catanzaro. I reati piu’ gravi contestati sono associazione per delinquere di stampo mafioso, detenzione e porto illegale di armi, tentato omicidio, estorsione. L’indagine era stata avviata oltre due anni fa nei confronti di una presunta associazione di tipo ‘ndranghetistico, secondo l’accusa, radicata a Cologno Monzese. Le indagini hanno oggi portato al sequestro di armi (4 pistole ma da intercettazioni telefoniche e’ noto che l’organizzazione aveva a disposizione anche otto mitragliette leggere e un lanciarazzi) e denaro (100mila euro in banconote di grosso taglio). Ed e’ stato disposto il sequestro di beni mobili ed immobili e di attivita’ imprenditoriali per un valore di oltre 10 milioni di euro. Nel corso dell’operazione sono stati inoltre compiute 18 perquisizioni a carico di altri indagati a vario titolo coinvolti nell’indagine, in domicili e sedi di imprese in provincia di Milano, Como, La Spezia, Bergamo ed Alessandria. Secondo quanto riferito dal colonnello Giuseppe Spina, comandante del Gruppo Carabinieri di Monza, le indagini sono partite dopo che nella notte tra il 3 e il 4 ottobre scorso, colpi di arma da fuoco vennero esplosi a Cologno Monzese contro l’abitazione e la Mercedes di Marcello Paparo, imprenditore nato a Crotone 45 anni fa e ritenuto il capo in Lombardia di un’organizzazione a cui facevano riferimento le ‘ndrine Barbaro, Nicoscia, Bubbo e Arena, che in Calabria, e soprattutto a Isola Capo Rizzuto, si sono contese il territorio con decine di omicidi. Nel monzese, ha sottolineato il pm Venditti, le cosche Nicoscia e Arena ”vanno invece a braccetto per realizzare affari: infiltrazione negli appalti e gestione di imprese”. La loro influenza si manifesta anche nei rapporti interni delle aziende che non si risolvono in contenziosi davanti al giudice del lavoro, ma con minacce. Due sono infatti gli episodi di tentato omicidio. Hanno riguardato il sindacalista Nicola Padulano, vittima di una spedizione punitiva il 15 settembre 2006 a Segrate, che gli procuro’ una frattura cranica, e l’impiegato di banca Roberto Rigola, ferito il 10 maggio 2007 a Melzo con un colpo di pistola al gomito solo perche’ scambiato con il suo vicino di casa e proprietario di un’auto simile, Giovanni Apollonio, vice presidente della cooperativa ‘Rad’, che era stata chiamata dall’Esselunga per lavori sul polo logistico di Viandrate. La sua colpa? Non aver ceduto a pressioni economiche di chi voleva acquisire la sua cooperativa indipendente. Paparo con il suo consorzio ‘Ytaka’, a cui si riconducono sei cooperative (P&P, Quality Log, Immobiliare Caterina, Work in Progress, Innovazione, La Logistica) era attivo soprattutto nel settore della logistica (facchinaggio, pulizie, piccoli trasporti, etc), dove cercava anche con la violenza – cosi’ e’ stato detto – di acquisire altre cooperative. E nel movimento di terra, settore libero da vincoli antimafia quando i contratti d’appalto non superano il 2%, che veniva gestito centralmente e i servizi imposti alle aziende che potevano averne bisogno. E’ in questo ambito che la ‘P&P’ ha cercato di inserirsi in modo illecito, nel subappalto della Locatelli nei lavori per la tratta della Tav tra Pioltello – Pozzuolo Martesana.

17.03.2009
La penetrazione delle organizzazioni mafiose a Milano e provincia diventa sempre piu’ pregnante, aumentando di anno in anno, perche’ ”favorita – secondo i magistrati della Dda – da una maggiore predisposizione degli ambienti amministrativi, economici e finanziari ad avvalersi dei rapporti che si instaurano con l’ambiente criminale”.

Dalle indagini antimafia coordinate dalla procura distrettuale di Milano, l’infiltrazione di ‘ndrangheta e Cosa nostra emerge ‘’soprattutto nei settori delle opere pubbliche, dell’edilizia, dei mercati e della circolazione del denaro”. Per questo motivo i pm della Dda di Milano hanno accentuato il proprio impegno a contrastare anche questo tipo di fenomeni criminali, iniziando nuove indagini antimafia da cui emerge come la ‘ndrangheta, e in parte Cosa nostra di Palermo, controllano il narcotraffico e gli appalti pubblici e sfruttano societa’ apparentemente legali per il riciclaggio.

La Lombardia e’ una regione che, tradizionalmente, ha visto la presenza della ‘ndrangheta e di Cosa nostra in modo ampio e pregnante, seconda solo al territorio calabrese e siciliano. E non e’ una presenza che risale a questi anni. Gia’ negli anni ‘70 e ‘80, la Lombardia e’ stata al centro dei sequestri di persona, cioe’ dell’attivita’ criminale piu’ odiosa e feroce messa in atto dalla ‘ndrangheta, al fine di realizzare quell’accumulo di capitale che le avrebbe consentito di entrare, negli anni Novanta, da protagonista nel mercato internazionale della droga. Per i magistrati antimafia l’affermazione che Milano sia la capitale della ‘ndrangheta, quanto meno sotto il profilo economico finanziario, ”non deve destare stupore, ne’ dare scandalo, quasi che si fosse con tale definizione, imbrattato un territorio immune da questo tipo di contaminazioni”. La Dda di Milano durante gli anni Novanta si e’ occupata quasi esclusivamente della ‘ndrangheta in Lombardia, grazie anche ad una lunga e qualificata serie di collaboratori di giustizia, che hanno consentito di scoprire ”i suoi organigrammi, gli insediamenti, le attivita’, gli interessi, la rete di copertura anche istituzionale di cui godeva”. I pm indagano nel milanese su formazioni di tipo ‘ndranghetistico, la cui esistenza per i magistrati ”pone in serio pericolo il tranquillo svolgersi della vita della collettivita’ interessata da tali presenze”. E dalle indagini si scopre che i clan radicati in Lombardia sarebbero autonomi rispetto a quelli della ‘madrepatria’ Calabria.

Le indagini della Direzione distrettuale antimafia di Milano tracciano una mappa delle mafie che hanno messo le mani sul capoluogo lombardo e nel suo hinterland. A Milano sono presenti quasi tutte le cosche della ‘ndrangheta di Reggio Calabria e provincia, ma anche gruppi siciliani ricollegabili a Cosa nostra di Palermo che in alcuni casi si interfacciano in operazioni criminali ai calabresi, in particolare nel settore degli investimenti immobiliari e della gestione di attivita’ commerciali (in particolare locali pubblici e mercato ortofrutticolo).

Nella zona a nord del capoluogo, corrispondente ai territori dei circondari che vanno fino a Monza, Como e Lecco, vi e’ la presenza di gruppi della ‘ndrangheta che fa riferimento al clan di Coco Trovato (Lecco), alla ‘ndrina Mancuso di Limbadi (Monza), quella di Morabito di Africo nel territorio di Como.

Nella zona a sud di Milano e cioe’ nei circondari e fino a Pavia e Lodi, non vi e’ alcuna presenza delle organizzazioni criminali italiane, ma vi sono quelle di gruppi stranieri, composti in particolare da extracomunitari di origine slavo-albanese e romeni, che gestiscono traffici di stupefacenti, lo sfruttamento della prostituzione e furti.

Nella zona a nord-ovest del capoluogo, corrispondente al territorio della provincia di Varese, vi e’ una significativa presenza di esponenti della ‘ndrangheta del crotonese, in particolare provenienti da Ciro’ Marina, riconducibili alla cosca ‘Farao-Marincola‘.

Capitale morale prima, capitale della moda e del fashion poi. Da tempo, pero’, Milano deve fare i conti con un nuovo, senz’altro meno nobile, primato: essere la principale base d’azione della ‘ndrangheta. Ora che la citta’ si appresta a diventare un cantiere a cielo aperto in vista di Expo 2015, da piu’ parti si fa spazio l’idea di istituire controlli speciali per impedire infiltrazioni mafiose negli appalti. Gli arresti di ieri nel milanese ai danni di una cosca calabrese che avrebbe tentato di aggiudicarsi i lavori per la Tav e l’allargamento della A4 in Lombardia e la relazione della Direzione Nazionale Antimafia, che indica nell’esposizione universale il piu’ importante appetito della criminalita’ organizzata, non hanno fatto che confermare cio’ che indagini e atti giudiziari raccontano da tempo. ”Non c’e’ da stupirsi – ha osservato il vicesindaco Riccardo De Corato -. Fu proprio un magistrato di Milano, Ilda Boccassini, a scoprire vent’anni fa la Duomo Connection”.

De Corato, che siede nella giunta di Milano dal 1997, e’ certo che l’amministrazione ”abbia tutti gli anticorpi” per impedire infiltrazioni mafiose negli appalti pubblici. A convincerlo e’ l’azione del settore gare che in questi anni ha sventato numerosi tentativi di cartello tra imprese non trasparenti. Tuttavia, in vista delle grandi opere per l’Expo, anche il vicesindaco ha riconosciuto la necessita’ di un’attivita’ straordinaria di vigilanza. ”Ho proposto al sindaco Moratti – ha aggiunto De Corato – di seguire per l’Expo il modello delle Olimpiadi di Londra, dove tutte le opere pubbliche sono sotto il diretto controllo del ministero dell’Interno. Questo sarebbe per noi di massima garanzia contro il rischio di infiltrazioni”.

Per il momento il governo non ha ancora deciso le azioni di contrasto alle infiltrazioni mafiose su Expo, ma dalle prime indiscrezioni potrebbe dar vita a un organismo di controllo analogo al Comitato di alta sorveglianza e garanzia, istituito per le Olimpiadi invernali di Torino 2006. Del resto sono proprio i grandi appalti legati alle infrastrutture e le opere connesse all’edilizia, in particolare quelle per il movimento della terra, il terreno di conquista delle nuove mafie imprenditoriali del Nord.

A ribadire un’analoga richiesta anche il centrosinistra, impegnato in questi giorni ad affermare la necessita’ di istituire una commissione comunale d’inchiesta contro le mafie, nonostante un primo parere negativo del prefetto Gian Valerio Lombardi.

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MILANO: CONSIGLIO COMUNALE VARA COMMISSIONE INCHIESTA SU MAFIA

6 Marzo 2009

Il Consiglio comunale di Milano ha deciso all’unanimita’ di costituire una Commissione speciale d’inchiesta sulla presenza della criminalita’ organizzata di stampo mafioso a Milano. Lo annuncia il presidente del Consiglio comunale Manfredi Palmeri. “La Commissione – spiega Palmeri – si occupera’, in particolare, delle eventuali infiltrazioni criminose negli immobili di proprieta’ del Comune o di aziende collegate, dei legami con il racket della prostituzione, lo spaccio di stupefacenti, la tratta di esseri umani, le morti bianche e l’immigrazione clandestina, nonche’ dell’impatto negativo del fenomeno sul sistema produttivo, economico e sociale milanese”. “Sono sempre stato fiducioso sull’istituzione della Commissione – continua Palmeri – e convinto della sua opportunita’. Non abbiamo mai smesso di lavorare per questo obiettivo, che oggi e’ uno strumento importante per il nostro Consiglio e utile per la citta’: riconfermo il mio totale sostegno per la programmazione dei lavori, anche con le altre istituzioni e gli interlocutori esterni”.

La Commissione, che si riunira’ in sedute non pubbliche a tutela del diritto alla riservatezza e relazionera’ all’aula 120 giorni dopo la prima convocazione, sara’ composta da 25 consiglieri, con la possibile presenza alle sedute di esponenti delle autorita’ inquirenti, investigative e di pubblica sicurezza operanti a livello nazionale e locale.

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Minacciato con la pistola e sequestrato per il suo impegno contro l’usura

fonte: http://milano.cronacaqui.it/news-minacciato-con-la-pistola-e-sequestrato-per-il-suo-impegno-contro-lusura_19581.html

Vittima Guido Gallo Stampino che alla fine degli anni ‘90 contribuì a far condannare 4 persone della ‘ndrangheta

CERRO MAGGIORE 28/02/2009 – Guido Gallo Stampino, vicepresidente dell’associazione Sos Italia Libera, ha subito ieri sera l’annesimo atto intimidatorio collegato al suo impegno contro l’usura. È rimasto legato e imbavagliato con del nastro adesivo fino a quando una pattuglia dei Carabinieri non ha notato la sua macchina con le quattro frecce azionate sul lato di una strada a Uboldo in provincia di Varese.

L’imprenditore lombardo, 70 anni, ha chiuso il suo negozio di abbigliamento a Cantalupo, frazione di Cerro Maggiore, e stava rientrando a casa quando una macchina con il lampeggiante lo ha affiancato. Gallo Stampino ha quindi accostato ed è stato subito minacciato con una pistola da un uomo che lo ha poi legato e imbavagliato al sedile, minacciandolo ripetutamente per la sua attività contro l’usura. È stato liberato attorno alle 20.30 da una pattuglia dei Carabinieri ed è stato poi portato in ospedale per un controllo.

Guido Gallo Stampini, tra il 1997 ed il 1998, con le sue denunce contribuì a far condannare quattro persone della ‘ndrangheta appartenenti alla famiglia Sergi Zavattieri che agivano tra Legnano e Busto Arsizio. Per questo, è considerato vittima di mafia ed è sottoposto a un programma di vigilanza generica da parte delle forze dell’ordine. “Questo gravissimo episodio di intimidazione mafiosa è molto preoccupante – ha detto Frediano Manzi, presidente di Sos Racket e usura – e ci auguriamo che lo Stato tuteli in maniera adeguata il nostro amico Guido che ha settant’anni ed ha subito due infarti a causa delle sue vicende processuali”.

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NDRANGHETA: 68 INDAGATI A CHIUSURA OPERAZIONE DIA MILANO

18 Febbraio 2009
Con l’
arresto del latitante Paolo Latella, avvenuto a San Valentino, si sono chiuse le indagini dell’operazione ‘Metallica‘ contro un’organizzazione della ‘ndrangheta, che aveva a capo Giuseppe (Pepe’) Onorato ed era penetrata nel tessuto economico lombardo. Il sostituto procuratore della Repubblica Celestina Gravina ha notificato la chiusura delle indagini del centro operativo di Milano della Direzione Investigativa Antimafia a 68 indagati. Questi sono ritenuti variamente responsabili, tra l’altro, di associazione mafiosa, estorsione, ricettazione, riciclaggio e usura.

Le indagini – durate due anni – hanno permesso di chiarire anche le responsabilita’ di un vecchio sodale di Onorato, Antonio Ausilio, nell’omicidio dell’avvocatessa Anna Spinella, avvenuto il 30 ottobre 2006 a Segrate, alle porte di Milano. Partendo dalle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia che, nell’agosto 2007, si era autoaccusato dell’assassinio della giovane penalista, che all’epoca era agli arresti domiciliari per un affare di droga, la Dia ha compiuto ulteriori accertamenti tecnici ritenuti decisivi per la formulazione del capo di imputazione.

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Dalla Calabria alla Lombardia, le radici dell’omicidio Novella.

fonte: http://www.omicronweb.it

Il 14 luglio 2008 a San Vittore Olona, un paesino a pochi chilometri da Legnano, viene ucciso Carmelo Novella. L’uomo, 58 anni, viene colpito intorno alle 18.30 in un agguato in stile mafioso. Si trova in compagnia di alcuni amici all’interno di un bar. Alzatosi da tavola, è affrontato da due uomini a volto scoperto, con giubbotti da motociclisti, che gli sparano alcuni colpi al volto e al torace. I killer scappano poi dal locale, allontanandosi su un’automobile. Per comprendere questo omicidio commesso in Lombardia è necessario trasferirsi sulla costa ionica della Calabria.

Guardavalle è un paesino di circa 6 mila abitanti posto al confine meridionale della provincia di Catanzaro. A Guardavalle sono nati Carmelo Novella, detto compare Nuzzo, e Vincenzo Gallace, il capobastone, capi un’organizzazione criminale che negli anni ha sviluppato il proprio potere nella zona del Basso Jonio soveratese, allungando i tentacoli nel Lazio e in Lombardia.

LE ATTIVITA’ – Nel settembre del 2004 il clan viene coinvolto nell’operazione “Mythos”, frutto di un’indagine durata tre anni, mirata a ricostruire nei dettagli le attività della criminalità organizzata nel Soveratese (in particolare Guardavalle, Badolato e Santa Caterina dello Jonio) e firmata dal sostituto procuratore della Repubblica Gerardo Dominijanni. L’operazione porta a 81 ordinanze di custodia cautelare, emesse dall’allora Gip Antonio Baudi. Agli arrestati vengono contestati 278 reati. Queste le accuse: associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione, rapina, traffico internazionale d’armi e di sostanze stupefacenti, danneggiamento e violazione in materia di aggiudicazione ed esecuzione di appalti pubblici. Tutti reati commessi tra il 1998 e il 2004. Secondo gli inquirenti, gli esponenti del clan si sarebbero inseriti nelle amministrazione locali di Guardavalle (comune sciolto per mafia nel 2003) e di Santa Caterina dello Jonio. In questo modo riuscivano a gestire direttamente le concessioni degli appalti pubblici. Non solo. Il controllo era capillare e totalizzante: l’organizzazione si era inserita anche nei campionati dilettantistici di calcio, riuscendo a pilotare perfino le partite delle squadre locali. Una dimostrazione di forza esemplare. Ma la vera specializzazione degli uomini del clan era l’estorsione: il pizzo veniva chiesto agli imprenditori del basso ionio catanzarese e di alcuni centri della provincia di Reggio Calabria. Non mancavano poi le rapine, molte delle quali ai danni di anziani che spesso preferivano non denunciare l’accaduto. E il traffico di armi, acquistate quasi sempre in Svizzera. La droga – soprattutto cocaina e hashish – veniva invece importata direttamente dalla Siria e dalla Turchia.

Al vertice dell’organizzazione c’era proprio Carmelo Novella, insieme a Vincenzo Gallace. Emessa l’ordinanza di custodia cautelare, il boss si dà alla macchia ma la sua latitanza dura solo cinque mesi: viene stanato in un appartamento di Verzino, nel Crotonese, dai carabinieri di Cirò Marina. Novella viene quindi rinviato a giudizio, ma il processo viene trasferito a Roma per volere del tribunale di Catanzaro, perché la maggior parte dei reati contestati agli indagati sono stati commessi nel Lazio.

Il Gip di Roma il 20 marzo 2006 emette 18 ordinanze di custodia cautelare, una di queste per Carmelo Novella. Dal 2006, per tre anni, il boss è sorvegliato speciale, con l’obbligo di soggiorno nel Comune di residenza.

NON SOLO CALABRIA – Le mani del clan di Guardavalle erano giunte oltre i confini calabresi. Ad Anzio e Nettuno, sul litorale laziale, era stata creata una sezione separata, una cosiddetta “ndrina”: come in una normale rete di franchising, la cellula laziale gestiva autonomamente il traffico di cocaina. La droga veniva acquistata in Colombia e giungeva in Italia attraverso Germania, Spagna e Svizzera. E proprio nel Lazio, secondo gli inquirenti, si sarebbero rifugiati diversi latitanti calabresi per sfuggire alle manette. Tra questi Cosmo Leotta, 48 anni, e Domenico Origlia, 46, considerati gli esponenti di spicco della cosca sul litorale laziale. Leotta e Origlia, sfuggiti inizialmente all’arresto nell’ambito dell’operazione Mythos, sono stati catturati a Monasterace, centro del litorale jonico reggino, nel gennaio del 2005. Il comune di Nettuno verrà sciolto nel novembre del 2005 per infiltrazione mafiosa. Ma il clan di Guardavalle si era spinto anche più a nord, in Lombardia, mettendo radici tra Rho e Legnano. E proprio a San Vittore Olona, paese di circa 6 mila abitanti della provincia di Milano a pochi chilometri da Legnano, si era trasferito Carmelo Novella, dopo la scarcerazione che era seguita all’arresto avvenuto a Verzino. A San Vittore Olona aveva l’obbligo di dimora. Lì è stato ucciso, intorno alle 18.30 di lunedì 14 luglio 2008. Nella zona di Legnano Novella aveva stretto rapporti con il clan di Giuseppe Rispoli, residente a San Giorgio su Legnano. Ma è con Domenico Barbaro, detto l’Australiano, e il clan Papalia (quello dei sequestri Sgarella e Casella) che Novella aveva avviato i business più importanti: trasporto merci, droga ed edilizia. Qualche mese prima, precisamente il 23 aprile 2008, il clan dei Novella aveva subito un duro colpo: la sezione operativa della Dia di Catanzaro aveva sequestrato alla ‘ndrina beni mobili e immobili per un valore complessivo di 5 milioni di euro. L’ordine di sequestro, emesso dal Tribunale di Catanzaro, ha riguardato case, magazzini, terreni, conti correnti bancari, auto e moto aziendali e perfino una chiesa sconsacrata di epoca bizantina. Due le imprese sequestrate: la “Trans Ven srl” che svolge attività di autotrasporto merci in Italia e all’estero, e la “Roberta sas di Novella Edoardo & C.” che gestisce il Ritual Bar di Legnano. Il provvedimento è stato eseguito in Calabria e Lombardia, con la collaborazione del Dia di Milano. Con la morte di Novella il clan di Guardavalle perde uno dei suoi due capi.L’altro, Vincenzo Gallace, arrestato il 22 settembre del 2004 nel corso dell’operazione Mythos, è attualmente sottoposto all’obbligo di dimora a Guardavalle.

L’ULTIMO OMICIDIO – Chi ha ucciso Carmelo Novella? La risposta per ora non c’è. Ciò che è certo è che poco più di due mesi dopo l’omicidio del boss del clan di Guardavalle, il 27 settembre di quest’anno, nella zona di Legnano è stato trovato morto un altro uomo. È Cataldo Aloisio, 34 anni, nato a Cirò Marina, un piccolo comune della provincia di Crotone. Il cadavere di Aloisio è stato trovato vicino all’ingresso del cimitero di San Giorgio su Legnano: il camposanto in cui è sepolto Carmelo Novella. Da qui l’ipotesi che i due omicidi possano essere collegati. Novella era infatti in affari con la famiglia Rispoli, residente a San Giorgio su Legnano. E pare che proprio i Rispoli abbiano insistito per seppellire nel camposanto di San Giorgio le sue spoglie. Caso vuole che la famiglia di Vincenzo Rispoli sia originaria di Cirò Marina, lo stesso paese da cui proviene Cataldo Aloisio, che ha sposato una delle figlie del presunto boss di Cirò, Giuseppe Farao, attualmente in carcere. L’omicidio di Aloiso e di Novella, a poca distanza l’uno dall’altro, hanno attirato l’attenzione dell’opinione pubblica e delle amministrazioni locali sui legami tra ‘ndrangheta e zona del Legnanese. Il Partito democratico locale ha presentato, pochi giorni dopo l’assassinio di Aloisio, un’interrogazione al consiglio comunale in cui chiedeva se la giunta fosse consapevole della situazione e quali azioni di contrasto alla criminalità avesse in programma. A tale proposito, il comitato provinciale per la sicurezza si era riunito proprio nei giorni dopo l’omicidio a Legnano. Presenti il prefetto di Milano Gian Valerio Lombardi, il questore del capoluogo Vincenzo Indolfi, gli alti comandanti provinciali e locali di Guardia di frinanza e Carabinieri, i sindaci di dieci Comuni del Legnanese, fra cui naturalmente Lorenzo Vitali con l’intera giunta e vari rappresentanti delle polizie locali dei comuni interessati.

I NOMI – Eccoli, uno per uno, gli 81 incriminati dell’operazione Mythos: Aloi Cosimo, 55 anni di Guardavalle, Aloi Francesco, 41, di Guardavalle; Andreacchio Andrea, 32, di Badolato; Andreacchio Raffaele, 36, di Guardavalle; Aouab Lyubov, 33, ucraina residente a Guardavalle; Barletta Raffaele, 52, di Guardavalle; Bonelli Luciano, 33, di Isca sullo Jonio; Campagna Giuseppe Antonio, 49, di Isca sullo Jonio; Carioti Salvatore, 32, di Guardavalle; Carioti Antonio, 31 di Guardavalle; Carioti Alfonso, 34, di Guardavalle; Chiefari Pietro, 51, di Torre Ruggiero; Cicino Francesco, 75, di Guardavalle; Cicino Francesco, 38, di Guardavalle; Codispoti Eliseo Andrea, 57, nato a S. Andrea Apostolo dello Jonio ma residente a Torino; Codispoti Roberto Salvatore, 41, di S. Andrea Apostolo dello Jonio; Colubriale Francesco Antonio, 70, di S. Caterina; Colubriale Rocco, 35, di S. Caterina Jonio; Colubriale Rosario, 28, di Badolato; Comito Domenico, 27 di Badolato; Coniglio Benito Giuseppe, 72, di Guardavalle; Costantino Enzo, 37, di Catanzaro; Emanuele Damiano, 31, di Guardavalle; Fazzalaro Domenico, 36, di S. Caterina; Fiorenza Adriano, 34, di a S. Caterina Jonio; Fiorenza Antonio, 31, di Santa Caterina; Fiorenza Pasquale, 60, di S. Caterina dello Jonio; Frustagli Giuseppe, 32 di S. Sostene Marina; Galati Francesco, 31, di Guardavalle; Gallace Agazio, 54, di Nettuno; Gallace Angelo, 42 di Anzio; Gallace Bruno, 36, di Guardavalle; Gallace Rocco, 24, di Guardavalle; Gallace Vincenzo, 61, di Guardavalle; Gallelli Maurizio, 34, di Badolato; Gallelli Pasquale, 52, di Badolato; Gallelli Patrizio, 25, di Badolato; Gallelli Vincenzo, 62, di Badolato; Giannini Antonio, 35, di Santa Caterina; Maria Wioletta Kovvalezuk, 30, polacca residente a S. Caterina; Latassa Fabrizio, 31, di S. Caterina Jonio; Lazzaro Francesco Antonio, 55, di S. Caterina Jonio; Leotta Cosimo, 48, di Monasterace; Leto Saverio, 23, di S. Caterina Jonio; Mauro Francesco, 37, di Catanzaro; Menna Vincenzo, 39, di Catanzaro; Mirante Giuseppe, 41, di Catanzaro; Origlia Agazio, 57, di Roma; Notaro Michele, 45, di Satriano; Novella Carmelo, 58, di Guardavalle; Novella Vincenzo Alessio, 31, di Guardavalle; Origlia Domenico, 47, di Guardavalle; Papaleo Salvatore, 37, di Monasterace; Paparo Angelo Domenico, 28, di Badolato; Paparo Luigi, 34 di Guardavalle; Perronace Nicola, 65, di Anzio; Procopio Saverio, 54 di Soverato; Pultrone Vittorio, 50, di Badolato; Purri Antonio, 54, di Guardavalle; Riitano Nicola, 46, di Guardavalle; Riitano Paolo, 32, di Anzio; Scarano Cosimo Andrea, 36 di Monasterace; Scicchitano Sergio, 29, di Davoli; Siciliano Antonio, 73, di Antonimina; Squillace Giuseppe, 31, di Isca sullo Jonio; Taverniti Francesco, 34, di Guardavalle; Tedesco Amedeo Giuseppe, 25, di Anzio; Tedesco Cosimo, 25, di S. Caterina; Tedesco Liberato, 66, di Guardavalle; Tedesco Raffaele, 28, di Anzio; Todaro Domenico, 47, di Soverato; Todaro Giuseppe, 27, di Montauro Scalo; Tolone Vito, 54, di Vallefiorita; Tripodi Maurizio, 49 di Soverato; Vallelunga Damiano, 51, di Serra San Bruno; Vitale Carmelo, 47, di Guardavalle; Vitale Giuseppe, 31, di Guardavalle; Vitale Nicola, 39, di Guardavalle; Zangari Domenico, 27, di Davoli Marina.

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NERVIANO Sei colpi di pistola sono stati sparati contro un negozio di via Ticino

Proiettili di avvertimento?
I proprietari negano di aver subito minacce: in corso le indagini dell’Arma

NERVIANO (lue) Colpi di pistola nella notte e una vetrina di un negozio crivellata di colpi di pistola. Sei per l’esattezza. E’ successo nella notte tra domenica 30 e lunedì 1 dicembre, in via Ticino: vittima il negozio Punto Camino, aperto da 9 anni da una famiglia di origine calabrese da tempo attiva nel campo dell’edilizia, che vende pavimenti, caminetti, rivestimenti e barbecues. Ancora misteriosa la mano che ha esploso i proiettili, alcuni dei quali oltre a trapassare il vetro hanno anche danneggiato dei pannelli esposti all’interno del locale. Sull’accaduto è già stata avviata un’inchiesta della magistratura che dovrà cercare di far luce sui motivi e sui responsabili dell’accaduto. Intanto, i non stanno certo trascorrendo giornate felici: e si interrogano su chi, e perché, sia arrivato a un gesto del genere. Interpellati sull’accaduto hanno negato di aver mai ricevuto minacce né di aver mai fatto del male a nessuno né di averne ricevuto. Un vero fulmine a ciel sereno che ha di fatto sconvolto la vita dei proprietari del negozio. Ma torniamo ai fatti: quella notte alcuni nervianesi quei colpi li hanno sentiti, pare che li abbiano uditi fino al quartiere Gescal più lontano. Ma nessuno ha chiamato i carabinieri ed è stato solo col sorgere del sole che i proprietari del negozio si sono accorti di quanto successo: dall’interno del locale si sono avvicinati alla vetrata e quei sei fori nel vetro hanno gelato loro il sangue nelle vene. In via Ticino sono arrivati un gran numero di carabinieri, quelli di Parabiago e quelli di Legnano, che hanno setacciato la via raccogliendo testimonianze e quanto di utile per le indagini. Ovvio che un tale gesto rievoca alla mente scenari di criminalità organizzata: forse un avvertimento per i titolari? Non si può ancora dirlo. E al momento, come dichiarato dai carabinieri, pare che non ci siano collegamenti coi fatti successi recentemente sul territorio. Territorio che dal mese da questa estate ha visto casi di sangue legati alla malavita: il 14 luglio, a San Vittore Olona, è stato freddato con 2 colpi al viso, Carmelo Novella, 58 anni e boss della ‘Ndrangheta mentre il 27 settembre è stato ritrovato il corpo di Cataldo Aloisio, 38 anni e genero del boss Giuseppe Farao della ‘Ndrangheta, ucciso con un colpo di pistola alla nuca e deposto all’esterno del cimitero di San Giorgio su Legnano, luogo proprio dove è stato sepolto novella. Parabiaghese e Legnanese alle prese con fatti dei quali finora si è parlato pochissimo e che si è sempre pensato accedessero solo al sud.

Settegiorni 5 dicembre 2008

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Quarto Oggiaro: NO alle minacce alla polizia!

11 Ottobre 2008

Una cartuccia calibro 12, marca Winchester, ed un foglio in cui vi era scritto soltanto “timer”: questo era il contenuto di una lettera fermata al deposito di Peschiera Borromeo ed indirizzata al Commissario di Quarto Oggiaro (MI) ed il suo Commissario Capo, Angelo De Simone.
Una pallottola per un fucile a canne mozze, di non facile reperibilità sul mercato, secondo gli inquirenti, e quindi, probabilmente, legata alla criminalità organizzata, vista anche la recente attività dei due esponenti delle forze dell’ordine.

E’ del 26 giugno scorso l’operazione firmata dal Commissario Capo, insieme al commissariato, che ha portato all’arresto di quasi una trentina di persone per spaccio di cocaina. Spaccio che fruttava 800mila euro al mese. Soldi che finivano molto probabilmente nelle mani dell’ Ndrangheta, visto l’esponente arrestato durante il blitz, il capo della banda: Mario Carvelli, 43 anni.
Quella mattina di giugno, all’alba, Quarto Oggiaro sembrava il set di un film di mafia di altri tempi. Trecento poliziotti, l’elicottero, i passamontagna ed i mitra. Invece era tutto reale. Reali i poliziotti, reali gli arrestati e reali i danni inflitti alla criminalità organizzata a causa di quegli arresti. Forse, proprio per questo è stata mandata questa lettera: una minaccia ed una richiesta di far cessare le indagini ancora in corso su ciò che è stato reperito quel 26 giugno.

Non si tratta di edilizia questa volta, non di riciclaggio del denaro sporco, e neanche di appalti per l’imminente arrivo dell’Expo. E’ puro e semplice controllo del territorio. Uno scontro diretto fra chi difende i cittadini e chi li minaccia imponendo la propria presenza; ed è per questo che i cittadini devono far sentire la propria volontà nel rimanere accanto alle forze dell’ordine in questa lunga battaglia, ma non infinita, in cui dovrà essere vittoriosa la giustizia sull’ombra della mafia che ormai da anni si abbatte anche sul nord Italia.

In questa, altra, brutta occasione, il movimento Ammazzatecitutti esprime la propria vicinanza e solidarietà al Commissario Capo ed al suo Vice, sicuro di rappresentare la voce di molti dei cittadini di Quarto Oggiaro che stanno vedendo un miglioramento nell’intenso lavoro delle forze dell’ordine. Lavoro che non deve assolutamente diminuire e non deve essere scalfito da simili minacce, che altro non devono provocare se non una riflessione su quanto la mafia pensi di poter esercitare il suo potere su un territorio che i cittadini vogliono invece libero da ogni forma di costrizione; a Quarto Oggiaro, come in tutta Italia.

Massimo Brugnone

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Uomo assassinato con un colpo di pistola alla nuca

San Giorgio su Legnano (MI) – Si tratta del 35enne genero di un boss calabrese, ritrovato nella campagna di via Redipuglia. Solo due mesi fa un altro delitto a San Vittore Olona. Indagano i carabinieri di Legnano e Monza
Uomo assassinato con un colpo di pistola alla nuca
Sabato 27 Settembre 2008

O.M./SdA
redazione@varesenews.it

Il corpo senza vita di un uomo è stato rinvenuto questa mattina, sabato 27 settembre alle 8,30, nella campagna di San Giorgio sul Legnano, in via Redipuglia. A ritrovarlo sono stati i Carabinieri di Legnano e di Monza che sono intervenuti sul posto, probabilmente dopo una segnalazione, e hanno ritrovato l’uomo, probabilmente morto a causa di ferite d’arma da fuoco. Dall’autopsia si avranno risposte precise, ma sembra si sia trattato di una vera esecuzione da professionisti, con un colpo alla nuca.

Dai documenti si è risaliti all’identità dell’uomo, si tratta di Aloisio Cataldo del 1974, di Cirò Marina, provincia di Crotone. Si tratta di un genero del boss della ‘ndrangheta Giuseppe Farao (recentemente condannato all’ergastolo con il fratello Silvio), del potente clan Farao-Marincola che ha vasti interessi in terra lombarda. Uno zio del Cataldo, Vincenzo Pirillo, altro esponente di spicco della ’ndrangheta, era stato assassinato a Cirò Marina nell’estate del 2007 da un gruppo di fuoco che ferì altre sei persone, fra cui una bambina. Solo due mesi e mezzo fa, il 14 luglio, a San Vittore Olona (paese a fianco) venne ucciso Carmelo Novella, uomo legato ai clan di Catanzaro, ucciso in pieno giorno in un bar da due sicari a volto scoperto.

A conferma del potere e della spietatezza delle ‘ndrine ormai solidamente impiantate in Lombardia e particolarmente nell’Alto Milanese, anche le tre persone uccise tra il 2005 e il 2006 a Lonate Pozzolo e Ferno erano originarie della zona di Cirò.

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Criminalita’: preso killer della mafia evaso a Milano

Salvatore D’Avanzo era evaso il 6 aprile 2008

(ANSA) – MILANO, 24 SETSalvatore D’Avanzo, killer della famiglia mafiosa Vitale condannato all’ergastolo ed evaso a Milano il 6 aprile 2008 e’ stato arrestato. Lo hanno rintracciato nel capoluogo lombardo, che non aveva mai lasciato, i Carabinieri. Nel 1988 Vitale si era reso responsabile dell’omicidio di Diego Bonura, il cui corpo era stato trovato solo 10 anni piu’ tardi lungo il Naviglio pavese.

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ndrangheta: otto arresti nel Milanese

Presunti appartenenti a cosca Barbaro- Papalia
(ANSA) – MILANO, 10 LUG – La Guardia di Finanza di Milano ha arrestato stamani otto persone sospettate di appartenere alla cosca ‘ndranghetista dei Barbaro-Papalia. Le ordinanze di custodia cautelare sono state eseguite nell’hinterland milanese e sono state accompagnate da 19 perquisizioni che hanno coinvolto il capoluogo lombardo, alcuni comuni della provincia e la citta’ di Reggio Calabria. Gli arrestati devono rispondere a vario titolo di associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione e riciclaggio.

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ndrangheta: operazione Dia Milano, 24 arresti

Perquisizioni in regioni del Nord e del Sud Italia
(ANSA) – MILANO, 8 LUG – Operazione della Dia contro esponenti della ‘ndrangheta nel nord e sud Italia. Eseguiti 24 arresti e 24 perquisizioni, 48 indagati. L’operazione e’ condotta dagli uomini della Direzione investigativa in Lombardia e Veneto e nelle province di Roma, Napoli e Reggio Calabria. In manette sono finiti esponenti della ‘ndrangheta accusati, riferisce la Dia, di associazione a delinquere di stampo mafioso.

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Ergastolo ai boss, 5 mila anni ai gregari

L’ ombra del carcere a vita su diciassette calabresi protagonisti dei capitoli piu’ sanguinosi della criminalita’ lombarda. Ricostruita la guerra che opponeva affiliati alla camorra a esponenti della ‘ndrangheta Il ruolo dei pentiti e della federazione delle mafie Le richieste dei pm concludono la prima fase dei maxiprocessi Wall Street e Nord Sud

L’ombra del carcere a vita su diciassette calabresi protagonisti dei capitoli piu’ sanguinosi della criminalita’ lombarda Ergastolo ai boss, 5 mila anni ai gregari Ricostruita la guerra che opponeva affiliati alla camorra a esponenti della ‘ndrangheta Il ruolo dei pentiti e della federazione delle mafie Le richieste dei pm concludono la prima fase dei maxiprocessi Wall Street e Nord Sud Trentotto ergastoli per diciassette boss, quasi cinquemila anni di carcere per gli altri membri delle organizzazioni piu’ feroci. Con queste richieste si e’ chiusa ieri la prima fase dei maxiprocessi milanesi. Nelle due aule bunker, i pm Armando Spataro e Alberto Nobili hanno concluso le requisitorie dei procedimenti Wall Street e Nord Sud. Gli imputati sono complessivamente 282, giudicati per trentuno omicidi e dieci sequestri di persona.

Si tratta dei capitoli piu’ sanguinosi della criminalita’ lombarda. Da una parte quella che viene considerata la piu’ potente ramificazione della ‘ndrangheta in Lombardia. Un clan che avrebbe avuto al vertice le famiglie Papalia e Sergi. E che – secondo le contestazioni – avrebbe commesso diciassette assassinii. Il pm Nobili ha chiesto per gli imputati una selva di ergastoli. Ben nove per Francesco Sergi, incriminato per dieci delitti; sette per Paolo Sergi e sei per Francesco Trimboli. Fara’ discutere la pena invocata nei confronti di Rocco Papalia, uno dei presunti capi: l’ergastolo come somma di una condanna a cinquanta anni per alcuni rapimenti e di una a trent’anni per narcotraffico. Non meno importanti le vicende ricostruite da Spataro con l’istruttoria Wall Strett. Si e’ discusso della piu’ terribile guerra di mafia avvenuta a Milano negli ultimi anni: la battaglia tra la famiglia campana dei Batti e il clan raccolto intorno a Franco Coco Trovato e Giuseppe Flachi. Era la fine del 1990 e le cronache milanesi sembravano trasformate in un bollettino di guerra, con sparatorie tra i passanti ed esecuzioni senza fine. Il conflitto e’ terminato solo con lo sterminio del gruppo napoletano. Ed ha fatto emergere quella che gli inquirenti chiamano “la federazione delle mafie”.

In pratica, all’ombra della Madonnina si erano creati rapporti di alleanza e cooperazione tra tutte le grandi confraternite criminali originarie dell’Italia meridionale. Sono stati individuati rapporti organici tra le gang lombarde e le piu’ importanti cosche reggine, siciliane, pugliesi o campane. Fino a una serie di delitti incrociati. E’ il caso dell’assassinio di Roberto Cutolo, unico erede di don Raffaele: la sua uccisione venne chiesta dalla Camorra come contropartita per l’eliminazione dell’ultimo superstite dei Batti, avvenuta a San Giuseppe Vesuviano. Proprio all’inizio degli anni Novanta sembrava che i killer potessero agire quasi in regime di impunita’. Poi dal 1992 e’ cominciata la stagione dei pentiti. E la storia e’ cambiata: “Abbiamo inflitto un colpo durissimo alla mafia – spiega Spataro -. Tutti i capi sono in prigione, l’ultimo era Paviglianiti che e’ stato catturato un mese fa. Le cosche sono state decimate. Per ricostruire sul territorio organizzazioni di questo spessore ci vorranno molti anni”. Il primo grande collaboratore e’ stato Saverio Morabito che ha permesso di smantellare la rete dei Papalia, temuti anche all’interno di Cosa Nostra. Per lui il pm Nobili ieri ha chiesto 30 anni. Molti altri sono seguiti. Persino nel corso del dibattimento Wall Street diversi imputati hanno lasciato le gabbie per chiedere il programma di protezione. Hanno raccontato storie di ordinaria barbarie, con avversari ammazzati nelle presse per rottamare automobili, con vendette inesauribili. Ma anche di infiltrazioni nella cosiddetta societa’ civile. L’ultimo episodio emerso e’ quello del presidente dei commercianti della provincia di Lecco che decorava per “meriti imprenditoriali” due presunti capoclan, sospettati di controllare pure il racket sugli esercenti. Ai padrini il denaro non mancava. Anzi, veniva prestato ad imprenditori in crisi per poi rilevarne le aziende. Nella retata era stato coinvolto pure il titolare della catena di supermarket d’abbigliamento Uba Uba, deceduto nella detenzione. Ed ora? “Il nostro compito e’ quello di non ritenerci soddisfatti – continua Spataro – e utilizzare i mille spunti investigativi offerti dai pentiti per seguire l’evoluzione delle nuove leve. Ci vorra’ del tempo per capire che sviluppo stanno prendendo. Il modello e’ quanto e’ successo con l’operazione Europa. Uno dei collaboratori ci aveva dato un’indicazione secondaria che e’ servita pero’ per impostare le ricerche e arrestare i vertici del gruppo. Oggi possediamo una conoscenza globale sulla criminalita’ nel Milanese e dobbiamo saperla gestire con attenzione”. Anche perche’ – ripetono gli uomini della Direzione distrettuale – la citta’ resta il principale centro europeo del traffico di droga. Lo ha confermato

l’ultimo blitz, dimostrando come i narcos milanesi avevano creato basi stabili in Olanda e Spagna per importare cocaina ed in Slovenia per smistare eroina.

Gianluca di Feo
10 gennaio 1997, Il Corriere della Sera

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Decimate la cosche della Padania collegate a mafia e ‘ndrangheta

MILANO – Un colpo alla mafia padana. Un colpo ai clan legati a doppio filo con la ‘ndrangheta e che, per controllare traffico di droga ed estorsioni, si sono affrontati in una guerra sanguinosa punteggiata da decine di omicidi. In carcere sono finiti ieri mattina 72 uomini, affiliati alle cosche calabresi dell’ hinterland milanese. E, in contemporanea, altre decine di arresti sono stati effettuati in Puglia, per un’ altra inchiesta con addentellati milanesi che ha portato in carcere boss e soldati delle famiglie che operano tra Lecce e Taranto.

L’ operazione milanese, coordinata dal sostituto procuratore della Repubblica Armando Spataro, ha preso le mosse proprio dallo scontro avvenuto negli ultimi anni tra i due schieramenti che si contendevano la “piazza” di Milano. Da un lato il gruppo di Giuseppe “Pepé” Flachi, il boss della Comasina, arrestato sulla Costa Azzurra poco più di un anno fa e ancora detenuto in Francia (un clan che diventa più forte alleandosi con Franco Coco Trovato e Antonio Schettino); dall’ altro, la banda di Salvatore Batti che cerca di strappare a “Pepé” la supremazia nell’ hinterland nord della città e di conseguenza i rapporti privilegiati con i clan calabresi. E nell’organizzazione ci sono anche insospettabili riciclatori, come, ad esempio, il titolare della catena di negozi di abbigliamento “Uba-Uba”, Ubaldo Nigro, 45 anni, arrestato ieri mattina a Cologno Monzese. Lo scontro tra i due clan era stato aspro e drammatico, segnato da una sanguinosa scia di cadaveri che aveva raggiunto il culmine nel ‘ 91, quando a Milano si superarono i cento omicidi in un anno mentre, il 27 dicembre, a San Giuseppe Vesuviano, veniva assassinato Salvatore Batti, il rivale numero uno di “Pepé” Flachi. Il bilancio della mega-operazione, comunque, è ancora parziale. Soprattutto perché il versante milanese delle indagini è tutt’ altro che concluso.

Lo ha spiegato, in una breve conferenza stampa, il procuratore aggiunto Claudio Minale: “Purtroppo il lavoro investigativo ha subìto un’ accelerazione a Sud dovuta all’ esposizione di una fonte, per cui abbiamo dovuto far in fretta. Ecco perché siamo stati costretti ad operare dei fermi che dovranno passare al vaglio dei gip nelle prossime ore. E sino a quel momento non possiamo dire di più”. Su una cosa, però, Minale è molto preciso: si tratta di associazione mafiosa: un particolare non irrilevante per Milano, dove raramente si contesta l’ articolo 416 bis del Codice penale. Proprio per questo, il magistrato offre una interessante spiegazione: “E’ vero che a Milano, e più in generale in Lombardia, si procede con i piedi di piombo prima di giungere a una imputazione di associazione mafiosa. Ma la risposta tutto sommato è semplice. In altre realtà esiste un vestito già confezionato. Il lavoro, quindi, consiste soprattutto nel dimostrare l’appartenenza dell’accusato ad una organizzazione la cui esistenza è già stata accertata giudiziariamente. Qui non è così. Abbiamo bisogno di tagliare, per così dire, un vestito su misura”. Comunque, in questo, caso si tratta di 416 bis? “Sì, ma non di Cosa nostra, ma di famiglie calabresi legate alla ‘ndrangheta”.

Per completare il quadro, i numeri dell’operazione che ha visto impegnati oltre mille uomini tra squadre mobili, carabinieri del Ros, finanzieri del Gico, Criminalpol e il coordinamento della Dia e della Direzione distrettuale antimafia di Milano. I provvedimenti della Procura sono stati 140. Di questi 72 sono stati eseguiti nei confronti di persone a piede libero, 50 notificati in carcere a componenti delle organizzazioni già arrestate. Restano quindi una dozzina di latitanti, una percentuale che ha soddisfatto molto gli investigatori. –

Luca Fazzo e Roberto Leone
11 giugno 1993, La Repubblica

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2 Risposte

  1. salve mi chiamo salvo65 ,inizio col dirvi che sia io che qualche famigliare mio abbiamo collaborato con la giustizia adesso dopo un po di tempo io ne sono fuori dal programma di protezione , si ho fatto una scelta giusta ,pero sono molte le conseguenze a distanza di molto tempo ancora non ho un lavoro ne una casa e adesso l ‘unica alternativa che mi e rimasta che sto facendo una licenza per poter almeno vivere dignitosamente e lo spero proprio ,ho letto i vostri articoli e vi dico che certi personaggi li conosco ,comunque avete tutta l mia stima vi saluto salvo

    • spero salvo dovunque tu sia che vinca la giustizia e che dio ti protegga anche se non dovevi uscire dal programma di protezione forza

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