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O.C.C. Fire Off: Fatti risultanti dagli atti trasmessi dal Pubblico Ministero

L’indagine trae origine nell’attentato incendiario avvenuto la sera del 30.12.2009 in via Signorelli ad Induno Olona (VA) ai danni del pregiudicato BELLINATO Albano Bruno: ignoti appiccavano l’incendio di due autovetture parcheggiate, provocando tra l’altro l’esplosione di una terza con il conseguente ferimento di quattro Vigili del Fuoco intervenuti per domare le fiamme (cfr l’annotazione conclusiva della Squadra Mobile di Varese del 15.12.2010 n. 1109, e relativi allegati [..]).

Gli operanti danno atto che nell’immediatezza BELLINATO Albano Bruno veniva sentito affermare: “questo era per me!” [..].

Successivamente il Bellinato riferiva informalmente a personale dell’Arma dei Carabinieri e a personale della Polizia di Stato, di avere avuto dei contrasti con NICASTRO Fabio il quale aveva manifestato l’intenzione di attirarlo in una trappola per ucciderlo, così come gli era stato riferito da un amico di nome B. V.

Il proseguo delle indagini che da subito si appuntavano sulla figura di NICASTRO Fabio, soggetto noto alle forze dell’ordine in quanto pluripregiudicato, permetteva di chiarire i contorni della vicenda sottesa all’attentato incendiario ai danni del Bellinato e ricondurlo ad un episodio estorsivo ai suoi danni; permetteva altresì di accertare ulteriori fatti estorsivi perpetrati per lo più in danno di soggetti provenienti della medesima aerea geografica del Nicastro che è originario di Gela, e identificare gli altri componenti del gruppo criminale in VIZZINI Rosario, NICASTRO Dario fratello di Fabio, NAPOLITANO Emanuele, BONVISSUTO Rosario, INCORVAIA Crocifisso Massimo e D’ALEO Salvatore, quest’ultimo scomparso nel corso dell’anno 2006 e presumibile vittima di omicidio e occultamento di cadavere.

Il contesto criminale delineato risultava connotato da elementi tipicamente mafiosi, sia nei metodi che nelle finalità, come emergeva sia dalle conversazioni telefoniche ed ambientali nel frattempo intercettate che dalle dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia MENDOLIA Carmelo e dall’ex collaboratore BERNASCONE Angelo.

Entrambi infatti sono stati sentiti e hanno riferito con dovizia di particolari notizie relative alle vicende criminali della zona di Busto Arsizio, ed in particolare dei legami dei malavitosi locali di origine gelese con le cosche siciliane di cosa nostra ormai radicate in tale territorio, specie con la famiglia Rinzivillo i cui esponenti di spicco sono stati ripetutamente condannati per art. 416 bis ed è stata svelata la loro appartenenza al suddetto clan mafioso.

Con nota trasmessa il 24.2.2011 il PM integrava la richiesta con il verbale dell’interrogatorio reso in data 23.2.2011 dal collaboratore di giustizia Crocifisso SMORTA, relativo a vicende risalenti al 2005. Dalle dichiarazioni di Smorta, già condannato per il reato di cui all’art. 416 bis c.p., emergono ulteriori indizi dell’esistenza, nel territorio di Busto Arsizio, di un gruppo criminale mafioso che fa riferimento a Rosario VIZZINI.

Questi viene indicato quale uomo d’onore direttamente legato alla famiglia RINZIVILLO, mentre Fabio NICASTRO quale semplice appartenente a COSA NOSTRA.

Dichiara il collaborante che nel 2005 le famiglie di cosa nostra EMMANUELLO-RINZIVILLO erano alleate tra loro ed avevano raggiunto accordi per la spartizione dei proventi delle attività illecite anche con i gruppi storicamente contrapposti della STIDDA (“Nel 2002, a fronte dell’esigenza di fare fronte alla STIDDA … OMISSIS … , venne deciso, con il pieno assenso di Antonio RINZIVILLO che Daniele EMMANUELLO, allora libero, sarebbe stato responsabile della famiglia di Gela … … Non venne nominato un capo decina, perché all’epoca non vi erano molti uomini d’onore in libertà. In base all’intesa raggiunta, tutti gli introiti delle attività illecite svolte nel territorio di Gela, sia dagli uomini dei Rinzivillo, sia dagli uomini degli Emmanuello, dovevano essere consegnati a Daniele EMMANUELLO e versati al reggente da lui nominato, per quanto riguarda le estorsioni, … Quando sono stato stato reggente, ero io a ricevere i soldi e li distribuivo sulla base delle indicazioni di Daniele EMMANUELLO. La famiglia di Gela aveva affiliati anche al Nord Italia, parlo di OMISSIS e Busto Arsizio”).

Con particolare riferimento ai rapporti della famiglia con la Stidda e dei proventi delle estorsioni effettuate in territorio bustocco SMORTA ha riferito:

“All’epoca avevamo raggiunto un accordo con la stidda di dividere gli introiti al cinquanta per cento. Ebbi occasione di discutere con OMISSIS della tentata estorsione ai danni di C. e OMISSIS mi chiese conto di tutte le estorsioni su Busto Arsizio, rivendicando il cinquanta per cento degli introiti che spettavano alla stidda. Io feci presente che dalle estorsioni non aveva ricavato nulla in quanto Vizzini aveva preteso ed ottenuto grosse somme dagli imprenditori Gelesi, senza versare la parte agli EMMANUELLO.

Tali dichiarazioni da un lato avvalorano quanto riferito da Angelo BERNASCONE ove afferma che Rosario Vizzini e quelle del suo gruppo (Fabio NICASTRO, Emanuele ITALIANO, Dario NICASTRO, il cognato di Fabio NICASTRO, Rosario SCIBONA) sono tutti collegati ad Antonio RINZIVILLO, nonché a Salvatore e Gino RINZIVILLO, che sono di cosa nostra. Che mi risulti loro non hanno niente a che fare con la stidda;

dall’altro spiegano quanto affermato da Carmelo MENDOLIA quando afferma che “A Gela i NICASTRO sono molto influenti come famiglia. Si tratta comunque di STIDDARI. A Gela cosa nostra non esiste almeno da vent’anni. NICASTRO e VIZZINI hanno ancora rapporti con le famiglie di STIDDARI a Gela. Alcuni esponenti di stiddari gelesi, ad es. della famiglia MADONIA sono in stretto contatto con i NICASTRO e con Rosario VIZZINI e talvolta sono venuti a Busto Arsizio. Hanno comuni interessi a Busto nell’edilizia e nel pagamento del PIZZO … VIZZINI è legato anche ai RINZIVILLO. Anche esponenti dei RINZIVILLO sono venuti a Busto Arsizio. MADONIA e RINZIVILLO hanno rapporti anche per quanto riguarda attività da compiere a Busto Arsizio. Ogni attività dei RINZIVILLO e dei MADONIA a Busto viene svolta chiedendo prima l’appoggio di VIZZINI e con la collaborazione di questi. Sto parlando dei settori di edilizia e delle estorsioni nell’edilizia. Il settore edilizio viene ritenuto più sicuro rispetto alla droga. Busto Arsizio è di Rosario VIZZINI. VIZZINI è lo stiddaro più importante sia a Gela che nella zona di Busto Arsizio. Tutti gli altri gelesi che stanno in Lombardia devono ubbidire a Rosario VIZZINI.

Tale chiave di lettura consente di superare l’apparente contraddizione tra le affermazioni dei due dichiaranti e di comprendere le ragioni di una collaborazione tra elementi appartenenti alla stidda piuttosto che a cosa nostra, organizzazioni criminali tra loro storicamente contrapposte.

Peraltro dall’interrogatorio di SMORTA emerge anche come la consorteria delinquenziale che ha operato a Busto Arsizio avesse carattere del tutto autonomo: egli infatti afferma L’uomo d’onore che si trova fuori da Gela è autonomo nelle sue decisioni. Può cioè scegliere le persone di sua fiducia, senza che siano necessariamente uomini d’onore e può decidere quali attività illecite intraprendere. Deve solo informare il suo punto di riferimento nella famiglia di Gela dell’illecito che lui porta avanti e consegnare gli utili (se si tratta di droga deve dare una percentuale alla famiglia). Per quanto riguarda gli omicidi, l’uomo d’onore che si è stabilito fuori da Gela, se vuole uccidere un altro uomo d’onore, deve prima informare il suo capo ed avere l’assenso. Se l’uomo d’onore che si è stabilito fuori da Gela vuole uccidere un’altra persona può agire, ma deve spiegarne le ragioni al suo punto di riferimento.

SMORTA ha anche riferito che Rosario VIZZINI quale responsabile di una imponente attività estorsiva nei confronti degli imprenditori gelesi operanti a Busto Arsizio, si trovò in difficoltà nei confronti della famiglia EMMANUELLO, nonché di componente della stidda, perché avrebbe destinato le ingenti somme estorte solo ai RINZIVILLO e non anche agli altri due gruppi di riferimento: “A seguito dei soldi estorti agli imprenditori Gelesi, Vizzini ebbe dei problemi all’interno della famiglia. Daniele Emmanuello mi disse infatti che Vizzini aveva destinato i soldi delle estorisioni ai Rinzivillo per una parte, mentre la restante l’aveva trattenuta per se. In poche parole Vizzini non aveva versato niente agli Emmanuello, nonostante si trattasse- quello degli Emmanuello e quello dei Rinzivillo- di un unico gruppo. Come uomo d’onore Vizzini non poteva non sapere che Daniele Emmanuello era il capo della famiglia di Gela e che a lui e non a Rinzivillo dovevano essere dati i soldi dell’estorsione.

Ancora, Smorta chiarisce che quella di sottoporre ad estorsione esclusivamente gli imprenditori gelesi fu una scelta deliberata e motivata dal fatto che tale provenienza geografica dava maggiori garanzie di omertà: “Decidemmo di estorcere soldi solo ai gelesi, in quanto eravamo convinti che i nostri concittadini non ci avrebbero denunciato, in quanto gelesi ed in quanto avrebbero capito da chi provenivano le richieste estorsive. Temevamo invece reazioni, tipo denunce, da parte degli imprenditori locali”.

D’altra parte nella presente indagine è proprio emerso che la contiguità dei presenti indagati con l’ambiente mafioso gelese ha costituito essa stessa strumento di pressione, utilizzato al fine di intimorire le vittime per ridurre le loro resistenze rispetto alle richieste estorsive oltre che per evitare denunce e creare in generale, anche rispetto a terzi, un clima di omertà sul quale il metodo mafioso si fonda e da cui trae alimento.

L’attività investigativa, dunque, nata per far luce sull’episodio in danno del Bellinato ha consentito di disvelare recenti episodi delittuosi, radiografati dalle telefonate captate nel corso del loro svolgersi, e di raccogliere ulteriori denunce di parte di altri imprenditori taglieggiati dal gruppo facente capo a Vizzini Rosario-Nicastro Fabio.

Per tratteggiare il contesto in cui sono maturati i fatti singolarmente descritto nei capi di imputazione cautelare sopra riportati conviene partire dalle dichiarazioni di Mendolia Carmelo e Bernascone Angelo, premesso quanto segue in punto credibilità loro, dello Smorta e delle persone offese che hanno denunciato i fatti di seguito descritti.

In merito alle dichiarazioni rese dalle persone offese dal reato si richiama quanto costantemente affermato dalla giurisprudenza anche di legittimità secondo la quale tali dichiarazioni da un lato sono da valutare con opportuna cautela e da sottoporre ad un’indagine accurata circa i profili di attendibilità oggettivi e soggettivi ma dall’altro possono essere assunte, anche da sole, come fonte di prova, e a maggior ragione assumono pregnante valenza indiziaria: (Cfr., ex plurimis, Cass., Sez IV, sentenza 18 dicembre-29dicembre 2009, n° 49714; Cass., Sez. VI, sentenza 4 novembre 2004, ° 443, in CED rv. 230899; Cass., Sez. IV, sentenza 13 novembre 2003, n° 1686, Verardi, in Cass. Pen., 2005, f 5, pag. 1665).

La sussistenza di gravi indizi di colpevolezza può essere dunque fondata anche sulla (sola) dichiarazione della persona offesa dal reato qualora emerga la credibilità oggettiva e soggettiva del dichiarante per intrinseca coerenza logica della stessa dichiarazione e per assenza di elementi che inducano a dubitare dell’obiettività del soggetto. In tali casi non è dunque necessaria l’esistenza di alcun elemento di riscontro non essendo sussumibile la fattispecie in oggetto nell’art. 192, comma 3, C.P.P. (Cfr., ex plurimus, Cass., Sez. III, sentenza 1 aprile-21 maggio 2008, n° 20279; Cass., Sez. III, sentenza 29 gennaio 2004, n° 3348; Cass., Sez. I, sentenza 24 settembre 1997, n° 8606; Cass., Sez. VI, sentenza 28 febbraio 1997, n° 4946; Cass., Sez. IV, sentenza 5 febbraio 1997, n° 1027; sulla presunzione di attendibilità fino a prova contraria si vedano, ex plurimis, Cass., Sez I, sentenza 23 marzo 1994, n° 653; Cass., Sez. I, sentenza 3 agosto 1993, n° 7568; Cass., Sez. I, sentenza 27 luglio 1992, n° 3754).

Quanto poi al profilo relativo alla credibilità del dichiarante, sia esso confidente o accusatore, (si ha mente alle dichiarazioni di Smorta, Mendolia e Bernascone), detta credibilità deve essere vagliata in relazione alla personalità del dichiarante, alle sue condizioni economiche, al suo passato e ai suoi rapporti con gli accusati nonché alla genesi remota o prossima della sua risoluzione alla collaborazione ed alle ragioni che lo hanno indotto alla confessione o all’accusa a carico dei coautori o di altri soggetti.

In forza anche di consolidati criteri giurisprudenziali poi, particolare rilievo anche in questo caso assume la cosiddetta “attendibilità intrinseca”, che è argomentabile anche dalla provenienza delle dichiarazioni da parte di chi abbia fatto parte del “contesto criminale” di riferimento; agli stessi fini rileva il disinteresse che caratterizza il dichiarante, ed in particolare l’assenza di motivi di astio o di odio nei confronti degli accusati.

Ebbene, la “credibilità intrinseca” del dichiarante deve essere verificata tramite la ricerca dell’esistenza dei detti indici rilevatori, che tuttavia prescindono da comportamenti successivi all’eventuale scelta di dichiarare posti in essere dallo stesso soggetto.

Sicché, un apprezzamento negativo della personalità del dichiarante non vale di per sé ad escluderne la credibilità intrinseca.

Allo stesso modo una valutazione positiva del dichiarante e della sua affidabilità già sperimentata non esime dalla verifica in rapporto ad ogni singola attribuzione di responsabilità

Tanto si premette con riferimento particolare alla figura del Bernascone il quale dopo aver assunto la posizione di collaborante (tanto da essere inserito nel programma di protezione nell’ambito del procedimento nisseno “tagli pregiati”) ha visto mutare la propria posizione da vittima-testimone a complice essendo stato ritenuto in tale procedimento che egli fosse in realtà coinvolto nel medesimo contesto criminoso oggetto della sua denuncia.

Non per ciò solo dunque il Bernascone non può essere qui creduto quando riferisce fatti cui le indagini danno riscontro ed in assenza di elementi che possano qui far presumere un qualsivoglia intento calunniatorio ovvero qualsivoglia millanteria.

In generale dunque anche le dichiarazioni dell’ex collaborante vanno valutate verificandone l’intrinseca coerenza e consistenza e le caratteristiche, ove tra i criteri della detta verifica rilevano la spontaneità, l’autonomia, la precisione e la completezza della narrazione dei fatti, in ipotesi anche con riferimento alla ricchezza dei dettagli.

L’autonomia deve essere in particolare intesa anche come assenza di reciproca conoscenza delle dichiarazioni rese da più dichiaranti mentre l’elemento della coerenza è costituito anche dalla ricchezza dei contenuti descrittivi dei racconti resi, tale da portare ad escludere che gli stessi siano frutto di invenzioni.

All’esito dei due postivi giudizi, ed al fine della necessaria conferma di attendibilità, devono essere individuati ed esaminati, come si accennava, i c.d. “riscontri esterni” necessariamente oggettivi, soggettivi ed individualizzanti in quanto tali da riguardare sia la persona dell’incolpato sia le imputazioni a lui ascritte, riscontri che nel caso in esame sia in relazione a quanto dichiarato dal Bernascone che dal Mendolia sono plurimi e sono costituiti dalle dichiarazioni delle persone offese contattate ed escusse a sit proprio a seguito delle loro rivelazione; dall’effettiva esistenza degli attentati incendiari cui costoro fanno cenno, come emergono dagli atti di PG effettuati nell’immediatezza di ciascun episodio; dalle risultanze delle intercettazioni telefoniche attivate nel corso dell’indagine ed infine dalle rivelazioni di Smorta che compendiano e definiscono con precisione il contesto mafioso in cui le singole vicende devono essere inquadrate.

Ulteriore elemento di valutazione della credibilità intrinseca del dichiarante e dell’attendibilità delle dichiarazioni è infatti dato dalla corrispondenza del propalato alla “realtà mafiosa di riferimento”, come anche giudizialmente accertata o emergente da altri elementi di prova.

Le conoscenze in ordine all’esistenza delle organizzazioni criminali in oggetto, alla relativa struttura, alle finalità perseguite, agli appartenenti ed ai rispettivi ruoli, nonché ai reati commessi nell’ambito delle attività ed in specie in ordine ai singoli episodi estorsivi ed a tutte le altre notizie organiche su quel tipo di associazioni costituiscono difatti patrimonio esclusivo dei relativi “appartenenti”. La segretezza di quei dati è difatti fondamentale e necessaria per la sopravvivenza delle suddette organizzazioni criminali.

È logico quindi desumere che gli appartenenti a siffatti organismi criminali non confidino a persone terze detti dati, vitali per le organizzazioni di appartenenza. La consorteria mafiosa all’esterno proietta solamente quella sinistra forza di intimidazione che deriva dalla sua esistenza e dalla sua potenza e che condiziona l’ambiente ma che si manifesta solo attraverso le nefaste azioni del sodalizio.

L’organizzazione, per converso, non esterna le notizie sulla propria struttura ed organizzazione ed è dunque particolarmente difficile che qualcuno, al di fuori degli “appartenenti”, possa conoscere nei dettagli e rilevare tale genere di notizie.

Sicché, quanto riferito dal Bernascone e dal Mendolia appare suscettibile di positiva valutazione quantomeno a livello indiziario indipendentemente dai motivi che possono aver spinto i suddetti alla scelta collaborativa, motivi che potrebbero in ipotesi anche individuarsi in una scelta utilitaristica per ottenere in prospettiva i relativi benefici di legge, ma che non tradiscono, alla luce degli atti del fascicolo e dei riscontri precisi che verranno di seguito evidenziati trattando dei singoli capi di imputazione, alcun intento calunnioso né motivi di odio, di risentimento o comunque di astio.

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