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A Como i sintomi del morbo mafioso

fonte: La Provincia di Como del 9 ottobre 2012

Ci sono due trappole nelle quali un territorio che non vuole aver nulla a che spartire con la malavita organizzata non deve assolutamente cadere: la via del silenzio e la tentazione a sottovalutare i chiari sintomi di una malattia purtroppo ben nota. Due atteggiamenti che servono soltanto a consegnarsi nelle mani della criminalità. Che in provincia di Como – come confermano anche le ultime inchieste contro la ‘ndrangheta – esiste da anni. E da anni minaccia, traffica, terrorizza, ammazza, inquina il territorio, avvelena il tessuto sociale, affossa l’economia.
Il reportage da Fino Mornasco che il collega Stefano Ferrari firma a pagina 25 è il nitido fermo immagine degli inquietanti sintomi di una malattia che si sta scatenando appena fuori dallo zerbino di casa nostra. Se non più vicino. Auto di amministratori comunali incendiate, pneumatici tagliati, croci con la foto del sindaco che fioriscono tra le azalee. Elementi di una sceneggiatura triste, allarmante e soprattutto già vista. La cui protagonista indiscussa è la ‘ndrangheta.
Leggere per credere. Che la storia, quando si ripete, non è per annoiare. Ma per mettere in guardia.
Buccinasco, la Platì del Nord, il Comune dove gli uomini dell’Fbi hanno mandato il romanziere Frederick Forsyth a studiare la malavita calabrese. Sei anni fa il sindaco si chiamava Maurizio Carbonera e in pochi mesi gli uomini dei clan gli hanno bruciato due volte l’auto, inviato una busta con tre proiettili e piantato per lui, in un parco vicino al Comune, una croce. Erano i mesi in cui, a Buccinasco, si approvava il piano regolatore. Proprio come oggi a Fino Mornasco.
Auto bruciate, bombe molotov, locali dati alle fiamme, auto prese a colpi di pallettoni: dalla Brianza alla Riviera. Bordighera, dove il consiglio comunale, un paio di anni fa, è stato sciolto per infiltrazione mafiosa. Donatella Albano, consigliera comunale colpevole di essersi opposta all’apertura di una sala giochi in città, parla davanti alle telecamere de La7. A poca distanza un’auto dei carabinieri vigila che nulla le accada: «Quando ci siamo messi di mezzo – racconta lei – sono arrivate le minacce. Ho ricevuto una lettera con una fettina di limone dentro, che nel linguaggio mafioso vuol dire di stare zitta. Passa una settimana e mi arriva un’altra busta: la apro e c’è un santino di San Michele Arcangelo (il santo considerato protettore della ‘ndrangheta) con la testa bruciata. Ricevo una telefonata, rispondo, e una voce mi dice: “ti ricordiamo che hai dei figli”. Mi sono spaventata. Dico la verità». Spaventata, proprio come – oggi – gli amministratori di Fino Mornasco.
Le fiamme alle auto. I pneumatici bucati. Le croci nelle aiuole. Le intimidazioni. Gli spari nelle vetrine. I sintomi registrati a Fino Mornasco sono gli stessi di Buccinasco, di Bordighera e di decine di altre zone d’Italia in cui la mafia ha alzato il tiro, tentato di dettare legge, provato a impadronirsi del territorio. Di fronte a simili episodi guai a chi fosse tentato di dire: ragazzi, dai, non esageriamo, in fondo si tratta di ragazzate, gesti isolati di chi si dà arie da Totò Riina. Perché così non è. E guai a chi fosse sorpreso a stendere un velo di silenzio, mistero o peggio omertà.
Fino Mornasco, la Brianza, Como, l’intera provincia hanno bisogno che la radio non venga spenta. Che tutto sia raccontato. Svelato. Portato in piazza. Perché i criminali si nutrono di silenzi. Ma di una cosa hanno paura: la voce di un territorio che di fronte alle minacce dice, compatto e convinto, no!

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