• Archivi

  • Foto Ammazzatecitutti Lombardia

Cocaina negli studi Mediaset e sicari «L’uomo giusto per ammazzare ce l’ho io»

Fonte: www.milano.corriere.it

Ventidue gli arresti eseguiti dai carabinieri. Intercettati, i trafficanti parlano anche dell’omicidio di un marito violento

MILANO – «Conosco la persona come posso farti spendere 50-100 mila euro…». C’è un uomo da ammazzare. Un marito violento. Lo raccontano due trafficanti di droga. Uno dei due ha ricevuto la richiesta da una sua conoscente: «Lei è anni che è separata, perché lui la massacra di botte… si sono separati da anni, lui ogni volta che la vede la massacra, anche se è in pieno giorno in mezzo alla strada… una volta gli ha spaccato un braccio».

Si parla anche di sicari e di un omicidio a pagamentonelle oltre 900 pagine che raccontano una lunga indagine del Nucleo investigativo dei carabinieri. Pagine di una Milano criminale con chili di cocaina che vanno e vengono; droga da tagliare e smerciare; migliaia di pastiglie di ecstasy che arrivano dall’Olanda. Tra i 22 arrestati ieri notte, su richiesta del pm Antonio Sangermano e ordine del gip Fabrizio D’Arcangelo, si muove l’albanese che in una cantina di Cassina de’ Pecchi fabbrica armi modificando pistole giocattolo, vendute sul mercato nero anche alla criminalità napoletana. E poi il pizzaiolo ecuadoriano disponibile a ricevere pacchetti di cocaina spediti dal Sud America nella sua pizzeria di via Gaudenzio Ferrari, a pochi metri dalla Darsena. E ancora Paola Betty, la donna dei narcos, che nella sua casa di via Calizzano (in zona Comasina) stoccava la droga e manteneva contatti con la rete del traffico internazionale. È lavorando sui suoi movimenti che gli investigatori dei carabinieri sono arrivati a Marco Damiolini, 35 anni, l’uomo intorno a cui gravitano gli altri personaggi di questa Milano balorda, uomini che in un qualsiasi pomeriggio possono incontrarsi per lo scambio di mezzo chilo di coca con un Kalashnikov sul sedile della macchina.

Un gruppo di nordafricani che importavano hashishsegnalati dalla Dea (l’antidroga americana) all’inizio dell’indagine. E poi il gruppo degli ecuadoriani. E ancora gli albanesi. Gli italiani. L’inchiesta dei carabinieri è «entrata» dentro questa rete fluida mese dopo mese, una rete che descrive il mercato della cocaina milanese in cui i confini di nazionalità o appartenenza non esistono, tutti lavorano con tutti a seconda della convenienze. Anche gruppi di ‘ndrangheta comprano dagli stranieri. Alleanze mobili al servizio di una città che ha una «fame» di droga inesauribile. Il problema non è mai a chi venderla, la cocaina. Il problema è trovare rifornimenti per un mercato mai saturo. Un filo di questo mercato portava fino ad alcuni dipendenti Mediaset (estranea all’inchiesta).

Damiolini a un certo punto manda un suo uomodirettamente in Bolivia. E allo stesso tempo prova a organizzare una rete di portieri di palazzi in giro per Milano, pronti a ricevere pacchi di droga per un compenso di 5 mila euro. In più, in quest’indagine, c’è una frequenza frenetica di scambio e traffico di armi. Il 20 gennaio 2010 Damiolini e un altro degli arrestati si incontrano per uno scambio. Poco dopo una pattuglia dei carabinieri in pattuglia intercetta Alessandro Cucci su una Mercedes. Lo inseguono, lui fa manovre strane, si allontana rapido e, arrivato davanti al suo ristorante, in via Roma a Cassina de’ Pecchi, si precipita dentro con un fagotto in mano. I carabinieri qualche secondo dopo lo vedono fermo sulla porta, come niente fosse. All’interno troveranno solo una carabina. Il pomeriggio del giorno successivo, gli investigatori intercettano Damiolini che racconta: «Ho la mitraglietta buttata nel naviglio, stanotte la vado a recuperare… e l’ha buttata via ieri ce l’aveva al ristorante, ha fatto in tempo a prenderla e lanciata sulla pista ciclabile è volata dentro un cespuglio, ieri un dramma è successo un casino della Madonna. Io mi sa che me ne vado via per un po’».

Quello delle armi è stato un mercato parallelo rispetto a quello della droga, grazie allo «specialista» Klodian Rrhoda, in grado di modificare con molle e tubi d’acciaio le pistole scacciacani per trasformarle in armi vere. Armi «a salve» di quel tipo, in negozio, hanno un costo tra i 60 e gli 80 euro. Uno dei banditi spiega a un complice i passaggi successivi: «Io li vendo a tre e cinquanta… gli ho detto ti do 250 a te (l’albanese che modifica le pistole, ndr )… va bene mi fa… allora la prima settimana si è preso in mano 3.800 euro». Acquisto a 59 euro, 250 vanno al «tecnico» per la modifica, 350 prezzo di vendita ai clienti. Armi da comprare, ma anche da regalare. A patto di farlo secondo i rituali della mala: «L’ha pulita… gliel’ho regalata, gli ho detto dammi due euro… sto barbone m’ha dato pure 20 centesimi». Le pistole non si regalano: «Porta male».

Gianni Santucci
29 giugno 2012 | 12:49

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: