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Il silenzio dei testimoni minacciati

Fonte: www.milano.corriere.it

Processo al clan Flachi. Imprenditori negano: «Pagavo? Non so perché». Dal giudice richiami a dire la verità

MILANO – Non ci sono solo gli imprenditori che non denunciano, nell’album degli orrori della ‘ndrangheta a Milano. Ci sono quelli, ad esempio, che perdono improvvisamente la memoria. O che, ancora, hanno sempre pagato la «mazzetta» senza mai chiedersi il perché. Proprio così, perché a domanda specifica del pm Galileo Proietto, il paninaro Giovanni P. davvero non sa spiegare per quale motivo per mesi abbia diviso l’incasso con un uomo del clan di Pepè Flachi. «Sinceramente non me lo sono mai chiesto il perché». 

Giovanni P. pagava e basta. Come altri suoi colleghi che nell’aula del Tribunale hanno raccontato le storie più improbabili pur di giustificare quei loro pagamenti mensili agli uomini della ‘ndrangheta Il processo è quello con rito ordinario che fa seguito ai 35 arresti di un anno fa. Nel primo troncone dell’inchiesta Redux-Caposaldo sono già stati condannati in abbreviato alcuni uomini del clan, tra i quali il figlio di Pepè, Davide Flachi che ha preso 14 anni. Un processo a porte chiuse e senza testimoni, a differenza di quello presieduto dal giudice Aurelio Barazzetta in corso in questi giorni alla Settima sezione e che vede il Comune parte civile (in abbreviato ha avuto un riconoscimento di danni d’immagine per 50 mila euro). Il problema è che i commercianti e i gestori dei locali chiamati a testimoniare perché vittime di estorsione in gran parte non si sono neppure costituiti parte civile. Ma soprattutto, ad esclusione di un solo paninaro che per primo denunciò il racket che gestiva i posti di vendita fuori dalle discoteche, molti hanno rischiato una imputazione per falsa testimonianza. 

Come Salvatore F. che di fronte a una telefonata nella quale personaggi legati ai Flachi gli impongono «un pagamento a forfait per tre mesi», risponde: «Magari stavano scherzando». Tanto da scatenare la reazione del presidente: «Le sto facendo un richiamo all’impegno di dire la verità. Si dimentichi di vincoli di amicizia, parentela, quant’altro. Se si mente o si è reticenti la legge presenta il conto, ci rifletta bene». Ma dopo dieci minuti di pausa «per farle tornare la memoria», nulla cambia. E lo stesso avviene in altri due casi dove i giudici sono costretti a «sospendere l’udienza» a fronte di testimonianze reticenti. In due si presentano addirittura con le cartelle cliniche: «Ho avuto un incidente d’auto, lesioni alla testa con perdita di memoria», «Sono stato affetto da meningite, non ricordo molto». 

Bartolomeo Q., ex gestore del Pulp, quando è stato interrogato dalla Finanza durante le indagini preliminari aveva dichiarato di essere stato «fortemente minacciato». Dall’altra parte dell’aula ci sono le gabbie con Pepè Flachi, Cesare Colombo, Pinone Amato e gli altri uomini del clan che gestivano la sicurezza nei locali e i posti da riservare ai camion dei paninari. Tra il pubblico parenti e amici. Adesso cambia versione: «Non l’ho mai detto». Tanto che il giudice interviene: «Diciamo minacciato ma con garbo?». Gelo. Secondo la ricostruzione all’imprenditore vengono inviati anche sms con intimidazioni «abbastanza spinte». Lo dice lui stesso nel verbale di un anno fa. In aula davanti allo sguardo dei Flachi la versione cambia: «Li ho letti e mi sono fatto una risata».

Cesare Giuzzi
5 aprile 2012 | 11:33

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