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“Io, boss della nuova ‘ndrangheta rovinato dalla passione politica”

Fonte: http://www.milano.repubblica.it

di DAVIDE CARLUCCI

Le relazioni ‘pericolose’ di Giulio Lampada, uomo emergente tra le cosche. Era riuscito a entrare in contatto con il sindaco di Roma, Alemanno, e diceva di conoscere Formigoni

«Mi piace la politica. Io sono stato sempre innamorato di questa maledetta politica, che forse è stata quella che mi ha rovinato la mia vita… ». È un personaggio, Giulio Lampada, l’homo novus della ‘ndrangheta in Lombardia. Uno capace di ispirare perfino simpatia, per la disarmante spontaneità con cui racconta la sua parabola mafiosa e imprenditoriale. Quarant’anni, trapiantato nel 1999 da Reggio Calabria a Milano, il boss — appellativo da lui respinto con forza — è riuscito a scalare i piani alti della politica, entrando in contatto con gente come il sindaco di Roma Gianni Alemanno o il consigliere comunale di Milano Armando Vagliati, al quale ha pagato quattro viaggi aerei, per un valore di 882 euro. Ma ecco come Lampada si racconta, per la prima volta, interrogato dal giudice Giuseppe Gennari.

Titolo di studio: terza media. Beni patrimoniali: una villetta a Settimo Milanese, un appartamento a Reggio Calabria, alcune società. «Dottore, è la prima volta che mi trovo in una situazione del genere e già sono incaricato (preoccupato, ndr) di mio per tutto quello che è successo». Arrestato il 30 novembre, Lampada, che ora, su richiesta della Dda, sarà processato con giudizio immediato con altri dieci imputati — e in fretta perché per alcuni, come il giudice Vincenzo Giglio, potrebbero scadere i termini di custodia cautelare — è accusato di essere il trait d’union tra clan, colletti bianchi e politica.

Un manager delle cosche. Legato al clan Condello. Ma lui nega. E racconta: «Avevo un bar di fronte al Tribunale di Reggio. Un minimarket di carni ad Archi, sempre in provincia di Reggio. Io conosco questa gente, sono stato a scuola con loro, eravamo nella stessa squadra di calcio. Non ho fatto mai reato su Reggio, mai nessuno è venuto a bussare alla mia porta». A Milano bussa la polizia. «Nel 2010 praticamente esco su tutti i giornali che sono il braccio finanziario di questa cosca, per aver mandato 25 macchinette a un mio zio, Polimeni Giacinto, a Reggio, commerciante di bestiame, di vitelli all’ingrosso. Il lavoro in quel periodo era finito, il macellato arrivava direttamente da fuori. Mi è stato chiesto dalla famiglia Condello se assumevo suo cugino nella ditta, cosa che ho fatto alla luce del giorno, senza problemi». E i Valle? «Il battesimo personale di mia figlia al Vaticano, a Roma, le mie riunioni a casa con la moglie, mia madre, mio padre, tutti i politici, imprenditori, ma mai un Valle a casa mia… ».

A Milano Lampada fa affari con le slot machine, contando anche su controlli compiacenti. «Lei scemo non è, su questo non ho dubbi — gli riconosce Gennari — però del tutto scemo non sono neanche io… Non è che si regalano soldi a un finanziere che guarda caso è amico dell’altro finanziere che viene a fare i controlli da voi… ». «A me la Finanza mi ha distrutto, dottore», replica Lampada. E le mazzette? «Volevo fare il solare, volevo fare il brillante».

Ha una spiegazione per tutto, Lampada. I rapporti con i politici: spesso, millanterie. «Ne ho dette di cose… Che mi dovevano chiamare eccellenza, che… avevo l’appuntamento a cena con Formigoni, che dovevo andare dal presidente Berlusconi. Tra di noi poi parli con il politico e magari se non fai un po’ — scusi il termine — di buffoneggia… Si parla». Il boss si guarda nello specchio della cronaca che parla di lui. «Colletti bianchi, vengo definito. Mi è piaciuta, da piccolo, la qualifica. Avevo 18 anni, con il sindaco Falcomatà a Reggio, forse lui me l’ha inculcata… Io vengo da quella realtà di Reggio Calabria di fare quella scalata — come chiamarla? — imprenditoriale, politica… ».

Dalla macelleria di Archi all’hotel Brun di Milano, dove era suo ospite il giudice di Palmi Giancarlo Giusti. «Ma lei — gli chiede Gennari — ha altra gente alla quale ha pagato 30mila euro di soggiorni?». «Le spiego dottore — risponde l’indagato — Dovevamo fare il business… ». E gli parla della società, nella quale aveva coinvolto il magistrato, che doveva partecipare alle aste del tribunale di Reggio. «L’unica cosa che noi parlavamo. Poi è sempre un magistrato. Come l’architetto… Sono fatto un pochettino male, io, dottor Gennari. È una questione mia personale, se uno nasce male caratterialmente… Io la sera, al ristorante, sette, otto, dieci persone. Dice: delinquenti? No, la ragazza piuttosto che l’amico. Amicizie mie di Reggio Calabria. Parlo di professionisti. Se sale l’altro soggetto gli pago l’albergo, mangia e ci andiamo a divertire la sera. Se sbagli ho fatto io, ho fatto questo. È una mia debolezza. Litigi con mia moglie al riguardo». Ma mafioso, no: «Dottore, mi fa una cortesia, me lo cancella quel discorso dell’associazione mafiosa? È un incubo per me… ».

(29 febbraio 2012)

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