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«Le mani della ‘Ndrangheta sulla sanità»

Fonte: http://www.milano.corriere.it

Il blitz della Dia. Usura, quattro arresti. L’antimafia: «I clan volevano gestire cinque case di degenza»

Lo hanno «strozzato» per più di due anni. Gli hanno estorto quasi tre milioni di euro, lo hanno aggredito, nel suo ufficio in via Santa Sofia 27, fino a costringere gli uomini della Direzione investigativa antimafia a intervenire con un blitz e a farlo sparire. Lui e la sua famiglia nel programma di protezione dei collaboratori di giustizia. Ma gli uomini che lo tenevano sotto scacco – una banda composta da quattro bergamaschi arrestati ieri dalla Dia, da uomini del locale di ‘Ndrangheta di Lonate Pozzolo e da calabresi legati alla potentissima famiglia Condello – puntavano ad altro. Non solo impossessarsi delle aziende e del patrimonio di Agostino Augusto, ingegnere milanese di 52 anni, titolare dell’impresa Makeall, ma anche mettere le mani sulle sue cinque case di cura, alcune in costruzione, per fare il grande salto nel mondo della sanità regionale.

L’uomo incaricato dalla ‘Ndrangheta di agganciare e infiltrare le aziende dell’ingegner Augusto era Gianluca Favara, 42enne di Reggio Calabria, faccendiere del clan Condello, già in carcere per l’operazione Meta. Della partita anche l’imprenditore-padrone della sanità calabrese Pasquale Rappoccio, in carcere per l’operazione Reggio Nord, e sospettato di essere la faccia «pulita» dei clan. In mezzo, tra gli altri affari gestiti dall’imprenditore Augusto, la vicenda di una casa di degenza per bambini legata al Policlinico San Matteo di Pavia in costruzione a Costa de’ Nobili nel Pavese. Per questo affare, la banda, avrebbe anche creato una falsa convenzione con la firma – altrettanto falsa – del presidente del San Matteo Alberto Guglielmo. Un affare, quello dell’accreditamento della Rsa presso il servizio sanitario regionale, che ha visto in prima linea l’allora sindaco di Pinerolo Po (Pv) Giuseppe Villani, oggi consigliere regionale del Pd (non indagato). La vicenda, insieme a quella di altre 4 case di cura – Orta San Giulio (Novara), Silvano d’Orba (Alessandria) Monticelli pavese e Pinerolo Po (Pavia) – è emersa dall’operazione «Mentore» condotta dalla Direzione investigativa antimafia di Milano e coordinata dal pm della Dda Mario Venditti. L’indagine è nata dalle dichiarazioni dell’imprenditore (arrestato e poi assolto) che hanno chiarito i rapporti «non di riciclaggio ma di usura» che lo avevano fatto emergere nell’inchiesta Bad boys del 2009.

Pagine di verbali che hanno permesso agli uomini guidati dal colonnello Alfonso Di Vito di ricostruire le vicissitudini finanziarie dell’imprenditore. «Tutto è partito dalla costruzione di una Rsa a Vigolo sul Lago d’Iseo e all’intervento di Nicodemo Filippelli e Fabio Zocchi per un recupero di crediti in mio favore», ha raccontato l’ingegnere milanese. Poi i debiti, gli assegni scoperti, i prestiti richiesti ai due ‘ndranghetisti per evitare il fallimento delle sue imprese e l’arrivo sulla scenda del faccendiere Favara. È proprio Favara, poi, a tessere le fila della «scalata» delle cosche calabresi alle imprese di Augusto. Il tutto grazie ad una sorta di «accerchiamento» di usurai che ha visto l’intervento dei quattro bergamaschi Giovanni Forti (50 anni), Vito Moro (47), Elio Nestola (57) e Dario Pandolfi (60), tutti arrestati martedì con l’accusa di usura (tassi del 40% mensili) su mandato del gip Giuseppe Gennari. Una parte dell’inchiesta, quella sul tentativo di infiltrazione nella sanità lombarda, è invece finita per competenza alla Procura di Reggio Calabria. Nelle carte dell’indagine anche il racconto di due viaggi a Reggio Calabria dell’imprenditore milanese a ottobre ’08 e gennaio ’09. Nella prima trasferta l’incontro con Rappoccio e la trattativa (che non si chiude) per la cessione della Rsa di Costa de’ Nobili (7 milioni). Nel secondo viaggio, il drammatico racconto di un pranzo a casa Favara durante il quale ad Augusto vengono richiesti i soldi dati in prestito: «Al termine del pranzo, per evidenziare il suo spessore criminale Favara mi chiese di indicare il nome di una qualsiasi arma, dicendomi che avrebbe potuto mostrarmela. Chiesi una 44 Magnum. Fece una telefonata. Arrivò un giovane con una scatola e la pistola». 

Cesare Giuzzi
28 giugno 2012 | 10:43

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