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Racket del pizzo a Chinatown presa la gang della busta rossa

Tre giovani cinesi taglieggiavano i commercianti e devastavano il negozio a chi non pagava
La loro attività di copertura era una discoteca e agivano nei confronti dei loro connazionali
 
fonte: Repubblica.it  del 4 gennaio 2012
di DAVIDE CARLUCCI e SANDRO DF RICCARDIS
 

l pizzo lo chiamano “la busta rossa”. E lo fanno pagare a decine di commercianti di Chinatown. Colorati — di rosso, verde o giallo — sono anche i capelli a cresta, loro segno distintivo. L’attività di copertura, invece, è una discoteca: è lì che le vittime devono presentarsi con i contanti. E chi non si mette in regola va incontro a guai seri. «I negozi che non hanno pagato li abbiamo demoliti…», dice uno degli esattori intercettato. Un ragazzino, come due dei tre cinesi fermati venerdì dai carabinieri del nucleo investigativo: giovani — il più giovane ha diciott’anni — ma capaci di terrorizzare i loro connazionali di via Paolo Sarpi. Al servizio del trentenne Hu Jioang, detto Lauju, il terzo finito in manette, ritenuto dagli investigatori il boss del gruppo.

Come agiscano queste nuove gang di estorsori cinesi lo hanno mostrato le indagini del pm Luigi Luzi: i fermi da lui richiesti sono stati convalidati ieri dal giudice per le indagini preliminari Stefania Donadeo. La banda gravitava intorno al “Queen” di via Carducci. Senza troppi giri di parole facevano capire che la piazza di Milano competeva a loro: «Siamo il nuovo gruppo di Torino, quelli della discoteca, e se non pagate sfasciamo tutto».

In alcuni casi sono passati dalle parole ai fatti, devastando a colpi di martello due negozi di parrucchiere, in via Messina e in via Aleardi. Altre volte sono tornati dai renitenti alla tangente pretendendo 580 euro una tantum come “riparazione

del torto” più altri 200 euro al mese per non avere noie. Nel mirino del racket, che controlla anche lo spaccio di ecstasy, coca e ketamina, anche centri massaggi e case d’appuntamento, sia all’interno dell’enclave cinese — in via Messina — che all’esterno, in viale Marche, dove i boss taglieggiavano le giovani prostitute.

I militari del reparto operativo hanno indagato per mesi — con qualche difficoltà per l’omertà che a volte regna nella comunità — su un gruppo di venti giovani che migrano da Brescia o da Torino. Uno scenario emerso anche nelle recenti indagini: «Siamo venuti a Milano perché c’è molto da guadagnare», rivela un ragazzo arrestato in un’altra indagine che ha portato, un anno fa, a sette condanne. In quell’occasione erano state ricostruite altre modalità di esazione del denaro: a volte i taglieggiatori si presentano dai negozianti come «rappresentanti» di ditte tra Milano e Brescia, intimando alle vittime di acquistare prodotti da loro.

In caso contrario, non avrebbero risposto di quanto sarebbe accaduto al ristorante. Il gruppo di cinesi aveva lasciato un listino di prodotti su cui erano segnati un numero di cellulare da chiamare per le ordinazioni. Successivamente si erano presentati chiedendo il versamento di 300 euro per assicurare il locale, ottenere protezioni da disordini e «aiutare gli amici in carcere». Proprio come Cosa nostra.

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