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Tecnici, politici e imprenditori nel reticolo del malaffare

Fonte: www.varesenews.it

Le motivazioni del processo a Gigi Bossi, Riccardo Papa e Federica Motta disegnano la realtà gallaratese nel settore immobiliare negli anni tra il 2006 e il 2008 dove una coesistenza di interessi aveva permesso la creazione di un “sistema”

Da una parte il capo dell’ufficio tecnico Gigi Bossi ometteva, accelerava le tempistiche, dichiarava conformità inesistenti, dall’altra parte l’architetto Riccardo Papa faceva in modo che la collega Federica Motta, fidanzata di Gigi Bossi, rientrasse nei progetti come cofirmataria e fungesse tramite per incassare soldi dei quali beneficiava insieme allo stesso Gigi Bossi, spesso senza nemmeno mettere mano ai progetti. E’ questa la tela di Penelope che i giudici della sezione penale del Tribunale di Busto Arsizio hanno ritenuto esistere, con la condanna dei tre imputati arrivata lo scorso 25 maggio, nella città dei due galli tra il 2006 e il 2008. In quegli anni il boom edilizio in città aveva permesso la cooptazione di decine di pratiche edilizie nelle mani dei due professionisti (Motta e Papa) avvantaggiando in maniera evidente anche il capo dell’ufficio tecnico stesso.

CORRUZIONE E NON CONCUSSIONE – Nelle motivazioni i giudici spiegano nel dettaglio perché i tre imputati nel cosiddetto processo “Lo.li.ta.” non siano stati condannati per concussione ambientale ma per corruzione e abuso d’ufficio. Nonostante l’analitica descrizione dei comportamenti posti a base del reato di concussione, infatti, il capo in questione introduce elementi definiti «distonici rispetto alla struttura del reato, tale da renderlo incoerente con i presupposti normativi e costringere l’interprete a confrontarsi con altre fattispecie» – scrivono.  E’ chiaro ai giudici del collegio Adet Toni Novik, Luisa Bovitutti e Piera Bossi che gli imprenditori che il pubblico ministero ha definito “concussi” non sono stati costretti né indotti e che il compimento di attività illecite da parte del pubblico ufficiale, che si risolvano in vantaggi del privato, è elemento del tutto estraneo e in contrasto con i caratteri della concussione. In questo caso – dicono ancora – la prevaricazione del pubblico funzionario è rivolta a coartare la volontà del privato, facendola piegare ai propri interessi, cosicché questi, per poter conseguire quello cui ha diritto, è costretto a sottostare alle pretese di denaro o utilità. L’attività illecita del capo dell’Ufficio Urbanistico Gigi Bossi, si risolve nel consentire ai privati di realizzare i progetti edilizi in contrasto con quanto previsto dalla normativa edilizia e di conseguire con ciò un vantaggio. Per la corte si innesta inevitabilmente un elemento di controprestazione che è esclusivo e tipico della corruzione.

I PRIVATI PARTE DEL SISTEMA – Nelle motivazioni si legge che è una costante l’affermazione secondo la quale, in tema di reati contro la Pubblica Amministrazione, quando il privato si inserisce in un sistema nel quale il mercanteggiamento dei pubblici poteri e la pratica della “tangente” sia costante, manca completamente in lui lo stato di soggezione, approfittando dei meccanismi criminosi e divenendo anch’egli protagonista del sistema. Viene, quindi, a mancare l’azione di prevaricazione, di sopruso e di taglieggiamento del pubblico ufficiale e tutto funziona come un meccanismo ben oliato e apparentemente normale.

L’INTRECCIO – Secondo i giudici la mancata percezione di questa realtà giuridica è alla base dell’impasse in cui si è trovata la pubblica accusa nel momento in cui non è riuscita a delineare in cosa fosse consistito e come si fosse articolato il meccanismo concussorio contestato. Le prove testimoniali assunte sono chiare e inequivoche e, una per tutte, citiamo quella di Gerolamo Malvestiti, amministratore di Finbor s.r.l., quando si rivolge a Bossi per avere il nominativo di un professionista la ristrutturazione dell’autosalone Toyota. Malvestiti è preciso, il suo referente principale è Bossi: «Io ho conosciuto l’architetto Bossi che mi ha presentato l’architetto Papa dicendo che lavorava con il suo studio e che condividevano determinate progettazioni. A quel punto il Pubblico Ministero chiede: condividevano col Bossi? Risposta: «col Bossi». Per quanto riguarda Federica Motta Malvestiti specifica: «Diciamo che la Federica Motta l’ho conosciuta dopo Bossi, insomma perché lavorava con lui”. Fu lui a presentarmela, indicandola come sua compagna e come affermata professionista di Gallarate».

BOSSI-MOTTA – Ovvero amore e affari. Tra i due, infatti, si può parlare di mero “conflitto di interessi” fin quando si fosse mantenuto nel rapporto sentimentale che lega il dirigente del settore urbanistico con un architetto del posto. Su questo punto i giudici scrivono che «si sarebbe potuto convenire con le difese che hanno inteso limitare il tutto a un comportamento eticamente non corretto, poco elegante, ma non penalmente illecito». Ma in realtà, il rapporto tra i due ha assunto una valenza molto più pregnante, non limitato al semplice parere o consiglio dato da chi è più esperto (Bossi) al meno esperto (Motta), ma «esteso ad un livello tale da far assumere a Bossi la veste di socio di fatto dello studio Motta. Un rapporto sociale in cui l’elemento economico, determinato dai compensi percepiti e percipiendi da Motta, era predominante e costituiva la ragione e il fondamento dell’intervento di Bossi». E questo appare eviente in molti stralci di conversazioni telefoniche tra i due, riportati puntualmente nelle motivazioni, dove Bossi detta alla compagna parti intere di progettazioni, parla di soldi che lei deve avere da Papa o direttamente dai privati, specifica anche che su alcuni lavori «farà tutto Riccardo, tu incassi e basta». In un caso il p.m. chiede ad un imprenditore: «Si ricorda gli incarichi per i quali vi era una coassegnazione con la Motta Federica per i quali lei ha prestato attività?» La risposta è no in questo come in diversi altri casi. I giudici, dunque convengono sull’assunto: «Se Motta viene mantenuta negli incarichi e Papa divide con lei i suoi compensi il motivo è soltanto uno: beneficiare economicamente l’apporto di Bossi». 

LA POLITICA – I giudici motivano anche il perchè del dimezzamento della richiesta di danni da parte del Comune, costituitosi parte civile. Secondo i giudici è indubbio che le condotte sottoposte a processo, come sono state ricostruite, hanno creato un vulnus all’immagine dell’ente locale, lesione che ha una sua ricaduta anche sul consiglio comunale. La divulgazione della notizia della sua realizzazione sulla stampa nazionale e locale ha comportato un danno all’immagine del comune di Gallarate. Ma la richiesta della difesa è stata dimezzata per una ragione che per la corte è evidente: «In realtà, nel caso del comune di Gallarate, la situazione non era così chiara e la distinzione tra organi politici e tecnici evanescente, se non assente. Le intercettazioni in atti danno conto dell’esistenza di un reticolo di malaffare: l’ufficio urbanistico è un consapevole e cosciente crogiolo di interessi vari, di natura spesso partitica. Nelle conversazioni tra Bossi e Papa, il sindaco è “Nicola”, l’assessore all’urbanistica è “Massimo”, il coordinatore provinciale del partito cui tutti fanno riferimento è “Nino” o “il mullah”. I contrasti partitici coinvolgono l’organo tecnico di cui Bossi è a capo e non sono pochi gli interventi ispirati alla comune appartenenza».

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