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Nel processo alla ‘ndrangheta lombarda spunta un segreto di Stato

Fonte: http://www.lucarinaldi.blogspot.com

La relazione della Commissione d’inchiesta sull’Asl di Pavia partita lo scorso settembre è stata secretata, nonostante lo stesso prefetto di Pavia avesse definito le conclusioni “oltremodo rassicuranti”, escludendo condizionamenti da parte della criminalità organizzata. La difesa dell’ex direttore dell’Asl di Pavia Carlo Antonio Chiriaco aveva fatto richiesta per ottenere la relazione, ma di mezzo c’è il segreto di Stato

Si è aperto oggi il dibattimento del processo scaturito dall’operazione “Infinito”che nel luglio scorso ha portato all’arresto di 300 presunti appartenenti alla ‘ndrangheta tra la Calabria e la Lombardia.

Si è conclusa dunque la serie delle udienze tecniche con cui sono definite le ammissioni delle parti civili. Sono state respinte le eccezioni delle difese degli imputati con cui si richiedeva principalmente la competenza territoriale del processo al tribunale di Reggio Calabria. Sono state respinte inoltre le varie eccezioni sollevate riguardo le costituzione di parte civile.

Rimane dunque competente per il processo il tribunale di Milano e il dibattimento si può aprire con il deposito delle prove. La prima a parlare è il Pubblico Ministero, Alessandra Dolci, che chiede di poter esaminare gli imputati, i testi e di depositare le intercettazioni contenute nelle ordinanze di custodia cautelare. Dolci ha chiesto poi di depositare come prove tra le altre i verbali di perquisizione e sequestro, notizie e corpi di reato, i 114 compact disc che contengono i filmati fatti nel corso delle indagini, videocassette derivanti dal processo per il sequestro Sgarella e le sentenze dei recenti processi Parco Sud e Bad Boys.

Le parti civili si sono sostanzialmente associate alle richieste dei pm chiedendo di ammettere le liste dei testi e il loro esame in aula. Alla conclusione delle richieste di Pubblico Ministero e parti civili è partito un breve parapiglia in aula che ha visto l’avvocata Della Valle scontrarsi a muso duro con la presidente del collegio giudicante Balzarotti riguardo i tempi per l’esame delle prove depositate dal pm.

Ma anche questa volta è stata poi la difesa dell’ex presidente dell’Asl di Pavia, Carlo Chiriaco, a salire in cattedra tirando in ballo, dopo il sindaco, un’altro rappresentante delle istituzioni pavesi, il prefetto Ferdinando Buffoni. Oggetto del peccato la relazione della Commissione d’inchiesta proprio sull’Asl pavese, che, secondo la difesa scagionerebbe in parte Chiriaco, ma che agli atti non c’è in quanto è stata secretata sulla base della legge 124 del 2007. Ovvero su quella relazione ci sarebbe addirittura il segreto di Stato, così il prefetto di Pavia Ferdinando Buffoni risponde picche alla difesa di Chiriaco non fornendo le conclusioni della Commissione istituita lo scorso settembre e il parere del Ministero dell’Interno.

Come risulta da alcune dichiarazioni del prefetto infatti il lavoro della commissione avrebbe sancito la completa tranquillità da parte dell’Asl pavese. “La Commissione d’indagine all’Asl di Pavia – dice ora il prefetto Buffoni – era stata nominata al fine di accertare l’eventuale esistenza di collegamenti con la criminalità organizzata degli amministratori ovvero forme di condizionamento o di irregolarità dei servizi. Proprio in questi giorni la Commissione mi ha consegnato una corposa relazione, che sottoporrò ora all’esame del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica e poi invierò al ministro dell’Interno con le mie valutazioni” per poi anticipare conclusioni “oltremodo rassicuranti”. Tuttavia le conclusioni di quella commissione sarebbero state secretate. Prova ne è, dice l’avvocato Mazza impegnato nella difesa di Carlo Chiriaco, che, nonostante la pubblicazione in gazzetta ufficiale del dispositivo che rimanda alla consultazione on-line sul sito del Ministero dell’Interno, in realtà sullo stesso sito le conclusioni della Commissione interna dell’Asl pavese e le decisioni dello stesso Ministero dell’Interno non ci sarebbero. Il prefetto di Pavia aveva rilasciato le dichiarazioni il 30 marzo scorso.

Circolata la notizia della secrezione dell’atto aveva detto la sua, pochi giorni dopo anche il deputato del Pdl Giancarlo Abelli (proprio colui per il quale Chiriaco in una intercettazione dice che avrebbe fatto “campagna elettorale con la pistola in mano”): Non vedo perché secretare una relazione che non ha evidenziato nessuna anomalia o peggio infiltrazioni di stampo mafioso nella gestione di un ente così importante. Anche il prefetto ha detto pubblicamente che i risultati a cui si è arrivati sono “rassicuranti”. Se ci sono dati sensibili all’interno delle carte raccolte dalla commissione, si rendano pubbliche almeno le conclusioni di quell’inchiesta. Mi attiverò personalmente a livello del Ministero perché questo possa avvenire. Ma a quanto pare o Abelli non si è attivato o qualcuno ha risposto picche.

La difesa di Chiriaco, guidata dall’avvocato Mazza, ha quindi chiesto di avere tutta la documentazione in merito, compresi gli atti istruttori della commissione, le conclusioni del ministero e i pareri delle 6.000 (seimila) persone che, assicura il prefetto di Pavia, sarebbero state sentite dalla commissione di inchiesta.

“E’ fatto gravissimo che lo Stato Italiano – conclude Mazza – accusi Carlo Chiriaco dagli uffici del Pubblico Ministero e poi nasconde le prove tramite l’ufficio del prefetto e del Ministero dell’Interno apponendo addirittura il segreto di stato, che, tra l’altro – ricorda Mazza – è vietato per quei documenti che dovrebbero rientrare in un procedimento per 416bis (associazione mafiosa) come questo”.

Così la difesa di Chiriaco ha chiesto un rinvio in attesa che il tribunale si pronunci sulla richiesta al Ministero dell’Interno di desecretare tutti gli atti riguardanti la Commissione di inchiesta sull’Asl di Pavia

La prossima udienza è prevista per martedì 19 luglio nell’aula bunker 2 di via Uccelli di Nemi in zona Ponte Lambro. Ma le fasi cruciali del dibattimento sembrano destinate a settembre quando il processo entrerà nel vivo con le deposizioni dei testi e degli imputati.

L.

Lombardia, ‘ndrangheta più affidabile dello Stato. “L’amicizia dei boss mi dà tranquillità”

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

Un anno dopo il maxi-blitz Infinito che ha svelato l’esistenza del mandamento lombardo, il controllo mafioso continua. A Erba e non a Platì. Dove i cittadini si sentono protetti più dai boss locali che dalle forze dell’ordine

Tredici luglio 2010: trecento presunti affiliati alla ‘ndrangheta finiscono in carcere. Più della metà vivono e fanno affari in riva al Naviglio. Quel giorno le prime agenzie di stampa battono la notizia all’alba. Nel pomeriggio il quadro è già chiaro: in Lombardia opera un vero e proprio mandamento della mafia calabrese. Con un capo e molti luogotenenti. I giorni che seguono chiariscono lo scenario. “Siamo almeno 500 cristiani e almeno venti locali”. Un vero esercito che da anni ha lanciato un’opa mafiosa al potere economico e politico della regione più ricca d’Italia.

Un anno dopo la maxi-operazione, quelle 160 persone sono finite alla sbarra. Centodiciannove hanno chiesto il rito abbreviato. E per loro, l’8 luglio scorso, il magistrato della Dda Alessandra Dolci ha chiesto quasi mille anni di carcere. Unico escluso, l’ex assessore provinciale Antonio Oliverio per il quale l’accusa ha proposta al gup l’assoluzione.

Il resto della storia sta in 500 faldoni depositati alla procura di Milano. Migliaia di pagine che dicono moltissimo. Eppure non tutto ancora è stato raccontato. Particolari e spigolature stanno tra le pieghe delle decine d’informative della polizia giudiziaria. Una di queste inquieta e non poco. A rivelarla lo stesso magistrato durante la sua requisitoria. In sostanza ciò che si capisce, leggendo la trascrizione dell’intervento in aula, è l’esistenza di una giurisdizione mafiosa che anche nella ricca Padania in molti casi si sostituisce allo Stato. Un brutto cortocircuito ben conosciuto in Calabria o in Sicilia. E che, però, diventa notizia se si verifica nella regione che più di altre, negli anni, ha fatto di tutto per negare la presenza del fenomeno. Ci aveva pensato negli anni Ottanta l’allora sindaco socialista Paolo Pillitteri: “La Piovra? – disse – E’ solo una bella fiction”. Ha replicato poco più di un anno fa il prefetto Gian Valerio Lombardi: “A Milano – ha esordito davanti alla Commissione parlamentare – la mafia non esiste”.

“Un alone di cattiva fama che circonda i nostri imputati”. Ecco da dove nasce la giurisdizione delle cosche. Prima conseguenza: “L’atteggiamento omertoso dei cittadini”. Di più: l’amicizia o la conoscenza con certe persone dà tranquillità, rassicura perché promette una protezione che spesso lo Stato non è in grado di fornire.

Anche in Lombardia la ‘ndrangheta scambia favori con favori. Ottenendo accessi privilegiati, ad esempio, nel mondo bancario troppo spesso blindato al normale cittadino. Esemplare, in questo senso, la vicenda che riguarda V.R. funzionario della Hydro Alpe Adria Bank di Erba che ha stretto rapporti con alcuni boss locali. Chi? Pasquale Varca e Francesco Crivaro. Il contatto privilegiato è Crivaro. “Avevo raccolto informazioni negative sul suo conto – racconta V. R. – sia sul piano finanziario che sul piano morale”. Fino al suo arresto, Crivaro ha gestito, grazie ad alcuni prestanomi, la discoteca Coconut a Eupilio. Sarà lui a mettere in contatto il funzionario di banca con il boss. Motivo: Pasquale Varca ha bisogno di 10mila euro. Nulla di più semplice: il funzionario tira fuori il denaro dai suoi conti personali. “L’ho fatto – dice al pm – per fare un favore a Crivaro”. Che, ricordiamolo, “è persona di dubbia moralità”. Di più: “Crivaro – racconta V.R. – in alcune circostanze ha esternato frasi sul conto di Varca, lasciando intendere che fosse legato alla criminalità organizzata”. In realtà Crivaro è esplicito: “Questo è il capo mafia di Erba”. Chiosa il pm. “Quindi linee di credito per Crivaro nonostante non offrisse alcuna garanzia e prestiti a Varca”. Tutto gratis? Affatto. Perché il funzionario chiede a Crivaro di riscuotere del denaro da una certa Laura. “Mi sono rivolto a lui – racconta – conoscendo le sue prerogative e confidando nelle sue capacità dialettiche di convincimento”. E cosa risponde Crivaro? Che del caso se ne occuperà il capo mafia. A questo punto s’impone la domanda: perché tanta disponibilità del funzionario di banca (incensurato e non coinvolto nell’inchiesta) verso Crivaro? “Nei suoi confronti – risponde V.R. – nutro un senso di soggezione. L’essergli amico mi dà tranquillità”. Non solo. Nel momento in cui il funzionario cambia casa, Crivaro lo rassicura: “A questa casa non accadrà mai nulla”. Eppure, conclude il pm, “siamo a Erba e non a Platì”.

E giusto perché siamo nella ricca Brianza, un boss conclamato come Pasquale Varca, secondo l’accusa, può permettersi di chiedere a un imprenditore di cacciare gli autotrasportari locali per fare spazio a quelli calabresi. L’episodio riguarda i lavori sulla SS38 della Valtellina. Opera pubblica, la cui commessa principale va alla Valena Costruzioni srl di Mauro Ferrario. Inizialmente i lavori di trasporto vengono appaltati alla Perego strade che, poco dopo, finirà in mano alla ‘ndrangheta. “Eppure – dice Ferrario a La Provincia di Sondrio – Quando abbiamo acquisito il lavoro, un anno e mezzo fa, la Perego Strade era un’azienda rispettabile, con 200 dipendenti e 120 camion da impiegare nel movimento terra”. Con il passare del tempo la situazione economica della Perego si complica. Ferrario deve cambiare. E per farlo chiama i camion di Pasquale Varca. A domanda dei pm, inizialmente, risponde: “Varca? Non credo di averlo mai conosciuto”. La procura, allora, squaderna alcune intercettazioni dove l’imprenditore dice a Varca che una volta stabilito il prezzo del trasporto deve allontanare gli altri trasportatori”. Quindi dice: “Dopo il recesso della Perego era mio interesse reperire il maggior numero di camion possibile strappando un prezzo concorrenziale. Quindi ho chiamato Varca”. Ferrario non risulta minimamente indagato.

Capita in Lombardia, un anno dopo il maxi-blitz. Capita questo ed altro. Ad esempio che il signor Carlo, dentista di Milano, subisca furti nel suo studio, ma al posto che andare dai carabinieri chiami al telefono il boss Vincenzo Mandalari. Il quale, in maniera serafica, risponde: “Guarda hai due alternative: paghi 10mila euro, ti restituiamo quello che ti hanno rubato. Se no paghi per la protezione e sta sicuro che non ti succederà più niente”.

Torna la polemica sui “professionisti dell’antimafia”. Contro i gruppi antiracket

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

di Mario Portanova

Al processo “Infinito” contro la ‘ndrangheta, in corso a Milano, l’avvocato di un presunto boss attacca le associazioni che combattono il pizzo, “che si costituiscono parte civile anche quando i loro iscritti non sono parte lesa”

Torna la polemica sui professionisti dell’antimafia. Non a Palermo, ma – specchio dei tempi – a Milano. La celebre invettiva di Leonardo Sciascia contro Paolo Borsellino, ospitata in prima pagina dal Corriere della Sera il 10 gennaio 1987 è risuonata oggi nell’aula bunker del carcere di San Vittore a Milano, nella terza udienza del “maxiprocesso” alla ‘ndrangheta lombarda scaturito dall’operazione Infinito del 13 luglio scorso.

A riesumarla ci ha pensato Roberto Rallo, il legale di Giuseppe “Pino” Neri, il consulente tributario accusato di essere un uomo di vertice della criminalità calabrese trapiantata al Nord. I nuovi “professionisti dell’antimafia”, secondo l’avvocato Rallo, sono le associazioni antiracket che si costituiscono parte civile “di processo in processo”, da Reggio Calabria a Milano, “anche se nessuno dei loro iscritti è stato materialmente danneggiato dagli imputati”. E così facendo “realizzano soltanto l’autoreferenzialità delle loro associazioni, spendendo tra l’altro soldi pubblici”, visto che in genere ricevono finanziamenti.

Sono due le sigle attive contro il “pizzo” che si sono costituite al processo milanese: Sos Impresa di Confesercenti e la Federazione della associazioni antiracket e antiusura italiane, di cui è presidente onorario Tano Grasso (che qui spiegava a Ilfattoquotidiano.it le ragioni della scelta).

“A parte che la Fai non prende contributi pubblici, ormai da vent’anni le associazioni si costituiscono ai processi”, chiarisce Grasso a Ilfattoquotidiano.it. “Noi tuteliamo un interesse diffuso, quello della libertà d’impresa. All’avvocato di Neri direi questo: è importante che noi ci siamo proprio perché anche al Nord le vittime dirette non denunciano e non vanno in tribunale, salvo rari casi. E questo dimostra la forza del vincolo omertoso che vogliamo spezzare”.

L’avvocato Rallo non è nuovo a interventi vigorosi. Nell’udienza precedente si era opposto alle riprese televisive del suo cliente in aula, e fin qui niente di diverso da quasi tutti gli altri imputati. A far la differenza sono le motivazioni: “Le trasmissioni propongono solo stralci, in modo da sposare le tesi del gruppo editoriale che produce l’evento mediatico”.

Oggi in aula è tornato sull’argomento lo stesso Neri, che segue ogni udienza al fianco del suo legale perché non è detenuto, ma agli arresti domiciliari per motivi di salute. Esile, con i capelli e i baffetti bianchi, in un gessato un po’ abbondante, il presunto referente della ‘ndrangheta lombarda ha preso la parola lamentando di essersi visto in un servizio televisivo, e ha chiesto al presidente Maria Luisa Balzarotti di “prendere provvedimenti”.

Anche gli altri protagonisti dell’operazione Infinito partecipano assiduamente, ma da dentro le gabbie, a partire dai due imputati simbolo: Ivano Perego, il giovane presidente della Perego Strade “scalata” dai calabresi, sempre elegante e curato, con i capelli corti e il pizzetto impeccabile; Carlo Antonio Chiriaco, il direttore della Asl di Pavia, smagrito e dimesso, sempre in tuta da ginnastica, con una folta barba bianca, le stampelle e un vistoso collare ortopedico.

Proprio il legale di Chiriaco, Oliviero Mazza, si è fatto notare per un intervento destinato a innescare polemiche. Obiettivo, il Comune di Pavia, anche lui aspirante parte civile. Per gli inquirenti, ha spiegato Mazza, nel 2009 Chiriaco avrebbe convogliato i voti della ‘ndrangheta su Alessandro Cattaneo (Pdl), cioè l’attuale sindaco. “Noi siamo convinti della completa innocenza di Chiriaco”, ha precisato l’avvocato, “ma come può Cattaneo costituirsi parte civile contro chi, secondo l’accusa, lo ha fatto eleggere?”.

Sarà il tribunale ad accogliere o meno le richieste di costituzione, dopo aver ascoltato le repliche della pm dell’antimafia Alessandra Dolci. Luglio dovrebbe andare via nell’esame delle eccezioni preliminari. Oggi, per esempio, diversi legali hanno sollevato la questione della competenza territoriale, chiedendo per i propri assistiti lo spostamento del processo a Reggio Calabria (la “sede principale” dell’associazione a delinquere) o nei tribunali competenti per ogni singolo “locale” individuato in Lombardia. Ma da settembre, il maxiprocesso contro la ‘ndrangheta lombarda degli anni Duemila dovrebbe entrare nel vivo.

Operazione «Infinito», al via il maxi processo contro la ‘ndrangheta

Fonte: http://www.milano.corriere.it

Una trentina gli imputati nelle gabbie. Il boss Pino Neri assente: «Ho la dialisi». Assente la Regione Lombardia

MILANO – E’ cominciato mercoledì mattina a Milano il processo alle cosche della ‘ndrangheta colpite nel luglio scorso alla maxi operazione «Infinito», che ha portato a oltre 170 arresti nella sola Lombardia. Tra i 39 imputati che hanno scelto il rito ordinario (altri 119 verranno giudicati con il rito abbreviato a partire dal prossimo 9 giugno), c’è anche l’ex direttore della Asl di Pavia, Carlo Chiriaco: secondo l’accusa, sarebbe stato un elemento di raccordo tra i boss della ‘ndrangheta e alcuni esponenti politici. Prima dell’inizio del processo le telecamere della Rai sono state allontanate: nessun operatore ha potuto riprendere quanto accaduto in aula. In tribunale sono arrivati, per assistere al processo, anche i giovani dell’associazione «Ammazzateci tutti». Assieme ai giovani esponenti dell’associazione, presieduta in Lombardia da Massimo Brugnone, in aula anche i ragazzi del liceo artistico milanese di Brera. I giovani hanno indossato le caratteristiche magliette con su scritto «E adesso ammazzateci tutti». Presenti anche i rappresentanti di alcune associazioni antimafia lombarde, come «Qui Lecco Libera».

IL BOSS MALATO – «Non posso sopportare lo stress del viaggio e dell’udienza, prima della seduta di dialisi a cui mi devo sottoporre», ha scritto il boss Pino Neri in una comunicazione ai giudici, giustificando così l’assenza alla prima udienza. In aula, dei 39 imputati, ce n’erano più di una trentina presenti nelle gabbie, tra cui l’ex direttore della Asl di Pavia Carlo Chiriaco, l’ex carabiniere Michele Berlingieri, Ivano Perego imprenditore milanese della Perego Strade e Vincenzo Novella, figlio del boss Carmelo Novella, ucciso nel 2008. Il legale di Pino Neri ha chiesto ai giudici di poter «regolare» il calendario delle udienze con la necessità del presunto boss, ora ai domiciliari per motivi di salute, di sottoporsi a sedute di dialisi e perciò ha anche chiesto che l’imputato possa fare la dialisi a Pavia e non a Voghera. I giudici hanno spiegato che decideranno dopo aver valutato le richieste di accusa e difesa sul punto. Il processo è stato aggiornato al prossimo 14 giugno nell’aula bunker di via Ucelli di Nemi. I giudici hanno fissato anche altre udienze per il 23 e il 30 giugno e per il 7, 12 e 19 luglio. Il presidente Balzarotti ha spiegato che deciderà nelle prossime udienze sulle «numerose richieste delle televisioni per le riprese del dibattimento».

REGIONE LOMBARDIA NO PARTE CIVILE – La Regione Calabria ha intenzione di costituirsi parte civile nel processo, come ha dichiarato l’avvocato della Calabria, Luigi Gullo, che si è stupito con i cronisti per l’assenza della Regione Lombardia nel dibattimento: «Ma come, la Lombardia non si costituisce? In Calabria è assolutamente routine nei processi di ’ndrangheta, è prassi da sempre e negli anni la Regione ha ricavato anche milioni di euro come risarcimento per i danni subiti». Si sono presentati come «persone offese» che intendono costituirsi parti civili gli avvocati di due soli Comuni lombardi, quello di Bollate, nel Milanese, e quello di Pavia. Tra le «persone offese» dai reati il procuratore aggiunto Ilda Bocassini e il pm Alessandra Dolci, che erano presenti in aula, hanno indicato anche la Banca d’Italia, ma la notifica del decreto che ha disposto il processo è arrivata all’Avvocatura dello Stato invece che all’ufficio legale di Banca d’Italia. Dunque, la notifica verrà effettuata nuovamente e nella prossima udienza i legali di Banca d’Italia potranno decidere di presentarsi per chiedere di essere parte civile nel processo.

Scacco alla ‘ndragheta in Lombardia 35 arresti, colpiti i business dei boss

Fonte: http://www.milano.repubblica.it

L’operazione ha portato al sequestro di beni per due milioni. Spuntano i nomi di Lele Mora e di una suora. Le frequentazioni con i politici locali: “I voti dei calabresi ad Antonella Maiolo”

Trentacinque arresti nei confronti di altrettanti affiliati alla ‘ndrangheta in Lombardia sono in corso da parte del nucleo di Polizia tributaria della guardia di finanza di Milano e dei carabinieri del Ros, in collaborazione con la polizia locale, per l’operazione Redux-Caposaldo. Fra gli arrestati ci sono personaggi di primo piano delle cosche reggine e platiote, tra cui il 59enne boss Giuseppe ‘Pepè’ Flachi e suo figlio Davide, nonché diversi personaggi legati al clan Barbaro, tutti da anni residenti nel capoluogo lombardo. Sequestrati anche beni per due milioni di euro. In carcere anche Paolo Martino, considerato “diretta espressione” della famiglia reggina dei De Stefano, e Giuseppe Romeo e Francesco Gligora, considerati punti di riferimento delle cosche di Africo in Lombardia.

L’allarme del governatore Draghi Gratteri: I calabresi vogliono l’Expo” “Lombardia colonizzata dai boss”

I contatti con i politici. Le ordinanze di custodia cautelare sono state disposte dal gip Giuseppe Gennari su richiesta della Dda milanese. Gli arrestati sono indagati per associazione per delinquere di stampo mafioso, estorsione, minacce, smaltimento illecito di rifiuti e spaccio di sostanze stupefacenti. L’operazione è coordinata dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini, assieme ai pm Alessandra Dolci, Paolo Storari e Galileo Proietto. Le indagini hanno permesso anche di ottenere il sequestro di beni per un valore di oltre due milioni di euro. L’inchiesta – ha commentato la Boccassini – ha confermato i contatti fra i boss e “il mondo politico” locale. Davide Flachi, fin particolare, ha partecipato a cocktail elettorali organizzati da Massimiliano Bonocore (Pdl) in occasione delle elezioni amministrative del 2009. Nell’inchiesta non ci sono prove di promesse di appoggi a candidati, comunque, e nessun politico è indagato per voto di scambio.

I voti dei calabresi alla Maiolo. Ad Antonella Maiolo, candidata pdl al consiglio regionale lombardo e consigliere uscente, sarebbero andati i voti dei calabresi. Maiolo incontra Davide Flachi e Francesco Piccolo. “Ora si avrà un bel dire ad affermare che nessuno conosceva la fama dei Flachi. Eppure basterebbe scorrere un motore di ricerca web per trovare centinaia di riferimenti. Davide Flachi non ha altro titolo, neppure apparente, per fare il collettore di voti se non il fatto di essere figlio del boss Giuseppe”, scrive il gip. Gli incontri di Maiolo con i boss furono mediati da Massimo Buonocore, anche lui del Pdl e figlio di Luciano, storico esponente della destra milanese.

C’è anche Lele Mora. Paolo Martino avrebbe avuto contatti con diversi personaggi del mondo dello spettacolo, fra cui l’ex tronista Costantino Vitagliano. “Martino risulta relazionarsi con alcuni personaggi del mondo dello spettacolo – spiega il gip – alcuni dei quali di fama nazionale: Lele Mora, Costantino Vitagliano e Luca Casadei“. Inoltre “è emerso che Martino risulta essere in contatto con imprenditori che operano nel mondo dei locali notturni, tra cui l’imprenditore Vito Cardinale, comproprietario della nota discoteca Hollywood”. Tornando alle relazioni fra il boss, Costantino e Casadei (anch’egli come Mora agente dello spettacolo) emerge l’interesse di Martino “a promuovere la rivista Macao, edita dalla società Alan Publishing Group. Pur apparentemente non figurando in alcuna carica sociale nella Alan Publishing Group, Martino si impegna attivamente nelle attività della predetta, organizzando anche interviste con noti giocatori di poker, tra i quali il campione Salvatore Bonavena“.

La ‘soffiata’ della sorella suora. Una suora che informa il fratello boss sull’attività di indagine avviata nei suoi confronti dalla magistratura. A mettere in guardia Martino è Rosa Alba Maria Martino, suora dell’ordine paolino e vicedirettore sanitario dell’ospedale Regina apostolorum di Albano Laziale. E’ lei, si legge nell’ordinanza. a “sfruttare le proprie conoscenze per acquisire informazioni riguardanti eventuali procedimenti penali in corso nei confronti del fratello”. E ad avvisare il fratello che “probabilmente un collaboratore di giustizia sta rendendo dichiarazioni nei suoi confronti”.

L’ex avvocato di Ruby. Nel provvedimento ci sono anche alcune telefonate tra l’avvocato Luca Giuliante, legale di Lele Mora ed ex avvocato di Ruby, in relazione a una gara d’appalto nel settore edilizio in cui è coinvolta la famiglia Mucciola. “Parlai con Paolo Martino fa sapere l’avvocato Giuliante – Facevo parte della commissione aggiudicatrice di un appalto del Pio Albergo Trivulzio, ma solo per la valutazione dei titoli. A Martino dissi che io non potevo fare nulla per la gara”.

Il business dei boss. Fra le attività dei boss non c’è solo la diffusissima infiltrazione nel settore del movimento terra nei cantieri edili di Milano, ma anche la gestione della security in molti, notissimi, locali notturni, l’estorsione agli esercizi pubblici che sorgono nelle stazioni della metropolitana, l’attività di pizzo ai chioschi dei ‘porchettari’, il controllo dei posteggi fuori dalle discoteche più celebri, gestione di cooperative appaltatrici dei servizi di trasporto in Tnt e perfino una ‘tassa’ imposta a chi intendeva spacciare in alcune piazze della città. A dimostrazione della capacità di penetrazione economica del clan, spiegano gli inquirenti, c’è “la scoperta dell’acquisizione, attraverso intermediari fittizi, della discoteca De Sade in via Valtellina a Milano”.

‘ndrangheta, arrestati i rampolli dei clan “Sono le nuove leve dei Barbaro-Pangallo”

Fonte: http://www.milano.repubblica.it

Le 16 ordinanze di custodia cautelare hanno colpito in gra parte ventenni dai cognomi pesanti che operavano a sud di Milano: da Buccinasco a Corsico, da Cesano Boscone a Casorate Primo

Per dare inizio alla loro carriera criminale di rampolli delle famiglie della ‘ndrangheta, ormai insediate stabilmente nel Milanese, avevano organizzato un traffico di cocaina, scegliendo dunque il business più fruttuoso per la mafia calabrese, ormai leader mondiale del narcotraffico. Questi giovani, in gran parte ventenni e dai cognomi che pesano nel ghota mafioso, sono finiti in carcere nell’ambito di un’operazione condotta dalla squadra mobile di Milano e coordinata dalla Dda, che ha stroncato un traffico di droga.

La base erano i comuni a sud del capoluogo lombardo, da Buccinasco a Corsico, da Cesano Boscone a Casorate Primo, luoghi dove sono insediate ormai da anni le cosche, che si sono infiltrate soprattutto nei settori dell’edilizia e del movimento terra. A Corsico, per esempio, come ha documentato la maxioperazione ‘Infinito’ del luglio scorso che ha portato a 180 arresti in Lombardia, era stato costituito un locale di ‘ndrangheta con a capo quel Pasquale Zappia che, prima di finire in manette, era stato da poco messo al vertice della cupola lombarda.

I 16 arresti, firmati dal gip milanese Gaetano Brusa su richiesta del pm Alessandra Dolci, hanno invece colpito in particolare le famiglie Barbaro e Pangallo, originarie di Platì (Reggio Calabria). La prima era già rimasta coinvolta, dal luglio del 2008 in poi, in due operazioni della Dda di Milano, la ‘Cerberus’ e la ‘Parco Sud’, citate anche nell’ultima relazione della Direzione investigativa antimafia come esempio di infiltrazione mafiosa nell’ambito imprenditoriale ed economico milanese. Alcuni esponenti dei Pangallo, invece, erano stati arrestati nel maggio 2009 per una grande truffa legata all’accensione di falsi mutui.

Proprio da alcuni accertamenti connessi a quest’ultima indagine è scaturita l’inchiesta sul traffico di cocaina che ha portato in carcere, fra gli altri, Francesco Barbaro, 24 anni, nipote del boss Pasquale Barbaro. Gli investigatori hanno trovato nella sua camera 30mila euro in contanti nascosti dentro un cuscino. Francesco Barbaro sarebbe stato, secondo gli inquirenti, il capo del gruppo che aveva messo in piedi il traffico, fra il 2005 e il 2007, con un meccanismo a catena: la cocaina veniva comprata in grossi quantitativi da 1 o 2,5 chilogrammi da alcuni fornitori, che la importavano dall’estero, e poi rivenduta ad altre persone che la spacciavano al dettaglio ai consumatori.

Destinatari dell’ordinanza, fra gli altri, anche Antonio Pangallo, 24 anni; Rocco Santo Perre, 25 anni, braccio destro di Francesco Barbaro; Giuseppe Pangallo, 27 anni, e Domenico Barbaro, 37. Per tutti l’accusa è di detenzione e spaccio di droga.

‘ndrangheta, maxi sequestro di beni appartamenti e box per 15 milioni

Fonte: http://www.milano.repubblica.it

L’operazione condotta dalla guardia di finanza tra Milano e Reggio per l’inchiesta Infinito
A breve i pm chiederanno il processo con rito immediato per 180 affiliati arrestati a luglio

E’ di circa 15 milioni di euro il valore dei beni immobili sequestrati dalla guardia di finanza di Milano in diverse province della Lombardia e a Reggio Calabria. Si tratta in particolare di appartamenti, box e cantine. Il sequestro preventivo è finalizzato alla confisca ed è stato disposto dal gip Andrea Ghinetti nell’ambito dell’ inchiesta Infinito coordinata dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini e dai pm Paolo Storari e Alessandra Dolci e condotta dai carabinieri di Monza e dal Ros di Milano.

Alcuni dei beni sequestrati dalle Fiamme Gialle ai boss della ‘ndrangheta o ai loro familiari nell’ambito dell’operazione Infinito stavano per essere venduti. Per questo nei giorni scorsi i pm della Dda di Milano hanno disposto un intervento preventivo urgente per tutti i beni individuati dalle indagini patrimoniali svolte : si tratta di 39 abitazioni, tra cui una villa, 37 box, 14 locali commerciali e magazzini e sei aree edificabili in provincia di Milano, Varese, Pavia, Bergamo, Como, Lecco, Catanzaro, Crotone, Vibo Valenzia e Reggio Calabria. Il sequestro preventivo è stato convalidato dal gip milanese Andrea Ghinetti.

I tre pm a breve dovrebbero chiedere di processare con rito immediato le circa 180 persone arrestate in Lombardia quasi tutte lo scorso luglio.

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