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L’antimafia del nord sfila nel varesotto: cinquemila in piazza per Legalitàlia

Fonte: www.ilfattoquotidiano.it

Il centro di Busto Arsizio attraversato da un corteo al grido di “Fuori la mafia dallo Stato” per l’iniziativa organizzata da Ammazzateci tutti. Quattordici scuole coinvolte in un territorio “colonizzato” dalla ‘ndrangheta crotonese e dalla mafia gelese. Tra gli ospiti, l’europarlamentare Rosario Crocetta e il consigliere lombardo Giulio Cavalli. Con contorno di “veleni” sui finanziamenti comunali

Migliaia di studenti in corteo a ritmare slogan come “Fuori la mafia dallo Stato”, “La mafia non ci compra”, o a urlare il più rabbioso “Ehi mafiosi, pezzi di merda”. Non a Locri o a Palermo, ma per le vie del centro di Busto Arsizio, in provincia di Varese, dove 14 scuole superiori hanno partecipato alla seconda edizione di Legalitàlia in Primavera, un’iniziativa organizzata dall’Associazione “Ammazzateci tutti” che ha coinvolto circa cinquemila ragazzi e ragazze di Busto e dintorni.

Ne è venuta fuori una delle manifestazioni più fragorose e partecipate del nuovo movimento antimafia che si sta facendo strada nel Nord Italia “colonizzato” dalle organizzazioni criminali. Le mappe degli investigatori dicono che questa fetta del varesotto – come dire il nord del nord – è spartita fra la ‘ndrangheta di Cirò Marina, in provincia di Crotone, e la mafia di Gela, con la Statale del Sempione a fare da confine. Il boss delle ‘ndrine locali è indicato in Vincenzo Rispoli, commerciante di frutta e verdura nella vicina Legnano, condannato in primo grado per associazione mafiosa e arrestato anche nell’operazione Infinito del 2010.

A Lonate Pozzolo, altro paese del circondario, a ridosso dell’aeroporto di Malpensa, la ‘ndrangheta cirotana ha imperversato per un buon decennio con omicidi, pizzo, usura, intimidazioni plateali a commercianti e politici locali, poi svelate dal processo “Bad Boys”. Che si è svolto tra il 2010 e 2011 proprio a Busto, con gruppi di ragazzi delle scuole che andavano a presenziare alle udienze e conseguenti polemiche pubbliche sollevate sui giornali locali dai familiari degli imputati.

Questo per dire che oggi fare antimafia al Nord significa occuparsi, e preoccuparsi, del proprio territorio. Non come ai tempi di Falcone e Borsellino, quando gli studenti milanesi scendevano in piazza per manifestare solidarietà ai loro sfortunati coetanei del sud, “come se manifestassero contro l’apartheid in Sudafrica”, per usare le parole di Nando dalla Chiesa. Nel corteo di Legalitàlia i più duri negli slogan sono dei ragazzi di Tradate, dove nel lontano 1990 è stato ammazzato Roberto Cutolo, il figlio di don Raffaele, spacciato da un’efficiente joint venture fra ‘ndrangheta lecchese e camorra napoletana.

Così i ragazzi del profondo nord (siamo nella culla della Lega e dei suoi scandali, sui quali grava l’ombra della criminalità calabrese) si abbeverano alle parole di esponenti del movimento antimafia saliti dal Sud, come l’europarlamentare ed ex sindaco di Gela Rosario Crocetta (da Busto sono partite le armi destinate a farlo fuori, intercettate per tempo), il testimone di giustizia calabrese Pino Masciari, il giovanissimo presidente di Ammazzateci tutti – sorta a Locri nel 2005 dopo l’assassinio di Francesco Fortugno – Aldo Pecora, che di recente ha denunciato minacce e oscure manovre ai suoi danni, e Rosanna Scopelliti, figlia del giudice ucciso in Calabria nel 1991. Che hanno parlato, nei teatri cittadini e nel comizio finale al Museo del Tessile, insieme a esponenti del movimento antimafia nordico doc, come il lodigiano Giulio Cavalli, attore e consigliere regionale da diversi anni sotto scorta per le minacce ricevute.

La storia dei movimenti antimafia, però, non è mai indolore. E anche nella preparazione di Legalitàlia sono circolati piccoli veleni, legati ai finanziamenti dell’amministrazione comunale, retta dal sindaco pidiellino Gigi Farioli. Degli ottomila euro stanziati per l’inziativa, Ammazzateci Tutti non ha visto un soldo, pur essendo il vero motore di Legalitàlia (qui la cronaca della prima edizione). A beneficiarne sono state invece sigle politicamente più consone, come la Fondazione Blini, con radici nell’estrema destra e un presente apparentemente più “ecumenico”.

«Ammazzateci tutti» prima sede in Lombardia dell’associazione antimafia nata in Calabria

La sede a Lonate Pozzolo in una zona fortemente infiltrata dalle cosche della ‘ndrangheta

 fonte: Milano Corriere

L'inaugurazione della sede di Lonate Pozzolo (Newpress)

MILANO – Dal “locale di ‘ndrangheta’ ” al locale anti-‘ndrangheta. L’associazione antimafia «Ammazzateci tutti», nata nel 2005 dai giovani di Locri, apre la sua prima sede in Lombardia. E lo fa a Lonate Pozzolo, sede appunto del locale di ‘ndrangheta guidato dal boss Vincenzo Rispoli. Terra di cave e di cantieri a una manciata di chilometri da Malpensa. Ma anche terra di mafia e dei «bad boys» trapiantati da Cirò Marina (Crotone) e qui protagonisti di omicidi e intimidazioni. Un simbolo, ancora molto isolato, della Lombardia che reagisce. La nuova sede è stata messa a disposizione dalla Regione e dal Comune di Lonate Pozzolo in comodato d’uso all’interno di un palazzo di via XXIV Maggio, 65, «delocalizzato» a causa dell’inquinamento acustico dello scalo aeroportuale.

L’INAUGURAZIONE – Al taglio del nastro, oltre al coordinatore lombardo dell’associazione, Massimo Brugnone, anche Aldo Pecora, presidente di Ammazzateci tutti e Rosanna Scopelliti, la figlia del giudice Antonino Scopelliti ucciso il 9 agosto 1991 dalla ‘ndrangheta. Con loro i rappresentanti delle forze dell’ordine sul territorio e gli studenti del liceo Richichi di Polistena (Reggio Calabria) impegnati in questi giorni in un gemellaggio con i coetanei del liceo Tosi di Busto Arsizio. «Vogliamo essere un presidio di legalità e ribaltare la cattiva fama di Lonate Pozzolo – ha spiegato Massimo Brugnone – da oggi saremo aperti al pubblico e a disposizione dei cittadini che vogliono segnalarci problemi». Durante l’inaugurazione Aldo Pecora ha voluto ringraziare anche l’ex ministro dell’Interno Roberto Maroni «per il lavoro svolto nel contrasto alla criminalità organizzata».

Redazione Milano online

In “Infinito” il ne bis inidem: un’assoluzione che vale una condanna

di Massimo Brugnone
Coordinatore regione Lombardia
Movimento antimafie “Ammazzateci Tutti”

Ieri, 19 novembre, la sentenza per i 119 imputati nella formula direttissima del processo “Infinito”. 110 condannati, 8 assoluzioni (un imputato nel frattempo è morto).
Fra gli assolti dal GUP di Milano anche Vincenzo Rispoli, Emanuele De Castro, Luigi Mancuso, Nicodemo Filippelli e Giorgio La Face: gli ‘ndranghetisti del locale di Legnano-Lonate Pozzolo, già condannati nel processo “Bad Boys” dal Tribunale di Busto Arsizio.

Con buona pace di chi, a poco più di un’ora dalla sentenza, ci ha contattati esultando per l’assoluzione di quegli ‘ndranghetisti di cui abbiamo seguito ogni udienza fino alla condanna, dobbiamo dare spiegazione di come in questo caso la parola assoluzione equivalga a condanna.

Il diritto e le leggi sono materia fin troppo ostica in Italia e troppo spesso non se ne apprende a pieno il significato, ma i sopracitati assolti vengono graziati nell’aula bunker del Tribunale di Milano semplicemente per la regola del ne bis inidem, non due volte per la stessa cosa.
Non si può essere condannati due volte per lo stesso reato: questa la motivazione per cui gli appartenenti al locale di Legnano-Lonate Pozzolo sono stati assolti, ma che in realtà continuano a scontare le loro pene. Lo spiega bene Nando Mastrillo (di grazia, unico giornalista ad aver sottolineato la notizia) nel suo articolo su VareseNews: l’impianto accusatorio confermato dalla sentenza di Milano porterà probabilmente a sentenza ancor più grave nel processo di appello alla sentenza “Bad Boys”.

A dirla in breve, i giudici di Busto Arsizio sono semplicemente arrivati prima nel condannare la ‘ndrangheta locale rispetto ai giudici di Milano che ne hanno anche disegnato una struttura regionale e nazionale. La sentenza di condanna resta dunque quella emessa il 4 luglio scorso.

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LOCALE LEGNANO-LONATE POZZOLO DOSSIER

Per spiegare il collegamento fra il locale di Legnano-Lonate Pozzolo e la struttura regionale della ‘ndrangheta è utile riportare quanto scritto dai magistrati nelle ordinanze di custodia cautelare e nelle motivazioni della sentenza di condanna.

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‘Ndrangheta, Ernestino Rocca arrestato per l’omicidio Scafidi

Fonte: www.varesenews.it

Il dna incastra uno dei componenti della locale di ‘ndrangheta di Legnano-Lonate per l’uccisione di un pregiudicato residente a Busto. L’omicidio, a colpi di mitra, avvenne nei campi di Dairago nel dicembre 2004

Mentre si cercano ancora gli autori degli omicidi di Alfonso e Cataldo Murano e di Giuseppe Russotutti legati alla cosca di ‘ndrangheta di Legnano-Lonate Pozzolo, giunge quasi inaspettata la possibile soluzione dii un altro omicidio, passato in sordina in provincia di Varese perchè commesso a Dairago (Mi) ma attinente ancora una volta al gruppo malavitoso che ha operato a cavallo tra le due province e azzerato con le operazioni Bad Boys e InfinitoErnestino Rocca,condannato a 5 anni per associazione di stampo mafioso dal tribunale di Busto Arsizio, è stato colpito da una misura di custodia cautelare in carcere per l’omicidio di Domenico Scafidi, pregiudicato siciliano residente a Busto Arsizio, ucciso con una sventragliata di mitra la sera del 23 dicembre 2004 e ritrovato la mattina dopo in una strada di campagna tra Dairago e Bienate, paesini alle porte di Busto. Le indagini, coordinate dal sostituto procuratore Paola Biondolillo della DDA di Milano, unitamente ai carabinieri della Compagnia di Legnano, hanno infatti risolto un difficile ed intricato caso irrisolto.
INDAGINI DIFFICILI –  Il corpo giaceva sul ciglio della strada interpoderale in posizione fetale e presentava, secondo i risultati degli accertamenti medico-legali, 14 colpi di cui dodici in testa, uno al torace e uno all’arto inferiore sinistro, tutti esplosi da un’unica arma, una Skorpion cal. 7,65, un fucile mitragliatore di produzione jugoslava. Da subito le indagini erano apparse complicate, in quanto gli ultimi ad aver visto lo Scafidi erano il cognato, con il quale la sera della morte era andato a bere qualcosa in un bar del centro di Borsano, e la proprietaria del bar. Entrambi non avevano notato, a loro dire, alcunché di anomalo. Entrambi avevano notato lo Scafidi parlare con un altro avventore sconosciuto, ma poi dopo le 21.00 di quella sera, l’avevano perso di vista.  Sul luogo del delitto erano invece stati repertati due mozziconi di sigaretta, dai quali il Ris di Parma riusciva ad estrapolare due diversi profili genetici, di cui uno appartenente alla vittima mentre l’altro era rimasto senza nome. L’ora della morte dello Scafidi, sempre da accertamenti medico-legali, era stata collocata intorno alle 21.30 del 23 dicembre 2004, dato confermato anche dal fatto che l’ultima telefonata era stata effettuata dallo stesso Scafidi alle 21.27. Quindi era possibile affermare che lo Scafidi la sera del 23, subito dopo essersi allontanato dal bar alle ore 21.00 (orario in cui è stato visto per l’ultima volta vivo) si recava subito, insieme al suo assassino, presso la strada dove poi sarebbe stato ucciso verso le 21.30.

LA SVOLTA – Nel 2009 il pubblico ministero, in mancanza di risultati concreti dell’indagine, avanzava richiesta di archiviazione del procedimento e nel luglio 2009 il giudice per le indagini preliminari aveva emesso il decreto di archiviazione del procedimento. La svolta, però, arriva pochi giorni dopo l’archiviazione con la riapertura dell’indagine da parte della Direzione distrettuale antimafia di Milano. Durante un’altra operazione di polizia condotta dai Carabinieri di Cuggiono Rocca, già indiziato per essere uno degli ultimi contatti di Scafidi, viene arrestato per detenzione illecita di armi; tramite un mozzicone di sigaretta che aveva appena fumatoi militari hanno estrapolato il Dna per inoltrarlo al RIS di Parma. L’esame sul reperto aveva evidenziato la perfetta compatibilità del profilo genetico di Rocca con il profilo genotipico estrapolato da uno dei due mozziconi di sigaretta acquisiti sul luogo del delitto.

ULTERIORI ELEMENTI – Inoltre, in un’ulteriore operazione di polizia condotta dalla Guardia di Finanza di Sesto San Giovanni, veniva ritrovata l’arma del delitto all’interno di una macchina custodita in un garage di una ditta di Bresso (dove operava un’altra locale di ‘ndrangheta affiliata a quella di Legnano-Lonate). La giustificazione data dal proprietario, che aveva detto di averla trovata per caso vicino ad un capannone e di averla tenuta in quanto collezionista, non ha convinto gli inquirenti. Inoltre i militari del nucleo operativo della Compagnia di Legnano hanno effettuato riscontri sui tabulati telefonici per ricostruire – ex post – l’itinerario più logico impiegato dal Rocca per giungere da Borsano, dove lavorava in una carpenteria, a Dairago, presso la propria abitazione. Da questi accertamenti i militari hanno notato la presenza sul luogo dell’omicidio del Rocca il quale, per raggiungere la sua abitazione, non avrebbe dovuto passare per quella strada.

L’OMERTA’ – Il movente pare essere scaturito da un litigio futile occorso tra Scafidi e Rocca.  Le indagini sono durate a lungo a causa anche del clima di omertà che circonda la figura di Rocca Ernestino e che trova origine nel suo spessore criminale e nella sua appartenenza alla ‘ndrangheta. In particolare nell’ordinanza si evidenzia il Rocca come uomo di fiducia di Emanuele De Castro, nonché come prestanome dello stesso. Rocca risulta, infine, colpito da ordinanza cautelare emessa nell’ambito dell’indagine Infinito per essersi reso responsabile di un grave atto intimidatorio , nel 2008, in danno di Orietta Liccati, allora responsabile dell’area lavori pubblici del comune di Lonate Pozzolo, alla quale avrebbe incendiato l’autovettura nel parcheggio del Comune.

Ammazzateci Tutti a Lonate Pozzolo: Sentenza Bad Boys

Massimo Brugnone, coordinatore della regione Lombardia del movimento antimafie “Ammazzateci Tutti” legge e commenta la sentenza “Bad Boys” introducendo lo spettacolo teatrale di Giulio Cavalli “Nomi, cognomi e infami”

Nel processo alla ‘ndrangheta lombarda spunta un segreto di Stato

Fonte: http://www.lucarinaldi.blogspot.com

La relazione della Commissione d’inchiesta sull’Asl di Pavia partita lo scorso settembre è stata secretata, nonostante lo stesso prefetto di Pavia avesse definito le conclusioni “oltremodo rassicuranti”, escludendo condizionamenti da parte della criminalità organizzata. La difesa dell’ex direttore dell’Asl di Pavia Carlo Antonio Chiriaco aveva fatto richiesta per ottenere la relazione, ma di mezzo c’è il segreto di Stato

Si è aperto oggi il dibattimento del processo scaturito dall’operazione “Infinito”che nel luglio scorso ha portato all’arresto di 300 presunti appartenenti alla ‘ndrangheta tra la Calabria e la Lombardia.

Si è conclusa dunque la serie delle udienze tecniche con cui sono definite le ammissioni delle parti civili. Sono state respinte le eccezioni delle difese degli imputati con cui si richiedeva principalmente la competenza territoriale del processo al tribunale di Reggio Calabria. Sono state respinte inoltre le varie eccezioni sollevate riguardo le costituzione di parte civile.

Rimane dunque competente per il processo il tribunale di Milano e il dibattimento si può aprire con il deposito delle prove. La prima a parlare è il Pubblico Ministero, Alessandra Dolci, che chiede di poter esaminare gli imputati, i testi e di depositare le intercettazioni contenute nelle ordinanze di custodia cautelare. Dolci ha chiesto poi di depositare come prove tra le altre i verbali di perquisizione e sequestro, notizie e corpi di reato, i 114 compact disc che contengono i filmati fatti nel corso delle indagini, videocassette derivanti dal processo per il sequestro Sgarella e le sentenze dei recenti processi Parco Sud e Bad Boys.

Le parti civili si sono sostanzialmente associate alle richieste dei pm chiedendo di ammettere le liste dei testi e il loro esame in aula. Alla conclusione delle richieste di Pubblico Ministero e parti civili è partito un breve parapiglia in aula che ha visto l’avvocata Della Valle scontrarsi a muso duro con la presidente del collegio giudicante Balzarotti riguardo i tempi per l’esame delle prove depositate dal pm.

Ma anche questa volta è stata poi la difesa dell’ex presidente dell’Asl di Pavia, Carlo Chiriaco, a salire in cattedra tirando in ballo, dopo il sindaco, un’altro rappresentante delle istituzioni pavesi, il prefetto Ferdinando Buffoni. Oggetto del peccato la relazione della Commissione d’inchiesta proprio sull’Asl pavese, che, secondo la difesa scagionerebbe in parte Chiriaco, ma che agli atti non c’è in quanto è stata secretata sulla base della legge 124 del 2007. Ovvero su quella relazione ci sarebbe addirittura il segreto di Stato, così il prefetto di Pavia Ferdinando Buffoni risponde picche alla difesa di Chiriaco non fornendo le conclusioni della Commissione istituita lo scorso settembre e il parere del Ministero dell’Interno.

Come risulta da alcune dichiarazioni del prefetto infatti il lavoro della commissione avrebbe sancito la completa tranquillità da parte dell’Asl pavese. “La Commissione d’indagine all’Asl di Pavia – dice ora il prefetto Buffoni – era stata nominata al fine di accertare l’eventuale esistenza di collegamenti con la criminalità organizzata degli amministratori ovvero forme di condizionamento o di irregolarità dei servizi. Proprio in questi giorni la Commissione mi ha consegnato una corposa relazione, che sottoporrò ora all’esame del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica e poi invierò al ministro dell’Interno con le mie valutazioni” per poi anticipare conclusioni “oltremodo rassicuranti”. Tuttavia le conclusioni di quella commissione sarebbero state secretate. Prova ne è, dice l’avvocato Mazza impegnato nella difesa di Carlo Chiriaco, che, nonostante la pubblicazione in gazzetta ufficiale del dispositivo che rimanda alla consultazione on-line sul sito del Ministero dell’Interno, in realtà sullo stesso sito le conclusioni della Commissione interna dell’Asl pavese e le decisioni dello stesso Ministero dell’Interno non ci sarebbero. Il prefetto di Pavia aveva rilasciato le dichiarazioni il 30 marzo scorso.

Circolata la notizia della secrezione dell’atto aveva detto la sua, pochi giorni dopo anche il deputato del Pdl Giancarlo Abelli (proprio colui per il quale Chiriaco in una intercettazione dice che avrebbe fatto “campagna elettorale con la pistola in mano”): Non vedo perché secretare una relazione che non ha evidenziato nessuna anomalia o peggio infiltrazioni di stampo mafioso nella gestione di un ente così importante. Anche il prefetto ha detto pubblicamente che i risultati a cui si è arrivati sono “rassicuranti”. Se ci sono dati sensibili all’interno delle carte raccolte dalla commissione, si rendano pubbliche almeno le conclusioni di quell’inchiesta. Mi attiverò personalmente a livello del Ministero perché questo possa avvenire. Ma a quanto pare o Abelli non si è attivato o qualcuno ha risposto picche.

La difesa di Chiriaco, guidata dall’avvocato Mazza, ha quindi chiesto di avere tutta la documentazione in merito, compresi gli atti istruttori della commissione, le conclusioni del ministero e i pareri delle 6.000 (seimila) persone che, assicura il prefetto di Pavia, sarebbero state sentite dalla commissione di inchiesta.

“E’ fatto gravissimo che lo Stato Italiano – conclude Mazza – accusi Carlo Chiriaco dagli uffici del Pubblico Ministero e poi nasconde le prove tramite l’ufficio del prefetto e del Ministero dell’Interno apponendo addirittura il segreto di stato, che, tra l’altro – ricorda Mazza – è vietato per quei documenti che dovrebbero rientrare in un procedimento per 416bis (associazione mafiosa) come questo”.

Così la difesa di Chiriaco ha chiesto un rinvio in attesa che il tribunale si pronunci sulla richiesta al Ministero dell’Interno di desecretare tutti gli atti riguardanti la Commissione di inchiesta sull’Asl di Pavia

La prossima udienza è prevista per martedì 19 luglio nell’aula bunker 2 di via Uccelli di Nemi in zona Ponte Lambro. Ma le fasi cruciali del dibattimento sembrano destinate a settembre quando il processo entrerà nel vivo con le deposizioni dei testi e degli imputati.

L.

Giulio Cavalli fa nomi e cognomi

Fonte: http://www.varesenews.it
http://www3.varesenews.it/tv/mediaplayer.swf

L’attore in piazza Sant’Ambrogio racconta la ‘ndrangheta nostrana.

Massimo Brugnone legge l’elenco dei condannati al processo Bad Boys

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