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La ‘ndrangheta lavora al Tribunale di Milano La storia clamorosa di due appalti pubblici

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

La vicenda riguarda alcuni uomini vicini alla cosca Barbaro-Papalia. Secondo le informative della Dia i cantieri andarono a una ditta pulita, ma i lavori furono effettuati da uomini vicini alle cosche che hanno lavorato oltre che al palazzo di giustizia anche alla ristrutturazione di una casa vacanza ad Andora

Imprenditori puliti che ci mettono faccia e società. Imprenditori mafiosi che stanno dietro le quinte dell’appalto e incassano le commesse. Il gioco non è complicato. Le ultime inchieste sulla ‘ndrangheta a Milano lo hanno dimostrato chiaramente. Alla sbarra così sono finiti imprenditori dal pedigree rigorosamente padano come Maurizio Luraghi e Ivano Perego. Il primo accusato e condannato per associazione mafiosa. Il secondo ancora in attesa di giudizio. Grazie a loro i boss alla milanese si sono aggiudicati speculazioni edilizie e appalti pubblici. La Perego strade, addirittura, ha lavorato allo scavo per la costruzione della nuova sede del palazzo di Giustizia di Milano.

Eppure c’è dell’altro. Un azzardo ulteriore che ha portato gli uomini della ‘ndrangheta a ottenere appalti per la manutenzione degli impianti elettrici anche all’interno dell’attuale Tribunale del capoluogo lombardo. Il dato, inedito, emerge dalle pieghe degli atti dell’inchiesta Parco sud che il 3 novembre 2009 ha chiuso i conti con la cosca Barbaro-Papalia, famiglia di ‘ndrangheta da anni residente a Buccinasco, comune a sud-ovest di Milano. Di più: sempre le stesse persone riconducibili al clan e che, come i loro capi, nel gennaio 2010 saranno condannate in primo grado, sono riuscite ad aggiudicarsi appalti del Comune di Milano.

La storia inizia nell’inverno del 2008. In quel periodo, i boss della cosca si trovano in carcere. I gregari, invece, sono liberi e operativi. Due di loro, Franco Michele Mazzone e Nicola Carbone,stanno svolgendo lavori per conto della C.e.b. Electric di Caludio Papani, imprenditore di Novate milanese che non verrà sfiorato dall’inchiesta. Ecco, allora, cosa annotano gli uomini della Dia in un’informativa del 21 novembre 2008: “I lavori per conto di Papani sono quelli di un immobile nel comune di Andora e presso il palazzo di Giustizia di Milano”. I cantieri in Liguria riguardano una delle Casa vacanza di proprietà del comune di Milano. Un dato confermato dal documento dall’Ufficio strutture scolastiche. Secondo il quale Papani si è aggiudicato un appalto “per montanti e dorsali elettrici” del valore di 70mila euro. Oggi sul sito del comune di Milano la residenza viene descritta come “una splendida costruzione completamente ristrutturata, racchiusa tra pini e piante mediterranee, con accesso diretto alla spiaggia privata e priva di barriere architettoniche. Nel grande parco, vasti spazi di gioco e attrezzature sportive. Età degli ospiti: 6/11 anni”. Dalle intercettazioni, depositate agli atti dell’indagine Parco sud, emerge come Mazzone da questo lavoro voglia ricavare fino a 300mila euro. Un bel tesoretto che non fa gola solo a lui. In pista, infatti, c’è anche Giuseppe Andronaco (non indagato), imprenditore calabrese molto vicino al giovane Domenico Papalia, boss in ascesa con i giusti quarti di nobiltà mafiosa.

Insomma, le cosche in Lombardia arrivano ovunque e guadagnano su tutto. Il metodo, come si diceva, è sempre lo stesso. “Papani ha assunto alcuni dipendenti di Mazzone, non potendo quest’ultimo ricevere il subappalto”. Il perché lo racconta la storia criminale dello stesso Mazzone scritta dal gip Giuseppe Gennari nella sua ordinanza del 2009. Il giudice lo descrive come persona di fiducia di Salvatore Barbaro, il piccolo principe delle cosche, che ha sposato Serafina Papalia, figlia di Rocco Papalia, per anni reggente degli affari mafiosi al nord. Mazzone, secondo gli investigatori, si è preso l’incarico di minacciare Luraghi e la sua famiglia dopo che l’imprenditore ha deciso di collaborare con la magistratura.

Per conto della cosca Barbaro-Papalia, Mazzone ritira “somme di denaro nei cantieri dove l’organizzazione ha cointeressenze, fornendo la sua collaborazione per le esigenze quotidiane, quale gestore per conto della “ famiglia” degli affari illeciti, in particolare prendendo in affitto l’ appartamento di Assago via Caduti in cui si è nascosto il latitante Paolo Sergi“. Mazzone, inizialmente indagato anche per associazione mafiosa, alla fine verrà condannato a cinque anni e otto mesi per altri reati. Tra questi la detenzione “di armi comuni da sparo, alcune clandestine, armi e munizionamento da guerra, e una bomba a mano”. Dal suo curriculum spunta anche un bel po’ di droga, circa quattro chili di cocaina. Lo stesso spartito vale per Nicola Carbone condannato in primo grado a sei anni.

Il 29 ottobre 2008 Mazzone è al telefono con un tale Pasquale al quale conferma che si occuperà dei lavori elettrici all’interno del tribunale. Nello stesso giorno Claudio Papani chiama Mazzone per chiedergli i nomi delle persone che andranno a lavorare a palazzo di Giustizia. Due giorni dopo sono di nuovo al telefono. Papani comunica a Mazzone gli stipendi degli operai, dopodiché lo invita a mandare le carte d’identità degli operai. Quindi gli dice di “licenziare i ragazzi” per poi poterli assumere lui. Il 4 novembre successivo i lavori iniziano. Il giorno prima “Mazzone chiama Papani il quale gli dice che da domani i ragazzi possono iniziare a lavorare al Tribunale”.

A questo punto l’informativa della Dia conclude chiedendo all’autorità giudiziaria una proroga alle intercettazioni. Ad oggi l’inchiesta resta aperta. E Mazzone non è indagato per questa vicenda. Un fatto, però, è certo. Seguendo le tracce della ‘ndrangheta che fa affari in riva al Naviglio si rischia di imbattersi in storie come queste, che mettono in fila gli interessi mafiosi con appalti ad alto rischio come quello nel palazzo di Giustizia di Milano.

Rifiuti tossici e interi palazzi costruiti su discariche abusive, è Gomorra a Milano

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

Secondo l’ultimo report di Legambiente sulle Ecomafie la Lombardia è diventato il crocevia per le cosche della ‘ndrangheta che fanno affari con i rifiuti tossici

Metodi e strumenti sono quelli di gomorra. Il silenzio, invece, è tutto lombardo. Situazione ideale per la mafia che sotto la Madonnina fa affari. Droga ed edilizia. E con l’edilizia arrivano i cantieri, i camion, gli escavatori. Ci sono montagne di terra da trasportare (dove?). Centinaia di buchi da riempire (con cosa?). E’ il nuovo business, quello vero, quello “indolore”, quello che non crea allarme sociale, ma avvelena i terreni e infiltra le falde con bombe chimiche. In tutto questo i mezzi della ‘ndrangheta navigano a gonfie vele. Le cosche riciclano denaro e tengono buoni rapporti con la politica. Succede così che i boss trasformino le fondamenta dei palazzi in discariche abusive.

Il fenomeno, dunque, è già un allarme. Inascoltato. Eppure i numeri fanno rumore. E non da oggi. Da almeno nove anni “quando è stato introdotto nel nostro ordinamento il delitto che punisce le attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti”. Lo annota l’ultimo report di Legambiente sulle Ecomafie. Da allora “si sono svolte in Lombardia quasi l’11% sul totale delle inchieste italiane; mentre un altro 24% dei traffici ha interessato in qualche modo questa regione (perché luogo di transito, stoccaggio temporaneo, sede delle imprese o luogo di residenza dei trafficanti)”. Ecco di cosa stiamo parlando: “Scorie industriali, ma anche appalti per la gestione dei rifiuti solidi urbani”. Identificati anche i protagonisti: “Colletti bianchi” ovvero “coloro i quali favoriscono per ragioni economiche le attività illecite e soprattutto imprenditori senza scrupoli che agiscono direttamente a danno dell’ambiente o si rivolgono a improbabili intermediari per aumentare i profitti, lucrando sui costi di smaltimento”.

Il traffico illecito di rifiuti tossici, dunque, è sempre più in cima ai pensieri dei padrini che oggi comandano al nord. Il sistema è oliato e funziona alla perfezione. Ecco, allora, come lo descrive il gip di Milano Giuseppe Gennari nell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato in carcere Ivano Perego, patron dell’omonima impresa a tutti gli effetti infiltrata dalla ‘ndrangheta. Si tratta di un’indagine corollario al maxiblitz del 13 luglio scorso. Ecco cosa scrive il giudice: “La soluzione che viene escogitata per rendere (più) fruttuoso il lavoro è quella di violare tutte le norme relative al recupero e allo smaltimento dei rifiuti”. Dopodiché “i materiali di demolizione, invece di essere selezionati e smaltiti secondo quanto previsto, vengono triturati alla rinfusa e abbandonati in luoghi abusivi”. Insomma “reati ambientali e controllo del movimento terra vanno sempre di pari passo”. Tanto per capirci alla sola Perego viene contestata “l’illecita gestione di ben 2.025.336 chili di rifiuti”.

Numeri impressionanti che si fanno cronaca quotidiana ascoltando le testimonianze dei vari camionisti che hanno lavorato per la Perego. Ecco il racconto di uno di loro: “Io ho sentito più volte dire agli autotrasportatori che dovevano indicare sui singoli rapportini codici diversi da quelli che in realtà avrebbero dovuto identificare i singoli rifiuti. Per cui poteva capitare che veniva indicato terra e invece si trattava di materiale di natura diversa. Ricordo in particolare la presenza di diverso materiale pericoloso, come bentonite, che veniva caricata sui camion e poi da me ricoperta con terra di scavo normale al fine di occultarne la qualità. Io personalmente mi occupavo di redigere anche i formulari, dove inserivo soltanto però il nome e cognome dell’autista e non mettevo nessun’altra indicazione in relazione al materiale trasportato e alla destinazione; queste indicazioni venivano inserite successivamente dall’autista stesso su indicazione di non so chi”.

Capita così che, ad esempio, questi rifiuti tossici finiscano dritti dritti nei lavori di ristrutturazioni dell’ospedale Sant’Anna di Como o ancora nell’asfalto delle autostrade. Capita che un intero quartiere residenziale venga costruito su una vera discarica abusiva come nel caso di Buccinasco. Qui, da ieri, buona parte dell’area di via Guido Rossa è sotto sequestro. Dentro, i tecnici dell’Arpa hanno trovato “derivati da demolizioni civili mescolati illecitamente a terra di scavo di ignota provenienza” con un “potenziale e attuale inquinamento delle matrici ambientali”. Tradotto: la falda acquifera che alimenta i rubinetti dei residenti. Un brutto pasticcio che, nota il pm di Milano Giovanna Pirrotta, “risale al 2005″. Esattamente il periodo in cui i camion della cosca Barbaro-Papalia iniziano a lavorare. In subappalto, ovviamente, e sotto l’ombrello “legale” dell’imprenditore lombardo Maurizio Luraghi, condannati a 4 anni per associazione mafiosa solo poche settimane fa.
Il corollario di episodi che traducono in fatti l’allarme è vastissimo. C’è l’hinterland, ma anche la città di Milano con il
caso Santa Giulia, area a nord della città, che nella testa del suo proprietario, Luigi Zunino, doveva rappresentare un progetto avvenieristico e che invece si è rivelata una “bomba biologica” stando all’ordinanza dei giudici milanesi che hanno disposto l’arresto del re delle bonifiche Giuseppe Grossi. Bene, anche qui resta fondata l’ombra della ‘ndrangheta. Tra gli indagati dell’inchiesta c’è infatti Vincenzo Bianchi legale rappresentante della Lucchini e Artoni, azienda leader nel campo dell’edilizia. Nel luglio 2009, la Prefettura emise un’interdittiva antimafia nei confronti dell’azienda che in quel periodo stava lavorando nei cantieri di Porta Nuova. All’epoca 17 su 22 imprese che lavoravano in subappalto avevano origini crotonesi e pesanti sospetti di legami con la ‘ndrangheta. Poche settimane dopo, però, la Lucchini Artoni riottenne la revoca dell’interdittiva perché dimostrò di aver tagliato ogni rapporto con quelle imprese sospette.

Ma la connection tra mafia e rifiuti alimenta anche buona parte delle cave del Milanese. C’è ad esempio quella di Bollate, regno del boss latitante Vincenzo Mandalari. Qui la ‘ndrangheta avrebbe trattato rifiuti tossici, come l’amianto, occultandoli dentro profonde buche. Non solo. Il luogo è ritenuto anche punto di incontro tra i boss. Qui è stato visto il narcotrafficante Pasquale Cicala assieme a Rocco Ascone, ras del movimento terra e luogotenenete di Mandalari.

E la politica? Quando non agisce, collabora con i padrini. Emblematica la vicenda di una cava della città brianzola di Desio. Qui a reggere le fila del traffico di rifiuti fino all’estate 2008 è Fortunato Stellitano, uomo vicino alla cosca Iamonte-Moscato di Melito Porto Salvo. E’ lui che dopo essersi ritrovata la cava sotto sequestro, racconta a un compare che per avere il dissequestro “vado a trovare Massimo, non preoccuparti, mi faccio fare lo svincolo da Massimo che è l’assessore all’ambiente ed è a posto, ok?”. All’epoca Massimo Ponzoni, delfino del governatore Roberto Formigoni, è assessore regionale all’Ambiente e come tale si occupa delle bonifiche.

Terrenti e tangenti, indagato Ponzoni “A lui una mazzetta da 220mila euro”

Fonte: http://www.repubblica.it

Il consigliere regionale del Pdl coinvolto nell’inchiesta della Dia sui rapporti fra clan e politica
Il denaro sarebbe stato versato per favorire gli interessi edilizi di un imprenditore a Desio

di DAVIDE CARLUCCI  e GABRIELE CEREDA

Sono due le inchieste che ruotano intorno alla figura di Massimo Ponzoni, l’ex assessore all’Ambiente della Regione Lombardia recordman di preferenze alle ultime elezioni. C’è la corruzione, reato per il quale è stato raggiunto da un avviso di garanzia, come anticipato dal Giornale. E c’è un’inchiesta più ampia, che riguarda i rapporti con i clan di alcuni esponenti politici dell’area di Desio, Seregno e Cesano Maderno — dove Ponzoni raccoglie gran parte dei suoi voti — su cui si sta concentrando la Direzione distrettuale antimafia di Milano.

L’inchiesta sulla corruzione è uno sviluppo dell’indagine del pm monzese  Walter Mapelli sulla bancarotta fraudolenta della Pellicano srl, società immobiliare con sede a Desio, dichiarata fallita dal tribunale dopo che era stato riscontrato un buco da 600mila euro. Nel corso degli accertamenti della Finanza è emersa poi la vicenda della tangente da 220mila euro che sarebbe stata versata a Ponzoni da un imprenditore del Bergamasco, Filippo Duzioni. Ponzoni si sarebbe speso non nella sua veste di assessore regionale ma per la sua influenza nei confronti di una serie di tecnici e politici — anch’essi indagati — da lui controllati in Brianza, riuscendo a procurare all’imprenditore un cambio di destinazione per una grande area in via Borghetto a Desio.

Ma la storia delle mazzette è connessa con il fallimento della Pellicano, le cui uniche realizzazioni sono state le palazzine costruite a Cabiate, nel Comasco, da un’impresa edile in cui figuravano anche familiari di Ponzoni. Il quale ha smentito tutto: «Non ho mai percepito somme di denaro da alcuno per finalità illecite e ho subito chiesto alla Procura di Monza di essere sentito, per chiarire l’assoluta infondatezza della pur generica contestazione».

Altra cosa è l’indagine sugli intrecci tra politica e ‘ndrangheta nell’area di Desio su cui indaga un pool di magistrati della Dda, coordinati dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini. In questo caso gli accertamenti sono a più ampio spettro e riguardano gli interessi delle cosche nell’edilizia. Si va dal fallimento di una grossa società di demolizioni della provincia di Lecco, al cui interno operavano come procacciatori d’affari un esponente della famiglia Strangio e un uomo vicino al clan BarbaroPapalia, alle lobby imprenditoriali che hanno investito tra Desio, Cesano e Seregno.

Non è la prima volta che gli investigatori antimafia si occupano di quest’area, dove negli anni Settanta emigrò il boss Natale Iamonte. Suo nipote, Natale Moscato, uno degli immobiliaristi più attivi nel circondario, fu coinvolto in vecchie indagini ma poi ne uscì assolto e ora è vicino a una fazione del Pdl a Desio. Dopo le indiscrezioni che tiravano in ballo Ponzoni, è stata l’opposizione in consiglio regionale – da Chiara Cremonesi, di Sinistra ecologia e libertà, a Giulio Cavalli dell’Italia dei valori – a chiederne le immediate dimissioni.

Stessa richiesta da parte del Pd, i cui consiglieri Giuseppe Civati e Gigi Ponti aggiungono: «Solo una settimana fa, in Provincia di Monza, dopo l’audizione del pm Mapelli sulle infiltrazioni mafiose, abbiamo capito che la Brianza è sotto attacco». Un po’ debole la difesa di Paolo Valentini, capogruppo Pdl al Pirellone: «È una questione personale, solo Ponzoni deve scegliere».

Quel 2008, anno di grazia per la ‘ndrangheta milanese: elezioni politiche e la vittoria di Expo

Fonte: http://www.milanomafia.com

Nel 2008 i boss più importanti della ‘ndrangheta in Lombardia sono tutti liberi. Un anno decisivo per Milano con la vittoria di Expo 2015 e la scelta di appoggiare il Pdl alle elezioni politiche

Milano, 6 aprile 2010 – L’ultima pagina, la numero 50.000 è stata scritta qualche mese fa. Da lì in poi i magistrati della Dda di Milano hanno iniziato a lavorare. E adesso la loro richiesta è pronta per passare sulla scrivania del gip in attesa che vengano emesse le ordinanze di custodia cautelare. Saranno quasi 250 per quella che sembra essere la più importante operazione antimafia degli ultimi vent’anni in territorio lombardo. Ci saranno i boss, ma ci sarà soprattutto la politica e i suoi legami con la ‘ndrangheta. Un mix esplosivo che segnala il cambiamento di rotta dei clan calabresi in Lombardia. Non più solo famiglie legate a doppio filo con la Calabria, ma ‘ndrine autonome, ricchissime e potenti, in grado di mascherarsi dietro la faccia pulite di imprenditori del Nord e di giocare di sponda con le amministrazioni locali.
Decisioni svincolate dalla casa madre, dunque, ma prese con accordi comuni tra le famiglie che da anni vivono al Nord. Che qui controllano il territorio, trafficano droga, vincono appalti, costruiscono, a volte uccidono. E che quando devono fare scelte decisive per il futuro dell’organizzazione si riuniscono. Ecco allora la novità: oggi in Lombardia esiste una vera commissione della ‘ndrangheta. Una sorta di consiglio di amministrazione mafioso che oltre ai boss tiene dentro politici, imprenditori e personaggi legati alla massoneria. Elementi che danno sostanza all’idea che tra Reggio Calabria e Milano, in vista dei grandi affari lombardi, sia stato creato un vero e proprio secondo livello, i cui prodromi si intuiscono già nel 2005, ma che diventerà operativo soprattutto nella primavera del 2008. Un periodo caldissimo che vede da un lato Milano vincitrice ufficiale di Expo 2015 e dall’altro i suoi politici di punta impegnati nella campagna elettorale per le elezioni politiche di aprile. In mezzo ci sono i boss, veri pezzi da novanta della ‘ndrangheta che in quel periodo sono tutti liberi.

L’omicidio Fortugno e la nuova loggia degli Invisibili

Il là alla grande rivoluzione copernicana viene dato in Calabria, quando la ‘ndrangheta uccide a Locri il vicepresidente del Consiglio regionale Franco Fortugno. I killer gli sparano all’uscita di palazzo Nieddu dove Fortugno si era recato per le primarie dell’Ulivo. E’ il 15 ottobre 2005. Pochi mesi dopo, il 21 marzo 2006, vengono arrestate nove persone. Il 2 febbraio 2009 la sentenza di primo grado condanna all’ergastolo gli imputati ritenuti esecutori materiali: Alessandro e Giuseppe Marcianò, Salvatore Ritorto e Domenico Audino. Nessun cenno ai mandanti dell’omicidio.
Due fatti accaduti tra il 2005 e il 2006, però, spostano l’attenzione su Milano. Il 24 marzo 2006, l’Ansa batte una strana agenzia che non verrà mai ripresa dai giornali. Si legge che agli atti dell’inchiesta “risultano frequenti spostamenti dei presunti componenti del gruppo di fuoco verso Milano”. Viaggi che si sono ripetuti fino al giorno prima dell’omicidio Fortugno. In Lombardia sarebbero arrivati, infatti, Domenico Audino e Domenico Novella, entrambi coinvolti nell’esecuzione di Locri. Ci si chiede “cosa siano andati a fare nel capoluogo lombardo, proprio alla vigilia di un delitto eccellente?” L’ipotesi su cui si sta lavorando, prosegue l’Ansa, “è che siano andati a ricevere l’autorizzazione all’esecuzione del delitto”. Lo scenario risulta avvalorato da una strana intercettazione (anche questa mai pubblicata) fatta la sera prima del delitto. “Se non hai ancora capito domani leggiti i giornali”, dice un anonimo telefonista “milanese” al suo interlocutore che in quel momento si trova a Reggio Calabria.
Poco prima dell’omicidio di Locri i boss di Reggio Calabria stanno dando forma a una struttura segreta che ha tutte le caratteristiche di una loggia massonica. Si tratta della loggia degli invisibili. Questo, però, lo si saprà solo nel 2008, quando i carabinieri chiuderanno l’inchiesta Bellu Lavuru. Il particolare emerge da diverse intercettazioni ambientali di Sebastiano Altomonte, sindacalista scolastico a Bova Marina e soprattutto grande procacciatore di voti. Dice: “Perché c’è la visibile e l’invisibile. E lui è in quella visibile che non conta, noi altri siamo nell’invisibile. Capisci? E questo conta”. Dopodiché spiega: “C’è una che si sa e una che non la sa nessuno, perché se no oggi il mondo finiva; se no tutti cantavano”. E, dunque, rimarcando il concetto. “C’è la visibile e l’invisibile che è nata da un paio di anni e che non la sa nessuno, solo chi è invisibile”. Sono parole pesantissime che spiegano in maniera oggettiva quello che fino ad ora avevano rivelato solamente i pentiti definendo questo secondo livello “la Santa”. Per questo i magistrati annotano: “Questa genuina acquisizione apre uno scenario del tutto nuovo nel panorama criminale delle cosche mafiose di Reggio Calabria”.

L’elezione di Lady Moratti

Uomini della massoneria legati alla ‘ndrangheta nella primavera del 2006 entrano in gioco anche a Milano. Un periodo che non sembra scelto a caso visto che a fine maggio di quello stesso anno si tengono le elezioni per il sindaco. Candidato di punta del Pdl (allora Casa della Libertà) è Letizia Moratti. Suo avversario, sul fronte del centrosinistra, è l’ex prefetto Bruno Ferrante. Lady Moratti vincerà a mani basse. Per il governo della città cambia poco. Il colore azzurro resta dominante. Le settimane che precedono le elezioni del 28 e 29 maggio, sono settimane di grande attività. E’ in questo periodo che entra in azione l’uomo dei clan. Uno strano mister x con un passato da estremista di destra, legato alla massoneria e al boss di Reggio Calabria Paolino De Stefano. Di lui parla il pentito Filippo Barreca a proposito della latitanza del terrorista nero Franco Freda, coinvolto nell’inchiesta sulla strage di Piazza Fontana: “Un giorno giunse al distributore di benzina in compagnia di altra persona che mi presentò come Franco Freda. Lui veniva a nome di Paolo De Stefano e mi disse di tenere presso di me il latitante per un ventina di giorni, sino al momento in cui non fosse stato possibile trasferirlo all’estero. Durante il periodo in cui Freda fu nella mia abitazione venne a trovarlo l’avvocato Giorgio De Stefano e l’avvocato Paolo Romeo”.
Già latitante, questo mister x, approda a Milano proprio nella primavera del 2006. Al Nord ci è venuto per prendere contatti. Sul suo taccuino sono già segnati i nomi di politici e imprenditori. Lui agisce su mandato dei clan che stanno in Calabria. Molto probabilmente quella sorta di loggia mafiosa messa in piedi a ridosso dell’omicidio Fortugno. L’obiettivo è quello di razionalizzare al meglio tutti gli affari che a Milano, a partire da quel 2006 possono ingrossare le casse della ‘ndrangheta. Mister x, poi, risulta in società con un imprenditore calabrese, da tempo residente al nord, a sua volta legato alle famiglie di Reggio. In realtà la società conta poco, quello che conta sono “le amicizie” politiche che questo signore può vantare. Amicizie che arrivano fin dentro l’allora Casa della libertà e a uomini che da lì a poco verranno rieletti in consiglio comunale.

I boss sono tutti fuori

La ‘ndrangheta lavora sotto traccia. Nel 2006 nessuno ne parla. I grandi boss degli anni Novanta sono in carcere sommersi dagli ergastoli. E chi ha finito di scontare la pena esce senza fare rumore. In carcere ci sono ad esempio i tre fratelli Papalia, Domenico, Antonio e Rocco. Sulle spalle omicidi, sequestri di persona, traffico di eroina. Stanno in gabbia ma continuano a comandare. Soprattutto Rocco e Antonio. Un particolare che però verrà alla luce solo dopo l’estate del 2008, quando molte decisioni saranno già state prese. Tra il 2007 e il 2008, dunque, la ‘ndrangheta in Lombardia può contare su almeno 17 boss di primo livello.
Sono tutti liberi e tutti attivi. Ci sono Salvatore e Domenico Barbaro, padre e figlio, che assieme al giovanissimo Domenico Papalia (figlio di Antonio Papalia), gestiscono il movimento terra a sud di Milano. La zona fa segnare anche la presenza della cosca Muià-Facchineri. A Nord della città, invece, lavorano i fratelli Mandalari, Nunzio e Vincenzo. Specializzati in edilizia, hanno il loro quartier generale nella zona di Bollate. In città vive, invece, Antonio Piromalli, erede dell’omonima cosca di Gioia Tauro. I Piromalli a Milano hanno interessi nell’Ortomercato e contatti diretti con il senatore Pdl Marcello Dell’Utri. A Monza, invece, si danno molto da fare i Moscato, costruttori con legami di parentale con il boss di Melito Porto Salvo, Natale Iamonte. Uno in particolare riceve le attenzioni degli investigatori. Si tratta di Natale Moscato, taycoon dell’edilizia, coinvolto, ma poi prosciolto, in un indagine di ‘ndrangheta di metà anni Novanta. La sua zona d’azione resta quella di Desio. Qui, negli anni Ottanta, Moscato ha fatto l’assessore socialista. Oggi, invece, è un grande elettore del Pdl. E infine nel Varesotto comandano due boss: Carmelo Novella e Vincenzo Rispoli. Entrambi sono uomini potenti, legati a doppio filo alla cosca Barbaro-Papalia di Buccinasco. A questo elenco va aggiunto il nome di Pasquale Barbaro detto u zangrei. Lui fino al novembre 2007 risulta il referente della ‘ndrangheta per la Lombardia. Morirà nel novembre 2007. Seppellito nel piccolo cimitero di Platì, ai funerali parteciperanno molti boss del nord, tra cui lo stesso Vincenzo Rispoli.

Il summit del 2008 e l’appoggio al Pdl


Dopo la morte di Pasquale Barbaro
, il comando viene preso dal giovanissimo Domenico Papalia. Questa almeno è la tesi degli investigatori. In realtà le operazioni passano tutte attraverso Salvatore Barbaro, legato ai Papalia per aver sposato la figlia di Rocco Papalia. E’ lui a guidare i capitali della ‘ndrangheta nella holding Kreiamo con sede in via Montenapoleone. Lui, ovviamente, gioca dietro le quinte, lasciando la palla a due uomini di fiducia: Andrea Madaffari e Alfredo Iorio. Si tratta dell’inchiesta Parco sud che solo poche settimana fa ha svelato, in parte, la trama di un comitato affaristico-mafioso spalleggiato da diversi uomini politici. Nomi noti fino a livello regionale. Agli inizi del gennaio 2008, Salvatore Barbaro ha preso il comando. E’ indagato, ma libero. E come lui, tutti gli altri. Intanto, Milano freme per le battute finali di Expo 20015. A fine marzo, il comitato di Parigi, deciderà dove si svolgerà l’esposizione universale. Giochi fatti nel pomeriggio del 31 marzo. Milano batte Smirne. Si brinda. Brindano anche i capi della ‘ndrangheta. La scommessa del 2006 ha pagato. Lady Moratti ha vinto. Non è finita. Dopo la caduta del governo Prodi, l’Italia torna al voto. Saranno elezioni politiche decisive e sulle quali peserà molto il gioco delle preferenze. Un sistema perfetto per la ‘ndrangheta che in Lombardia è in grado di gestire un enorme bacino di voti. Ecco quindi il messaggio fatto rimbalzare dal centro all’hinterland fino in provincia. Bisogna incontrarsi per decidere. Non è la prima volta. Una riunione del genere si era già verificata pochi anni prima al ristorante Scacciapensieri di Nettuno, zona di pertinenza della cosca Novella. Al tavolo quella domenica c’erano Vincenzo Rispoli, Domenico Barbaro, Carmelo Novella, Giosafatto Molluso, Saverio Minasi, Vincenzo Mandalari, Salvatore Panetta, Vincenzo Lavorata. In quella primavera del 2008 le scelte saranno decisive e poco importa se dal luglio successivo inizieranno a fioccare omicidi e arresti. Chi resta fuori proseguirà. L’incontro avviene. Ci sono tutti: dai Barbaro ai padrini della provincia. Sul tavolo gli appalti di Expo e la scelta di appoggiare senza colpo ferire gli uomini del Popolo della libertà. (cg/dm)

Processo Cerberus. Smemorati, reticenti, mai colpevoli. Sono gli imprenditori lombardi che vengono a patti con la ‘ndrangheta

Fonte: http://www.milanomafia.com

L’accusa è stata lanciata oggi dal pm Alessandra Dolci durante la sua requisitoria. L’accusa contro la cosca barbaro-Papalia di Buccinasco ha puntato il dito contro gli imprenditori lombardi che scendono a patti con la ‘ndrangheta

Estorsione-tangente

Il nuovo termine coniato dal pm Alessandro Dolci per definire l’imprenditore colluso è quello di chi paga l’estorsione-tangente, termine a metà strada tra il pizzo e la mazzetta pagata volontariamente, senza che il boss la chieda.
Si tratta, secondo l’accusa, della situazione di
Maurizio Luraghi che oggi risulta vittima del clan ma che in passato ha tratto vantaggi da questo legame. In passato, infatti, Luraghi avrebbe pagato volentieri (“Ti do i soldi perché siamo amici”) la mazzetta alla ‘ndrangheta.
Oggi, l’imprenditore si trova con una richiesta di condanna a otto anni per
associazione mafiosa. Inoltre, la sua impresa, la Lavori stradali, risulta fallita. La società, aggiudicataria del mega appalto in via Guido Rossa a Buccinasco, ha sborsato, a titolo gratuito, oltre un milione di euro ai Barbaro. Dopodiché è fallita. Il fatto che dimostra la “cannibalizzazione delle imprese amiche da parte della ‘ndrangheta” sarà oggetto di un nuovo processo dove Luraghi è imputato per bancarotta fraudolenta.

Milano, 30 marzo 2010 – Se non sono collusi poco ci manca. Certo appaiono distratti, superficiali a dir poco, molto probabilmente consapevoli che lavorare con la ‘ndrangheta è molto meglio, più vantaggioso, paradossalmente, meno pericoloso. Questo il disarmante affresco degli imprenditori lombardi oggi, dipinto nella requisitoria del pm Alessandra Dolci, uno dei magistrati più esperti e competenti della Dda di Milano. Perché questa mattina alla Settima sezione del Tribunale di Milano c’erano le carte che inchiodano la cosca Barbaro-Papalia.

In sostanza l’inchiesta Cerberus conclusa nel luglio 2008 con l’arresto, tra gli altri, di Domenico Barbaro, dei figli Salvatore e Rosario, e dell’imprenditore lombardo Maurizio Luraghi. Oggi, dunque, e in attesa delle arringhe difensive, è stato messo un tassello decisivo al processo di mafia più importante degli ultimi 15 anni. Mafia al nord, naturalmente. ‘Ndrangheta a Milano nello specifico. “Ndrangheta imprenditoriale”, sostiene l’accusa. “Silente”, rilancia e precisa: “Con marginalizzazione di attività criminali”. Questo il contesto che confonde i piani e mischia pericolosamente il ruolo dell’imprenditoria lombarda. Omertosa senza dubbio. Colpevole sulla carta, ma non sempre nelle carte (processuali). Eppure, il pm, nei primi minuti della requisitoria, non abbassa il tiro, e quando può lo alza indicando almeno quattro categorie di imprenditori per così dire nebulosi.

La prima è quella di Maurizio Luraghi (per lui chiesta una condanna a 8 anni). Sintetizza il pm: “Sono quelli che dicono bene questi ci sono e allora veniamo a patti”. Patti che per l’accusa, Luraghi ha travalicato diventando “imprenditore colluso”. La seconda è quella rappresentata “da uno come Mario Pecchia”, immobiliarista di grido, titolare della Finman srl con uffici in via Durini. “Lui – dice Alessandra Dolci – è uno di quelli che è rimasto esterefatto di essere vittima di compaesani che considero amici”. La terza categoria sono quelli che dicono “avete scoperto l’acqua calda”. Qui rientra Ernesto Giacomel patron, ad Assago, di uno dei rivenditori Audi più grandi d’Europa. La sua teoria viene così riassunta dal pm: “Quelli è meglio averli amici”. Oggi come ieri. Spiega il magistrato: “Giacomel ha lavorato con Rocco Papalia e ha fatto lavorare sui suoi terreni le imprese dei Barbaro”. E poi ci sono quelli che davanti al giudice perdono la memoria. Sentito dal pm un imprenditore dice: “Meno male che siete venuti voi. Ora si respira aria nuova”. Parole che si volatilizzano in aula con gli imputati nel gabbione.

La trafila degli imprenditori prosegue e s’ingrossa con la vicenda di subappalti da 700.000 euro affidati a imprese individuali (quelle di Rosario e Salvatore Barbaro) che possono offrire, se va bene, due camion e un escavatore arrugginito. O altri, come Massimiliano Guerra che firmano il contratto di subappalto ai Barbaro ancora prima di aver vinto l’appalto. Dopodiché pagano 40.000 euro a Barbaro su un totale di 60.000 euro.Altri ancora, come Sergio Domenico Coraglia, titolare dell’immobiliare I Girasoli, che sponsorizzano le imprese degli stessi calabresi. (dm)

I rifiuti tossici della ‘ndrangheta a Buccinasco più. Il Pm: “Il terreno è inquinato. E i poveretti che hanno comprato casa?”

Fonte: http://www.milanomafia.com

Il pm Alessandra Dolci durante la requisitoria per il processo Cerberus ricostruisce la vicenda di via Guido Rossa: Hanno lavorato le imprese dei Barbaro. In quel terreno eternit, rifiuti e tracce di idrocarburi”

Il progetto

L’insediamento Buccinasco più era stato previsto fin dagli anni Ottanta con l’approvazione del piano regolatore generale. Inizialmente erano previsti edifici commerciali

In seguito la giunta Lanati scelse la strada dell’edilizia privata residenziale. Decisione che – tra le altre questioni – portò alla caduta della giunta stessa

Il commissario prefettizio presentò poi il piano integrato d’intervento che venne ereditato dalla successiva giunta Carbonera che aumentò di poco le volumetrie residenziali a 142 mila metri cubi.

I lavori iniziarono a fine 2004. E nel 2005 la polizia locale denunciò la presenza di materiali sospetti e partirono le segnalazioni alla magistratura

Nel 2007 la questione passò alla giunta Cereda. Fino agli arresti dei Barbaro nel luglio del 2008

Milano, 30 marzo 2010 – Per chi ha inquinato il terreno di Buccinasco Più sono state richieste pesanti condanne. Imprenditori e uomini della cosca Barbaro-Papalia. Ma alla fine di questa vicenda durata quasi dici anni resta uno una domanda. Ed è quella che il pm Alessandra Dolci pone alla Corte durante la requisitoria del processo Cerberus alle cosche di Buccinasco: “Il problema alla fine resta quello dei poveretti che hanno comprato casa a Buccinasco più”. Una constatazione che lascia aperti molti punti interrogativi. A partire da ciò che è sepolto sotto ai palazzi di via Guido Rossa. Per il pm nel terreno è stato trovato di tutto: Tracce di idrocarburi, eternit, terra mista a gasolio, cinghie di trasmissione, rifiuti, blocchi di cemento”. Inquinanti già noti – almeno – dalla scorsa primavera quando fu la stessa amministrazione comunale di Buccinasco a parlare di “terreno contaminato da idrocarburi, in particolare”.

Sostanze che, sulla base degli accertamenti disposti dalla stessa amministrazione non sarebbero però pericolose per la salute pubblica, in quanto non respirabili”. Ma le case, circa 500 appartamenti buona parte in edilizia convenzionata distribuiti in 142 mila metri cubi, nel frattempo sono state vendute e soprattutto sono abitate. Da qui nasce la riflessione del magistrato della Dda, che nel 1004 ha dato il via all’indagine. Dalle intercettazioni contenute negli atti dell’inchiesta, però, è chiaro che i lavori dei camion della cosca Barbaro sono proseguiti, almeno fino a tutto il 2005. Bilici di terreno inquinato e contaminato utilizzato per gli riempimenti di via Guido Rossa e anche per l’area giochi per i bimbi dell’insediamento Spina Verde. A costruire il grande progetto di Buccinasco più le imprese legate alle cooperative. Il terreno però era stato acquistato e poi diviso in vari lotti dal gruppo immobiliare Pecchia che a sua volta lo aveva rilevato dai Cantoni. I lavori di movimento terra sarebbero, almeno secondo le accuse, stati portati a termine dal gruppo Barbaro. Una vicenda che dal 2001 (anno del primo progetto varato dalla giunta Lanati) ha attraversato amministrazioni di centrosinistra e centrodestra, senza che mai si riuscisse (nonostante alcuni lavoratori siano stati sanzionati) a bloccare i lavori.

In un primo tempo, già in base a quanto stabilito negli anni ’80, l’area doveva ospitare edifici commerciali. Poi con Lanati si stabilì che l’area doveva ospitare edilizia residenziale. Poi la giunta Carbonera intervenne per modificare il piano aumentando le volumetrie residenziali. Ma la questione, anche sul piano politico, è sempre stata al centro di polemiche infuocate e rimpalli di responsabilità. Tutti all’interno del cantiere di via Guido Rossa, secondo il pm, sapevano che a lavorare nel movimento terra erano le aziende legate alla ‘ndrangheta. Ma tra vincoli e attese non si riuscì di fatto ad estromettere i camion dei Barbaro, arrivati dietro lo scudo delle imprese di Maurizio Luraghi. E oggi, mentre si attendono le condanne (o le assoluzioni) c’è la certezza che pericoloso o no, il terreno sul quale sono state costruite le case era ed è inquinato. Tutto senza che mai chi in questi anni ha investito i propri risparmi potesse conoscere la verità dei rischi per la salute. (cg)

I verbali di Tiziano Butturini e il bingo dei referenti di Iorio. “Maullu e Altitonante si erano inventati un candidato sindaco per Trezzano sul Naviglio”

Fonte: http://www.milanomafia.com

L’ex sindaco, arrestato il 22 febbraio scorso, ha negato di aver preso soldi da Alfreo Iorio. Poi ha allargato il discorso alle trame politiche del duo Maullu-Altitonante. “Il Pdl era interessato ad Amiacque. Il presidente doveva essere l’assistente di Altitonante”

I soldi del clan Papalia-Barbaro

La Kreiamo spa di Alfredo Iorio e Andrea Madaffari, secondo i magistrati, avrebbe inglobato buona parte del denaro della cosca Papalia-Barbaro. La prova starebbe in una serie di passaggi societari. La prima denominazione della Kreiamo, infatti, era Sa.Fran, immobiliare la cui titolare era Serafina Papalia, moglie di Salvatore Barbaro e figlia del boss Rocco Papalia
L’ex sindaco di Trezzano sul Naviglio,
Tiziano Butturini, è accusato di aver preso una mazzetta da 5.000 euro da Alfreo Iorio presidente della Kreiamo spa
Nell’interrogatorio di garanzia Butturini, oltre a negare di aver preso quel denaro, allarga il discorso ai legami tra Iorio e il duo
Maullu-Altitonante, rispettivamente assessore regionale e provinciale

Milano, 26 marzo 2010 – I conti sembra li avessero fatti molto bene. A tal punto da inventarsi dal nulla un proprio candidato da piazzare nella corsa per le prossime comunali di Trezzano sul Naviglio. E non si erano fermati qui. Perché nel progetto c’era anche la presidenza di Amiacque, società pubblica, nata nel 2006 dalla fusione di Aemme acque e Miacqua Spa, già affidatarie del servizio idrico da parte di Ato Provincia di Milano. Protagonisti del piano l’assessore regionale alla Protezione civile Stefano Maullu (candidato alle Regionali del 28 marzo nel listino di Roberto Formigoni) e l’assessore provinciale Pdl Fabio Altitonante.

Il quadro emerge dall’interrogatorio di Tiziano Butturini (foto a sinistra), ex sindaco di centrosinistra arrestato il 22 febbraio scorso con l’accusa di aver preso mazzette dal gruppo Kreiamo di Alfredo Iorio, l’immobiliarista di Cesano Boscone indicato dai magistrati come il braccio finanziario della ‘ndrangheta. L’interrogatorio, condotto dal gip Giuseppe Gennari, si è svolto il 25 febbraio 2010 a San Vittore. A Butturini viene chiesto conto di una presunta tangente di 5.000 euro. Soldi intascati in auto, nella zona di Opera, a pochi passi dalla sede della Tasm, società pubblica che si occupa di raccolta e pulitura di acque di scarico e di cui lo stesso Butturni è presidente. Lui, ovviamente, nega e a proposito dei suoi rapporti con Iorio dice: “Non nego di averlo visto, né che lui mi parlasse, tra le tante cose, anche di progetti urbanistici nel comune di Trezzano, nego, invece, di aver preso i soldi e ancora di avergli fatto pensare che lo avrei potuto aiutare”.

Dopodiché Butturini allarga il discorso. “Alfredo Iorio fa politica indirettamente, lui è il riferimento del Pdl a Cesano Boscone”. E dunque, quando Butturini parla con lui (“Ci diamo del tu, ma non siamo amici”), di fronte non ha “l’imprenditore”, ma “una parte politica” con referenti precisi. Vale a dire: “L’assessore Maullu e Fabio Altitonante, braccio destro di Maullu, allora consigliere a Palazzo Marino, ora anche assessore provinciale al Territorio”. L’amicizia tra i due politici e quelli della Kreiamo viene confermata da un pranzo cui partecipa anche Butturini. “Si tratta di un pranzo – racconta l’ex sindaco di Trezzano sul Naviglio – dove sono andato, invitato da Iorio e Iannuzzi. Lo scopo era parlare con Altitonante e Maullu”. Il summit politico-affaristico si tiene ai tavoli di un elegante ristorante sardo al quartiere Isola. Quindi il discorso va sul futuro di Tasm e Amiacque. In entrambe le società, Butturini risulta presidente. E questo nonostante dalla primavera del 2009 la Provincia, ente interessato in entrambe, sia passato al Pdl.

Io ho tenuto finché ho potuto”, dice Butturini. “Il Pdl era più interessato ad Amiacque”. Di più: “Avevano già indicato chi doveva sostituirmi: si trattava dell’assistente di Altitonante”. Non è finita perché la lunga mano del comitato politico-affaristico si allunga anche sulle comunali di Trezzano, paese strategico anche per gli interessi della cordata mafiosa della Kreiamo di Alfreo Iorio e del socio Andrea Madaffari. A Trezzano così “viene candidato un ex medico di Cesano Boscone, presentato in assemblea pubblica dall’assessore Altitonante”. Conclusione: “I capi politici di questa operazione fanno un bingo formidabile”. Decisamente inquietante il racconto fatto da Butturini sulla genesi del candidato sindaco Gian Gaspere Balestrieri. “L’hanno inventato apposta – racconta – . Perché lì sono divisi, anche se il punto di riferimento resta Maullu”. E allora cosa fa l’assessore regionale. “Voi non vi mettete d’accordo ne invento uno io” . Dopo gli arresti del 22 febbraio, però, succede qualcosa. Liana Scundi, sindaco uscente e moglie di Butturini lascia la candidatura. Stranamente capita la stessa cosa per Balestrieri. Ma non perché dalle informative della Dia emergono i nomi dei suoi padrini politici (Maullu e Altitonante), ma banalmente per “dissidi interni al partito”. (dm)

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