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Scacco alla ‘ndragheta in Lombardia 35 arresti, colpiti i business dei boss

Fonte: http://www.milano.repubblica.it

L’operazione ha portato al sequestro di beni per due milioni. Spuntano i nomi di Lele Mora e di una suora. Le frequentazioni con i politici locali: “I voti dei calabresi ad Antonella Maiolo”

Trentacinque arresti nei confronti di altrettanti affiliati alla ‘ndrangheta in Lombardia sono in corso da parte del nucleo di Polizia tributaria della guardia di finanza di Milano e dei carabinieri del Ros, in collaborazione con la polizia locale, per l’operazione Redux-Caposaldo. Fra gli arrestati ci sono personaggi di primo piano delle cosche reggine e platiote, tra cui il 59enne boss Giuseppe ‘Pepè’ Flachi e suo figlio Davide, nonché diversi personaggi legati al clan Barbaro, tutti da anni residenti nel capoluogo lombardo. Sequestrati anche beni per due milioni di euro. In carcere anche Paolo Martino, considerato “diretta espressione” della famiglia reggina dei De Stefano, e Giuseppe Romeo e Francesco Gligora, considerati punti di riferimento delle cosche di Africo in Lombardia.

L’allarme del governatore Draghi Gratteri: I calabresi vogliono l’Expo” “Lombardia colonizzata dai boss”

I contatti con i politici. Le ordinanze di custodia cautelare sono state disposte dal gip Giuseppe Gennari su richiesta della Dda milanese. Gli arrestati sono indagati per associazione per delinquere di stampo mafioso, estorsione, minacce, smaltimento illecito di rifiuti e spaccio di sostanze stupefacenti. L’operazione è coordinata dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini, assieme ai pm Alessandra Dolci, Paolo Storari e Galileo Proietto. Le indagini hanno permesso anche di ottenere il sequestro di beni per un valore di oltre due milioni di euro. L’inchiesta – ha commentato la Boccassini – ha confermato i contatti fra i boss e “il mondo politico” locale. Davide Flachi, fin particolare, ha partecipato a cocktail elettorali organizzati da Massimiliano Bonocore (Pdl) in occasione delle elezioni amministrative del 2009. Nell’inchiesta non ci sono prove di promesse di appoggi a candidati, comunque, e nessun politico è indagato per voto di scambio.

I voti dei calabresi alla Maiolo. Ad Antonella Maiolo, candidata pdl al consiglio regionale lombardo e consigliere uscente, sarebbero andati i voti dei calabresi. Maiolo incontra Davide Flachi e Francesco Piccolo. “Ora si avrà un bel dire ad affermare che nessuno conosceva la fama dei Flachi. Eppure basterebbe scorrere un motore di ricerca web per trovare centinaia di riferimenti. Davide Flachi non ha altro titolo, neppure apparente, per fare il collettore di voti se non il fatto di essere figlio del boss Giuseppe”, scrive il gip. Gli incontri di Maiolo con i boss furono mediati da Massimo Buonocore, anche lui del Pdl e figlio di Luciano, storico esponente della destra milanese.

C’è anche Lele Mora. Paolo Martino avrebbe avuto contatti con diversi personaggi del mondo dello spettacolo, fra cui l’ex tronista Costantino Vitagliano. “Martino risulta relazionarsi con alcuni personaggi del mondo dello spettacolo – spiega il gip – alcuni dei quali di fama nazionale: Lele Mora, Costantino Vitagliano e Luca Casadei“. Inoltre “è emerso che Martino risulta essere in contatto con imprenditori che operano nel mondo dei locali notturni, tra cui l’imprenditore Vito Cardinale, comproprietario della nota discoteca Hollywood”. Tornando alle relazioni fra il boss, Costantino e Casadei (anch’egli come Mora agente dello spettacolo) emerge l’interesse di Martino “a promuovere la rivista Macao, edita dalla società Alan Publishing Group. Pur apparentemente non figurando in alcuna carica sociale nella Alan Publishing Group, Martino si impegna attivamente nelle attività della predetta, organizzando anche interviste con noti giocatori di poker, tra i quali il campione Salvatore Bonavena“.

La ‘soffiata’ della sorella suora. Una suora che informa il fratello boss sull’attività di indagine avviata nei suoi confronti dalla magistratura. A mettere in guardia Martino è Rosa Alba Maria Martino, suora dell’ordine paolino e vicedirettore sanitario dell’ospedale Regina apostolorum di Albano Laziale. E’ lei, si legge nell’ordinanza. a “sfruttare le proprie conoscenze per acquisire informazioni riguardanti eventuali procedimenti penali in corso nei confronti del fratello”. E ad avvisare il fratello che “probabilmente un collaboratore di giustizia sta rendendo dichiarazioni nei suoi confronti”.

L’ex avvocato di Ruby. Nel provvedimento ci sono anche alcune telefonate tra l’avvocato Luca Giuliante, legale di Lele Mora ed ex avvocato di Ruby, in relazione a una gara d’appalto nel settore edilizio in cui è coinvolta la famiglia Mucciola. “Parlai con Paolo Martino fa sapere l’avvocato Giuliante – Facevo parte della commissione aggiudicatrice di un appalto del Pio Albergo Trivulzio, ma solo per la valutazione dei titoli. A Martino dissi che io non potevo fare nulla per la gara”.

Il business dei boss. Fra le attività dei boss non c’è solo la diffusissima infiltrazione nel settore del movimento terra nei cantieri edili di Milano, ma anche la gestione della security in molti, notissimi, locali notturni, l’estorsione agli esercizi pubblici che sorgono nelle stazioni della metropolitana, l’attività di pizzo ai chioschi dei ‘porchettari’, il controllo dei posteggi fuori dalle discoteche più celebri, gestione di cooperative appaltatrici dei servizi di trasporto in Tnt e perfino una ‘tassa’ imposta a chi intendeva spacciare in alcune piazze della città. A dimostrazione della capacità di penetrazione economica del clan, spiegano gli inquirenti, c’è “la scoperta dell’acquisizione, attraverso intermediari fittizi, della discoteca De Sade in via Valtellina a Milano”.

‘ndrangheta, arrestati i rampolli dei clan “Sono le nuove leve dei Barbaro-Pangallo”

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Le 16 ordinanze di custodia cautelare hanno colpito in gra parte ventenni dai cognomi pesanti che operavano a sud di Milano: da Buccinasco a Corsico, da Cesano Boscone a Casorate Primo

Per dare inizio alla loro carriera criminale di rampolli delle famiglie della ‘ndrangheta, ormai insediate stabilmente nel Milanese, avevano organizzato un traffico di cocaina, scegliendo dunque il business più fruttuoso per la mafia calabrese, ormai leader mondiale del narcotraffico. Questi giovani, in gran parte ventenni e dai cognomi che pesano nel ghota mafioso, sono finiti in carcere nell’ambito di un’operazione condotta dalla squadra mobile di Milano e coordinata dalla Dda, che ha stroncato un traffico di droga.

La base erano i comuni a sud del capoluogo lombardo, da Buccinasco a Corsico, da Cesano Boscone a Casorate Primo, luoghi dove sono insediate ormai da anni le cosche, che si sono infiltrate soprattutto nei settori dell’edilizia e del movimento terra. A Corsico, per esempio, come ha documentato la maxioperazione ‘Infinito’ del luglio scorso che ha portato a 180 arresti in Lombardia, era stato costituito un locale di ‘ndrangheta con a capo quel Pasquale Zappia che, prima di finire in manette, era stato da poco messo al vertice della cupola lombarda.

I 16 arresti, firmati dal gip milanese Gaetano Brusa su richiesta del pm Alessandra Dolci, hanno invece colpito in particolare le famiglie Barbaro e Pangallo, originarie di Platì (Reggio Calabria). La prima era già rimasta coinvolta, dal luglio del 2008 in poi, in due operazioni della Dda di Milano, la ‘Cerberus’ e la ‘Parco Sud’, citate anche nell’ultima relazione della Direzione investigativa antimafia come esempio di infiltrazione mafiosa nell’ambito imprenditoriale ed economico milanese. Alcuni esponenti dei Pangallo, invece, erano stati arrestati nel maggio 2009 per una grande truffa legata all’accensione di falsi mutui.

Proprio da alcuni accertamenti connessi a quest’ultima indagine è scaturita l’inchiesta sul traffico di cocaina che ha portato in carcere, fra gli altri, Francesco Barbaro, 24 anni, nipote del boss Pasquale Barbaro. Gli investigatori hanno trovato nella sua camera 30mila euro in contanti nascosti dentro un cuscino. Francesco Barbaro sarebbe stato, secondo gli inquirenti, il capo del gruppo che aveva messo in piedi il traffico, fra il 2005 e il 2007, con un meccanismo a catena: la cocaina veniva comprata in grossi quantitativi da 1 o 2,5 chilogrammi da alcuni fornitori, che la importavano dall’estero, e poi rivenduta ad altre persone che la spacciavano al dettaglio ai consumatori.

Destinatari dell’ordinanza, fra gli altri, anche Antonio Pangallo, 24 anni; Rocco Santo Perre, 25 anni, braccio destro di Francesco Barbaro; Giuseppe Pangallo, 27 anni, e Domenico Barbaro, 37. Per tutti l’accusa è di detenzione e spaccio di droga.

‘ndrangheta, sei anni a un imprenditore condannati anche i boss del clan Barbaro

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Il vicepresidente della immobiliare Kreiamo spa, Madaffari, era imputato nel processo “Parco Sud”
A giugno aveva subito un’altra condanna per aver corrotto un ex sindaco pd e un ex consigliere pdl

L’imprenditore milanese Andrea Madaffari, vicepresidente della immobiliare Kreiamo spa, è stato condannato a sei anni di reclusione per associazione mafiosa nel processo con rito abbreviato, denominato “Parco Sud”, sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta nel settore edile e del movimento terra nella zona sud-ovest dell’hinterland milanese. Lo ha deciso il gup Donatella Banci Buonamici, che ha condannato anche gli esponenti della cosca Barbaro-Papalia a pene fino a otto anni e otto mesi di carcere.

Le indagini “Parco Sud” nel novembre 2009 avevano portato all’esecuzione di ordinanze di custodia cautelare nei confronti di 17 persone. Alla cosca erano state sequestrate numerose armi da guerra, tra cui una bomba a mano e fucili, arsenale utilizzato anche per imporsi nel settore immobiliare e nei cantieri. L’imprenditore Madaffari, secondo l’accusa, attraverso la Kreiamo spa controllava la Immobiliare Buccinasco srl, riconducibile ai Barbaro.

Madaffari era già stato condannato lo scorso 22 giugno a tre anni e quattro mesi di reclusione per aver corrotto l’ex sindaco del Pd di Trezzano sul Naviglio (Milano), Tiziano Butturini, e Michele Iannuzzi, ex consigliere comunale del Pdl di Trezzano. Adesso il giudice ha condannato il boss della ‘ndrangheta lombarda Salvatore Barbaro, già condannato a Milano per associazione mafiosa nei mesi scorsi, a otto anni e quattro mesi, mentre suo padre Domenico a otto anni e otto mesi e suo fratello Rosario a otto anni e sei mesi. Un altro componente del clan, Francesco Barbaro, è stato condannato a sei anni e sei mesi.

In totale sono arrivate sette condanne per associazione mafiosa, tra cui quelle a Domenico Papalia, tuttora latitante e nipote dello storico boss Rocco Papalia, e ad Antonio Perre a oltre sei anni. “Li hanno condannati due volte per la medesima associazione”, hanno commentato gli avvocati Gianpaolo Catanzariti e Ambra Giovene, legali di Domenico e Salvatore Barbaro. Stralciato, invece, il procedimento (fissato per il 12 novembre) per Alfredo Iorio, presidente della Kreiamo, che risponde di associazione mafiosa e corruzione.

Platì, dopo 10 mesi preso Antonio Perre, Totò ‘u cainu. Ancora in fuga Domenico Papalia

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Il giovane ricercato per l’inchiesta Parco Sud della Dda di Milano è accusato di associazione mafiosa, porto e detenzione di armi da guerra e riciclaggio. S’è costituito ieri ai carabinieri di Platì in provincia di Reggio Calabria

Domenico Papalia e Antonio Perre sono coinvolti nell’indagine Parco sud. A carico dei due c’è un mandato di cattura per associazione mafiosa
Assieme al clan Barbaro avrebbero gestito,  in regime di monopolio, gli affari del movimento terra nel Milanese
Dalla carte dell’inchiesta, coordinata dal pm Alessandra Dolci,  Domenico Papalia emerge come capo indiscusso dell’organizzazione. Lui, pur giovanissimo, sarebbe il refernte della ‘ndrangheta per il nord Italia

Milano, 14 settembre 2010 – E’ finita dopo dieci mesi la fuga di Toto ‘u cainu. Antonio Perre, s’è costituito ieri – nel giorno del suo compleanno – ai carabinieri della stazione di Platì in provincia di Reggio Calabria. Era latitante dal 3 novembre 2009, giorno dell’esecuzione degli arresti dell’inchiesta Parco Sud della Dda di Milano. Perre era riuscito a rendersi irreperibile la notte degli arresti insieme a Domenico Papalia, figlio del boss in carcere Antonio. Da mesi i carabinieri di Reggio Calabria gli davano la caccia. In particolare da quando s’era diffusa la voce che il giovane affiliato alla ‘ndrina Barbaro-Papalia si nascondeva proprio nella zona di Platì. Così ieri, dopo una serie di perquisizioni domiciliari ai familiari di Perre, il giovane ha deciso di costituirsi consegnandosi ai carabinieri della stazione di Platì. Lui, residente a Motta Visconti in provincia di Milano, da anni gravitava sulla zona di Corsico e Buccinasco.

Conosciuto con il nomignolo di Totò ‘u cainu, è accausato di associazione mafiosa, porto e detenzione illegale di armi da guerra e riciclaggio. Secondo le accuse riportante nell’inchiesta Parco Sud proprio Perre rappresentava una sorta di “braccio armato” della cosca e veniva utilizzato per intimidire i testimoni e alcuni imprenditori coinvolti nel processo Cerberus. Ora la caccia, in particolare dei carabinieri di Corsico e degli uomini della Direzione investigativa antimafia, si concentra tutta su Domenico Papalia. Il giovane Papalia è stato definito dagli investigatori come il referente della cosca a Nord. (cg)

Parco Sud, scarcerato il perito del Tribunale: “Mai agevolato la ‘ndrangheta”

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Il riesame mette in libertà Achille Frontini, il geometra finito nei guai per una perizia immobiliare nell’inchiesta sul clan Barbaro-Papalia. Cadute le aggravanti al reato di falso. “La corruzione? Ho chiarito tutto”.

I fatti

Achille Frontini, 67 anni, geometra, viene arrestato il 3 novembre del 2009 nell’ambito dell’inchiesta Parco Sud della Dda di Milano sul clan Barbaro-Papalia di Buccinasco

Il 4 dicembre scorso il Tribunale del Riesame annulla l’aggravante di aver favorito con le sue azioni gli interessi del clan Barbaro-Papalia

Lo scorso 2 febbraio Frontini è stato scarcerato ed è ora indagato a piede libero

Milano, 15 febbraio 2010 –“Non ha agevolato la ‘ndrangheta, non ha favorito con la sua perizia immobiliare il clan Barbaro-Papalia”. Achille Frontini, il geometra 67enne, arrestato il 3 novembre 2009 nell’ambito dell’inchiesta Parco Sud, si difende dalle accuse dopo la scarcerazione avvenuta il 2 febbraio. Per Frontini, accusato di aver “facilitato” la cosca Barbaro-Papalia nell’acquisizione di un terreno in via Curiel a Buccinasco, per il quale era stato incaricato dal Tribunale di Milano di redigere una perizia, lo scorso 4 dicembre sono cadute le aggravanti al reato di falso, ossia l’aver servito nella sua funzione di pubblico ufficiale gli interessi della cosca. Inoltre è stata esclusa anche l’aggravante di aver commesso falso su atto facente fede fino a querela di falso. Il geometra, ora indagato a piede libero, ribadisce la sua innocenza dalle accuse formulate dai pm Ilda Boccassini, Mario Venditti, Alessandra Dolci e Paolo Storari: “Per quanto riguarda il reato di corruzione, ho contabilmente dimostrato , al riesame, di non aver mai ricevuto denaro e ribadisco la mia completa innocenza in tutta la questione”.

La vicenda che aveva portato all’arresto di Frontini sulla base delle accuse di falso e corruzione, riguarda la vendita all’asta giudiziaria di un terreno a Buccinasco, in via Curiel accanto a un palazzo in costruzione per conto dell’immobiliare Buccinasco srl della coppia Alfredo Iorio-Andrea Modaffari. Secondo le accuse contenute nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Giuseppe Gennari, durante i ripetuti contatti telefonici tra Iorio e Frontini, i due si sarebbero accordati per una perizia sottostimata in maniera tale da favorire gli interessi della immobiliare (i cui soci occulti sarebbero i Barbaro-Papalia) di acquistare il terreno per aumentare l’area edificabile di un progetto già in corso. In cambio, sempre secondo le ricostruzioni dei magistrati, Achille Frontini avrebbe ricevuto la somma di 32 mila euro. Accuse oggi in parte cadute in attesa di un pronunciamento definitivo del Tribunale. (rd)

Buccinasco, la replica degli ex assessori: “I lavori di via Resistenza precedenti alla giunta Carbonera. Pronti ad essere sentiti dai magistrati”

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Giambattista Maiorano (Bilancio) e Rino Pruiti (Ambiente) rispondono alle dichiarazioni di Rosario Barbaro. “I nostri rapporti con le loro aziende sono cristallini”

La vicenda rifiuti tossici

Sul sito dell’Istituto superiore di sanità si legge: «Il cromo esavalente o cromo VI è un pericolo per la salute umana». Bene, nel 2003 il cromo viene trovato in un terreno comunale di Buccinasco. L’area è quella di via Resistenza, un pratone di oltre 7 mila metri quadrati. Da allora è bloccata, in attesa di bonifica. «Sul terreno di via Resistenza», scrivono i tecnici dall’Arpa (l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente della Lombardia), «sono stati individuati due focolai di contaminazione diffusa. Un mix di veleni che penetra nel terreno e finisce nella falda acquifera.

Chi li ha scaricati nel pratone di via Resistenza? L’allora sindaco di Buccinasco, Maurizio Carbonera manda un esposto contro ignoti alla Procura di Milano. I magistrati archiviano. Senza risposte anche un’interrogazione parlamentare .
Dopo cinque anni, nel 2008, viene ritrovata una lettera che proverebbe le responsabilità dell’inquinamento: la scrive al Comune Rosario Barbaro, il fratello maggiore di Salvatore Barbaro. La lettera è datata 8 maggio 2003. È una richiesta di soldi: «Durante i mesi estivi dello scorso anno, la mia ditta ha cominciato a trasportare a discarica vari materiali di risulta e poi ha immesso nell’area di via Resistenza 5 centimetri di terra di coltivo». Barbaro pretende il pagamento di «26.339.000 euro, pari a 170 viaggi di camion». I viaggi sono avvenuti, ammette la lettera, nell’estate 2002, quindi prima della scoperta dell’inquinamento da cromo. A confermare l’ipotesi anche l’attuale funzionaria comunale Gregoria Stano: «Barbaro ha lavorato in via Resistenza. Tutti lo sanno, ma nessuno parla o prende provvedimenti».
Rosario Barbaro non è nuovo a questo metodo. In passato ha avuto a che fare con la giustizia per fatti simili: nel 2003 i vigili avevano scoperto una discarica abusiva, inquinata da amianto, in via Trecastelli, zona Barona dentro il perimetro del Parco sud Milano, area strettamente vincolata. Sul verbale di polizia giudiziaria si legge: «L’episodio deve essere inquadrato in un piano organizzato di realizzazione di una discarica abusiva». Il tutto aggravato perché realizzato dentro i confini di un parco. Gli investigatori sospettano i Barbaro «di voler così cambiare la destinazione d’uso dell’area». Anche in questo caso, però, il pubblico ministero fa richiesta di archiviazione. In realtà, Rosario Barbaro viene riconosciuto colpevole di aver creato una discarica abusiva, reato che però può essere estinto pagando un’ammenda. Il 25 maggio, lo stesso tribunale attesta il pagamento di 13 mila euro da parte di Rosario Barbaro. Il caso è chiuso. (dm)

Milano, 5 febbraio 2010 – Rosario Barbaro durante la sua deposizione in aula, durata poco meno di un’ora, ha parlato dei legami delle imprese di famiglia con l’ex amministrazione comunale di Buccinasco, ha parlato degli appalti ottenuti direttamente dal Comune e ha giurato di non aver preso un soldo per tutti gli interventi. Alle sue parole, oggi rispondono alcuni dei diretti interessati, l’ex assessore al Bilancio Giambattista Maiorano e quello all’Ambiente Rino Pruiti.

Rosario Barbaro ha lavorato con i propri camion in via Resistenza (nella foto), un terreno oggi inquinato dal cromo esavalente. Quali sono stati i passaggi che hanno portato l’Amministrazione ad affidare l’incarico alla società di Rosario Barbaro?

“Al di là di quanto afferma Barbaro, c’è da precisare che tutte le attività di movimento terra registrate in via Resistenza sono antecedenti all’insediamento dell’Amministrazione Carbonera avvenuta nel giugno del 2002”.

E quindi a quando risale l’inizio dei lavori?

“Tutti i lavori sono databili al periodo della Giunta Lanati (2000-2001) e successivamente nel periodo del commissariamento, a riprova di questo esistono due interrogazioni consiliari del Consigliere Giampietro Camito di Rifondazione Comunista (corredate di foto), interrogazioni che sono state ignorate sia dal Presidente del consiglio comunale dell’epoca (Luigi Iocca: che ha dichiarato di non averle mai viste) che dal commissario di Governo che è succeduto al Sindaco dopo il commissariamento (che non era obbligato a valutarle). Molto verosimilmente le autorizzazioni, per altro soltanto verbali, sono state date dai dirigenti degli uffici comunali dell’epoca. Del resto, qualora ci fossero dubbi, esiste una lettera protocollata dalla Edil Company dei Barbaro dove descrivono la cronistoria di quanto accaduto facendo nomi e cognomi”.

I Barbaro non vennero pagati, quindi…

R: I Barbaro o meglio l’impresa Edil Company dei Barbaro (anche se la fattura è stata emessa da Barbaro Rosario), per le attività svolte, presentò una fattura dell’importo di 38.000 mila euro. Il documento è girato parecchio tra l’ufficio tecnico e la ragioneria generale.

E lei, Maiorano vide quella lettera?

“Nella mia qualità di assessore al bilancio (Giambattista Maiorano), quando mi fu sottoposta, dopo reiterate sollecitazioni alla struttura da parte dell’impresa, avendo verificato la mancata copertura della spesa e l’inesistenza di qualsiasi documento, determina o delibera, che potesse giustificare i lavori, diedi esplicito ordine di non pagare. Così come l’Assessore all’ambiente dell’epoca (Rino Pruiti) aveva rifiutato agli uffici comunali il visto per mandare avanti la determina/delibera con gli stessi motivi (luglio 2002)”.

C’è stato contenzioso con la famiglia Barbaro?

“No. Né risultano azioni legali in fase successiva. Immagino invece che tali azioni possano essere state sostituite da atti di provocazione, avvertimenti e di intimidazioni sia nei confronti del personale (vedi denuncia dell’arch. Fregoni per i danni causati alla sua autovettura) che del Sindaco Maurizio Carbonera”.

I Barbaro tuttavia hanno sempre respinto queste accuse, ossia di aver avviato atti intimidatori o minacce nei confronti dell’amministrazione.

“Ovvia, mi sembra la posizione espressa dai Barbaro. Un sospetto non è una prova. Saranno la magistratura e le forze dell’ordine a scoprire l’arcano. Una cosa è certa: auto bruciate, croci e proiettile non possono essere un regalo del cielo!”

Rosario Barbaro ha parlato di due incontri con l’allora sindaco Carbonera. Avete mai saputo di questi incontri?

“Non sono mai stato presente (Maiorano + Pruiti). Li ritengo possibili e del tutto plausibile la risposta in merito a via Resistenza dopo l’esito dei carotaggi. Ovvio che la motivazione non poteva essere soltanto questa, ma, come detto nella risposta su via Resistenza, la disposizione da me data in mancanza di qualsiasi elemento di prova dell’affidamento”.

Quando e come si seppe di quella vicenda, mi sembra di capire quando Lanati era ancora in carica?

“Non sapevamo della vicenda nel 2000, infatti, l’opposizione fece appunto un’interrogazione consiliare per “sapere” che cosa stava accadendo in via Resistenza”.

Le dichiarazioni in aula da parte di Rosario Barbaro sono state molto nette.

“Mi spiace che da parte del Pm Dolci possa non esserci stato alcun dubbio circa la dichiarazioni di Barbaro”.

Tuttavia è giusto ricordare che le dichiarazioni di un imputato non hanno alcun valore per il procedimento…

“Sono pronto (insieme all’ex Assessore Rino Pruiti) , ovviamente, a fornire la mia versione dei fatti al fine di ristabilire ciò che è una verità storica anche per non distorcere, come si è fatto da parte di Cereda & C., l’impegno di Maurizio Carbonera”. (cg/dm)

Buccinasco. Dalla pesca sportiva alla panetteria. La strana storia del circolo della ‘ndrangheta. Ai suoi tavoli le cosche pianificano affari

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Il loocale si trova in via Montello 12. Dal 1999 al 2007 ha ospitato la sede del circolo Montello. I suoi soci ufficialmente condividevano la passione della pesca sportiva, in realtà erano tutti uomini della ‘ndrangheta. Oggi i locali sono gestiti dalla Musipane srl società legata al clan Musitano

Le famiglie

Buccinasco capitale della ‘ndrangheta e questo nonostante l’attuale sindaco Loris Cereda si ostini a non vedere la mafia.
Qui i cognomi sono quelli dei
Papalia, Barbaro, Musitano. Molluso, Zappia, Sergi. Si tratta delle terze generazioni.
Per i
Papalia i nomi da tenere d’occhio sono quelli dei fratelli Domenico e Pasquale, 26 e 31 anni. I due sono figli di Antonio Papalia.
Imprenditori, solo apparentemente puliti, sono i
fratelli Molluso che assieme al padre gestiscono una società che si occupa di lavori edili.
Emergenti i
fratelli e i cugini Sergi, tutit figli di Paolo e Ciccio, entrambi ergastolani. Si tratta di giovanissime leve della ‘ndrangheta cresciute e allevate nella cultura dell’antistato e che oggi sono riferimento per la ‘ndrangheta che vuole fare affari a Milano

Milano, 23 gennaio 2010 – Raccontano gli investigatori: “Per capire le dinamiche della ‘ndrangheta nel nord Italia bisogna andare a Buccinasco”. Perché, prima o poi, da qui si passa per ricevere un ordine, incontrare qualche compare, trattare affari. Perché qui, al di là delle indagini, la ‘ndrangheta si alimenta da generazione in generazione. E ogni boss che conta ha in tasca un indirizzo: via Montello 12, una strada stretta da alti palazzi popolari al confine tra Buccinasco e Corsico. Qui, sull’angolo, proprio sotto ai portici, dal 1999 al 2007 si animava uno strano circolo (nella foto a sinistra). Attività nota e piuttosto strana: la pesca sportiva.

Erano quattro vetrine. Sopra l’insegna Circolo Montello, scritta rossa su sfondo bianco. Si passava e una saracinesca era inevitabilmente abbassata, quasi sempre l’ultima in fondo. All’ingresso, invece, ci stavano sempre due uomini, a volte di più. Parlavano e si guardavano intorno. Nell’ultimo periodo, qualcuno, di notte, aveva rotto una vetro. Poi dal 2007, basta pesca. Clair abbassate per un mese e poi l’inaugurazione di un bellissimo panificio, dislocato sugli stessi metri quadrati del circolo. Stesso luogo, ma aria diversa, meno polverosa, più luminosa con pavimenti lucidi e pareti colorati, tv al plasma, una bel banco con focacce e pizze, tavolini ai lati dove mangiare. Diverso, ma uguale. Perché alla fine le facce sono sempre le stesse. Sono facce sospettosa. Sono le facce della ‘ndrangheta che oggi comanda Milano.

Tutte facce con nomi e cognomi. In molti li sanno, in pochi li pronunciano, perché, diversamente da quanto affermato nei giorni scorsi dal presidente della Commissione parlamentare antimafia Giuseppe Pisanu, qui a la mafia uccide. Torniamo allora al 27 marzo 1999. Giornata di primavera sporcata da una pioggia sottile. Attorno al 12 di via Montello c’è un discreto trambusto. Ci sono molti uomini. Di donne non se ne vede. Arrivano si baciano, entrano. Fumano lunghe sigarette, scherzano quasi chiassosi, poi d’improvviso parlano piano. Si vedono, ad esempio, i due presidenti Giuseppe Bellissimo e Antonio Bandera, “entrambi – osservano gli investigatori – sono affiliati all’organizzazione criminale Barbaro-Papalia”. E di questo casato mafioso fa parte anche Pasquale Papalia, detto Pasqualino, classe ’79, oggi in carcere con una condanna a 6 anni per mafia. Di quel circolo lui è stato giovanissimo consigliere. Proprio lui, figlio di Antonio Papalia, capobastone milanese negli anni Ottanta e fratello di Domenico Papalia, il ragazzino attualmente latitante. In quella sera d’estate lì in via Montello c’è la ‘ndrangheta, ma ci sono anche gli investigatori. Convitati di pietra attraverso una mini telecamera. E così bastano appena due giorni di riprese per capire che “il locale era stato appositamente costituito dall’organizzazione criminale Barbaro-Papalia affinché gli affiliati potessero comodamente riunirsi per discutere dei loro traffici illeciti ed essere nel contempo legittimati alla frequentazione del locale”. Al Circolo Montello così si fa vedere Giosefatto Molluso, detto Gesu e suo figlio Giuseppe Molluso, entrambi ritenuti affiliati alle cosche di Platì. In particolare, Giosefatto nel 1999 partecipò a uno storico summit di mafia al ristorante Scacciapensieri di Nettuno. Con lui boss del calibro di Vincenzo Rispoli e Carmelo Novella (ucciso nel luglio 2008). Si è detto dei fratelli Papalia, Pasquale e Domenico, ma in via Montello non manca nemmeno la famiglia Barbaro al completo, Domenico, il padre, detto l’australiano e i due figli, Rosario e Salvatore (tutti e tre oggi imputati per mafia).

E dopo la pesca, la ‘ndrangehta passa al pane. Attorno al 2007, si inaugura il la panetteria gestita dalla Musipane srl, riconducibile alla famiglia Musitano, altro cognome legato ai Papalia. L’impresa viene gestita da Vincenzo Musitano e da Antontio Musitano, quest’ultimo soprannominato Toto brustia, da sempre uomo di fiducia del superboss Antonio Papalia. Brustia in passato è stato legato al pentito Saverio Morabito e al ramo mafioso dei Sergi. Condannato a 20 anni nei primi mesi del 2000, è stato scarcerato il 27 marzo 2007 e oggi vive a Vermezzo. (dm)

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