• Archivi

  • Foto Ammazzatecitutti Lombardia

Bustocchi a Legalitàlia: “L’Italia si unisce qui contro le mafie”

Fonte: www.varesenews.it

Alcuni giovani, in rappresentanza dei tanti che hanno partecipato all’evento che si era tenuto in primavera a Busto Arsizio, stanno partecipando alla quattro giorni in Calabria insieme a migliaia di altri ragazzi

L’edizione 2011 di Legalitalia che ogni si svolge a Reggio Calabria in memoria del giudice Antonino Scopelliti, del cui assassinio ricorre il ventesimo anniversario, vede protagonisti anche alcuni studenti della provincia di Varese legati al movimento Ammazzateci Tutti. Si tratta di una delegazione degli oltre tremila che hanno partecipato al grande evento organizzato in primavera a Busto Arsizio. Il gruppo è capitanato da Massimo Brugnone, coordinatore lombardo dell’associazione. In questi 4 giorni, oggi è l’ultimo, si sono susseguiti incontri, dibattiti, concerti, presentazioni di libri con personaggi di spicco del mondo della politica, della magistratura, della società civile e della musica ai quali hanno partecipato migliaia di giovani da tutta Italia e molti calabresi.

Il bustocco Marco Reni, ad esempio, racconta così la sua prima esperienza a Legalitalia: «Scendere per la prima volta a Reggio Calabria per partecipare al meeting si sta confermando essere una grande possibilità e occasione di crescita e confronto, non solo per i workshop e gli incontri con grandi esponenti della lotta alla criminalità organizzata che si stanno susseguendo sui due palchi, ma anche per la possibilità di raffronto diretto con ragazzi e ragazze provenienti dalle differenti realtà delle regioni in cui il movimento opera attivamente e che permette uno scambio personale fra giovani della stessa generazione che si trovano ad affrontare e contrastare lo stesso problema, costretti ad una metodologia diversa, ma in una sinergia nazionale siamo certi potrà risultare forse un giorno vincente».

Agostino Nicolò è, invece, di Luino. Tra i primi ad aderire al movimento in Lombardia ha già fatto diverse esperienze: «Anche quest’anno, ho partecipato attivamente al meeting “Legalitalia” organizzato dal movimento di cui faccio parte dal 2007 “Ammazzateci Tutti”. Queste occasioni danno la possibilità a noi, attivisti del movimento, di incontrarci, confrontarci e soprattutto di formarci culturalmente. Grazie agli eventi che si sono succeduti in questi giorni con ospiti autorevoli quali magistrati, giornalisti, politici e autori di libri contro le mafie le nostre conoscenze in ambito giuridico, politico e giornalistico si sono arricchite maggiormente. Tutto ciò porta alla consapevolezza di lavorare con peculiarità in tutto il territorio della Lombardia, scuole e teatri, per sensibilizzare i giovani a lottare contro qualsiasi comportamento mafioso e a spiegare come la ‘ndrangheta, non solo incida economicamente a livello locale in Calabria, ma si sia anche ramificata nel nostro territorio».

Davide Borsani (Busto Arsizio) è anche lui alla prima esperienza: «Quest’anno ho partecipato per la prima volta a Legalitàlia e si sta rivelando un’esperienza significativa da diversi punti di vista:  in primis la commemorazione del ventennale del giudice Scopelliti; l’incentivo di riproporre a Busto Arsizio Legalitàlia in primavera, dopo aver vissuto 4 giorni con i ragazzi di Ammazzateci Tutti, attivisti in tutta Italia che hanno stimolato, ancora una volta, la voglia di Legalità e giustizia; il confronto con gli esperti e la raccolta di esperienze con i ragazzi del movimento che ci danno spunti su come migliorare l’attività sul nostro territorio e altresì arricchiscono il mio baglio culturale».

La conclusione è del coordinatore regionale al bustese Massimo Brugnone: «Nel 2007 mi trovavo qui come attivista di questo movimento che dalla Calabria si stava espandendo pian piano in tutto lo stivale. Oggi, a cinque anni, per la città di Reggio Calabria, Legalitàlia è diventato un punto fermo che, nonostante la vicinanza alla settimana di ferragosto, riesce a gremire una piazza che ha voglia di confrontarsi e parlare di contrasto alle mafie, di legalità, di sviluppo e che non è più chiusa nel confine della propria regione, ma si apre verso una nazione intera.
La differenza fondamentale fra il 2007 ed oggi, oltre ad una presenza sempre maggiore di ragazzi che da tutta Italia si muovono per partecipare al meeting, è una ormai forte consapevolezza che il problema della ‘ndrangheta non è più solo calabrese, ma nazionale se non internazionale; come il problema delle mafie non è solo la ‘ndrangheta, ma anche cosa nostra, camorra, sacra corona unita e, soprattutto, corruzione».

Sotto la guida attenta di Aldo Pecora, Presidente di “Ammazzateci Tutti”, e di Rosanna Scopelliti, figlia del compianto giudice e presidente della Fondazione Antonino Scopelliti, anch’essa promotrice del meeting, Legalitàlia è divenuto momento di crescita personale per ragazzi che già a 15 anni decidono di ritagliare un pezzo delle proprie vacanze per investirlo nella cultura e nella negazione di qualsiasi forma di illegalità. Il programma di quest’anno ha potuto vedere non solo il patrocinio, ma la partecipazione diretta delle Istituzioni nella presenza del ministro della Gioventù Giorgia Meloni, di alti magistrati quali il procuratore della DDA di Reggio Calabria Nicola Gratteri ed il Presidente onorario della Corte di Cassazione Ferdinando Imposimato, in un dibattito acceso con il susseguirsi di importanti giornalisti impegnati ogni giorno quali Rosaria Capacchione, da anni sotto scorta, Pino Maniaci, Enrico Bellavia e Roberta Mani; l’arricchimento di esperienze personali come quella di Pino Masciari, imprenditore che si è ribellato alla ‘ndrangheta, IMD, poliziotto che ha contribuito alla cattura di Bernardo Provenzano ed infine questa sera (9 agosto) di Gian Carlo Caselli e Don Luigi Ciotti, insegnanti di dignità

Legalità anche al nord, tremila giovani a scuola di antimafia

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

Per la prima volta la manifestazione si sposta da Reggio Calabria e viene ospitata a Busto Arsizio. Mattinata di lezioni per gli studenti e trenta relatori – tra giornalisti, testimoni e politici – per studiare insieme un percorso di cittadinanza attiva

“L’antimafia deve passare prima di tutto dalla cultura di base. Bisogna imparare a essere cittadini attivi”. Dall’impegno civile alla trasparenza nel voto elettorale, 3.500 studenti hanno discusso con 30 relatori dei diversi aspetti della legalità. Tutta Busto Arsizio è stata coinvolta nella prima edizione fuori sede di ‘Legalitàlia‘. L’iniziativa si tiene da quattro anni a Reggio Calabria, in occasione dell’anniversario della morte del giudiceAntonio Scopelliti, ucciso dalla ‘ndrangheta nell 1991 e, secondo alcuni pentiti, su richiesta di Cosa Nostra. ‘Legalitàlia in Primavera – giovani uniti contro le mafie‘ è il primo tentativo di esportare al nord la giornata. Non in una città qualunque, ma proprio a Busto Arsizio, dove lo scorso 29 marzo sono stati arrestati cinque presunti esponenti del clan Madonia di Gela e dove è in corso il processo ‘Bad Boys’ a diversi uomini della ‘ndrangheta di Lonate Pozzolo-Legnano. “Lavoriamo a questa giornata da tre anni”, spiega Massimo Brugnone, coordinatore del movimento regionale di ‘Ammazzateci Tutti’. “Prima non sarebbe mai riuscita, ma i progetti portati avanti ogni giorno con i ragazzi hanno dato i loro frutti”. Partendo, ad esempio, dallo studio dellaCostituzione.

Stamattina più di 3mila studenti hanno fatto delle lezioni un po’ speciali. Divisi in nove teatri cittadini, hanno incontrato diverse figure impegnate a vari livelli nel rispetto e nell’applicazione della legalità. I ragazzi più grandi hanno discusso di come fare antimafia con le proprie forze, tutti i giorni, attraverso le testimonianze di Aldo Pecora – presidente di ‘Ammazzateci Tutti’ -,Lorenzo Frigerio – referente di Libera Lombardia –, Maurizio Pascucci dell’Arci Toscana, coordinati dal giornalista Mario Portanova. Naturale evoluzione del dibattito: il ruolo della politica. L’ex presidente della commissione parlamentare antimafia, Giuseppe Lumia, ha parlato ai giovani elettori di domani degli strumenti che la politica potrebbe mettere in atto per contrastare le mafie. Potrebbe, ma non lo fa. E’ piaciuta agli studenti l’autocritica di un parlamentare che ha spronato tutti i partiti – compreso il proprio, il Pd – a fare di più. Prima di tutto, a prestare attenzione a chi inseriscono nelle proprie liste, così come i ragazzi dovranno stare attenti nel momento del voto. Insieme a Lumia, anche l’ex sindaco di Gela, Rosario Crocetta. Una presenza a cui gli organizzatori tenevano in modo particolare, “perché le due città sono in qualche modo gemellate”, spiega Brugnone. “Non solo per gli arresti e la criminalità, ma soprattutto perché a Busto Arsizio abita una colonia di 30mila gelesi”.

Gli studenti delle terze e quarte classi si sono fatti travolgere dal carisma di Pino Maniaci, il direttore della piccola tv di Partinico ‘Telejato’, quel piccolo uomo con i baffi che sfotte i mafiosi a viso aperto. “Perché la risata è liberatoria”, dice sempre. Insieme a lui, il direttore de ‘Il Fatto Quotidiano.it’, Peter Gomez per discutere del ruolo dell’informazione nelle battaglie per la legalità.

Per i più piccoli, invece, sono stati pensati degli incontri di base, con le testimonianze di chi le mafie le ha viste da vicino. Su tutti, Rosaria Scopelliti – la figlia del giudice – e Vincenzo Conticello, l’imprenditore proprietario dell”Antica Focacceria San Francesco’, partita da Palermo e subito vessata dalle richieste di pizzo. Sempre denunciate.

Per concludere il percorso, anche gli incontri con chi mette in campo gli strumenti pratici dell’antimafia: magistrati e sindaci – che hanno a che fare con il fenomeno spesso sottovalutato delle mafie al nord – e le forze dell’ordine. “Perché è importante capire che bisogna avere fiducia in loro”, ha commentato Massimo Brugnone. Così un agente della squadra Catturandi di Palermo ha coinvolto i ragazzi raccontando dell’arresto di Bernardo Provenzano.

A conclusione delle lezioni, mille studenti in corteo sono confluiti dai diversi teatri fino al parco del Museo tessile di Busto Arsizio. A sfilare con loro anche i cittadini. Tutti riuniti per riascoltare i relatori e tirare le fila di questa fitta mattinata. “Il nostro progetto”, spiega Brugnone, “è quello di toccare con ‘Legalitàlia’ tutte le stagioni e tutta Italia”. D’estate l’appuntamento è già a Reggio Calabria. La primavera se l’è aggiudicata il Nord. “Magari si potrebbe fare l’autunno nel Centro Italia e l’inverno nelle isole”.

di Claudia CampeseAlessandro Madron

Come ti catturo il latitante, parla IMD

Fonte: http://www.varesenews.it

Il suo è un nome in codice e ha fatto parte della squadra Catturandi che mise le manette ai polsi di Bernardo Provenzano, dopo 43 anni di latitanza

Giusto 5 anni fa, l’11 aprile 2006, Bernardo Provenzano finiva la sua latitanza durata ben 43 anni.Le manette che hanno cinto i polsi del boss di Corleone erano quelle della squadra Catturandi di Palermo. Per legalitàlia, uno degli esponenti più famosi di quella squadra parla al teatro di Sant’Edoardo. Si chiama IMD, o meglio, è il suo nome in codice. Per motivi di sicurezza, infatti, la sua identità non può essere divulgata e neanche le sue foto. Anche se avvolto da un alone di mistero, IMD racconta agli studenti come sia difficile catturare un latitante. «Per Provenzano -spiega- ci sono voluti ben 8 anni». Il boss di corleone, infatti, comunicava con i celebri pizzini che «impiegavano giorni o settimane per raggiungere il destinatario». 

Intercettarli era quindi estremamente difficile e «ce l’abbiamo fatta solo quando abbiamo scoperto che molti venivano cuciti negli orli dei pantaloni del suo contabile in carcere e che un funzionario corrotto del comune li ricopiava con il computer dell’ufficio». Intercettazioni, microcamere e microfoni hanno poi permesso di individuare il covo e far scattare le manette. IMD ha poi raccolto le esperienze di oltre vent’anni di professione in “100% sbirro” e “Catturandi” perchè «dalle stragi del 92 le persone hanno iniziato ad avvicinarsi alle forze dell’ordine» e scrivendo libri «si può far capire meglio come lavoriamo e spingere la gente a fidarsi sempre più di noi».

Accanto a lui erano seduti Sandro Chiaravallotti del sindacato della polizia SIULP e Sebastiano Bartolotta, capo della squadra mobile di Varese. Quest’ultimo in particolare ha raccontato ai ragazzi i dettagli di come opera la polizia in un territorio con «grossi centri economici e che per questo non sono immuni dalla presenza di criminalità organizzata». Oltre alle ormai celebri operazioni “Infinito” e “Bad boys” che hanno decapitato gran parte delle cosche presenti nella zona, Bartolotta si concentra sull’indagine che non più tardi di due settimane fa ha portato dietro le sbarre 5 esponenti di spicco del clan Madonia. La ricostruzione degli eventi ha fatto emergere nella provincia di Varese «non solo la presenza di famiglie mafiose ma anche il clima di paura, intimidazione e omertà tipico di altre zone del Paese» al punto che «la maggior parte degli imprenditori taglieggiati ha parlato solo dopo numerose insistenze». Alcuni di questi, inoltre, starebbero già ritrattando le versioni fornite agli inuquirenti mettendo in difficoltà l’indagine stessa.

Tuttavia, il grande problema che le forze dell’ordine hanno nella lotta a tutte le mafie è il tempo. «Quando una cosca decide qualcosa, è subito messa in atto. Lo Stato invece ha tempi molto più lunghi per agire». Avere più fondi a disposizione aiuterebbe molto questi agenti ma, si sa, i recenti tagli hanno colpito anche questo comparto strategico.

11/04/2011

‘Ndrangheta, una storia milanese

Fonte: http://www.milano.corriere.it

DOPO I RECENTI ARRESTI, RICOSTRUITI QUARANT’ANI DI INFILTRAZIONI E MALAFFARE

Nel regno di Cosa nostra, dadi, affari e donnine
Poi arrivarono i «silenziosi» calabresi. E la politica

MILANO – L’inchiesta che ha squinternato la ‘ndrangheta in regione e condotto sul proscenio gl’insospettabili reggicode racconta come sia cambiato in vent’anni il sistema di potere nel Paese: dal mondo dell’impresa al mondo della politica. All’epoca del dominio mafioso, dal ’70 al ’90, nessuno si curava degli amministratori, al massimo Turatello ed Epaminonda li facevano entrare gratis nei club sottoposti all’organizzazione, le prede ambite erano i padroni delle ferriere. Oggi gli ambasciatori delle ‘ndrine cercano assessori, sindaci, consiglieri comunali. La mafia aveva occhi solo per il «privato», sicura che il «pubblico» sarebbe venuto al traino; la ‘ndrangheta s’interessa soltanto del «pubblico» quale unico dispensatore di prebende e appalti: le aziende coinvolte sono padane nella forma, calabresi nella sostanza. Nel ’74 fece scalpore che nell’agenda di Luciano Leggio – all’epoca capo di Riina, di Provenzano, di Bagarella – fosse rinvenuto il numero telefonico riservato di Ugo De Luca, direttore generale del Banco di Milano. Le intercettazioni e i verbali recenti parlano di direttori sanitari, dirigenti di ospedali, coordinatori di consorzi e società municipali.

La scoperta della cuccagna comincia con Peppe Genco Russo, «capofamiglia» di Mussomeli, inviato, nel ’64, in soggiorno obbligato in Lombardia. Lo ritengono l’erede di Calogero Vizzini, la cui fama si lega a un incontro con Montanelli pubblicato dal Corriere all’inizio degli Anni Cinquanta. I due sono, però, troppo provinciali, vivevano nel vallone nisseno, per essere alla testa di Cosa Nostra. Destinato a Lovere, non ancora toccata dal benessere e dalla popolarità del turismo sul lago d’Iseo, Genco Russo viene trattato da giornali e televisione come quel numero uno che mai è stato. E grande stupore manifestano gli abitanti della zona nello scoprire non solo l’esistenza della mafia, ma che il vecchietto tanto malandato in salute quanto gentile e manieroso ha tre metri di fedina penale con abbondanza di omicidi, estorsioni, violenze d’ogni tipo.

Un’opinione pubblica ancora sconvolta dal massacro di sette militari a Ciaculli con una Giulietta piena di esplosivo pretende una reazione, che lo Stato è incapace di produrre nei tribunali. Allora fioccano i soggiorni obbligati, resi inutili dall’irrompere della teleselezione telefonica. Così nell’hinterland milanese arrivano i Ciulla, i Guzzardi, i Carollo, Gerlando Alberti. A Milano, dove ancora ricordano il cinematografico agguato per uccidere Angelo La Barbera in viale Regina Giovanna, si stabilisce addirittura Leggio in fuga dal divieto di Badalamenti di effettuare sequestri di persona in Sicilia. I rapimenti di Torelli, di Rossi di Montelera, di Barone scatenano il terrore tra i re di denari: ciascuno cerca un palermitano di riferimento, cui affidare l’incolumità della propria famiglia. È il periodo in cui Dell’Utri piazza Vittorio Mangano nella villa di Berlusconi ad Arcore.
Attorno a Leggio si muovono e prosperano Nino Grado, Ignazio e Giovanbattista Pullarà, Simone Filippone, Salvatore Di Maio, Pippo e Alfredo Bono, Robertino Enea, Ugo Martello, Gino Martello, Gioacchino Matranga, Gaetano Fidanzati. Tra ippodromi, bische, night sbocciano conoscenze e amicizie impossibili. Tutti insieme appassionatamente fino alla sera in cui gli sgherri di Turatello rifilano un ceffone ad Alfredo Bono: l’onta sarà lavata anni dopo con lo sventramento in galera di Francis «faccia d’angelo».

In quella Milano piena di tavoli di chemin de fer e di dadi, di donne disponibili e di champagne i mafiosi ci sguazzano a tal punto da rifiutare la creazione di una «famiglia» per non dover prendere ordini da Palermo. Le basi sono dapprima le enoteche dei Pullarà al Giambellino e in viale Umbria, poi l’ufficetto di via Larga a un passo dall’appartamento in cui aveva abitato Joe Adonis, al rientro in Italia. Milano diviene la capitale economica di Cosa Nostra: a Palermo si corrompe, si trama, si traffica, si ammazza, ma senza le complicità eccellenti degli insospettabili industriali, banchieri e finanzieri allocati sotto la Madonnina le «famiglie» non potrebbero moltiplicare per mille e riciclare i proventi delle proprie malefatte.

Le inchieste dell’83 e del ’90 svelano nomi, interessi, complicità. L’arresto dell’oscuro ragioniere Pino Lottusi, secondo Borsellino regista del più importante business planetario del decennio, segna l’inizio della fine. Cosa Nostra è costretta a battere in ritirata. Le subentra la ‘ndrangheta. A spingerla verso la Lombardia sono state le confidenze in carcere di Leggio a Mammoliti. La gestione dell’Ortomercato di Milano testimonia il passaggio di consegne, il rovesciamento dei ruoli tra chi aveva recitato da protagonista e chi da comprimario. Cambiano le regole e gli atteggiamenti. I boss giunti da Palermo si comportavano come bambini capricciosi al parco giochi: erano eccitati da Milano, non degnavano di uno sguardo il resto a eccezione di Como, importante per la vicina frontiera con la Svizzera, e del casinò di Campione. Che differenza con i silenziosi successori, lontani da ogni sfoggio ed esibizionismo, però capaci di stendere una micidiale tela d’interessi sull’intera regione. Sono i collaudati metodi che hanno consentito d’installarsi nei cinque Continenti e di trasformarsi in una inarrestabile macchina di soldi e di corruzione.

 

Alfio Caruso
27 ottobre 2010

Omicidi di mafia. Liscate, 1987. Ecco come fu ucciso il boss Gaetano Carollo. “Riina voleva riportare Cosa nostra a Milano come ai tempi di Luciano Liggio”

Fonte: http://www.milanomafia.com

In 700 pagine il pm Marcello Musso racconta mandanti e killer di sei omicidi di mafia avvenuti a Milano a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta. Milanomafia ve li racconta. Si inizia con il boss Gaetano Carollo

L’indagine

Il sostituto procuratore Marcello Musso chiude in 700 pagine di richiesta cautelare la storia di dieci anni di mafia a Milano. Una storia scandita da sei omicidi fino ad oggi ancora priva di colpevoli.
Attraverso le testimonianze di pentit: da Giovanni Brusca ad Antonino Giuffrè, Musso dà nomi e volti ai killer di Gaetano Carollo (6 giugno 1987), di Vincenzo Di Benedetto (20 novembre 1987), di Cristoforo Verderame (30 ottobre 1988), si Scerra Carmelo (15 giugno 1989), di Carmelo Tosto (3 ottobre 1990) e di Alfio Trovato (2 maggio 1992)
L’ordinanza del Gip Mariolina Panasiti, datata 7 maggio 2009, ha però respinto in toto le richieste cautelari del pm per 22 indagati
Intanto, il 15 dicembre, in seguito alla richiesta di rinvio a giudizio, si è svolto l’udienza preliminare nell’aula bunker di san Vittore. In videoconferenza anche Salvatore Riina che ha scelto il rito ordinario. Altri 18 indagati hanno preferito l’abbreviato. Il tutto, intanto, è stato rinviato al 19 gennaio prossimo

Milano, 15 dicembre 2009 – “Quando sono salita nella macchina di mio marito per soccorrerlo, sanguinava dalla testa e non rispondeva alle mie domande, né dava segni di vita. Non so immaginare chi gli abbia sparato. Sino a due anni fa mio marito era costruttore edile e aveva dei dipendenti. Ha costruito a Trezzano sul Naviglio e anche in altri paesi. Da due anni, invece, si è dato alla latitanza”. Proprio per questo. “Non so dove vivesse, però ogni tanto veniva a prendermi e mi portava in un paesino che voi mi dite chiamarsi Liscate, dove aveva un appartamento del quale non so l’indirizzo”. Questa donna piccola piccola dagli occhi scuri scolpiti dentro a un volto incartapecorito parla un italiano stentato. I carabinieri di Pioltello fanno fatica a decifrare quelle parole declinate in un siciliano strettissimo. Sì, perché Antonina Ciulla è nata a Palermo nel 1938. Al nord ci è arrivata agli inzi degli anni Settanta seguendo le vicende giudiziarie del marito già sottocapo della famiglia di Resuttana, capeggiata da Piddu Madonia, uno dei più fedeli luogotenenti di Salvatore Riina e Bernardo Provenzano. Quello è l’uomo che ama e dal quale ha avuto due figli, Pietro e Antonio detto Tony. Con lui ha condiviso anni di vita, gli ultimi 15 qui a Milano, forse disapprovando, ma certamente non ostacolando i traffici del marito. Quel marito che ha appena visto morire sul sedile di una Talbot Samba. E’ il primo giugno del 1987. E’ da poco passato mezzogiorno. Due ore prima a Liscate viene ucciso Gaetano Carollo, trafficante di eroina, ambasciatore di Cosa nostra a Milano e amico rispettato dagli uomini della ‘ndrangheta.

Un omicidio di mafia , il primo di una lunga serie che in quegli anni insanguina Milano. In totale saranno sei. Sono boss, luogotenti e semplici comparse che animano la scena mafiosa sotto la Madonnina. La macabra partitura, rimasta oscura per oltre vent’anni, oggi sembra poter essere svelata dal lavoro di Marcello Musso, magistrato tenace e caparbio della Dda milanese. Fatti e personaggi stanno tutti nelle 700 pagine della sua richiesta di applicazioni di misure cautelari. Un documento complesso, che pur avendo avuto un giudizio negativo davanti al Gip con il rigetto delle misure cautelari per tutti e 22 gli indagati, questa mattina è approdato nell’aula bunker di via Filangieri dove si è svolta l’udienza preliminare. Udienza interlocutoria, in cui 18 indagati hanno chiesto il rito abbreviato, mentre per gli altri c’è stato il rinvio al prossimo 19 gennaio. Intanto, il 20 aprile 2005 è diventata definitiva la sentenza sui mandanti dell’omicidio Carollo con nomi e cognomi che compongono il gotha di Cosa nostra. Tra questi Salvatore Riina, Giovanni Brusca, Giuseppe Calò, Bernardo Provenzano condannati perché “componenti della Commissione provinciale di Palermo di Cosa Nostra e, pertanto, quali mandanti in concorso con Salvatore Cancemi e ignoti esecutori, cagionavano con premeditazione la morte di Gaetano Carollo contro il quale erano esplosi più colpi d’arma da fuoco”. Sotto il titolo “Omicidio Carollo”, la sentenza di Palermo fa convergere anche gli omicidi di Antonino Ciulla (suocero di Gaetano e fratello di Antonina Ciulla, ndr), Armando Bonanno, Pietro Carollo (figlio di Gaetano, ndr) e Francesco Bonanno. Tutte persone uccise nello stesso giorno e in quelli successivi alla morte di Carollo, “perché – dice il pentito Marino Mannoia, già uomo d’onore della famiglia di Santa Maria del Gesù comandata, fino alla sua morte, dal Principe di Villagrazia, ovvero Stefano Bontate – volevano dei chiarimenti sulla morte di Carollo”. Omicidio, quello di Liscate maturato, sempre per Mannoia, “per motivi interni alla famiglia di Resuttana” e in particolare perchè “Carollo scalpitava troppo e questo nonostante la sua alta posizione di sottocapo”.

Eppure, quando i carabinieri di Pioltello intervengono in via Cazzaniga a Liscate, i residenti della zona raccontano che a essere ucciso è un tale ingegnere Michele Tartaglia, un tipo taciturno, ma cortese. E in effetti i documenti che la vittima tiene in tasca sono quelli di Michele Tartaglia nato a Serracapriola il 9 luglio1940. Quindi, il nome Carollo, vine storpiato in Carolla come testimonia il verbale dell’autopsia. “Tre proiettili, molto probabilmente per pistola 38 o 7,65, oltre che alcuni capelli che il Carolla stringeva col pollice indice della mano destra”. Dopodiché Davide Basile, un ragazzo di 15 anni, vede l’omicidio in diretta. In via Cazzaniga sta portando a spasso il cane. “Ho sentito tre spari provenire da via Cazzaniga, ho visto che vi erano due persone, sparavano contro un uomo che era alla guida di una vettura Talbot Samba. Subito dopo ho visto che i due salivano a bordo di una Fiat Regata grigio metallizzato. Alla guida, vi era un’altra persona. La vettura ha fatto manovra e poi sono fuggiti a forte velocità verso via Aldo Moro. Ho visto che uno dei due killer impugnava l’arma con due mani rivolta verso l’interno dell’autovettura. I killer li ho visti di spalle”. Davide Basile nel 2007 davanti al pm Musso conferma l’identica sequenza. Nei giorni successivi all’omicidio, gli investigatori scoprono che l’appartamento di Liscate, intestato a Tartaglia, è di proprietà della Monti Immobiliare, il cui titolare è Sergio Domenico Coraglia, imprenditore piemontese, che nel 1989 verrà coinvolto nell’inchiesta Duomo Connection, indagine di mafia e politica in cui l’imputato principale è proprio Tony Carollo, il figlio di don Gaetano.

L’omicidio di Liscate, al di là dei mandanti, resta un mistero fino al 2007, quando il pentito Ciro Vara mette sul tavolo nomi, fatti, circostanza. Lui, uomo d’onore della famiglia di Vallelunga legato a Piddu Madonia, reo confesso del sequestro del piccolo Di Matteo, il figlio di un collaboratore di giustizia sciolto nell’acido per ordine dei corleonesi, inizia il suo racconto il 27 luglio 2006. “Piddu Madonia mi riferì che Provenzano – con il quale, quando si trovava a Milano, aveva dei contatti anche epistolari -, gli aveva dato mandato di uccidere Ciulla o un parente di questi, poiché era inviso ai corleonesi”. E ancora: “Madonia ebbe effettivamente ad organizzare l’omicidio, come lui stesso mi riferì. Per realizzarlo aveva fatto salire dalla Sicilia Cataldo Terminio, uomo d’onore della famiglia di San Cataldo e rappresentante della stessa. Terminio era stato accompagnato da Antonio Rinzivillo, uomo di spicco della famiglia mafiosa di Gela, nonché consigliere provinciale di Cosa Nostra di Caltanissetta. Sia Piddu Madonia sia Antonio Rinzivillo mi riferirono che la vittima era stata chiamata per nome e poi inseguita mentre cercava di scappare. In altre parole, si esaltavano le capacità del Terminio. So che, quindi, l’omicidio effettivamente è stato commesso”.

In sintesi: Piddu Madonia, raccogliendo l’invito della Commissione, pianifica l’omicidio, facendo salire apositamente un killer. Fatto, quest’ultimo, confermato da Calogero Pulci, già membro della commisisione provinciale di Caltanissetta. “Riferisco di un omicidio commesso nel 1987 ai danni di un palermitano che abitava a Milano. In quell’occasione Piddu Madonia mi disse di andare a prendere suo figlioccio, Cataldo Terminio, perché doveva ammazzare un palermitano a Milano. Effettivamente lo accompagnai a Milano, dove lo lasciai in compagnia di Madonia, in una casa in via San Gregorio che era stata affittata da Antonio Rinzivillo. Dopo qualche settimana, in Sicilia, il Terminio mi disse di aver fatto il lavoro. Successivamente, a Milano, Madonia e Rinzivillo mi parlarono di quell’omicidio, e del favore che, nel commetterlo, avevano fatto a Provenzano e Riina”. Dopodiché Pulci racconta la fase operativa: “Terminio e Rinzivillo mi confidarono che i pedinamenti e comunque il precedente controllo della zona dove meglio poteva essere realizzato l’omicidio erano stati fatti dallo stesso Rinzivillo”.

La regia di Piddu Madonia viene confermata, oltre che dal pentito Francesco Onorato (“Lui qui al nord aveva l’appoggio dei gelesi”), anche da Giovanni Brusca. “Parlai – dice Brusca – dell’omicidio Carollo con Salvatore Riina”, dopodiché conferma che gli altri quattro omicidi che fanno da corollario all’esecuzione di Liscate sono avvenuti “perché questi avevano preteso spiegazioni”. Chiude il cerchio delle dichiarazioni attraverso le quali il pm ricostruisce l’omicidio, il pentito Antonino Giuffrè. L’ex braccio destro di Binnu Provenzano alza il velo sul potenziale militare degli uomini di Piddu Madonia. “Giuseppe Madonia è importante perché è a capo dell’esercito di Gela, che sono tutti sparatori, persone che andavano sparando in tutti i posti dove c’era bisogno in Sicilia e nel Nord Italia. Questi avevano fatto due guerre, la guerra con gli stiddari prima e poi successivamente una guerra interna fra di loro, erano degli sparatori eccellenti, dei guerrieri eccellenti, e dove c’era di bisogno, in modo particolare quando il signor Provenzano, ecco perché le dicevo ‘un tutt’uno’. La stessa forza di Provenzano veniva indirettamente da Madonia”.

Dopo Carollo, in quello stesso anno, toccherà a Vincenzo Di Benedetto, ucciso per ordine di Madonia che lo ritiene il killer di un suo compare: il catanese Nello Pernice. Siamo solo all’inizio. Perché, come racconta Salvatore Faccella, killer di Cosa nostra, “quello che voleva rifare Riina era riportare Milano sotto Cosa Nostra, come era una volta quando c’era Luciano Liggio qua, perché Riina diceva: “Milano è nostra, non è di Jimmy Miano o di Coco Trovato o dei calabresi o dei catanesi, è nostra, non è degli altri”. (dm)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: