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Diciottenne marocchino arrestato per estorsione a ragazzini

Fonte: www.ansa.it

Nel bresciano, li aveva picchiati e minacciati

19 agosto, 13:02

(ANSA) – MILANO, 19 AGO – Un diciottenne marocchino e’ stato arrestato dai carabinieri per estorsione dopo che aveva picchiato e minacciato tre sedicenni par farsi consegnare del denaro a San Zeno, nel bresciano. Inizialmente si era presentato come un ragazzo in difficolta’ economiche e aveva chiesto aiuto.

Poi le richieste sono diventate violente. Per pagarlo uno dei ragazzini ha venduto la collana del battesimo e gli ha dato un lingotto d’oro da 50 grammi della nonna. Un altro gli ha promesso una moneta d’argento. Ma al momento della consegna il marocchino ha trovato i militari, avvisati dai ragazzi.(ANSA).

L’Espresso: “Spunta l’ombra della camorra sui grandi appalti del San Raffaele”

Fonte: www.ilfattoquotidiano.it

La Diodoro Costruzioni, regina delle grandi opere nell’istituto di don Verzé, era finita nel mirino di Nunzio Guida e del suo clan, che drenava soldi e imponeva assunzioni. Negli anni Novanta il fratello del boss raccontò anche di rapporti con Dell’Utri e Berlusconi

Spunta l’ombra della camorra nell’indagine sul crac del San Raffaele, che ha portato al suicidio di Mario Cal, braccio destro di don Luigi Verzé. Lo rivela l’Espresso, nel numero in edicola domani, in un’inchiesta firmata da Paolo Biondani e Luca Piana. Il settimanale racconta la storia della Diodoro costruzioni, che dal 2002 in poi si aggiudica i migliori appalti dell’azienda ospedaliera. Affari da milioni di euro, come la ristrutturazione della sede secondaria di Villa Turro, a Milano, poi quella dell’edificio Dibit due nella sede principale in via Olgettina, con tanto di basilica e cupola dal diametro di 43 metri, uno in più di San Pietro. E poi parcheggi, l’albergo Rafael per i parenti dei malati, il futuro San Raffele di Olbia, una speculazione a Cologno Monzese.

Insomma, la Diodoro è l’”impresa di fiducia del San Raffaele”, come si autodefinisce. Ma per lunghi anni subisce le attenzioni di Nunzio Guida, luogotenente di Michele Zaza e capo dello storico clan di camorra trapiantato a Milano, e dei suoi eredi. La storia raccontata dall’Espresso comincia il 25 gennaio del 2000, quando a Milano viene gambizzato Emilio Santomauro, consigliere comunale di An poi passato all’Udc. Santomauro è titolare al 50 per cento della Diodoro. L’altra metà è nelle mani di Pierino Zammarchi, imprenditore di origine bresciana. La polizia non individua l’attentatore, ma scopre che il politico mialnese “ha appena chiuso una burrascosa relazione con Sonia Guida, figlia di Vincenzo e nipote di Nunzio”, entrambi condannati in via definitiva per mafia.

Nunzio Guida muore da latitante in Brasile negli anni Novanta, ma nel periodo dei grandi lavori per don Verzè l’azienda di costruzioni ha a libro paga la stessa Sonia ed Enzo, fratello del boss. Questi rapporti non sfuggono alla Procura di Milano, che mette sotto inchiesta Zammarchi e Santomauro per intestazione fittizia di beni. Li accusa, in altri termini, di essere prestanome dei camorristi.

I due sono assolti con formula piena, ma al processo Zammarchi racconta trent’anni di vessazioni subite dai Guida, ai quali si era incautamente rivolto per chiedere “protezione” dopo aver subito un attentato: richieste di denaro per molte decine di migliaia di euro, ristrutturazioni gratuite, familiari regolarmente assunti che però non si presentano mai in azienda a lavorare. Quanto a Santomauro, racconta ancora Zammarchi, “era solo un mio prestanome, gli intestai le quote perché le banche non mi facevano più credito”.

Nessuna copertura a investimenti fatti con denaro sporco, conclude il Tribunale di Milano: la Diodoro è cresciuta con gli appalti milionari del San Raffaele, mentre Zammarchi è “una vittima”, un imprenditore “che ha la pessima idea di farsi prestare i soldi da un mafioso”. Passati i guai giudiziari, ricostruisce ancora l’Espresso, “Pierino Zammanchi torna a frequentare Mario Cal”, visto che tra i due c’era “un rapporto assiduo, personale”.

La vicenda raccontata dal settimanale apre ulteriori scenari. Torna in mente il patto di ferro che è sempre esistito tra don Verzé e Silvio Berlusconi. Le carte delle indagini antimafia milanesi degli anni Settanta-Ottanta, infatti, raccontano che Nunzio Guida era in continuo contatto con il gotha di Cosa nostra trapiantato nel capolouogo lombardo: i fratelli BonoSalvatore Enea e altri personaggi della “mafia dei colletti” bianchi che gli investigatori smascherarono nel 1983 tallonando Vittorio Mangano, lo stalliere di Arcore.

Nel 1999 Gaetano Guida, fratello di Nunzio, mette a verbale alcune dichiarazioni che coinvolgono, tra l’altro, Marcello Dell’Utri, il braccio destro di Berlusconi condannato in appello per concorso esterno in associazione mafiosa: “Già negli anni Settanta e fino a dopo il 1980″, afferma, “mio fratello Nunzio era in rapporto di amicizia e di affari con Dell’Utri Marcello. Questi sapeva benissimo che mio fratello Nunzio era mafioso ed era già in rapporti con Alfredo Bono, Pippo Calò, il catanese Santo Mazzeo e altri…”.

E ancora: “Ho partecipato a incontri tra mio fratello e Dell’Utri. Che all’epoca era già in affari con Silvio Berlusconi, persona quest’ultima pure conosciuta da mio fratello, il quale diceva che lo stesso, cioè Berlusconi, era un gran signore rispetto a Dell’Utri… come esponente mafioso, mio fratello Nunzio gestiva denari di provenienza illecita assieme a Dell’Utri”. E così via.

La Direzione investigativa antimafia non riuscì a trovare alcun riscontro alle dichiarazioni di Gaetano Guida, e tutto finì lì. Ma il giro dei soldi tra mafia e imprenditoria milanese in quegli anni è una storia che in buona parte deve ancora essere raccontata.

Mafia, patto di non belligeranza: 27 ordinanze di custodia cautelare

Fonte: http://www.corriere.it

Clan rivali dividevano gli introiti per sostenere gli affiliati in cella. Imprenditori assumevano per finta parenti dei boss che beneficiavano dell’affidamento ai servizi sociali

MILANO – Operazione antimafia dei carabinieri del Comando provinciale di Caltanissetta. Eseguite 27 ordinanze di custodia cautelare. In manette personaggi di spicco appartenenti a Stidda e Cosa nostra di Mazzarino, a pochi chilometri da Gela, due organizzazioni criminali tradizionalmente rivali, ma che avevano stretto un patto per spartirsi gli affari, in prevalenza estorsioni e droga. Un accordo di non belligeranza per dividersi i vasti introiti utilizzati anche per il sostentamento degli affiliati, liberi e in cella. Le ordinanze hanno raggiunto personaggi che si erano insediati in Lombardia, Umbria e Marche. L’operazione, che è tuttora in corso, si è svolta tra Caltanissetta, Enna, Monza, Brescia, Cinisello Balsamo, Spoleto e Fossombrone, oltre ai centri siciliani di Sambuca (AG) e Paternò (CT).

SOLIDARIETA’ – Gli investigatori hanno accertato che a Mazzarino operavano due clan criminali, legate a Cosa Nostra e alla Stidda, che avevano stabilito un patto di non belligeranza per la spartizione dei proventi di traffici illeciti come lo spaccio di sostanze stupefacenti e le estorsioni. I vertici dei clan, sebbene detenuti, comunicavano con l’esterno e tra di loro con i pizzini e inviando messaggi verbali attraverso i familiari incontrati in occasione dei colloqui in carcere. Le due organizzazioni criminali gestivano un traffico di sostanze stupefacenti, provenienti dalla provincia di Enna e di Catania e destinati a rifornire la piazza di Mazzarino. Alcuni imprenditori taglieggiati dal racket, infine, avevano assunto fittiziamente parenti dei boss per consentire loro di beneficiare del regime dell’affidamento in prova ai servizi sociali invece della detenzione carceraria. I 27 destinatari dei provvedimenti, eseguiti tra Caltanissetta, Mazzarrini, Monza, Enna, Brescia, Spoleto, Fossombrone, Sambuca, Cinisello Balsamo e Paternò, sono accusati di associazione mafiosa, estorsione, traffico di stupefacenti, detenzione e porto illecito d’arma. Nell’operazione, sono stati impiegati elicotteri, unità cinofile, 130 militari e 50 mezzi. I particolari dell’operazione saranno resi noti nel corso di una conferenza stampa, alle 10.45, presso il Comando provinciale dei carabinieri di Caltanissetta.

Redazione online

Tangenti, due assessori della Lega Nord arrestati per una mazzetta da 22mila euro

Fonte: http://www.milano.repubblica.it

Si tratta di Mauro Galeazzi, titolare della delega di Urbanistica e lavori pubblici a Castel Mella, e di Marco Rigosa, capo dell’ufficio tecnico. Coinvolti un imprenditore e un libero professionista

Due assessori leghisti di due Comuni del Bresciano sono stati arrestati per tangenti. Si tratta di Mauro Galeazzi, 48 anni, titolare della delega a Urbanistica e lavori pubblici a Castel Mella, e di Marco Rigosa, 45, capo ufficio tecnico del Comune di Castel Mella e assessore ai Lavori pubblici a Rodengo Saiano (Comune che risulta comunque estraneo alle indagini). Nell’operazione, condotta dai carabinieri della compagnia di Brescia, sono stati arrestati Andrea Piva, 36enne di Rodengo Saiano, geometra, libero professionista, e Antonio Tassone, 68 anni di Lumezzane, imprenditore.

I due assessori sono stati sospesi dalla Lega, rende noto il segretario provinciale del Carroccio bresciano, Stefano Borghesi. “Abbiamo piena fiducia nella magistratura – ha dichiarato detto – e ci auguriamo che la vicenda possa essere chiarita nel più breve tempo possibile”. E il presidente (leghista) del consiglio regionale lombardo, Davide Boni: “Chi sbaglia paga. Da noi non è possibile nemmeno pensarla una cosa così. Un militante leghista che fa amministrazione, prima deve aver paura del movimento e poi della magistratura”. Dopo una simile accusa, ha detto Boni, “si deve togliere innanzitutto dall’imbarazzo il movimento. E poi se si è sbagliato, si paga. Abbiamo un codice interno molto forte e reati di quel genere non sono ipotizzabili”.

I provvedimenti sono stati emessi dal gip bresciano Cesare Bonamartini su richiesta del pm Silvia Bonardi. E’ indagato anche un altro dipendente dell’ufficio urbanistica del Comune di Castel Mella. I reati contestati sono per tutti di corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio, e solo per Galeazzi, anche di peculato. Antonio Tassone, impegnato nella realizzazione di un centro commerciale in Castelmella, usava come tramite Piva per mantenere i rapporti con il responsabile dell’ufficio tecnico Rigosa e con l’assessore Galeazzi. Il centro commerciale stava per essere realizzato su un terreno sottoposto a vincolo paesaggistico-ambientale che Tassone aveva già opzionato con un contratto preliminare.

Nella ricostruzione dell’accusa, per rendere più veloce e sicuro l’iter di approvazione del piano urbanistico – ammorbidendo i controlli, in particolare  della commissione paesaggistica – Tassone aveva pattuito un versamento di 22mila euro, dei quali 12mila pagati a favore della società di Piva e altri 10mila versati in contanti dallo stesso imprenditore a Piva e da questo consegnati al Rigosa, che ne aveva poi versato una parte all’assessore Galeazzi. Galeazzi è indagato anche per peculato: nella sua veste di pubblico ufficiale aveva nella sua disponibilità un cellulare di servizio, intestato alla Provincia di Brescia, con cui aveva effettuato centinaia di telefonate a fini esclusivamente privati.

Lele e il socio della ‘ndrangheta, gli interessi dell’impresario dei vip sul lago di Garda

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

di Fabio Abati

Le inchieste sulla criminalità organizzata al nord fanno emergere personaggi vicini ai clan calabresi che hanno avuto interessi in una discoteca gestita dal pigmalione di di starlette e tronisti, attualmente indagato nel Rubygate per favoreggiamento alla prostituzione

Picchiatori, piromani e personaggi vicini alla ‘ndrangheta. Ecco quali sono le amicizie pericolose di Lele Mora. Lui, l’impresario dei vip, coinvolto nello scandalo Ruby, da tempo è legato a interessi sul lago di Garda. Ed è qui che l’amico del premier, quello, che secondo Ilda Boccassini, portava le ragazze ad Arcore, incrocia uomini vicini alla criminalità da tempo insediata nella zona del basso bresciano. Si tratta di rapporti in cui, Mora, incappa inconsapevolmente. Insomma lui, probabilmente, non sa chi sono i suoi interlocutori. Ma andiamo con ordine.

Un anno fa Lele Mora entra in affari con Carmelo Anastasi, 48 anni, milanese. Nel marzo del 2009 l’agente dei vip, incalzato dalla Guardia di finanza, che sta indagando sul suo impero imprenditoriale, mette in liquidazione tutte le società del gruppo LM. Un’inchiesta del Corriere della Sera rivela che la Fonema edizioni musicali, controllata sulla carta dal figlio Mirko, finisce a una finanziaria svizzera e allo stesso Anastasi.

Ma chi è Anastasi? Un ex poliziotto, già da tempo inserito nel giro della security di Mora e suo malgrado salito all’onore della cronaca locale per essere stato condannato pochi mesi fa e in primo grado a due anni e tre mesi dal Tribunale di Brescia. L’accusa è di concorso in sequestro di persona, porto d’armi abusivo e lesioni. Assieme ad altri e a Leo Peschiera, 54 anni ex autista di Umberto Bossi, rapì il parcheggiatore di una discoteca, sostengono i giudici, per fargli confessare d’essere il colpevole dell’incendio del Lele Mora House. Il locale è situato a Desenzano del Garda. L’agente dei vip lo ha acquistato nel 2008. L’idea era rilanciarlo. Il risultato fu quello di finire dritto dritto nel mondo a tinte fosche della vita notturna gardesana.

La Lele Mora House, prima di essere acquistata dall’impresario dei vip, si chiamava Backstage, anche conosciuto come ex Biblò. Nel luglio del 2007, un’informativa del Gico di Brescia segnalò come un ramo della società che controllava il locale di via Colli storici a Desenzano, era in realtà nelle disponibilità di un’organizzazione criminale che legava esponenti della camorra (clan Laezza-Moccia di Afragola, Napoli) ad altri della ‘ndrangheta (clan Piromalli di Gioia Tauro, Reggio Calabria). Quel documento servì alla Direzione distrettuale antimafia di Brescia per confiscare il locale stesso, rilevato, nel 2009, da Lele Mora e trasformato nel Lm House.

Il provvedimento, istruito dalla Dda e dal Gico, arrivò a sequestrare oltre trenta milioni di euro in beni ai clan calabresi e campani del nord, in un’operazione ribattezzata “Mafia sul lago”. Tra i protagonisti c’è tale Francesco Carmelo Pisano di 57 anni, originario di Gioia Tauro ma residente a Lonato sul Garda.

Scrive il Gico: “Come confermato anche dalle dichiarazioni del pentito di ‘ndrangheta Francesco Fonti, questi [Pisano ndr.] viene indicato come gravitante attorno alla cosca ‘Piromalli’ di Gioia Tauro”; fatto confermato da varie sentenze di diversi tribunali italiani, nei quali Pisano è stato giudicato per associazione mafiosa, a cominciare da quello di Palmi nel lontano 1997. I finanzieri poi si soffermano a valutare la situazione economico-patrimoniale del pregiudicato. Egli risulta tra i soci fondatori dell’Area Building Srl, della quale possiede il 25 per cento del capitale: un’impresa di costruzioni con sede operativa a Pozzolengo in provincia di Mantova, ma non distante dal basso Garda.

E Pozzolengo è anche il paese in cui risiede Carmelo Anastasi. In una visura, datata 2009 ed effettuata presso la Camera di commercio di Verona, città ove ha sede legale la Area Building, negli assetti societari assieme al Pisano è presente pure l’Anastasi. Egli è il proprietario del 50% delle quote.

Nell’inchiesta sui clan in riva al Garda si ricorda inoltre che il Pisano “Fin dai primi anni ’90 era apparso in stretto rapporto coi fratelli Fortugno”, ovvero con altri esponenti della ‘ndrina dei Piromalli – sempre secondo il Gico di Brescia – a loro volta attivi nel basso Garda e proprio in questi giorni a processo assieme per lo sfruttamento della prostituzione. Nei loro summit, i compari calabresi, in contatto con quelli campani, ribadivano che non “era il caso di farsi la guerra, perché le ragazze e la droga potevano essere gestite assieme!” Teatro di questa laison, il solito mondo notturno in riva al lago. Una realtà che Mora e il suo entourage, loro malgrado, hanno imparato a conoscere molto bene.

Imprenditore gambizzato nel Bresciano

Fonte: http://www.milano.corriere.it

L’uomo, 64 anni, colpito nel piazzale della sua azienda edile a Cazzago San Martino

MILANO – Un imprenditore edile, di 64 anni, è stato ferito ad una gamba giovedì mattina a Cazzago San Martino, Brescia. Il ferimento è avvenuto nel piazzale dell’azienda. L’uomo è stato colpito da pallini sparati con un fucile da caccia. Sono stati complessivamente tre i colpi esplosi, uno dei quali andato a segno. L’imprenditore, che non sarebbe in pericolo di vita, è ricoverato all’ospedale di Chiari. Non si conoscono al momento le ragioni del gesto. (Fonte Ansa)

Da Brescia al lago di Garda, la nuova culla della ‘ndrangheta tra ville di lusso e night

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

Diverse le informative della polizia che dimostrano la presenza della mafia calabrese in queste zone. I clan, alleati con camorra e Cosa nostra, qui si riciclano denaro e investono nella vita notturna

Il boss soggiorna a Desenzano. Del resto è qui al nord che i capi della ‘ndrangheta investono i proventi del narcotraffico. Lui, Francesco Scullino, 45 anni, originario di Oppido Mamertina, in provincia di Reggio Calabria, è uno dei capi. Da diversi anni risiede stabilmente sulle rive del Garda. I vicini di casa lo conoscono come un “rappresentante di commercio”. Una signora confida: “Vedo la moglie di questo uscire ogni giorno con la sua Jeep nera. Lui è un bell’uomo alto, brizzolato. In questo periodo è quasi sempre via. Non ho ancora capito cosa faccia di preciso, ma dice di essere un rappresentante”.

Scullino ha una bella villa, a poche centinaia di metri dall’uscita dell’autostrada. Ha un doppio ingresso sul davanti e uno più discreto sul retro. La casa è su tre piani. Qui tutto racconta di una vita agiata. Ma chi è questo calabrese sempre ben vestito? “Scullino – si legge in un’informativa della Polizia – ha già collezionato un numero impressionante di precedenti, che vanno dall’associazione a delinquere di stampo mafioso al traffico di stupefacenti, dal sequestro di persona a molto altro ancora …”. Di più: la Direzione distrettuale antimafia di Brescia lo indica come “un elemento contiguo alla cosca facente capo al boss Carmelo Arico detto il Priore, operante nella frazione di Castellane di Oppido Mamertina, luogo di nascita di Francesco Scullino”.

Secondo un’altra informativa della Polizia “Francesco Scullino gestisce, anche attraverso dei prestanome, una serie di società operanti nel campo edile, dove, tra l’altro, è frequente l’intermediazione di manodopera. Con tali società si possano riciclare i proventi illeciti di alcune famiglie storiche della criminalità organizzata calabrese”. Secondo la Questura di Brescia, personaggio vicino a Scullino è Luca Sirani a sua volta “legato alla famiglia dei Facchineri di Cittanova” e un curriculum criminale di rispetto “con precedenti penali per armi, ricettazione, estorsione, bancarotta, reati finanziari e riciclaggio”. Il 3 febbraio del 2004, Luca Sirani è stato condannato dal Tribunale di Brescia a 2 anni e 4 mesi di carcere: “Una condanna emblematica del suo modus operandi- fanno sapere dalla squadra Mobile – perché Sirani gestisce di fatto con la complicità di altri pregiudicati, alcune società operanti nel campo edile, con le quali si ritiene possa riciclare proventi illeciti”. La presenza di Scullino rilancia, dunque, l’allarme sulla presenza della ‘ndrangheta anche in provincia di Brescia. Una presenza ben poco silenziosa e che si allunga inquietante fin lungo le rive del Garda monopolizzante, in parte, la filiera del divertimento notturno.

Nel luglio del 2007 così scatta l’operazione “Mafia sul Lago”: per la prima volta si effettuano sequestri di beni a scopo preventivo. I decreti sono destinati a esponenti di ‘ndrangheta, cosa nostra e camorra. L’operazione porta alla luce “l’esistenza di un’alleanza tra diverse mafie italiane attive nella zona del Garda”. Gli esponenti di camorra coinvolti, non sono certo di secondo piano. Giuseppe Grano e suo cognato Gennaro Laezza nel ’96 furono indagati dalla DDA di Bologna nell’ambito di un’indagine avviata nei confronti di un sodalizio di stampo mafioso che gestiva locali notturni in provincia di Modena e denunciati per aver emesso fatture false. Nel 1999 si aggiunge l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso della procura di Brescia. “I due -secondo gli inquirenti –gestiscono attività commerciali tra cui una discoteca a Desenzano, un night a Lonato e perfino un albergo”. Nel 2001 Laezza e Grano furono catturati in Venezuela dai carabinieri del Ros e arrestati “per associazione a delinquere, estorsione, sfruttamento della prostituzione, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina (procuravano ragazze straniere per impiegarle nei loro night). Rinviati a giudizio nel 2006 per associazione a delinquere, estorsione, riciclaggio, reati fallimentari e violazioni delle norme finanziarie. Le indagini mettono anche in luce i loro collegamenti con il gruppo calabrese dei Fortugno, affiliato al clan dei Piromalli di Gioia Tauro. I suoi clan sono presenti su tutto il territorio, dal basso Garda, alla Val Trompia, dalla città, alla Bassa. Nel rapporto annuale della Direzione Nazionale Antimafia del 2008 si legge come la Lombardia rappresenti il centro della mafia calabrese: dalla nostra regione sono diretti i traffici internazionali, si curano i collegamenti con il mondo della politica e delle istituzioni e in questo quadro, Brescia ha assunto sempre più un ruolo di primo piano.

di Leo Piccini

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