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Blitz antidroga a Milano, 41 arresti il traffico gestito da boss in carcere

Fonte: http://www.milano.repubblica.it

Durante l’operazione sono stati sequestrati oltre 70 chili di cocaina e 10 chili di eroina
Arrestati due volontari dei City Angels che trasportavano pizzini dei capi fuori dal carcere

Con 41 arresti e sequestri di beni patrimoniali per oltre un milione di euro è scattata una vasta operazione da parte della guardia di finanza di Milano per contrastare il traffico internazionale di stupefacenti tra l’Italia e la Colombia. Le indagini sono coordinate dal pm della Dda milanese Marcello Musso e i reati contestati a vario titolo sono: associazione a delinquere finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti, falsificazione di documenti, corruzione, riciclaggio, ricettazione, trasferimento fraudolento di valori, detenzione illegale di armi e munizioni e truffa.

Gli uomini delle Fiamme gialle hanno eseguito il sequestro preventivo di immobili e di un complesso aziendale nelle province di Milano e Monza Brianza. Due degli indagati sono inoltre, risultano legati alla ‘ndrangheta. Tra gli arrestati ci sono anche due volontari dei City Angels che all’epoca dei fatti operavano all’interno di San Vittore per fornire assistenza ai detenuti, ma in realtà si prestavano a veicolare all’esterno della struttura carceraria le istruzioni dei boss detenuti. Complessivamente, l’operazione ”Shut Up” – svolta con la cooperazione delle polizie di Croazia, Belgio e Spagna – ha consentito di denunciare 70 persone – oltre ai 41 destinatari delle ordinanze odierne e di sequestrare 70 chilogrammi di cocaina, oltre 10 di eroina e una serie di pistole e mitragliette.

‘Ndrangheta, maxiprocesso per 174 “Le vittime del racket non denunciano”

Annunciata per domani la richiesta di giudizio immediato. Il pm Boccassini: “Gli imprenditori non dicono di essere vittime di episodi di estorsione e usura. Adesso dobbiamo capire perché”

Sono 174 le richieste di giudizio immediato che la Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Milano inoltrerà domani nei confronti di altrettante persone arrestate lo scorso luglio nel corso della maxi operazione che ha decapitato i vertici della ‘ndrangheta in Lombardia. Lo ha annunciato il procuratore Ilda Boccassini durante un incontro con i giornalisti, al quale hanno partecipato anche i procuratori della Repubblica di Milano e Reggio Calabria, Edmondo Bruti Liberati e Giuseppe Pignatone, i procuratori aggiunti reggini Michele Prestipino e Nicola Gratteri e due esponenti della Direzione nazionale antimafia.

L’elezione del capo al Nord L’incontro nella struttura della Regione Lombardia La Moratti ad Annozero: la mafia a Milano non esiste

“Nonostante l’operazione di luglio contro la ‘ndrangheta – ha dichiarato la Boccassini – che ha dimostrato la presenza nel Nord della criminalità mafiosa, gli imprenditori non denunciano estorsioni e usura. A noi continua a non arrivare nulla”. Neppure le associazioni di categoria sembrano essere di aiuto alla magistratura sul fronte della lotta alla criminalità organizzata. Diversamente da quanto avvenuto a Palermo, dove Confindustria ha fornito un apporto decisivo per far emergere il fenomeno del racket, “né a Milano né a Reggio Calabria – ha detto il pm – ci sono esperienze simili”. Boccassini ha rimarcato che “in un momento di crisi come quello che stiamo vivendo, è molto più facile per la criminalità agganciare chi è in difficoltà”. Dalla notifica del decreto che viene disposto dal giudice per le indagini preliminari, gli imputati hanno 15 giorni di tempo per accedere a riti alternativi.

La richiesta di giudizio immediato, con cui si salta la fase dell’udienza preliminare, riguarda fra gli altri il presunto boss della ‘ndrangheta in Lombardia, Giuseppe ‘Pinò Neri, e Pasquale Zappia, che avrebbero diretto la cupola lombarda dopo la morte del boss Carmelo Novella. Fra gli arrestati per cui è stato chiesto il rito immediato ci sono i numerosi boss delle 15 ‘locali’ sparse tra Milano, la Brianza, il Comasco e Pavia, che sono state individuate dagli inquirenti con l’operazione Infinito-Crimine. Tra gli imputati c’è anche l’ex direttore sanitario della Asl di Pavia, Carlo Chiriaco, ritenuto dagli investigatori una “figura emblematica” della infiltrazione delle cosche nel mondo istituzionale.

Invece, come ha spiegato Boccassini, le posizioni degli indagati per l’omicidio del boss Novella, avvenuto nel 2008, sono state stralciate e per loro si procederà con la chiusura delle indagini e la richiesta di rinvio a giudizio. Come ha spiegato il procuratore della Repubblica Pignatone, invece, la parte dell’inchiesta coordinata dalla Dda di Reggio verrà probabilmente chiusa a gennaio con il deposito degli atti e la richiesta di rinvio a giudizio. “Il ramo reggino è più indietro – ha spiegato Pignatone – anche per problemi di organizzazione delle risorse”. Gli esponenti delle due procure antimafia hanno voluto rimarcare l’unità del lavoro tra inquirenti e investigatori milanesi e calabresi e la collaborazione che c’è stata e che sta proseguendo.

Infiltrazioni della ‘ndrangheta a Desio cade l’amministrazione di centrodestra

Fonte: http://www.milano.repubblica.it

Dimissioni in massa dei consiglieri comunali: anche la Lega Nord si è ritirata con il centrosinistra
Il sindaco Mariani (Pdl): la loro decisione ha infangato l’immagine della città e la nostra onorabilità

Alla fine anche la Lega Nord ha rotto gli indugi. E a Desio l’amministrazione comunale è caduta per i contraccolpi dell’inchiesta sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta in Brianza. I consiglieri comunali di Pd, Italia dei Valori, Desio Viva, Movimento 5 Stelle e Lega Nord si sono dimessi, provocando così lo scioglimento del consiglio e il commissariamento dell’amministrazione fino alle prossime elezioni. La decisione del Carroccio di abbandonare al suo destino il sindaco Giampiero Mariani (Pdl) è arrivata dopo che i tre assessori leghisti avevano lasciato la giunta chiedendo “un segnale di discontinuità”, un segnale che non è arrivato, convincendo i consiglieri della Lega a unire le loro dimissioni a quelle dei rappresentanti dell’opposizione.

L’inchiesta che indirettamente ha portato alla caduta della giunta di centrodestra è l’operazione contro la ‘ndrangheta denominata ‘Infinito’, che a luglio aveva portato a oltre 300 arresti in tutta Italia (di cui 50 in Brianza). Proprio in provincia di Monza, e particolarmente a Desio, comune di oltre 40mila abitanti, sono stati coinvolti nell’inchiesta, anche se non risultano indagati, uomini politici, fra cui tre esponenti del Pdl: il presidente del consiglio comunale Nicola Mazzacuva, il consigliere comunale Natale Marrone e l’ex assessore provinciale Rosario Perri, che per anni era stato il dirigente dell’Ufficio tecnico comunale. Dalle indagini erano anche scaturiti i nomi del consigliere regionale Massimo Ponzoni e del presidente dell’Asl di Monza, Pietrogino Pezzano, anche se tutti gli interessati hanno sempre smentito qualsiasi legame con la vicenda.

Subito il consigliere regionale pd Giuseppe Civiti aveva chiesto al ministro dell’Interno, Roberto Maroni, di sciogliere e commissariare il Comune di Desio per infiltrazioni mafiose, ma il ministro non ha raccolto l’invito e così il sindaco Mariani, eletto solo nello scorso aprile, ha continuato, fra le polemiche, a governare. Nel frattempo il vicesindaco Ettore Motta e gli assessori Antonio Manzotti e Francesca Zecchin, tutti del Carroccio, hanno abbandonato la giunta, che però ha continuato a godere dell’ appoggio dei consiglieri. Infine le dimissioni.

Il primo a plaudire è stato Civati , he ha parlato di “un bel giorno per Desio, la Brianza e il Nord”. Mariani ha invece rimarcato che l’inchiesta era rivolta a fatti antecedenti all’entrata in carica della sua amministrazione e che, anche nel suo precedente mandato, la Lega ha sempre condiviso le scelte politiche del sindaco e della giunta di cui faceva parte. “Il consiglio comunale – ha aggiunto – non viene sciolto da organi governativi per sospette infiltrazioni malavitose, ma per una scelta di natura politica di alcuni consiglieri che si assumeranno la responsabilità di aver infangato l’onorabilità degli amministratori e l’immagine della città”.

Terrenti e tangenti, indagato Ponzoni “A lui una mazzetta da 220mila euro”

Fonte: http://www.repubblica.it

Il consigliere regionale del Pdl coinvolto nell’inchiesta della Dia sui rapporti fra clan e politica
Il denaro sarebbe stato versato per favorire gli interessi edilizi di un imprenditore a Desio

di DAVIDE CARLUCCI  e GABRIELE CEREDA

Sono due le inchieste che ruotano intorno alla figura di Massimo Ponzoni, l’ex assessore all’Ambiente della Regione Lombardia recordman di preferenze alle ultime elezioni. C’è la corruzione, reato per il quale è stato raggiunto da un avviso di garanzia, come anticipato dal Giornale. E c’è un’inchiesta più ampia, che riguarda i rapporti con i clan di alcuni esponenti politici dell’area di Desio, Seregno e Cesano Maderno — dove Ponzoni raccoglie gran parte dei suoi voti — su cui si sta concentrando la Direzione distrettuale antimafia di Milano.

L’inchiesta sulla corruzione è uno sviluppo dell’indagine del pm monzese  Walter Mapelli sulla bancarotta fraudolenta della Pellicano srl, società immobiliare con sede a Desio, dichiarata fallita dal tribunale dopo che era stato riscontrato un buco da 600mila euro. Nel corso degli accertamenti della Finanza è emersa poi la vicenda della tangente da 220mila euro che sarebbe stata versata a Ponzoni da un imprenditore del Bergamasco, Filippo Duzioni. Ponzoni si sarebbe speso non nella sua veste di assessore regionale ma per la sua influenza nei confronti di una serie di tecnici e politici — anch’essi indagati — da lui controllati in Brianza, riuscendo a procurare all’imprenditore un cambio di destinazione per una grande area in via Borghetto a Desio.

Ma la storia delle mazzette è connessa con il fallimento della Pellicano, le cui uniche realizzazioni sono state le palazzine costruite a Cabiate, nel Comasco, da un’impresa edile in cui figuravano anche familiari di Ponzoni. Il quale ha smentito tutto: «Non ho mai percepito somme di denaro da alcuno per finalità illecite e ho subito chiesto alla Procura di Monza di essere sentito, per chiarire l’assoluta infondatezza della pur generica contestazione».

Altra cosa è l’indagine sugli intrecci tra politica e ‘ndrangheta nell’area di Desio su cui indaga un pool di magistrati della Dda, coordinati dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini. In questo caso gli accertamenti sono a più ampio spettro e riguardano gli interessi delle cosche nell’edilizia. Si va dal fallimento di una grossa società di demolizioni della provincia di Lecco, al cui interno operavano come procacciatori d’affari un esponente della famiglia Strangio e un uomo vicino al clan BarbaroPapalia, alle lobby imprenditoriali che hanno investito tra Desio, Cesano e Seregno.

Non è la prima volta che gli investigatori antimafia si occupano di quest’area, dove negli anni Settanta emigrò il boss Natale Iamonte. Suo nipote, Natale Moscato, uno degli immobiliaristi più attivi nel circondario, fu coinvolto in vecchie indagini ma poi ne uscì assolto e ora è vicino a una fazione del Pdl a Desio. Dopo le indiscrezioni che tiravano in ballo Ponzoni, è stata l’opposizione in consiglio regionale – da Chiara Cremonesi, di Sinistra ecologia e libertà, a Giulio Cavalli dell’Italia dei valori – a chiederne le immediate dimissioni.

Stessa richiesta da parte del Pd, i cui consiglieri Giuseppe Civati e Gigi Ponti aggiungono: «Solo una settimana fa, in Provincia di Monza, dopo l’audizione del pm Mapelli sulle infiltrazioni mafiose, abbiamo capito che la Brianza è sotto attacco». Un po’ debole la difesa di Paolo Valentini, capogruppo Pdl al Pirellone: «È una questione personale, solo Ponzoni deve scegliere».

Cantieri, appalti e rifiuti: gli affari del clan Iamonte in Brianza. Così Desio è diventata la Melito del Nord

Fonte: http://www.milanomafia.com

Appalti e terreni edificabili, collusioni con gli ambienti della politica e un impero immobiliare. Il clan di Melito Porto Salvo controlla il triangolo tra Desio, Bovisio Masciago e Cesano Maderno. La terra del giudice Di Maggio

Il personaggio

Natale Iamonte è nato a Melito Porto Salvo il 7 maggio 1927. Ha precedenti per omicidio, associazione mafiosa e associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga

Iamonte è stato arrestato a Milano il 22 novembre del 1993 in un appartamento di via Ruccellai al confine tra il capoluogo lombardo e Sesto San Giovanni e sottoposto al carcere duro

Dopo l’arresto secondo i rapporti dell’Antimafia Natale lasciò il controllo della cosca ai figli Vincenzo e Giuseppe. Proprio Giuseppe è stato arrestato dai carabinieri dopo 12 anni di latitanza nel 2005 a Santo Stefano d’Aspromonte

Milano, 7 febbraio 2010 – Se Buccinasco è passata alla storia criminale come la Platì del Nord, questa terra di industrie e centri commerciali, con i terreni un tempo agricoli diventati oro per i palazzinari, è ormai la replica lombarda di un altro avamposto della ‘ndrangheta calabrese: Desio, frazione di Melito Porto Salvo. Qui, ripercorrendo i passaggi di un report sulla criminalità organizzata al Nord stilato dai carabinieri, ‘ndrangheta significa soprattutto una cosa: clan Iamonte-Moscato. Scrivono i carabinieri: “Per quanto attiene il territorio di Desio può dirsi che negli anni si sono succedute una serie di famiglie malavitose che hanno concentrato la loro azione criminale al fine di ottenere un pregnante controllo dell’intero territorio. In tale quadro un primo cenno va fatto alla famiglia Iamonte-Moscato, originaria di Melito Porto Salvo (Reggio Calabria) con area d’influenza in Desio, Bovisio Masciago e Cesano Maderno“. Il rapporto degli investigatori dell’Arma chiarisce anche gli interessi della cosca in Brianza: “Insistente sul territorio sin dai primi anni ’70, ha visto aumentare i propri interessi nel campo politico, commerciale ed immobiliare, fino a giungere all’apice nel lasso temporale compreso tra il settembre 1988 ed il marzo 1991, allorquando il capocosca Natale Iamonte ebbe a scontare gli obblighi impostigli dalla sorveglianza speciale di pubblica sicurezza proprio nel territorio desiano. Allo stato attuale, pur mantenendo l’affiliazione ad una ‘cosca perdente’, la famiglia Moscato continua a costituire un elemento di riferimento puntuale per gli interessi illeciti in Brianza”.

Il riferimento è al capocosca strico dei Iamonte, Natale Iamonte (nella foto), nato a Melito Porto Salvo il 7 maggio 1927, con numerosi precedenti per omicidio, associazione mafiosa e associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga. Proprio Iamonte è stato arrestato a Milano il 22 novembre del 1993 in un appartamento di via Ruccellai al confine tra il capoluogo lombardo e Sesto San Giovanni e sottoposto al carcere duro. Dopo l’arresto secondo i rapporti dell’Antimafia Natale lasciò il controllo della cosca ai figli Vincenzo e Giuseppe. Proprio Giuseppe è stato arrestato dai carabinieri dopo 12 anni di latitanza nel 2005 a Santo Stefano d’Aspromonte. Ma c’è di più, perchè Natale Iamonte sarebbe legato da vincoli di parentela (zio materno) a Natale Moscato classe 1944, imprenditore edile proprio di Desio. Moscato finì nei guai nel 1994 per un’inchiesta della Dia sul gruppo Iamonte. Ex assessore all’Urbanistica del Comune di Desio (1988), Moscato è stato per molti anni consigliere comunale del Psi. Un uomo chiave, secondo l’inchiesta, per i rapporti e le infiltrazioni della cosca nel tessuto economico di Desio. Natale venne arrestato, ma pochi giorni dopo il Tribunale revocò l’ordinanza di custodia cautelare e da quel momento le accuse nei confronti di Moscato e dei fratelli Annunziato (nel 1990 eletto nel consiglio comunale di Cesano Maderno nelle liste del Psi), Saverio e Quinto iniziarono a vacillare. Nonostante questo fu disposto il sequestro di beni per un valore presunto di 50 miliardi delle vecchie lire. Ma i guai con la giustizia per i fratelli Moscato si chiusero poi con una pioggia di assoluzioni nell’udienza preliminare “per non aver commesso il fatto”, ossia l’accusa di associazione mafiosa. Tanto che il 23 aprile del 1997 il Tribunale per le misure di prevenzione di Reggio Calabria chiuse ogni pendenza disponendo il dissequestro dei beni. Una brutta storia dalla quale la famiglia Moscato uscì a testa alta dalle aule del Tribunale. Il nome dei fratelli Moscato rientra però in un recente rapporto dell’Antimafia che vedrebbe la famiglia “impegnata sul fronte immobiliare nei comuni di Desio, Cesano Maderno e Seveso”. Nel rapporto si fa riferimento anche a presunti contatti con Vincenzo Rispoli, sotto inchiesta per associazione mafiosa, e i fratelli Vincenzo e Nunziato Mandalari.

Desio, 40 mila abitanti, è però indicato come area di influenza di un’altra fondamentale cosca calabrese, quella dei Mazzaferro. “L’organizzazione guidata da Giuseppe Mazzaferro ha goduto negli anni di autonomie operative rilevanti poiché gestiva gli interessi del clan a livello regionale”. E per questo viene citata l’operazione “I fiori della notte si san Vito” della Dda di Milano che ha evidenziato “una struttura capeggiata dallo stesso Mazzaferro e che vedeva al suo interno personaggi come Domenico Fortugno referente per Cesano Maderno, Leonardo e Francesco Odonini referenti per Varedo, Domenico Romeo e Giovanni Lamarmora, rispettivamente capo e responsabile di Limbiate, Paolo Crea e Demetrio Macheda, mandatari della gestione degli affari nei comuni di Desio e Muggiò. Gli interessi di Tale clan spaziavano dagli stupefacenti alle rapine, alla detenzione di armi ed esplosivi”. A Desio non manca neppure la presenza di Cosa Nostra con uomini legati al clan Agresta-Allia.

La cittadina brianzola finì al centro delle cronache anche nel settembre del 2000, quando i Ros arrestarno nell’operazione Scilla il consigliere comunale di Forza Italia a Cesano Madreno Domenico Zema, originario di Melito Porto Salvo e residente proprio a Desio. Anche per lui l’accusa di essere un uomo della cosca Iamonte in Lombardia. A Desio, nel settembre 2008 si torna a parlare di rapporti tra ‘ndrangheta e politica con l’arresto del boss del traffico di rifiuti Fortunato Stellittano classe 1965, caduto nella rete della polizia provinciale nell’ambito dell’operazione Star Wars. Secondo le accuse intorno alla famiglia Stellittano gravitavano una serie di aziende impegnate in scavi e movimento terra, che in realtà nascondevano un sistema organizzato per seppellire rifiuti speciali nei terreni brianzoli. A Desio, il 9 ottobre del 1996 si celebrarono i funerali del magistrato Francesco Di Maggio, pubblico ministero per anni in prima fila nelle inchieste antimafia. Fu lui nel settembre del 1984 a raccogliere le dichiarazioni del boss Angiolino Epaminonda. Le dichiarazioni del Tebano fecero luce su 44 omicidi e consentirono di estirpare il clan dei catanesi a Milano. (cg)

La faccia di Milano

I soliti turisti popolano piazza del Duomo la mattina. Una fila di studenti che si dirige verso l’università ed altra gente sparsa che cammina frettolosamente per raggiungere chi il posto di lavoro, chi la banca, chi la metro. E’ benestante Milano: corso Vittorio Emanuele è uno sfarzo unico con i suoi tavolini davanti ai quali sei passato mille volte e non ti sei mai fermato per la paura di chiedere anche solo un caffè in questi posti di lusso. E’ viva Milano: c’è sempre gente, ovunque. All’aperitivo le colonne di San Lorenzo sono piene di ragazzi che si incontrano per cacciare via i pensieri di una giornata intera fatta di preoccupazioni e troppe responsabilità. La sera i navigli uniscono e raccolgono la bella gente che vuole solo divertirsi e ridere in compagnia. E’ proprio bella Milano: questa Milano!

Ma Milano è troppo per fermarsi solo a questo, e allora ecco che è capace anche di superare sé stessa e senza mostrarsi vivere un’altra esistenza. La gente è sempre tanta, però fa le code in pieno giorno a Quarto Oggiaro per comprarsi la dose quotidiana di cocaina. La ‘Ndrangheta ha il monopolio assoluto e nel vecchio e malfamato quartiere del capoluogo ha soltanto le radici di un albero che si fa sempre più potente e maestoso e con i propri rami impone la propria ombra su tutta la provincia, ed oltre.
La neve non è solo un problema meteorologico, è un problema sociale. Con oltre 20mila cocainomani Milano rifornisce le casse della mafia fruttando milioni. Milioni che poi reinveste aggiudicandosi i migliori appalti e controllando completamente il mercato dell’edilizia. Barbaro-Papalia la cosca che controlla interi paesi come Corsico, Assago e Buccinasco. Ti sposti più a nord e la famiglia Condello si spartisce il territorio insieme ai Novella nel gestire le zone che vedranno ospite l’Expo2015. Non bastasse, i Coco-Trovato hanno consolidato la loro egemonia in nella nuova provincia di Monza e Brianza.

Stupefacenti, prostituzione e racket portano soldi, a volte anche troppi. Ed ecco che la mafia è costretta a ripulire il denaro sporco. Le intimidazioni e le estorsioni ai danni di imprenditori sembrano quasi storia antica. Oggi, a Milano, sono gli imprenditori a sfruttare la mafia per fare ancora più soldi. Rimane solo da trovare qualche perito di Tribunale compiacente, un amministratore comunale che chiude un occhio, qualche addetto al rilascio pratiche edilizie ed ecco che il piano è servito: riciclaggio, arricchimento e controllo del territorio assicurati.

Almeno una cosa è certa: a Milano non ci si ammazza, si va d’accordo. Il business prima di tutto è la parola d’ordine fra i boss. E allora si organizzano grandi cene dove Cosa Nostra, Camorra ed ‘Ndrangheta stringono sempre più alleanze per non pestarsi i piedi a vicenda. Poi magari capita che nello stesso periodo ci siano le elezioni, ed allora a cena perché non invitare qualche politico? Magari capita che ad organizzarla sia Salvatore Morabito, e che questa sia in onore di Alessandro Colucci, e che lo stesso Colucci divenga Consigliere Regionale; oppure che Giovanni Cinque, esponente degli Arena, si trovi in qualche modo a contatto Vincenzo Giudice, che casualmente è sia Consigliere Comunale che Presidente di una società partecipata dal capoluogo lombardo.
Ma a Milano, appunto, almeno non si ammazza. Non si ammazza finchè non riesci a ricollegare proprio quel corpo a quell’esatto avvenimento, risalendo a quella data causa per cui Giovanni Di Muro, ucciso in pieno centro in zona San Siro, muore ed era casualmente legato al boss Pepè Onorato.

Tutto questo, purtroppo, non è frutto di una doppia faccia. Milano di faccia ne ha una sola: quella buona che nasconde quella cattiva.

Massimo Brugnone

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