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Da stasera siete collusi con la dignità

Fonte: StampoAntimafioso

Sabato 9 Luglio, in Piazza Sant’Ambrogio a Lonate Pozzolo, davanti a circa 200 persone di ogni età,  è andato in scena lo spettacolo “Nomi, Cognomi e Infami” dell’attore e consigliere regionale Giulio Cavalli.

Di Roberto Nicolini

Nella tana del lupo e senza paura. Perché dopo la sentenza del processo “Bad Boys” non bisogna più averne, di paura. Non bisogna più avere alcun timore di gridare l’esistenza della locale ‘ndranghetista di Lonate Pozzolo-Legnano, di accusare alcune persone di essere mafiose. È l’idea di fondo dello sprono introduttivo di Massimo Brugnone, coordinatore regionale del movimento Ammazzateci Tutti nonché organizzatore della serata.  Con lo sguardo fisso sul pubblico, con una sicurezza che non sempre si trova in un ventenne,  scandisce al microfono i nomi e le condanne del processo conclusosi lunedì a Busto Arsizio. Risuonano i nomi di Esposito Antonio, Filippelli Nicodemo, De Castro Emanuele, Murano Vincenzo, i lonatesi “cattivi” e condannati. Ma per non fare di tutta l’erba un fascio, bisogna dimostrare che i lonatesi sono gente onesta. “Bisogna dimostrare di essere di più e farlo orgogliosamente, mantenendo l’umiltà di imparare”, è l’idea di Brugnone, secondo cui è necessario trovare il coraggio di denunciare e di fidarsi della giustizia. Il giovane organizzatore chiude l’introduzione allo spettacolo, apertasi con due discorsi di Borsellino sul dovere di smuovere le coscienze e sulla forza di reagire, soprattutto della gioventù, ringraziando le autorità di Lonate, in particolare il consiglio comunale e il gruppo di lavoro per la legalità, che hanno permesso la serata e che si stanno muovendo per fornire una sede ai ragazzi di Ammazzateci Tutti sul suolo di Lonate, per decontaminarlo dalla presenza mafiosa.

Ma per liberarsi dalla pressa criminale bisogna anzitutto parlarne. Il potere della parola. “Questo non è uno spettacolo teatrale”, “stasera va in scena la parola” esordisce Giulio Cavalli. E continua, “la risata è l’arma più forte” perché davanti ad essa “la mafia si sgretola”. Parole forti, scomode, dette energicamente nella piazza principale di una cittadina lombarda ormai simbolo della colonizzazione ‘ndranghetista al Nord. Cavalli sa affrontare discorsi ostici con semplicità, con parole accessibili a tutto il pubblico presente, degne di un’artista che, nonostante sotto scorta, non rinuncia a chiacchierare con le persone in attesa del suo spettacolo. L’artista usa l’ironia e, a tratti, un pizzico di volgarità per spingere la gente a riflettere. Per non tradire il titolo dello spettacolo, Cavalli fa i nomi, racconta storie di personaggi di mafia, li insulta, li irride. Vuole mettere il re a nudo. È il ruolo del giullare, dell’Arlecchino, come lui sottolinea più volte, che vuol divertire il pubblico denigrando il potere e suscitando reazioni nel popolo. Bisogna farlo perché la Lombardia è “una regione che non si accorge”, dove la mafia “è entrata nei Martini come un’oliva”. Ma Cavalli non racconta solo i cattivi, i veri infami. Il magistrato Bruno Caccia, il sindaco di Gela, Rosario Crocetta, il giornalista Giuseppe “Pippo” Fava, anche loro, quelli che hanno sacrificato la loro vita per una giusta causa, trovano spazio nella narrativa perché “il silenzio è complice”. Chi non parla aiuta la criminalità. Bisogna “decidere da che parte stare diventando partigiani” poiché “l’indifferenza è incostituzionale”. Cavalli va oltre e rincara la dose, “non potete dire di non sapere” e “dopo stasera, siete collusi con la dignità”.

Le persone, nonostante le avvisaglie di temporale date dai fulmini e da un venticello che fa sventolare per bene le bandiere di Ammazzateci tutti, rimangono, tutte, fino alla fine, anche coloro che non sono riuscite a trovar posto a sedere. Gli applausi finali, prima al solo Cavalli poi alla stretta di mano -invocata da Brugnone  per dimostrare che l’antimafia non ha bandiere politiche- tra l’attore (Sel) e il sindaco di Lonate (Pdl) non sono lunghissimi, vista anche l’avversione dell’artista per questi, ma si sente nell’aria, dal suono pieno, che sono applausi intensi, che vengono da dentro. L’artista e gli organizzatori sono riusciti nel loro intento. Così, si chiude positivamente un altro capitolo della lotta alla mafia nel varesotto. Lotta nella quale, la società civile e la giustizia sembrano correre affiancati come due treni, ma ad alta velocità.

Nomi e condanne in piazza, Cavalli deride la ‘ndrangheta

Fonte: http://www.varesenews.it

Successo per lo spettacolo in piazza Sant’Ambrogio dell’attore e consigliere regionale lodigiano, invitato in piazza da Ammazzateci Tutti e dal gruppo della legalità. Brugnone: “Presto una sede in paese”

Mentre a Milano fioccano le richieste di condanna da parte dell’accusa nel processo Infinito (1000 anni di carcere in totale), a Lonate Pozzolo si comincia un nuovo corso con Giulio Cavalli in piazza e i ragazzi di Ammazzateci Tutti che provano a portare un po’ di ossigeno della legalità in un paese che stava morendo asfissiato dalla presenza di una locale di ‘ndrangheta tra le più antiche e le più attive in tutta la Lombardia, una locale che è stata certificata da una sentenza del tribunale di Busto Arsizio. E la lunga lista dei condannati ha aperto lo spettacolo di Giulio Cavalli, attore in prima linea contro la mafia al Nord e consigliere regionale di Sinistra Ecologia e Libertà. La lista dei condannati nel processo Bad Boys la legge Massimo Brugnone, voce ferma e sguardo sul pubblico mentre un’imponente apparato di sicurezza, coordinato dal maggiore dei Carabinieri di Busto Arsizio Gianluigi Cirtoli, fa buona guardia nella piazza sant’Ambrogio.

Davanti a circa 200 persone, in prima fila sindaco e giunta al completo, Giulio Cavalli inizia il suo monologo fatto di storie che prendono a schiaffi la ‘ndrangheta, la deridono e lui deride gli uomini che ne fanno parte, il loro atteggiarsi, le loro manie di grandezza, la loro mancanza di cultura. Lo spettacolo parte da Gela (il piano per uccidere l’ex-sindaco Crocetta) e sale fino a Milano (la ‘ndrangheta a 100 passi dal Duomo), poi punta sul Varesotto (con le intercettazioni delle conversazioni tra Nicodemo Filippelli e Fabio Zocchi), poi tocca Desio, Torino (con l’assassinio del magistrato Bruno Caccia) e, infine la lettura di un testo di Giuseppe Fava, scrittore e drammaturgo catanese ucciso nel 1984 dalla mafia per il suo grande impegno sociale e civile contro le organizzazioni criminali che stavano insanguinando la Sicilia: “Ora siete tutti collusi – ha detto in chiusura Cavalli guardando il pubblico – siete collusi con la dignità. Non potrete dire io non sapevo”.

Uno spettacolo che ha fatto nomi e cognomi dei veri infami; quelli che, come ha ricordato Brugnone all’inizio, “hanno fatto mangiare le cambiali a Fabio Lonati”, quelli che spadroneggiavano nei bar di Lonate bevendo e mangiando gratis, quelli che coprivano la fuga di latitanti come Silvio Farao, quelli che picchiavano a sangue chiunque non pagasse quanto dovuto per tempo, quelli che incendiavano auto e cantieri di chi non faceva quello che loro chiedevano. Questi sono gli infami dei quali Lonate Pozzolo vorrebbe liberarsi una volta per sempre anche grazie al lavoro del gruppo della legalità sorto in seno al consiglio comunale e che ha dato a Massimo Brugnone e ai ragazzi di Ammazzateci Tutti le chiavi per aprire il portone del silenzio e irrompere, molto probabilmente, con una sede. L’assessore alla cultura Simontacchi l’ha promessa e a breve potrebbe rendersi disponibile un locale che possa diventare presidio di legalità. Infine il sindaco Piergiulio Gelosa è salito sul palco per stringere la mano all’attore e consegnare il libro su Lonate Pozzolo.

Tra il pubblico, ieri sera, c’erano anche molti calabresi (qui sono quasi tutti di Cirò Marina) onesti che hanno voluto essere presenti per testimoniare la loro appartenenza a questo luogo e il loro contributo alla crescita economica e civile di Lonate. Il resto è solo chiacchericcio di chi ha perso tutto e si trova davanti il muro della legalità, alto e costruito con un buon materiale: i giovani che hanno saputo alzare la testa di fronte all’ingiustizia.

Nella relazione della DNA per il 2008, il magistrato Vincenzo Macrì fa il punto sull’espansione della ‘ndrangheta al Nord. Riflettore puntato anche su Buccinasco, Brescia e Torino.

qui la relazione integrale: relazione-annuale-dna. 2008

Pubblichiamo integralmente il brano della relazione dedicato alla ‘ndrangheta al Nord.

A differenza di altre organizzazioni mafiose (Cosa Nostra, ad esempio, è sicuramente Palermo-centrica), la ‘ndrangheta è policentrica, nel senso che non ha una sola capitale, ma una serie di capitali, in Italia e all’estero, collocate laddove la sua presenza assume aspetti più estesi per numero
di affiliati, per numero di cosche operanti, per rilevanza degli interessi economici in esse presenti. E’ il caso di Milano, capitale della Lombardia, regione che, tradizionalmente, ha visto la presenza della ‘ndrangheta in misura ampia e pervasiva, seconda solo al territorio calabrese. E non è una presenza che risale a questi anni. Si dimentica che negli anni ’70 e ’80, la Lombardia è stata al centro dei sequestri di persona, cioè dell’attività criminale più odiosa e feroce messa in atto della ‘ndrangheta, al fine di realizzare quella accumulazione di capitale che le avrebbe consentito di entrare, negli anni ’90, da protagonista nel mercato internazionale della droga. L’elevatissimo numero dei sequestri consumati dalla ‘ndrangheta in Lombardia è la dimostrazione di come la sua operatività su quel territorio fosse elevatissima sin da allora, non potendosi compiere altrimenti quel genere di reati senza una conoscenza approfondita del territorio, delle risorse in esso presenti, delle occasioni di profitto offerte. L’affermazione dunque che Milano sia la capitale della ‘ndrangheta, quanto meno sotto il profilo economico finanziario, non deve destare stupore, né dare scandalo, quasi che si fosse con tale definizione, imbrattato un territorio immune da questo tipo di contaminazioni. Non è così, come sa bene la DDA di Milano, che, nel corso di tutti gli anni ’90, si è occupata quasi esclusivamente del fenomeno ‘ndrangheta in Lombardia, grazie anche ad una lunga e qualificata serie di collaboratori, che hanno consentito di disvelare i suoi organigrammi, gli insediamenti, le attività, gli interessi, la rete di copertura anche istituzionale di cui essa godeva. Accanto alle indagini giudiziarie, vi è poi l’attività, preziosa, delle Commissioni parlamentari d’inchiesta, che hanno dedicato alle infiltrazioni delle mafie nel Nord un’attenzione particolare, le cui relazioni andrebbero forse rilette per cogliere i dati di una realtà criminale, a lungo sottovalutata.


Ancora, nella relazione per l’anno in corso sulla DDA di Milano, vengono segnalate non solo le consuete attività di traffico internazionale di droga, con al centro le altrettanto consuete cosche ioniche operative nel settore, ma anche fenomeni di tipo diverso, come ad esempio, quelle di cui al proc. pen. n. 30500/04 R.G.N.R., della ordinanza di custodia cautelare in carcere del GIP di Milano per il delitto di cui all’art. 416 bis c.p., in data 10.07.2008. Nell’ordinanza di misura cautelare, ai principali indagati appartenenti alla articolazione lombarda delle famiglie BARBARO-PAPALIA di Platì (tra loro legate anche da vincoli parentali), si addebita che, sotto l’egida di BARBARO Salvatore (genero del noto PAPALIA Rocco, in atto detenuto), e strettamente collaborato da PAPALIA Pasquale (figlio di PAPALIA Antonio, fratello di Rocco ed anch’egli detenuto), avrebbero acquisito “il controllo della attività di movimento terra nell’ambito territoriale della
zona sud ovest dell’interland milanese
”, in particolare “nel territorio del Comune di Buccinasco”, imponendo “agli operatori economici la loro necessaria presenza negli interventi immobiliari”. Il tutto attraverso intimidazioni consistite in “danneggiamenti e incendi sui cantieri, esplosioni di colpi d’arma da fuoco contro beni di altri imprenditori, incendi di vetture in uso a concorrenti o a pubblici amministratori, minacce a mano armata, imposizione di un sovrapprezzo nei lavoratori di scavo”. Una attività del genere lascia intendere, a coloro che conoscono il tipico modo di procedere delle cosche calabresi, che è in atto una vera e propria conquista del territorio, al fine di sfruttarne tutte le potenzialità economiche (assai maggiori, si converrà, rispetto a quelle offerte nei territori di origine), attraverso i tipici metodi di intimidazione, dissuasione violenta, nei confronti degli operatori economici locali, che, è prevedibile, nel giro di alcuni anni, si vedranno
soppiantati ed estromessi, almeno per quanto attiene il settore dell’edilizia pubblica e privata.

La circostanza che l’area di Milano ospiterà l’Expo 2015, con il giro di opere pubbliche e dei conseguenti interventi finanziari ed investimenti immobiliari che ruotano intorno all’evento, dimostra a sufficienza quali siano gli interessi in gioco, maggiori persino ipotizzabili dalla realizzazione del ponte sullo Stretto di Messina, e quali gli appetiti mafiosi che si scateneranno, con il corollario di violenza verso i concorrenti esterni, regolamenti interni, e quant’altro accompagna di solito tali realizzazioni.
Gli esperti sanno bene che prospettive di tale portata comportano anche un riassetto, un riposizionamento organizzativo delle cosche sul territorio, in modo da adattare le strutture ai nuovi impegni imprenditoriali. Come ricorda la relazione sulla DDA di Milano, una delle più significative indagini svolte dalla DDA di Milano in tema di associazione per delinquere di tipo mafioso, quella recante il n. 43733/06 R.G.N.R., “ha proprio per oggetto la individuazione e neutralizzazione di aggregazioni in territorio lombardo di formazioni di tipo ‘ndranghetistico, costituenti veri e propri “locali” , la cui esistenza pone in serio pericolo il tranquillo svolgersi della vita della collettività interessata da tali presenze, che non sono puramente formali, ma incidono sostanzialmente sul tessuto sociale anche attraverso la esecuzione di gravi azioni delittuose che quella collettività turbano notevolmente. E grave sarebbe se in essa si determinasse una sorta di assuefazione che sarebbe l’anticamera della predisposizione alla convivenza col fenomeno mafioso, in termini di sua accettazione e, peggio ancora, sfruttamento a scopi utilitaristici, come si è già notato in alcuni settori e puntualmente segnalato con la precedente relazione.
L’aspetto di tale importantissima indagine che desta maggiore preoccupazione è quello, illustrato nella citata relazione, secondo il quale “L’indagine in questione, altresì, consente di confermare una realtà che da un po’ di tempo si constata in territorio lombardo, e cioè quella del progressivo affrancamento delle formazioni criminali mafiose di matrice calabrese dalla “madrepatria” calabra, in termini di sostanziale autonomia delle associazioni per delinquere di tipo mafioso
che si sono costituite
, o vanno costituendosi, resa anche evidente dal fatto che le aggregazioni lombarde non ripetono la rigida ripartizione territoriale di quelle calabresi.”…E ancora “In altri termini, il fenomeno che in passato si era constatato, dell’occasionale coagularsi nel territorio in questione di gruppi di ‘ndrangheta di matrice diversa ed anche contrapposta in Calabria in alcuni momenti storici, oggi appare “istituzionalizzarsi” in forma stabile ed organica, pur permanendo sempre i rapporti con le zone d’origine, non in termini di dipendenza funzionale, bensì di interscambio operativo all’occorrenza e di riconoscimento da parte delle strutture lombarde della “primogenitura” di quelle calabresi”.

Par di capire, insomma, che si è alla vigilia di una vera e propria rivoluzione copernicana. Non vi sono più tanti satelliti che ruotano ad un unico sole (la ‘ndrangheta di San Luca), ma una struttura federata, disposta a dialogare con la vecchia casa-madre, ma non più a dipendere da essa, sia quanto alla nomina dei responsabili della periferia dell’impero, sia quanto all’adozione delle
nuove strategie e alla condivisione dei profitti. La ‘ndrangheta avrà, in tal modo, completato il suo lungo percorso di occupazione della più ricca e produttiva regione del paese. Non più un’occupazione precaria, ma definitiva, con strutture permanenti di direzione, con il territorio rigidamente suddiviso. “In pratica- secondo la relazione della DDA – corpi separati ma provenienti dal medesimo ceppo, e viventi nell’ambito di quella che può definirsi una “coesistenza autonoma
ma interattiva”. Quando l’indagine sarà conclusa sarà possibile trarre ulteriori elementi di conoscenza, ma se il quadro prospettato dai magistrati di questo Ufficio dovesse essere confermato, non sarà difficile comprendere, a chiunque, che nel giro di pochi anni, i rapporti di forza potrebbero rovesciarsi e, davvero, i centri decisionali potrebbero spostarsi dalla Calabria alla Lombardia.
Non è un caso, se esponenti della ‘ndrangheta calabrese, quali SERGI Paolo e PIROMALLI Antonio, siano stati catturati proprio a Milano, da dove dirigevano il primo traffici di droga transnazionali, il secondo lucrosi affari e collegamenti con esponenti della politica e delle istituzioni.
Non dissimile appare la situazione nel territorio di Brescia, stando alla relazione sulla DDA di quel distretto, stante la segnalata presenza di organizzazioni facenti capo a ‘ndrangheta e camorra nell’area del basso lago di Garda che “condizionava e condiziona tuttora il tessuto sociale e le iniziative di intrapresa finanziaria”. D’altra parte – prosegue la relazione – “è ben nota la massiccia presenza, da decenni, della ‘ndrangheta calabrese, nell’area lombarda.
L’intensa operatività e pericolosità di sodalizi di matrice ‘ndranghetista si è delineata concretamente a più riprese sul territorio bresciano, alla luce delle tante investigazioni sviluppate e condotte a termine”. Tra le cosche di cui viene segnalata la presenza vi sono quelle BELLOCCO, nell’ambito dell’operazione Narcos, quelle originarie di Fabrizia di cui all’operazione Cometa, oltre ai risultati dell’operazione Esodo. Degna di segnalazione è la sinergia che si sarebbe realizzata tra ‘ndrangheta e mafie estere, e alla luce di una indagine dalla quale “è emerso l’interesse di facoltosi soggetti russi, che intendono “investire” in Italia – sia tramite l’acquisto di beni immobili sia tramite l’acquisizione di complessi aziendali – capitali plurimilionari, che sono risultati pervenire da società off shore, operanti in paesi noti come paradisi fiscali. Nell’ambito di tale procedimento è altresì emersa l’esistenza di contatti fra gli investitori esteri e soggetti di origine calabrese, in parte già oggetto d’indagine della DDA bresciana ed in parte di interesse investigativo per la DDA di Reggio Calabria, con la quale è stata avviata collaborazione investigativa al riguardo: in particolare, i calabresi appaiono svolgere il ruolo di “procacciatori di affari” per i soggetti stranieri ed in siffatto contesto si è rilevato l’interessamento per l’acquisizione di una raffineria”.

La ‘ndrangheta è presente anche in Piemonte, tradizionale territorio di insediamento di numerose cosche calabresi, e talmente aggressive da potere ideare e realizzare, in passato, l’omicidio del Procuratore della Repubblica di Torino, Bruno Caccia. Fatta eccezione per la mafia catanese, è la ‘ndrangheta la protagonista della scena criminale piemontese, tanto sul versante del traffico di
droga, quanto su quello più propriamente definibile di controllo del territorio, quest’ultimo in fase di sicuro rafforzamento. Secondo la relazione sulla DDA di Torino la ‘ndrangheta calabrese, che in Piemonte ha una sua tradizionale e consolidata roccaforte, seconda, fuori dalla Calabria, solo a quella realizzata in Lombardia. “Essa è presente in tutto il Piemonte, è dedita ancora al traffico di
sostanze stupefacenti, sia pure limitato alla fase organizzativa, i contrasti interni sono ridotti e solo raramente risolti con la violenza, le estorsioni sono realizzate attraverso il condizionamento e l’intimidazione ambientale, più che con l’esercizio di pratiche di violenza esplicita, mentre la ripartizione delle zone e dei settori di influenza tra cosche è regolata da rigorosi criteri di suddivisione territoriale.
Le attività di interesse continuano ad essere quelle del traffico di droga, anche se l’uccisione di MARANDO Pasquale, l’arresto del fratello Domenico, e la sostanziale perdita di influenza della famiglia omonima, ha sicuramente determinato l’ascesa di nuovi gruppi dirigenti in tale genere di attività. Permangono le attività di controllo del territorio nella sua accezione più vasta, che va dalle
estorsioni, al controllo, se non totale, di appalti e subappalti di lavori pubblici e privati, al riciclaggio, alle attività illegali secondarie, quali il controllo delle bische clandestine. Anche la ‘ndrangheta, seguendo in qualche modo un processo che interessa l’intero territorio nazionale, ha in corso, in Piemonte, un processo di trasformazione, di riorganizzazione, di redistribuzione di incarichi e ruoli all’interno dei “locali”. Tale processo può trovare spiegazione nella circostanza
che si stanno allentando, per varie ragioni che non è qui il caso di analizzare, i legami con i territori di origine, essendo maturate, nel corso degli anni, nuove esperienze, nuove esigenze, nuove forme di presenza, non necessariamente legate ai vecchi moduli del passato.
Occorre ancora tenere presente che negli ultimi due anni sono avvenute le scarcerazioni per espiazione pena di alcuni elementi di vertice della ‘ndrangheta calabrese, che, o hanno ripreso il loro ruolo di direzione, ovvero stanno tentando di farlo, riannodando vecchie alleanze e reinserendosi in alcune delle attività più lucrose”.

Consigliere Vincenzo Macrì
Dalla relazione annuale della Direzione nazionale antimafia
1° luglio 2007 – 30 giugno 2008

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