• Archivi

  • Foto Ammazzatecitutti Lombardia

La ‘ndrangheta lavora al Tribunale di Milano La storia clamorosa di due appalti pubblici

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

La vicenda riguarda alcuni uomini vicini alla cosca Barbaro-Papalia. Secondo le informative della Dia i cantieri andarono a una ditta pulita, ma i lavori furono effettuati da uomini vicini alle cosche che hanno lavorato oltre che al palazzo di giustizia anche alla ristrutturazione di una casa vacanza ad Andora

Imprenditori puliti che ci mettono faccia e società. Imprenditori mafiosi che stanno dietro le quinte dell’appalto e incassano le commesse. Il gioco non è complicato. Le ultime inchieste sulla ‘ndrangheta a Milano lo hanno dimostrato chiaramente. Alla sbarra così sono finiti imprenditori dal pedigree rigorosamente padano come Maurizio Luraghi e Ivano Perego. Il primo accusato e condannato per associazione mafiosa. Il secondo ancora in attesa di giudizio. Grazie a loro i boss alla milanese si sono aggiudicati speculazioni edilizie e appalti pubblici. La Perego strade, addirittura, ha lavorato allo scavo per la costruzione della nuova sede del palazzo di Giustizia di Milano.

Eppure c’è dell’altro. Un azzardo ulteriore che ha portato gli uomini della ‘ndrangheta a ottenere appalti per la manutenzione degli impianti elettrici anche all’interno dell’attuale Tribunale del capoluogo lombardo. Il dato, inedito, emerge dalle pieghe degli atti dell’inchiesta Parco sud che il 3 novembre 2009 ha chiuso i conti con la cosca Barbaro-Papalia, famiglia di ‘ndrangheta da anni residente a Buccinasco, comune a sud-ovest di Milano. Di più: sempre le stesse persone riconducibili al clan e che, come i loro capi, nel gennaio 2010 saranno condannate in primo grado, sono riuscite ad aggiudicarsi appalti del Comune di Milano.

La storia inizia nell’inverno del 2008. In quel periodo, i boss della cosca si trovano in carcere. I gregari, invece, sono liberi e operativi. Due di loro, Franco Michele Mazzone e Nicola Carbone,stanno svolgendo lavori per conto della C.e.b. Electric di Caludio Papani, imprenditore di Novate milanese che non verrà sfiorato dall’inchiesta. Ecco, allora, cosa annotano gli uomini della Dia in un’informativa del 21 novembre 2008: “I lavori per conto di Papani sono quelli di un immobile nel comune di Andora e presso il palazzo di Giustizia di Milano”. I cantieri in Liguria riguardano una delle Casa vacanza di proprietà del comune di Milano. Un dato confermato dal documento dall’Ufficio strutture scolastiche. Secondo il quale Papani si è aggiudicato un appalto “per montanti e dorsali elettrici” del valore di 70mila euro. Oggi sul sito del comune di Milano la residenza viene descritta come “una splendida costruzione completamente ristrutturata, racchiusa tra pini e piante mediterranee, con accesso diretto alla spiaggia privata e priva di barriere architettoniche. Nel grande parco, vasti spazi di gioco e attrezzature sportive. Età degli ospiti: 6/11 anni”. Dalle intercettazioni, depositate agli atti dell’indagine Parco sud, emerge come Mazzone da questo lavoro voglia ricavare fino a 300mila euro. Un bel tesoretto che non fa gola solo a lui. In pista, infatti, c’è anche Giuseppe Andronaco (non indagato), imprenditore calabrese molto vicino al giovane Domenico Papalia, boss in ascesa con i giusti quarti di nobiltà mafiosa.

Insomma, le cosche in Lombardia arrivano ovunque e guadagnano su tutto. Il metodo, come si diceva, è sempre lo stesso. “Papani ha assunto alcuni dipendenti di Mazzone, non potendo quest’ultimo ricevere il subappalto”. Il perché lo racconta la storia criminale dello stesso Mazzone scritta dal gip Giuseppe Gennari nella sua ordinanza del 2009. Il giudice lo descrive come persona di fiducia di Salvatore Barbaro, il piccolo principe delle cosche, che ha sposato Serafina Papalia, figlia di Rocco Papalia, per anni reggente degli affari mafiosi al nord. Mazzone, secondo gli investigatori, si è preso l’incarico di minacciare Luraghi e la sua famiglia dopo che l’imprenditore ha deciso di collaborare con la magistratura.

Per conto della cosca Barbaro-Papalia, Mazzone ritira “somme di denaro nei cantieri dove l’organizzazione ha cointeressenze, fornendo la sua collaborazione per le esigenze quotidiane, quale gestore per conto della “ famiglia” degli affari illeciti, in particolare prendendo in affitto l’ appartamento di Assago via Caduti in cui si è nascosto il latitante Paolo Sergi“. Mazzone, inizialmente indagato anche per associazione mafiosa, alla fine verrà condannato a cinque anni e otto mesi per altri reati. Tra questi la detenzione “di armi comuni da sparo, alcune clandestine, armi e munizionamento da guerra, e una bomba a mano”. Dal suo curriculum spunta anche un bel po’ di droga, circa quattro chili di cocaina. Lo stesso spartito vale per Nicola Carbone condannato in primo grado a sei anni.

Il 29 ottobre 2008 Mazzone è al telefono con un tale Pasquale al quale conferma che si occuperà dei lavori elettrici all’interno del tribunale. Nello stesso giorno Claudio Papani chiama Mazzone per chiedergli i nomi delle persone che andranno a lavorare a palazzo di Giustizia. Due giorni dopo sono di nuovo al telefono. Papani comunica a Mazzone gli stipendi degli operai, dopodiché lo invita a mandare le carte d’identità degli operai. Quindi gli dice di “licenziare i ragazzi” per poi poterli assumere lui. Il 4 novembre successivo i lavori iniziano. Il giorno prima “Mazzone chiama Papani il quale gli dice che da domani i ragazzi possono iniziare a lavorare al Tribunale”.

A questo punto l’informativa della Dia conclude chiedendo all’autorità giudiziaria una proroga alle intercettazioni. Ad oggi l’inchiesta resta aperta. E Mazzone non è indagato per questa vicenda. Un fatto, però, è certo. Seguendo le tracce della ‘ndrangheta che fa affari in riva al Naviglio si rischia di imbattersi in storie come queste, che mettono in fila gli interessi mafiosi con appalti ad alto rischio come quello nel palazzo di Giustizia di Milano.

Omertà in Lombardia, Boccassini: “Nessuno denuncia le minacce della ‘ndrangheta”

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

di Mario Portanova

La coordinatrice della Direzione distrettuale antimafia di Milano parla di criminalità organizzata al nord all’Università statale: “Betoniere in fiamme, capannoni distrutti, colpi di pistola. Ma i danneggiati non vanno dalla polizia”

“In certi paesi vicino a Milano ci sono le vedette della ‘ndrangheta che vanno in allarme all’arrivo di ogni estraneo. E ci sono famiglie il cui solo nome incute timore reverenziale negli abitanti, senza neppure il bisogno di chiedere o minacciare. Certo che non è come a Locri, ma comunque è impressionante”. Ilda Boccassini, coordinatrice della Direzione distrettuale antimafia di Milano, torna sul tema più urticante, l’omertà in salsa lombarda, un muro contro cui si scontrano spesso i suoi investigatori a caccia di boss e picciotti.

Lo fa in un’aula gremita da circa 400 persone, studenti ma non solo, alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università statale, in uno dei seminari sulla mafia al Nord organizzato da tutti gli atenei milanesi insieme a Libera. Qualche settimana fa aveva preso la parola un altro personaggio autorevole e generalmente schivo, il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi.

Prima di cominciare, Boccassini fa sgomberare le telecamere di televisioni e siti web, perché quello deve restare “un momento di riflessione con gli studenti”. Una riflessione che spesso scivola sui temi caldi dell’attualità, a cominciare dalla difesa appassionata dell’articolo 109 della Costituzione, che mette la polizia giudiziaria all’esclusiva dipendenza dei pm ed è nel mirino delle “riforme” del centrodestra. Ma ce n’è anche per i colleghi magistrati “che devono stare lontano dai riflettori e non andare alle manifestazioni”, o per la gestione della collaborazione di Massimo Ciancimino, “a cui io non avrei dato credito”.

Il magistrato – impegnato anche nel delicatissimo caso Ruby-Berlusconi – ricorda l’inizio dell’inchiesta Crimine-Infinito, che nel luglio dell’anno scorso ha portato in carcere circa 160 presunti ‘ndranghetisti lombardi: “Per un anno e mezzo ho chiesto di essere informata giorno per giorno su incendi e danneggiamenti. Betoniere che andavano a fuoco, capannoni distrutti, colpi di pistola contro assessori o messi comunali, episodi concentrati in zone ben precise. Nessuno dei danneggiati ha mai fornito alle forze dell’ordine il minimo indizio, nessuno ha mai ammesso di avere ricevuto minacce”.

Lo stesso vale per le vittime di usura – una delle principali attività della ‘ndrangheta in Lombardia, con risvolti tragici sulla vita di molte famiglie – alcune delle quali hanno sperimentato la linea dura della Dda finendo in carcere dopo testimonianze reticenti. “Ricordo la morte di Libero Grassi, non è facile dire no a Palermo e non è facile dire no neppure a Milano. Però a volte la comprensione per le vittime fa sì che non si faccia pulizia all’interno delle associazioni imprenditoriali. Invece ben vengano i codici etici e le espulsioni, come ha fatto Confindustria a Palermo e come stanno facendo i costruttori milanesi di Assimpredil. Piccoli passi, ma è un inizio”.

L’omertà è figlia della paura, ma non solo. Perché quando un imprenditore nordico doc fa smaltire rifiuti pericolosi a un prezzo nettamente inferiore a quello di mercato, sa benissimo che andranno a finire in un buco a bordo strada o, peggio, nelle viscere di qualche cantiere modello. “E’ come comprare una borsa di Gucci a 200 euro: è ovvio che o è falsa o c’è qualcosa sotto”, sintetizza Boccassini.

Così diversi colletti bianchi nati e cresciuti a Milano o in Brianza sono finiti in carcere con l’accusa di associazione mafiosa, tanto quanto i calabresi dell’Aspromonte o del crotonese con cui facevano affari. Ai futuri magistrati e avvocati che riempiono l’aula, la coordinatrice della Dda spiega che ormai anche in Lombardia ricorrono a pieno titolo certi commi dell’articolo 416 bis, “inventato” per la Sicilia di Cosa nostra nel 1982. “Se i mafiosi possono condizionare il voto o mettere fuori mercato le imprese che rispettano le regole, allora minacciano la tenuta della democrazia”.

Un amaro risveglio, dopo anni di torpore in cui la mafia al nord non esisteva, era una favola, una speculazione politica. Come è accaduto? Ilda Boccassini non trattiene le critiche: “Certo, nel 1992-1993 ci sono state grandi indagini a Milano e in Lombardia, anche grazie ai collaboratori di giustizia, ma è mancata una visione unitaria e completa”. Furono smantellati i clan più potenti, come i Sergi-Papalia a Buccinasco e i Coco Trovato a Lecco, “ma non si colse il radicamento che già c’era, anche nelle istituzioni, anche nel movimento terra, tutte cose di cui discutiamo oggi ma che erano sotto gli occhi di tutti già allora. C’è stato un buco investigativo, invece si sarebbe dovuto applicare il metodo Falcone, aggredire l’organizzazione nel suo complesso”.

Ed ecco allora la fotografia aggiornata del nemico: non, come tanti ancora pensano, un insieme di ‘ndrine separate, ma un’entità unica, divisa in locali e radicata al nord. “Sul fronte delle indagini, oggi le Procure di Reggio Calabria non possono fare a meno l’una dell’altra”. L’esempio eclatante è proprio l’operazione Crimine-Infinito dell’anno scorso, quando la Boccassini si sentì precipitata “in un film d’altri tempi” ascoltando in diretta l’ormai celebre summit al circolo Falcone e Borsellino di Paderno Dugnano. I giuramenti, le formule antiche, applicate a territori e business modernissimi.

Giovanni Falcone è un protagonista della lezione ai ragazzi di giurisprudenza. A lui si deve la legislazione antimafia che tutto il mondo ci invidia e ci copia, afferma Boccassini. Che ricorda un episodio. “Un giorno Falcone mi disse: ‘vediamo se hai capito che cos’è la mafia’. Mi portò a Monreale, vicino a Palermo, alla commemorazione del capitano Emanuele Basile, ucciso da Cosa nostra. Capii subito che cosa voleva dire. Fummo accolti da un silenzio colmo di disprezzo, non ci urlavano ‘bastardi’ o ‘toghe rosse’, solo un silenzio bestiale. Era un disprezzo ragionato delle istituzioni, era la rivendicazione di un altro credo, non quello dello Stato ma quello dell’onore”.

Le scuole di Busto Arsizio unite contro la mafia

Fonte: http://www.varesenews.it

Lunedì 11 aprile spazio a “Legalitàlia in primavera”: in mattinata dibattiti e incontri con la partecipazione di 3500 studenti, poi un grande corteo e una manifestazione aperta a tutti al Museo del Tessile

“Vorremmo che Busto Arsizio diventasse la capitale dell’antimafia al Nord”. È con queste parole che Massimo Brugnone, coordinatore per la Lombardia dell’associazione Ammazzateci Tutti, presenta il progetto “Legalitàlia in primavera”:un’iniziativa senza precedenti in Lombardia, che lunedì 11 aprile coinvolgerà i sei istituti scolastici superiori cittadini, oltre 3500 studenti e 9 location cittadine in un meeting contro il fenomeno della mafia e della criminalità organizzata. In cantiere già da dicembre con la collaborazione dei rappresentanti degli studenti del liceo scientifico Tosi, del liceo artistico Candiani, dell’ITC Tosi e dei licei Crespi(classico, linguistico e delle scienze umane), il progetto ha ricevuto in seguito anche l’adesione dell’IPC Verri e dell’ITIS Facchinetti ed è stato identificato con il marchio Legalitàlia, proprio come la grande manifestazione che Ammazzateci Tutti organizza ogni anno a Reggio Calabria, a partire dal 2007, in ricordo del giudice Antonino Scopelliti. “L’anno scorso – ha spiegato Brugnone – abbiamo deciso di utilizzare questo nome anche per altre iniziative al di fuori della Calabria, e speriamo che dopo la giornata di lunedì possa essere esportato anche altrove”.

Nella mattinata di lunedì, a partire dalle 8.30, gli studenti degli istituti coinvolti saranno suddivisi per fasce di età: le terze, quarte e quinte superiori prenderanno parte a due distinti momenti di dibattito con la partecipazione di ospiti del mondo dell’informazione, della politica e dell’associazionismo, mentre prime e seconde classi assisteranno alla proiezione di un film sul tema della criminalità organizzata (“Gomorra” e “I cento passi” tra gli altri) che a sua volta, dalle 11, lascerà spazio al dibattito. Tra gli ospiti più attesi ci sono i giornalisti Peter Gomez, Cesare Giuzzi e Pino Maniaci, ma anche il giudiceGiuseppe Gennari e gli esponenti politici locali Maurizio Carbonera e Tiziano Garbo, dai comuni di Buccinasco e Desio in cui il fenomeno mafioso è particolarmente diffuso. Previsto anche unintervento del sindaco Gigi Farioli.

Tutto questo in 9 diverse sedi sparse su tutto il territorio cittadino, dall’ITC Tosi ai Molini Marzoli, passando per cinema, teatro e auditorium. Una volta terminati i dibattiti, intorno alle 12.30, gli studenti partiranno a piedi da ciascuna delle sedi per formare un corteo che andrà via via ingrossandosi e attraverserà il centro cittadino fino a raggiungere il parco del Museo del Tessile: qui, a partire dalle 13.30, si concentreranno gli interventi di alcuni dei relatori più rappresentativi, dall’ex sindaco di Gela Rosario Crocetta a Rosanna Scopelliti, figlia del giudice Antonino, fino ad Aldo Pecora, presidente di Ammazzateci Tutti. Nel parco troveranno posto anche gli stand delle principali realtà associative del territorio bustocco: “Vogliamo che la manifestazione non sia autoconclusiva – ha detto Brugnone – ma che diventi un punto di partenza per l’impegno sociale dei ragazzi di Busto Arsizio, non necessariamente sul tema della criminalità”. Il corteo e la manifestazione saranno naturalmente aperti al coinvolgimento del pubblico e dell’intera cittadinanza.

Alla presentazione hanno partecipato i dirigenti scolastici degli istituti coinvolti: Andrea Monteduro per il liceo artistico, Cristina Boracchi per il liceo Crespi, Giulio Ramolini per il liceo scientifico eMassimo Tosi in qualità di vicepreside dell’ITC. “È un evento che non mira a fare audience – ha commentato Monteduro – ma a occuparsi di un problema che abbiamo in prima persona: la mafia non è lontana, è nelle nostre case. Il fatto che questo problema venga affrontato direttamente dai ragazzi, e gli adulti vi si aggreghino, è un messaggio di una forza devastante, un modo per dire no all’omertà e alla collusione. Speriamo, inoltre, che la manifestazione sia anche un saluto e un segnale di solidarietà per tutte le persone originarie del Sud che vivono a Busto e che hanno sempre lavorato onestamente e osservato la legge: per loro questo è un periodo difficile”. “Questa iniziativa – ha aggiunto Cristina Boracchi – è la dimostrazione che la scuola può lavorare con le realtà che stanno al di fuori e collaborare con la cittadinanza sulla base di valori condivisi. I ragazzi stanno trovando una sintonia forte sul piano culturale e questo non può che essere un bene”. 

Legalitàlia in primavera ha ricevuto il patrocinio della Provincia di Varese, dell’Associazione Scuole di Varese (che comprende più di 100 istituti in tutta la provincia), dell’Ufficio Scolastico Provinciale e dei Comuni di Busto Arsizio, Castellanza, Fagnano Olona, Gorla Maggiore e Olgiate Olona.

6/04/2011
Eugenio Peralta redazione@varesenews.it

Buccinasco, si insedia il commissario

Fonte: http://www.milano.corriere.it

Francesca Iacontini reggerà il Comune fino alle prossime elezioni, fissate per il maggio del 2012

MILANO – Si è insediato questa mattina a Buccinasco (Milano) il commissario prefettizio, Francesca Iacontini, che reggerà il Comune fino alle prossime elezioni, fissate per il maggio del 2012. La nomina del commissario si è resa necessaria dopo le dimissioni di 14 consiglieri comunali a seguito dell’arresto del sindaco Loris Cereda, dell’assessore ai Lavori pubblici Marco Cattaneo, del consigliere Pdl Antonio Trimboni e di altre tre persone per un presunto giro di tangenti.

Il blitz della Guardia di Finanza che ha portato all’azzeramento della Giunta è di martedì scorso, quando i militari hanno prelevato il sindaco Cereda nel municipio di via Roma, con l’accusa di corruzione e falso in atto pubblico (di quest’ultimo reato è accusato in concorso con il vicesindaco Cattaneo e il consigliere comunale Trimboli). Secondo la Procura di Milano Cereda avrebbe inoltre intascato una tangente da 5 mila euro per l’approvazione di una convenzione tra il Comune e la Sodibelco Srl per trasformare un’area verde in un parcheggio di un centro commerciale della catena Auchan.

Lunedì, il gruppo francese aveva precisato in una nota che «nell’ambito dell’operazione finalizzata all’apertura di un AuchanDrive a Buccinasco, Auchan non ha intrattenuto alcun rapporto con il sindaco di Buccinasco, al di fuori di quelli di natura istituzionale da lui stesso richiesti per fare conoscenza della nostra azienda. Auchan, spiega la nota, «è totalmente all’ oscuro degli affari privati dei personaggi coinvolti nella vicenda, a partire dal proprio dipendente (Umberto Pastori, arrestato,ndr) che ha agito a titolo esclusivamente personale, nei cui confronti l’Azienda ha attivato il procedimento disciplinare di Legge». La società infine precisa che «ferma la propria totale disponibilità e collaborazione nei confronti delle Autorità preposte, intraprenderà ogni azione giudiziaria utile al ristoro di tutti i danni subiti nella presente vicenda».

Buccinasco, Comune verso scioglimento

Fonte: http://www.milano.corriere.it

Dimissionari tre consiglieri Pdl. Domani lasceranno altri nove più otto dell’opposizione. Ipotesi commissario

MILANO – Si va verso lo scioglimento del comune di Buccinasco dopo le dimissioni di tre consiglieri del Pdl, questa mattina, e l’annuncio, per domani, di quelle di altri 9 consiglieri del Pdl e di otto dell’opposizione. La decisione è stata presa dopo l’arresto, martedì, del sindaco Loris Cereda, dell’assessore ai Lavori pubblici Marco Cattaneo, del consigliere Pdl Antonio Trimboni e di altre tre persone per una vicenda di tangenti. «Benchè abbiamo piena fiducia nella persona del Sindaco, dell’Assessore Cattaneo e del Consigliere Trimboli – ha sottolineato il presidente del Consiglio comunale Aldo Scialino – il rispetto delle istituzioni che da sempre ci anima, ci impone una scelta drastica. Rassegniamo, quindi, le nostre dimissioni, attendiamo fiduciosi la conclusione delle indagini e guardiamo al futuro nella consapevolezza di aver sempre operato nell’esclusivo interesse della comunità».

L’OPPOSIZIONE – Anche l’opposizione, ha annunciato l’intenzione di rassegnare le dimissioni, proposta che aveva già lanciato alla maggioranza nei giorni scorsi. «Alla fine evidentemente – ha commentato Carmela Mazzarelli del Pd – hanno accettato la nostra proposta di dimettersi». Il presidente del consiglio, che ha detto di non sapere delle dimissioni anche dell’opposizione, ha spiegato che se vengono presentate congiuntamente le dimissioni di almeno 11 consiglieri su 21 il consiglio e la giunta sono sciolti per cui dovrà essere nominato un commissario prefettizio che reggerà il Comune fino alle prossime elezioni (fonte: Ansa).

«Le Ferrari? Un prestito di un amico»

Fonte: http://www.milano.corriere.it

Il sindaco di Buccinasco Loris Cereda, arrestato per corruzione, si difende davanti al gip

MILANO – Le due Ferrari le ha ricevute in prestito come gesto di cortesia da un amico. Così, a quanto si è saputo, si sarebbe difeso, davanti al gip di Milano Gaetano Brusa, il sindaco di Buccinasco (Milano) Loris Ceredaarrestato martedì per presunti episodi di corruzione e falso in atto pubblico, assieme a un assessore, un consigliere comunale e altre tre persone. Interrogato dal giudice, il primo cittadino ha risposto alle domande difendendosi dalle accuse. Cereda ha cercato di spiegare l’origine di quei 5 mila euro ricevuti, secondo l’accusa, dall’amministratore di una società edile per far approvare una convenzione tra il Comune e la Sodibelco Srl per la concessione «d’uso di un’area verde» da destinare a parcheggio di un centro commerciale.

CORTESIE TRA AMICI – Inoltre, il sindaco ha chiarito che quelle due Ferrari che, stando alle accuse, gli sarebbero state date dal commercialista Ettore Colella (arrestato) in cambio della garanzia di un contratto «per i servizi di igiene urbana», erano una «cortesia» tra amici. E ciò non avrebbe influito sulla sua attività amministrativa. Inoltre, oggi sono stati interrogati anche l’assessore ai Lavori pubblici Marco Cattaneo, accusato di falso in atto pubblico per una nomina irregolare e che avrebbe risposto solo a poche domande, e Cesare Lanati della Sodibelco Srl, difeso dall’avvocato Piero Magri. Lanati ha chiarito di essere l’imprenditore proprietario dell’area su cui doveva sorgere il centro commerciale, di aver stipulato un contratto di locazione con la Auchan e di aver corrisposto il 5% del valore del contratto a un intermediario, Umberto Pastori (arrestato), come si fa di solito.

GLI ALTRI ARRESTATI – Venerdì prossimo, invece, verranno interrogati dal gip gli altri arrestati: l’intermediario Umberto Pastori, il consigliere comunale Antonio Trimboli, che avrebbe falsificato assieme a Cattaneo e Cereda, atti comunali per nominare un architetto di fiducia come progettista del Piano di Governo del Territorio, e il commercialista Ettore Colella. Stando all’ordinanza firmata dal gip Brusa, Colella avrebbe tenuto il sindaco in una sorta di «libro paga aperto». Nell’ordinanza si legge, inoltre, che Colella «ha effettuato operazioni di prelievo di denaro contante per un ammontare allo stato complessivamente quantificato in circa 400 mila euro». Denaro di cui «non si conosce destinazione e/o utilizzo». Non è da escludere, prosegue il gip, «che tra i soggetti beneficiari di parte delle somme nella disponibilità di Colella vi sia lo stesso Cereda». E a tal proposito «si segnala che nel corso delle indagini (…) è emerso che» il sindaco «ha sicuramente delle disponibilità economiche in territorio elvetico delle quali non si conosce allo stato la provenienza». (fonte: Ansa)

23 marzo 2011

La ‘ndrangheta investe nella tav al Nord? Il giudice dice no e toglie l’associazione mafiosa

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

di Mario Portanova

Il Tribunale di Monza ha assolto il presunto clan Paparo dal reato di 416bis. Torna d’attualità la difficoltà al nord di dare condanne che riguardino la criminalità organizzata

Quando scattò l’operazione Isola, il 16 marzo 2009, per la Lombardia fu uno scossone. Secondo l’accusa, una cosca della ‘ndrangheta si era aggiudicata un subappalto nel cantiere di una grande opera pubblica, l’Alta velocità ferroviaria. Non in Calabria, ma alle porte di Milano, nella tratta fra Pioltello e Pozzuolo Martesana. La vicenda divenne subito un simbolo dell’assalto criminale all’economia del Nord. Due anni dopo, però, la sentenza di primo grado del Tribunale di Monza cancella per tutti gli imputati il reato di associazione mafiosa, contestato dal pm Mario Venditti della Direzione distrettuale antimafia. E riapre una questione di cui gli addetti ai lavori discutono da anni: come si prova un’accusa di mafia nel nord Italia?

Non è stato un colpo di spugna, dato che condanne rilevanti hanno colpito diversi imputati, per lo più appartenenti alla famiglia Paparo, originaria di Isola di Capo Rizzuto, in provincia di Crotone, trasferita tra Cologno Monzese e Brugherio negli anni Ottanta.

Marcello Paparo, il 46enne imprenditore indicato come il capo dell’organizzazione, si è preso sei anni di reclusione per possesso di armi, per aver ordinato il brutale pestaggio di un lavoratore di una sua cooperativa e per averne intimiditi altri. Sempre il possesso di armi è costato tre anni a suo fratello Romualdo, anche lui impegnato nella gestione delle aziende di famiglia, e in particolare della P&P che lavorava al movimento terra nel cantiere dell’Alta velocità. Pene fra i due anni e sei mesi e quattro anni e quattro mesi sono toccate ad altri tre imputati.

Saranno le motivazioni della sentenza a spiegare perché la corte, presieduta dal giudice Giuseppe Airò, abbia rigettato l’accusa di mafia, sia pure con la formula che ricalca l’insufficienza di prove. Dallo svolgimento del processo e da qualche indiscrezione è possibile però ricavare qualche indicazione. Sono emersi legami tra i Paparo e le cosche dominanti di Isola Capo Rizzuto, gli Arena e i Nicoscia. In alcune intercettazioni, Marcello Paparo e alcuni familiari si mostrano partecipi e preoccupati delle vicende di ‘ndrangheta nel loro paese d’origine. I giudici, però, non hanno individuato alcun elemento di “mafiosità” nel comportamento della famiglia su al Nord.

Per esempio è un’azienda lombarda, la Locatelli di Grumello Monte in provincia di Bergamo, a concedere i “subappalti”, in realtà noleggi di camion con autisti per il movimento terra, alla P&P dei Paparo, e dalle indagini non emergono violenze né intimidazioni. Anzi, i rapporti tra i padani e i calabresi appaiono improntati alla massima collaborazione, anche quando si tratta di truccare qualche carta per aggirare i controlli antimafia. Circostanza confermata dalla sentenza, ma sono fatti del 2004 e quindi prescritti.

Stessa situazione per l’altro grande business dei Paparo, le cooperative di facchinaggio del consorzio Ytaka. Il cliente più importante, la Sma, si è costituita parte civile al processo – prima azienda privata in Lombardia a compiere una scelta del genere – eppure i suoi manager hanno parlato di un rapporto economico nato in modo pulito e lecito.

Le ritorsioni dei Paparo sono cominciate solo dopo gli arresti del 2009, quando la catena della grande distribuzione ha rescisso immediatamente il contratto con le cooperative di Ytaka. Ne è seguita l’occupazione del piazzale del magazzino di Sma di Segrate da parte dei lavoratori, una protesta sindacale accompagnata però da minacce di ben altra natura. “Concorrenza sleale con violenza” è il reato per cui è stato condannato Salvatore Paparo, un altro fratello di Marcello.

Due accuse di tentato omicidio, sempre legate al settore delle cooperative di servizi, sono cadute durante il procedimento. Il tribunale ha invece riconosciuto la responsabilità di Marcello Paparo come mandante del pestaggio di Nicola Padulano, un carrellista impiegato alla Sma di Segrate che accampava rivendicazioni sulle condizioni di lavoro. Un dirigente dell’azienda aveva segnalato la necessità di intervenire sul rompiscatole che stava “creando problemi”. Paparo dapprima gli offre dei soldi per andarsene, senza successo. Il 15 settembre 2006 un paio di persone aspettano Padulano sotto casa, a Segrate, e lo pestano a sangue: «frattura cranica e fratture multiple al volto e alla gamba destra», è il referto del pronto soccorso. Come esecutore materiale dell’agguato è stato condannato Michele Ciulla, fidanzato di Luana Paparo, la figlia ventenne di Marcello, anche lei finita in carcere con l’accusa di associazione mafiosa e assolta dal tribunale di Monza.

In sintesi: i Paparo erano imprenditori in contatto con le cosche calabresi, giravano illegalmente armati e più volte hanno regolato le questioni d’affari con la violenza e la minaccia. Ma questo, secondo i giudici, non basta a definirli mafiosi. O meglio, anche se lo fossero, non avrebbero messo in campo la loro “mafiosità” nell’attività imprenditoriale esercitata al Nord. E dunque sono stati assolti dal 416 bis.

La sentenza di Monza pare l’esatto opposto di quella milanese che l’anno scorso ha condannato per associazione mafiosa, sempre in primo grado, diversi esponenti della famiglia Barbaro-Papalia, calabresi di Platì trapiantati da decenni a Buccinasco, e persino un lombardissimo imprenditore del movimento terra, Maurizio Luraghi.

Ai Barbaro-Papalia non è stato possibile attribuire specifici episodi di violenza e intimidazione, ma secondo la sentenza ottenevano lavori edili con la forza dell’intimidazione insita in un cognome di grande tradizione ‘ndranghetista. Ai Paparo sono state attribuite singole condotte criminali, ma non la capacità di incutere un vero terrore mafioso nei loro interlocutori.

Il confine è labile e il tema è delicato, visto che fra non molto, l’11 maggio, prenderà il via a Milano il “maxiprocesso” agli imputati della grande operazione Infinito del 13 luglio scorso. Quella che nel ramo milanese portò in carcere circa 150 persone accusate di costituire il nerbo della ‘ndrangheta lombarda del nuovo millennio.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: