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Da Busto a Reggio per rendere onore al giudice Scopelliti

Anche da Busto per ricordare l’assassinio del giudice Scopelliti

Fonte: VareseNews del 13/08/2012

Davide Borsani ha fatto parte della delegazione lombarda che ha preso parte alla sesta edizione di Legalitàlia. Quest’anno la dedica speciale è al giudice simbolo, ucciso da mafia e ‘ndrangheta

Legalitàlia giunge alla sua sesta edizione: il più grande meeting giovanile antimafia organizzato dalla Fondazione Antonino Scopelliti e dall’associazione“Ammazzateci tutti”. Il 9 agosto 2012 si celebra, infatti, il 21° anniversario della morte del giudice. L’evento ha avuto inizio alle ore 12.00 di ieri con il posizionamento di una roccia e di una targa nella località “Piale”, sulla quale è riportata la scritta: “Il 9 Agosto 1991 qui venne barbaramente ucciso il giudice Antonino Scopelliti”. (nella foto a sin. la figlia del giudice, presidente dell’omonima fondazione)

Alle ore 19.00 è stata celebrata la S. Messa officiata da don Luigi Ciotti presso il Duomo di Reggio Calabria. Alle ore 21.00 dopo i saluti istituzionali, Rosanna Scopelliti, figlia del giudice defunto, ha conferito il IV premio Antonino Scopelliti a Giuseppe Creazzo, Procuratore della Repubblica di Palmi.
A seguire Aldo Pecora, Presidente dell’associazione “Ammazzateci Tutti” e coordinatore di Legalitàlia, ha dato via al talk show della serata dal titolo: “Ma dove sta la verità?”. Al dibattito hanno preso parte: Giuseppe Creazzo, Giuseppe Lombardo, Sostituto procuratore DDA Reggio Calabria, Orfeo Notaristefano, giornalista e scrittore, Rosanna Scopelliti, Presidente Fondazione Antonino Scopelliti.

Durante i saluti istituzionali è intervenuto l’Assessore Lamberti-Castronuovo sottolineando la bellezza e soprattutto l’importanza di ricordare, parlare e in questo modo far rivivere il giudice anche al di fuori della sua terra: “è commovente il ricordo di Legalitàlia a Busto Arsizio. 10000 giovani che inneggiavano nel nome di Scopelliti”. Il Presidente della regione Calabria, Giuseppe Scopelliti, ha affermato: “Dobbiamo dare ai giovani la certezza che la battaglia (della legalità n.d.r.) possiamo condurla tutti, per rilanciare questo Paese”.

A Legalitàlia come rappresentanti del coordinamento Ammazzateci Tutti Lombardia sono presenti: Alice Bertola, referente del Comitato Ammazzateci Tutti “Liceo Agnesi”. Ribadisce: “Questa è la mia prima esperienza a Legalitàlia: incontrare tanti ragazzi e persone che si impegnano ogni giorno per la legalità è la dimostrazione che la gente vuole e può cambiare, al Sud come al Nord. Siamo la dimostrazione che un’Italia diversa non solo è possibile ma è già qui”. Davide Borsani, attivista Ammazzateci Tutti Busto Arsizio: “Rinnoviamo il nostro impegno nel ricordo di Antonino Scopelliti anche quest’anno a Legalitàlia.Dopo aver appreso la notizia della riapertura delle indagini siamo ancora più convinti che la verità e la giustizia faranno corso sulla barbara uccisione del giudice. E ritornando in Lombardia porteremo con noi tutto quello che questi due giorni ci stanno insegnando: la cultura della legalità non può e non deve avere limiti”.

Rosanna Scopelliti, figlia del giudice, afferma “è un dovere ricordarlo ed è un onore per me essere sua figlia. – e rincara la dose – Al contrario i figli dei mafiosi non possono morire orgogliosi dei loro genitori”.

Salvatore D’Aleo: la mancanza dei fatti

La scomparsa dei fatti: questo il titolo di un libro di Marco Travaglio che denunciava la scomparsa di fatti all’interno dell’informazione italiana e la predominanza di sole opinioni.
Credo che un buon giornalista abbia il dovere di esprimere opinioni, ma partendo dai fatti. E se questi fatti, si nascondono ai lettori, allora la verità viene travisata, completamente mutata, rigirata come la frittata che ci mostra la sua bella faccia: quella delle opinioni.

Martedì scorso, 7 agosto, compariva un articolo sul quotidiano La Prealpina dal titolo: “Beni della mafia alla famiglia D’aleo. I parenti della vittima di lupara bianca chiedono risarcimenti.”
Dopo un elenco dei beni confiscati alla cosca Rinzivillo di Busto Arsizio, guidata dall’ormai pentito Rosario Vizzini, la giornalista ci racconta del coraggio della mamma di Salvatore D’Aleo nell’essersi costituita parte civile e nel chiedere risarcimento alla mafia per l’uccisione del proprio figlio, vittima della criminalità organizzata. Veniamo a sapere che l’avvocato Domenico Margariti ha chiesto la trasmissione degli atti del processo in questione al fondo di rotazione per la solidarietà alle vittime dei reati di tipo mafioso, delle richieste estorsive e dell’usura. Fin qui tutto normale. Anzi, come ci raccontano su La Prealpina purtroppo nel nostro Paese è fuori dal normale che la famiglia di una vittima di mafia trovi il coraggio di costituirsi parte civile e quindi accusare e cercare di intaccare i beni dei mafiosi.
C’è solo una cosa che non torna in questo articolo: il fondo è costituito per la solidarietà alle vittime dei reati di tipo mafioso, delle richieste estorsive e dell’usura. Ed allora: chi era Salvatore D’Aleo? Da una minima ricostruzione dei fatti, in realtà semplice per chi ha seguito il processo, ecco la vittima divenire carnefice.

Nel capo 1 dell’ordinanza di custodia cautelare, che ha poi visto la cosca mafiosa di Busto Arsizio condannata, si legge che i vari soggetti sono imputati “per aver fatto tutti parte unitamente a Salvatore D’Aleo (verosimilmente vittima di omicidio ed occultamento di cadavere) ed altri da identificare di una associazione per delinquere di stampo mafioso armata, diretta da Rosario Vizzini e Fabio Nicastro, finalizzata alla perpetrazione di una serie indeterminata di estorsioni, attentati incendiari ed azioni intimidatrici ai danni di imprenditori”.

Nella stessa ordinanza ritroviamo le dichiarazioni di Mendolia Carmelo, il quale, riferendosi alle attività del gruppo criminale, afferma: “mi risulta che abbiano anche fatto collocare bombe carta ed altri ordigni per intimidire gli imprenditori. Salvatore D’Aleo era quello solitamente incaricato di compiere questi attentati, utilizzando anche benzina.

Il collaboratore di giustizia, Bernascone Angelo, di fronte all’immagine di Salvatore D’Aleo ne riconosce la persona che “con Fabio Nicastro andava a chiedere il pizzo agli imprenditori e spacciava per conto di Fabio Nicastro. Anche quando Fabio Nicastro è venuto da me a chiedere il pizzo, era presente quello della foto.

Infine è un imprenditore di Busto Arsizio che riferisce del pagamento di un “contributo”, consegnato direttamente nelle mani di Salvatore D’Aleo: “Io, non appena incontrai Salvatore D’Aleo, gli consegnai soltanto la somma di 1.500 euro perché, a mio giudizio, 3.500 euro erano troppi e i soldi si guadagnano lavorando. Incontrai D’Aleo sotto i portici di via Cavallotti nei pressi del bar Oscar. Gli diedi la somma senza nessuna spiegazione, perché lui già sapeva cosa fare.

Data la richiesta della famiglia D’Aleo saranno i giudici a esprimersi e verificare se effettivamente abbiano diritto o meno ad un risarcimento: non è questo l’oggetto di cui trattiamo. Anche se, per assurdo, è come se i familiari di Carmelo Novela, numero uno della ‘ndrangheta in Lombardia ucciso per le sue idee secessioniste, chiedessero per tale motivo i danni alla mafia calabrese. Ma quel che mancava qui, a Busto Arsizio, semplicemente, erano i fatti.

Massimo Brugnone

Ordinanza Fire Off: Dichiarazioni di BERNASCONE Angelo – Parte 2: Le vittime delle estorsioni

Altro imprenditore che ha pagato il pizzo è S. S. (T. S.), imprenditore edile con una ditta nella zona di Busto Arsizio. Rosario Vizzini gli aveva chiesto 20.000 euro, unitamente a Fabio NICASTRO. Rosario VIZZINI mi ha raccontato questa vicenda, una volta che mi fece presente che lui era uscito dal carcere, Busto Arsizio doveva essere “messa a posto”. Tutti dovevano mettersi a posto (lasciando intendere che tutti gli imprenditori dovevano pagare). Io so che S. S. ha pagato, ma non so quanto. Non mi risulta che S. abbia subito danneggiamenti. L’ordine di VIZZINI era di fare attentati incendiari e se necessario di sparare nelle gambe, ai danni di quanti si rifiutavano di pagare.

Altre vittime del pizzo sono stati i fratelli M., costruttori edili, se non sbaglio vittime di un attentato incendiario. Una volta vidi in mano a Rosario Vizzini un libretto dove erano segnati i nomi di quelli che dovevano pagare il pizzo. Io ero in cima alla lista. Vi era anche il nome di M. Non so se i M. hanno pagato.

Ricordo un altro imprenditore, A. S. che ha dato 10.000 euro, di cui ho parlato al P.M. di Caltanissetta nel corso dell’interrogatorio di settembre 2010. Rosario VIZZINI obbligò questo imprenditore ad assumere il fratello Claudio VIZZINI ed altri due operati … OMISSIS … Il gruppo che si occupava del pizzo era capeggiato da VIZZINI. Fabio NICASTRO prendeva ordini da Rosario VIZZINI. Si occupava, con Dario NICASTRO (che però per un po’ di tempo, in occasione di un suo arresto, non si è potuto occupare delle estorsioni), il cognato calvo, alto e robusto e con SCIBONA di intimidire le vittime (con degli incendi, gli attentati alla persona). Massimo INCORVAIA movimentava gli assegni e reinvestiva i proventi del pizzo. I soldi del pizzo incassati da VIZZINI o Salvatore FIORITO dovevano andare alla famiglia RINZIVILLO, che a loro volta dovevano comprare bar, pizzerie, alberghi, autosalone (in effetti un autosalone a Roma è stato aperto da Gino RINZIVILLO) e ristoranti, anche per il tramite di Emanuele ATTARDI (arrestato nella operazione Tagli Pregiati) … OMISSIS …

Conosco V. T., di Busto Arsizio, di origine gelese, costruttore edile.Gli hanno chiesto soldi (non so quanto ma la somma minima richiesta era 10.000 euro), hanno bruciato o tentato di bruciare un mezzo di trasporto. T. si è poi messo d’accordo con Rosario VIZZINI … OMISSIS …

Conosco A. T., titolare di una impresa metal meccanica […], titolare di un capannone a Busto Garolfo, suo fratello ha una macelleria a Gela. A. abita vicino a Legnano in una bella villa. So che ha pagato. A lui hanno chiesto 50.000 euro, che pure dovevano servire per far cadere in Cassazione il processo di cui ho parlato prima … OMISSIS

Un altro imprenditore cui è stato chiesto il pizzo è B. M., di origini gelesi, che vive Busto Arsizio. Fa l’imbianchino. Stava bene economicamente. Gli hanno bruciato macchina e furgone alla fine del 2005, inizio 2006 … OMISSIS … Mi ha parlato di questa vicenda un amico di M., Carmelo PIOGGIOLINA, arrestato nell’inchiesta Tagli Pregiati. PIOGGIOLINA mi disse che Vizzini aveva dimostrato, con il danneggiamento della macchina e del furgone di M., che a chi non avesse pagato il pizzo sarebbe successo quello che p successo a M. Non so se M. abbia mai denunciato quell’estorsione. So di queste estorsioni perché io ero una persona pulita e servivo al gruppo di Rosario VIZZINI. Mi utilizzavano per prendermi i soldi e per accompagnare in macchina Rosario VIZZINI o altri del gruppo ai vari appuntamenti in cui si incontravano quelli del gruppo di Vizzini. Una sera Rosario VIZZINI mi chiese di accompagnarlo con la mia macchina da A. S., che gli doveva dare dei soldi. Rosario VIZZINI non aveva la patente e per questa ragione e sia perché gli serviva accompagnarsi ad una persona incensurata come ero io per non destare sospetti (se mi fossi rifiutato io o mia moglie ed i miei figli avremmo subito conseguenze) mi chiedeva di portarlo in giro. Io vidi che i due si incontrarono, ma non rimasi con loro durante la loro conversazione. Quando ritornò in macchina dove io ero rimasto, VIZZINI mi disse che stava riuscendo a convincere tutti a pagare il pizzo, perché tutti dovevano pagare.

Mafia: all’ITC scende in campo “l’esercito della cultura”

Fonte: http://www.informazioneonline.it

BUSTO ARSIZIO –  “Certo che voglio l’esercito in Sicilia: un esercito di insegnanti, perché la mafia teme la cultura”; proprio queste parole, che sarebbero da attribuire a Giovanni Falcone, assassinato vent’anni fa a causa del suo impegno nella lotta alla criminalità organizzata, rappresentano in modo perfetto quanto è avvenuto mercoledì 23 maggio, nel ventennale della strage di Capaci, all’ITC “Enrico Tosi” di Busto Arsizio.
Mentre alcuni studenti, che hanno compiuto il viaggio sulla Nave della Legalità (leggi qui), stavano partecipando alle celebrazioni che si svolgevano a Palermo, una rappresentanza di ogni classe ha assistito ad un incontro organizzato dalla scuola in collaborazione con l’Associazione Ammazzateci Tutti, per ricordare quell’evento che sconvolse l’Italia intera ormai vent’anni fa.

“Ancora oggi non si è trovata una risposta per molti dei quesiti nati allora – ha spiegato ai ragazzi il giornalista Orlando Mastrillo, moderatore dell’assemblea – ed anche per questo è importante parlare di quest’anniversario.
Fu un atto di una violenza inaudita; mai la mafia aveva fatto qualcosa del genere, e a spingerla fu il fatto che le indagini erano arrivate ad un punto di svolta, si erano create le basi della lotta alla criminalità organizzata così come la conosciamo oggi”.

Ospiti di questo momento di riflessione sono state Roberta Colangelo, Sostituto Procuratore della Repubblica di Busto Arsizio, e Nicoletta Guerrero, Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Busto Arsizio, che hanno vissuto entrambe un’esperienza lavorativa in Sicilia, seppur in anni diversi, e che hanno voluto raccontare ai presenti le impressioni e il proprio vissuto in quegli anni.

“Ho lavorato presso la Procura di Caltanissetta – ha detto Roberta Colangelo – una delle quattro procure antimafia presenti in Sicilia; quello che mi ha colpito molto è che fin da subito, parlando con la gente, in tanti ci raccontavano di sentirsi oppressi, senza via d’uscita, vessati dalle richieste di pagamento del pizzo a cui dovevano far fronte.
In procura, però, non c’era quasi nessuna denuncia, e, anche quando scoprivamo qualcosa attraverso le nostre indagini, erano molti gli imprenditori che negavano la realtà, arrivando a preferire le sanzioni giudiziarie a quella “fisiche” a cui li avrebbe sottoposti la criminalità organizzata se fossero stati sinceri.
Per combattere la mafia è necessaria una assunzione di consapevolezza da parte della gente, qualche passo è stato fatto in questi anni, e se tutti arriveranno a reagire e ad svolgere il proprio dovere si potranno avere dei grandi risultati; non possono ammazzarci tutti, è questa la nostra forza”.

“La mia esperienza in Sicilia risale alla fine degli anni ottanta – ha dichiarato Nicoletta Guerrero – in quegli anni, appena uscita dall’università, erano in molti i magistrati che venivano mandati in quella Regione, senza la consapevolezza della situazione con cui ci si sarebbe trovati a fare i conti.
Eravamo ragazzini che venivano mandati lì allo sbaraglio, quella generazione che lo stesso Presidente Scalfaro ha definito “dei giudici ragazzini”, ai quali tutti dicevano che ormai la mafia non esisteva più.
Mi ricordo quando arrivai in Sicilia, alla ricerca della procura in cui avrei lavorato, le persone a cui chiedevo indicazioni stradali non mi rispondevano nemmeno; più tardi avrei scoperto che lo facevano per paura che chi domandava stesse andando a fare del male a qualcuno, e non volevano essere coinvolti.
La sensazione era di solitudine, la gente non parlava, non collaborava, non c’era partecipazione. Per fortuna, oggi, le cose sono cambiate”.

L’incontro si è poi concluso con la costituzione di un comitato di Ammazzateci Tutti all’interno dell’istituto, formato da ragazzi che si ripropongono di portare avanti e diffondere i valori della legalità anche all’interno di quella comunità che è la scuola.

“La battaglia più forte ed efficace che si può portare avanti – ha concluso il Sindaco di Busto Arsizio Gigi Farioli – è culturale ed educativa; oggi è un giorno purtroppo indimenticabile, ma per fortuna indimenticato, ed è importante che le celebrazioni che stanno avvenendo all’interno dell’aula bunker vengano diffuse in molte altre scuole.
È fondamentale avere una formazione alla cultura della legalità, ed evitare di cadere nella trappola del dire “che tanto le cose stanno così” o “che è un problema di qualcun altro”, continuando per tutta la vita, invece, a porsi delle domande e a cercare di trovare le risposte”.

Loretta Girola 
pubblicato il: 23/05/2012

Magistrati all’Itc per insegnare l’antimafia

Fonte: La Prealpina – Giovedì 24 Maggio 2012

L’esperienza del gip Guerrero accanto a Livatino e del pm Colangelo a Caltanissetta

E due. Ammazzateci tutti si arricchisce di un nuovo comitato cittadino. L’associazione impegnata sul fronte dell’antimafia l’ha tenuto a battesimo ieri mattina, nell’aula magna dell’Itc Tosi, dove si è riunita l’assemblea degli studenti. La data scelta è l’anniversario della strage di Capaci. A vent’anni dalla morte di Giovanni Falcone, della moglie e degli uomini della scorta, il coordinatore lombardo Massimo Brugnone ha salutato i cinque componenti del secondo comitato. Se il 9 maggio il liceo artistico Candiani era stato protagonista, ancora una volta sono gli studenti a rispondere presente. A guidare il comitato dell’Itc sarà Davide Borsani, da tempo collaboratore di Brugnone. Così va in porto un  progetto di vecchia data: «Era da un anno che ne parlavamo», ricorda Borsani. Il nuovo capitolo di Ammazzateci tutti  e dei suoi comitati cittadini non sarà l’ultimo: «Aspettiamo a breve che anche il liceo scientifico Tosi si aggiunga alla lista», ha affermato Brugnone. Intanto, c’è una ricorrenza da onorare. A metà mattinata, in collegamento telefonico, l’aula magna di viale Stelvio sbarca a Palermo. Il tramite è la delegazione che anche quest’anno partecipa alla Nave della Legalità. E’ con emozione che Simone PastoriDeborah Colombo, 3AI-Clil, annunciano il discorso del presidente Napolitano dal carcere dell’Ucciardone.

A Busto sono invece il pubblico ministero Roberta Colangelo e il giudice Nicoletta Guerrero a riferire la propria esperienza oltre lo stretto, per entrambe a inizio carriera. Lì conobbe il giudice ragazzino, Rosario Livatino. «In realtà il ragazzino non era lui ma noi, giovani magistrati di 26 anni al primo incarico. Ricordo che lavorava tantissimo, non si staccava mai dalle carte, nemmeno per un caffè», ha raccontato il gip Guerrero. Per il pm Colangelo, il ricordo più vivido è quando disse un mafioso a un agente, certo di essere incorruttibile: «Il tuo prezzo sono mille lire, il costo di una pallottola», gli risponde quello. Neppure il sindaco Gigi Farioli ha voluto mancare all’appuntamento con «una battaglia culturale ed educativa, che impone alla società civile di rifiutare le offerte dei mafiosi, il riciclaggio di denaro sporco, per fronteggiare la crisi». Infine, la preside Nadia Cattaneo si è rivolta ai ragazzi con un augurio: «Che possiate evitare sempre di cedere ai compromessi».

Carlo Colombo

“Fiori d’acciaio” all’Itc Tosi. Sulle orme di Giovanni Falcone

Fonte: La Provincia di Varese – 24 Maggio 2012

Mentre nella grande aula dell’Itc Tosi scorrevano le immagini della strage di Capaci ritagliate dalle cronache dell’epoca, gli studenti guardavano attenti.
«Per noi è storia – dicono i ragazzi – La maggior parte di noi non era nata o era piccolissima quando accaddero questi fatti».

Ed è per loro, soprattutto, che si insiste sul valore del ricordo, sull’importanza delle testimonianza: a 20 anni esatti dalla strage che uccise il giudice Giovanni Falcone, con la moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo  e Antonio Montinaro, l’antimafia passa attraverso questi ragazzi.

«Per non dimenticare»
Vale il motto “per non dimenticare”, «altrimenti – dicono gli studenti – l’opera di chi ha davvero combattuto per renderci tutti liberi in democrazia, e la mafia è contro la democrazia, non avrebbe un valore. non sarebbe servita».
L’incontro commemorativo è stato promosso dall’associazione contro tutte le mafie “E adesso ammazzateci tutti“: ieri mattina, come auspicato dall’istituto e dal coordinatore lombardo dell’associazione Massimo Brugnone, si è ufficialmente formato il Comitato Ammazzateci tutti dell’Itc Tosi: il terzo in Lombardia dopo quello fondato al liceo Candiani di Busto e al liceo Agnesi di Milano.
Il clou della commemorazione-confronto- ha visto due donne, due magistrati, due “fiori d’acciaio” verrebbe da dire, protagoniste: il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Busto Nicoletta Guerrero e il sostituto procuratore della Repubblica di Busto Roberta Colangelo.
Il momento, introdotto da Davide Borsani di “E adesso ammazzateci tutti”, e moderato dal giornalista di VareseNews Orlando Mastrillo ha visto i due magistrati raccontare due esperienze forti vissute in Sicilia.
Guerrero lavorò anche con il giudice Rosario Livatino, ucciso dalla mafia il 21 settembre del ’90.
«Ci chiamavano i giudici ragazzini – racconta – Avevamo 26, 27 anni: ci mandarono in Sicilia in preture e tribunale dove nessuno voleva andare». Fu l’allora presidente del Csm Oscar Luigi Scalfaro a coniare il termine “giudici ragazzini”.

«Paura di parlare»
Guerrero fu destinata a Ravanusa, minuscola pretura tra Caltanissetta e Licata. «Dove – ha raccontato il gip – la gente aveva paura di parlare anche solo per darti un’indicazione stradale. La società negava addirittura l’esistenza della mafia, e lo facevano anche alcuni magistrati». Livatino? «Lavorava sempre, non si staccava dalle carte nemmeno per bere un caffè».
Colangelo, come primo incarico, fu destinata alla procura di Caltanissetta: «Attorno alla quale girava tutta la città – ha detto il pm – La gente ti avvicinava per strada raccontandoti i suoi problemi perché strozzata dal pizzo. Ma poi non denunciava. Ultimamente questo è cambiato e questa è la sola strada per battere la criminalità organizzata di stampo mafioso».

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