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Mafia: all’ITC scende in campo “l’esercito della cultura”

Fonte: http://www.informazioneonline.it

BUSTO ARSIZIO –  “Certo che voglio l’esercito in Sicilia: un esercito di insegnanti, perché la mafia teme la cultura”; proprio queste parole, che sarebbero da attribuire a Giovanni Falcone, assassinato vent’anni fa a causa del suo impegno nella lotta alla criminalità organizzata, rappresentano in modo perfetto quanto è avvenuto mercoledì 23 maggio, nel ventennale della strage di Capaci, all’ITC “Enrico Tosi” di Busto Arsizio.
Mentre alcuni studenti, che hanno compiuto il viaggio sulla Nave della Legalità (leggi qui), stavano partecipando alle celebrazioni che si svolgevano a Palermo, una rappresentanza di ogni classe ha assistito ad un incontro organizzato dalla scuola in collaborazione con l’Associazione Ammazzateci Tutti, per ricordare quell’evento che sconvolse l’Italia intera ormai vent’anni fa.

“Ancora oggi non si è trovata una risposta per molti dei quesiti nati allora – ha spiegato ai ragazzi il giornalista Orlando Mastrillo, moderatore dell’assemblea – ed anche per questo è importante parlare di quest’anniversario.
Fu un atto di una violenza inaudita; mai la mafia aveva fatto qualcosa del genere, e a spingerla fu il fatto che le indagini erano arrivate ad un punto di svolta, si erano create le basi della lotta alla criminalità organizzata così come la conosciamo oggi”.

Ospiti di questo momento di riflessione sono state Roberta Colangelo, Sostituto Procuratore della Repubblica di Busto Arsizio, e Nicoletta Guerrero, Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Busto Arsizio, che hanno vissuto entrambe un’esperienza lavorativa in Sicilia, seppur in anni diversi, e che hanno voluto raccontare ai presenti le impressioni e il proprio vissuto in quegli anni.

“Ho lavorato presso la Procura di Caltanissetta – ha detto Roberta Colangelo – una delle quattro procure antimafia presenti in Sicilia; quello che mi ha colpito molto è che fin da subito, parlando con la gente, in tanti ci raccontavano di sentirsi oppressi, senza via d’uscita, vessati dalle richieste di pagamento del pizzo a cui dovevano far fronte.
In procura, però, non c’era quasi nessuna denuncia, e, anche quando scoprivamo qualcosa attraverso le nostre indagini, erano molti gli imprenditori che negavano la realtà, arrivando a preferire le sanzioni giudiziarie a quella “fisiche” a cui li avrebbe sottoposti la criminalità organizzata se fossero stati sinceri.
Per combattere la mafia è necessaria una assunzione di consapevolezza da parte della gente, qualche passo è stato fatto in questi anni, e se tutti arriveranno a reagire e ad svolgere il proprio dovere si potranno avere dei grandi risultati; non possono ammazzarci tutti, è questa la nostra forza”.

“La mia esperienza in Sicilia risale alla fine degli anni ottanta – ha dichiarato Nicoletta Guerrero – in quegli anni, appena uscita dall’università, erano in molti i magistrati che venivano mandati in quella Regione, senza la consapevolezza della situazione con cui ci si sarebbe trovati a fare i conti.
Eravamo ragazzini che venivano mandati lì allo sbaraglio, quella generazione che lo stesso Presidente Scalfaro ha definito “dei giudici ragazzini”, ai quali tutti dicevano che ormai la mafia non esisteva più.
Mi ricordo quando arrivai in Sicilia, alla ricerca della procura in cui avrei lavorato, le persone a cui chiedevo indicazioni stradali non mi rispondevano nemmeno; più tardi avrei scoperto che lo facevano per paura che chi domandava stesse andando a fare del male a qualcuno, e non volevano essere coinvolti.
La sensazione era di solitudine, la gente non parlava, non collaborava, non c’era partecipazione. Per fortuna, oggi, le cose sono cambiate”.

L’incontro si è poi concluso con la costituzione di un comitato di Ammazzateci Tutti all’interno dell’istituto, formato da ragazzi che si ripropongono di portare avanti e diffondere i valori della legalità anche all’interno di quella comunità che è la scuola.

“La battaglia più forte ed efficace che si può portare avanti – ha concluso il Sindaco di Busto Arsizio Gigi Farioli – è culturale ed educativa; oggi è un giorno purtroppo indimenticabile, ma per fortuna indimenticato, ed è importante che le celebrazioni che stanno avvenendo all’interno dell’aula bunker vengano diffuse in molte altre scuole.
È fondamentale avere una formazione alla cultura della legalità, ed evitare di cadere nella trappola del dire “che tanto le cose stanno così” o “che è un problema di qualcun altro”, continuando per tutta la vita, invece, a porsi delle domande e a cercare di trovare le risposte”.

Loretta Girola 
pubblicato il: 23/05/2012

Magistrati all’Itc per insegnare l’antimafia

Fonte: La Prealpina – Giovedì 24 Maggio 2012

L’esperienza del gip Guerrero accanto a Livatino e del pm Colangelo a Caltanissetta

E due. Ammazzateci tutti si arricchisce di un nuovo comitato cittadino. L’associazione impegnata sul fronte dell’antimafia l’ha tenuto a battesimo ieri mattina, nell’aula magna dell’Itc Tosi, dove si è riunita l’assemblea degli studenti. La data scelta è l’anniversario della strage di Capaci. A vent’anni dalla morte di Giovanni Falcone, della moglie e degli uomini della scorta, il coordinatore lombardo Massimo Brugnone ha salutato i cinque componenti del secondo comitato. Se il 9 maggio il liceo artistico Candiani era stato protagonista, ancora una volta sono gli studenti a rispondere presente. A guidare il comitato dell’Itc sarà Davide Borsani, da tempo collaboratore di Brugnone. Così va in porto un  progetto di vecchia data: «Era da un anno che ne parlavamo», ricorda Borsani. Il nuovo capitolo di Ammazzateci tutti  e dei suoi comitati cittadini non sarà l’ultimo: «Aspettiamo a breve che anche il liceo scientifico Tosi si aggiunga alla lista», ha affermato Brugnone. Intanto, c’è una ricorrenza da onorare. A metà mattinata, in collegamento telefonico, l’aula magna di viale Stelvio sbarca a Palermo. Il tramite è la delegazione che anche quest’anno partecipa alla Nave della Legalità. E’ con emozione che Simone PastoriDeborah Colombo, 3AI-Clil, annunciano il discorso del presidente Napolitano dal carcere dell’Ucciardone.

A Busto sono invece il pubblico ministero Roberta Colangelo e il giudice Nicoletta Guerrero a riferire la propria esperienza oltre lo stretto, per entrambe a inizio carriera. Lì conobbe il giudice ragazzino, Rosario Livatino. «In realtà il ragazzino non era lui ma noi, giovani magistrati di 26 anni al primo incarico. Ricordo che lavorava tantissimo, non si staccava mai dalle carte, nemmeno per un caffè», ha raccontato il gip Guerrero. Per il pm Colangelo, il ricordo più vivido è quando disse un mafioso a un agente, certo di essere incorruttibile: «Il tuo prezzo sono mille lire, il costo di una pallottola», gli risponde quello. Neppure il sindaco Gigi Farioli ha voluto mancare all’appuntamento con «una battaglia culturale ed educativa, che impone alla società civile di rifiutare le offerte dei mafiosi, il riciclaggio di denaro sporco, per fronteggiare la crisi». Infine, la preside Nadia Cattaneo si è rivolta ai ragazzi con un augurio: «Che possiate evitare sempre di cedere ai compromessi».

Carlo Colombo

“Fiori d’acciaio” all’Itc Tosi. Sulle orme di Giovanni Falcone

Fonte: La Provincia di Varese – 24 Maggio 2012

Mentre nella grande aula dell’Itc Tosi scorrevano le immagini della strage di Capaci ritagliate dalle cronache dell’epoca, gli studenti guardavano attenti.
«Per noi è storia – dicono i ragazzi – La maggior parte di noi non era nata o era piccolissima quando accaddero questi fatti».

Ed è per loro, soprattutto, che si insiste sul valore del ricordo, sull’importanza delle testimonianza: a 20 anni esatti dalla strage che uccise il giudice Giovanni Falcone, con la moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo  e Antonio Montinaro, l’antimafia passa attraverso questi ragazzi.

«Per non dimenticare»
Vale il motto “per non dimenticare”, «altrimenti – dicono gli studenti – l’opera di chi ha davvero combattuto per renderci tutti liberi in democrazia, e la mafia è contro la democrazia, non avrebbe un valore. non sarebbe servita».
L’incontro commemorativo è stato promosso dall’associazione contro tutte le mafie “E adesso ammazzateci tutti“: ieri mattina, come auspicato dall’istituto e dal coordinatore lombardo dell’associazione Massimo Brugnone, si è ufficialmente formato il Comitato Ammazzateci tutti dell’Itc Tosi: il terzo in Lombardia dopo quello fondato al liceo Candiani di Busto e al liceo Agnesi di Milano.
Il clou della commemorazione-confronto- ha visto due donne, due magistrati, due “fiori d’acciaio” verrebbe da dire, protagoniste: il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Busto Nicoletta Guerrero e il sostituto procuratore della Repubblica di Busto Roberta Colangelo.
Il momento, introdotto da Davide Borsani di “E adesso ammazzateci tutti”, e moderato dal giornalista di VareseNews Orlando Mastrillo ha visto i due magistrati raccontare due esperienze forti vissute in Sicilia.
Guerrero lavorò anche con il giudice Rosario Livatino, ucciso dalla mafia il 21 settembre del ’90.
«Ci chiamavano i giudici ragazzini – racconta – Avevamo 26, 27 anni: ci mandarono in Sicilia in preture e tribunale dove nessuno voleva andare». Fu l’allora presidente del Csm Oscar Luigi Scalfaro a coniare il termine “giudici ragazzini”.

«Paura di parlare»
Guerrero fu destinata a Ravanusa, minuscola pretura tra Caltanissetta e Licata. «Dove – ha raccontato il gip – la gente aveva paura di parlare anche solo per darti un’indicazione stradale. La società negava addirittura l’esistenza della mafia, e lo facevano anche alcuni magistrati». Livatino? «Lavorava sempre, non si staccava dalle carte nemmeno per bere un caffè».
Colangelo, come primo incarico, fu destinata alla procura di Caltanissetta: «Attorno alla quale girava tutta la città – ha detto il pm – La gente ti avvicinava per strada raccontandoti i suoi problemi perché strozzata dal pizzo. Ma poi non denunciava. Ultimamente questo è cambiato e questa è la sola strada per battere la criminalità organizzata di stampo mafioso».

All’Itc Tosi rivive il ricordo di Falcone e dei tanti eroi dell’antimafia

Fonte: www.varesenews.it

Ospiti dell’istituto tecnico il giudice Nicoletta Guerrero che ha ricordato la sua esperienza al fianco di Rosario Livatino, un altro giudice vittima della mafia, e il pm Roberta Colangelo che ha lavorato alla procura di Caltanissetta

E’ stato un momento di riflessione sentito e vibrante quello vissuto dagli studenti dell’Itc Tosi che questa mattina, mercoledì, hanno partecipato all’incontro in ricordo di Giovanni Falcone a 20 anni esatti dalla strage di Capaci nel quale il magistrato siciliano rimase vittima insieme alla moglie Francesca Morvillo e ai tre agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. All’incontro hanno partecipato  il magistrato della Procura della Repubblica di Busto Arsizio Roberta Colangelo e il giudice del tribunale bustocco Nicoletta Guerrero. Prima di loro i ragazzi hanno ascoltato il coordinatore bustocco di Ammazzateci Tutti Davide Borsani e la preside dell’istituto tecnico Nadia Cattaneo. 

L’incontro, moderato dal giornalista di Varesenews Orlando Mastrillo, è stato aperto da un commovente video che ha ripercorso quel terribile giorno di 20 anni fa e il periodo che ne è seguito con il successivo attentato a Paolo Borsellino, collega e amico strettissimo di Falcone, ucciso barbaramente sotto casa della madre in via D’Amelio solo due mesi dopo. Quelle immagini, i ragazzi che questa mattina erano seduti ad ascoltare nell’aula magna, non le hanno nemmeno vissute perchè nati dopo quei fatti e proprio per questo per loro è stato importante ricordare un peiodo ancora gravido di domande alle quali non è stata data risposta.

Roberta Colangelo, dal 2008 magistrato a Busto Arsizio, proviene dalla Procura di Caltanissettadove è stata applicata al suo primo incarico: «Ricordo una città che ruotava intorno alla Procura della Repubblica e al tribunale – ricorda il magistrato – è stata un’esperienza molto forte per me. Non mi sono quasi mai occupata di mafia ma ricordo che una volta feci una passeggiata per il mercato insieme ad un collega e i commercianti mi rappresentavano la loro situazione di difficoltà perchè si sentivano strozzati dal pizzo ma quando poi si trattava di denunciare nessuno si presentava in Procura per formalizzare gli episodi di estorsione». Il magistrato ha fatto un ritratto vivido della realtà siciliana che ha vissuto e ha anche sottolineato alcuni timidi segni di cambiamento: «Da qualche anno a questa parte si sono cominciate a vedere le prime denunce da parte degli imprenditori e dei commercianti – ha raccontato – in particolar modo da quando la società civile ha creato movimenti antimafia come ad esempio Ammazzateci Tutti».

La giudice Nicoletta Guerrero, invece, ha ricordato il periodo dei “giudici ragazzini”, quei magistrati giovanissimi che andarono in Sicilia in preture e procure dove nessuno voleva andare: «Fu l’allora presidente del Consiglio Superiore della Magistratura Oscar Luigi Scalfaro a definirci giudici ragazzini – ricorda – ci ritrovammo ad andare in Sicilia perchè c’erano un sacco di posti vacanti, nessuno voleva andarci in quegli anni mentre imperversava una guerra di mafia che lasciava a terra decine di cadaveri. Era il 1988 e mi ritrovai nella piccola pretura di Ravanusa, un paese sperduto nel cuore della Sicilia a metà strada tra Caltanissetta e Licata. Ricordo che la gente aveva paura anche a dare indicazioni stradali per la paura». La Guerrero si ritrovò a lavorare con Rosario Livatino, magistrato che venne ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990, immortalato in un film per la tv qualche anno dopo con il titolo “Il giudice ragazzino”: «In realtà il ragazzino non era lui ma noi, giovani magistrati di 26 anni al primo incarico, lui ne aveva sei-sette più di noi e ricordo che lavorava tantissimo, non si staccava mai dalle carte, nemmno per bere un caffè al bar con i colleghi». La Guerrero si ritrovò a lavorare in una Sicilia che era ancora sospesa tra la mafia arcaica e quella affaristica e spudorata, la stessa società siciliana non ammetteva nemmeno l’esistenza della mafia: «Anche alcuni giudici lo sostenevano» – ha concluso. 

La mattinata si è conclusa con la formazione ufficiale del comitato di Ammazzateci Tutti dell’Itc Tosi tenuto a battesimo dal coordinatore regionale Massimo Brugnone, il terzo in Lombardia dopo quello nato al liceo Candiani di Busto e quello formatosi al liceo Agnesi di Milano. Durante l’incontro c’è stato anche il tempo di collegarsi con gli studenti dell’Itc Tosi che hanno raggiunto Palermo con la Nave della Legalità per le manifestazioni di commemorazione dei 20 anni della morte di Falcone e per un rapido saluto del sindaco Gigi Farioli, giunto negli ultimi minuti.

23/05/2012
redazione@varesenews.it

Ordinanza Fire Off: Dichiarazioni di BERNASCONE Angelo – Parte 1

L’11.11.2010, anche l’ex collaboratore di giustizia BERNASCONE Angelo, già coinvolto nell’operazione denominata “Tagli pregiati” dell’AG nissena, veniva sentito dal PM in qualità di imputato in procedimento connesso e dichiarava di conoscere Rosario Vizzini dal 2002 e di aver pagato a lui il pizzo per conto dei Rinzivillo sino al 2006 quando si era determinato sporgere denuncia dalla quale era poi scaturita l’operazione “tagli pregiati” che l’aveva visto per un periodo collaboratore di giustizia sottoposta programma di protezione.

Precisava che oltre a dover dare a Vizzini somme di denaro e assegni fino a coprire quasi totalmente gli incassi della sua attività veniva anche costretto ad assumere persone che gli venivano segnalate dal Vizzini e che quanto Vizzini era stato arrestato gli era subentrato tale Salvatore Fiorito.

Il Bernascone quantificava la somma complessivamente versata la Vizzini in circa € 650.000 e specificava che gli assegni che gli aveva consegnato gli erano stati dati per l’incasso ai numerosi soggetti gelesi quali Massimo INCORVAIA, Fabio NICASTRO (che vivevano a Busto Arsizio), Domenico SEQUINO, AGATINO Pasqualino, Salvatore CASSARA’ (che venivano da Gela).

Riferiva poi riguardo agli altri imprenditori della zona di Busto Arsizio costretti a pagare il pizzo.

Per completezza e per consentire di apprezzare il livello di dettaglio cui giungevano le sue conoscenze anche al fine di valutarne la credibilità, si riportano le testuali parole del Bernascnoe sul punto:

Il gruppo riscuoteva il pizzo è formato da Rosario VIZZINI (capo del gruppo) Massimo INCORVAIA, Fabio NICASTRO, Dario NICASTRO, un cognato di Fabio NICASTRO (mi ricordo che è calvo, alto e robusto), Rosario SCIBONA. Poi si aggiunsero Salvatore Gianpiccolo detto CAFFETTERA ed Emanuele ITALIANO … OMISSIS … Uno degli imprenditori taglieggiati è F. L. (costruttore edile) che diede 50.000 euro a Massimo INCORVAIA, destinati a Rosario VIZZINI. Fabio NICASTRO gli ha bruciato un cantiere a Busto Arsizio (era un condominio in costruzione) per costringerlo a pagare. I 50.000 euro servivano per far cadere in Cassazione un processo a carico di Rosario VIZZINI, Salvatore Gianpiccolo CAFFETTERA, Antonio RINZIVILLO, Salvatore RINZIVILLO. In Cassazione questi avevano qualcuno che per 50.000 euro e con una ritrattazione dei collaboratori di giustizia che avevano accusato Rosario VIZZINI, Salvatore Giampiccolo CAFFETTERA, Antonio RINZIVILLO, Salvatore RINZIVILLO, avrebbe fatto “cadere” il processo. Rosario VIZZINI si incontrò infatti una volta con Salvatore RINZIVILLO, Beppe SALVO e Salvatore COLLODORO in un bar del paesino vicino Busto Arsizio dove abita VIZZINI. VIZZINI disse a Salvatore RINZIVILLO di andare dalla famiglia TRUBIA, in quanto gli accusatori erano di quella famiglia e di fare cambiare versione. In effetti i due collaboratori di giustizia della famiglia TRUBIA, Nunzio e Peppe (detto PECORA ZOPPA) ritrattarono ed il processo cadde.

So queste cose perché ero presente all’incontro presso il bar. Massimo INCORVAIA e Rosario VIZZINI mi hanno raccontato della estorsione a F. L., in una occasione in cui ho portato del denaro per pagare il pizzo, in un bar di Busto Arsizio. Ho sentito tra l’altro Fabio NICASTRO dire personalmente che aveva bruciato il cantiere di L.. La vicenda risale verso la fine del 2004, inizio 2005, prima comunque dell’arresto di VIZZINI per la condanna definitiva. I soldi di L. vennero pagati in contanti, dopo essere stati prelevati dalla banca. Ho già riferito di tale vicenda alla Procura di Caltanissetta … OMISSIS …

Estorceva alla moglie i soldi per la droga

Fonte: http://www.varesenews.it

Un uomo di 32 anni è in carcere a San Vittore per violenza privata, lesioni, estorsione e minacce: la compagna era stata costretta a chiedere un finanziamento in banca per mantenerlo

È rinchiuso nel carcere di San Vittore a Milano l’uomo di Bollate arrestato ieri dai Carabinieri per maltrattamenti nei confronti della moglie. Il 32enne, nato a Caltanissetta ma da tempo residente in città,deve rispondere di una serie di gravi accue tra cui estorsione, lesioni personali, violenza privata e minacce ai danni della moglie, una donna di 29 anni di Bollate. L’ordinanza di custodia cautelare è stata emessa ieri, martedì 2 agosto, dal giudice per le indagini preliminari di Milano, dopo che i Carabinieri, esaminati i referti medici ricevuti dall’ospedale cittadino, avevano convinto la donna, in un primo tempo titubante, a presentare denuncia contro il marito.

L’uomo, di cui gli inquirenti hanno reso note le sole iniziali (A.A.), era da tempo noto alle forze dell’ordine come tossicodipendente, e avrebbe compiuto alcuni dei fatti a lui contestati sotto l’effetto di cocaina ed eroina. In particolare, il 32enne è accusato di reiterate vessazioni fisiche, morali e psicologiche ai danni della moglie, a cui aveva estorto nel corso del tempo circa 50mila euro con richieste quotidiane di denaro, probabilmente utilizzato per l’acquisto di droga. La donna era stata costretta anche a chiedere un finanziamento in banca per sostentare il marito, nullafacente, che la aveva minacciata di dare fuoco alla casa uccidendo anche i familiari della moglie e il suo cane. L’uomo, inoltre, avrebbe picchiato più volte la moglie con schiaffi, pugni e calci causandole lesioni anche gravi, spesso per futili motivi, e distruggendo oggetti e arredi di casa. La vittima, prima di essere convocata dai Carabinieri, aveva più volte tentato di sfuggire alla furia del marito rifugiandosi nell’abitazione dei suoi genitori.

3/08/2011

Mafia, patto di non belligeranza: 27 ordinanze di custodia cautelare

Fonte: http://www.corriere.it

Clan rivali dividevano gli introiti per sostenere gli affiliati in cella. Imprenditori assumevano per finta parenti dei boss che beneficiavano dell’affidamento ai servizi sociali

MILANO – Operazione antimafia dei carabinieri del Comando provinciale di Caltanissetta. Eseguite 27 ordinanze di custodia cautelare. In manette personaggi di spicco appartenenti a Stidda e Cosa nostra di Mazzarino, a pochi chilometri da Gela, due organizzazioni criminali tradizionalmente rivali, ma che avevano stretto un patto per spartirsi gli affari, in prevalenza estorsioni e droga. Un accordo di non belligeranza per dividersi i vasti introiti utilizzati anche per il sostentamento degli affiliati, liberi e in cella. Le ordinanze hanno raggiunto personaggi che si erano insediati in Lombardia, Umbria e Marche. L’operazione, che è tuttora in corso, si è svolta tra Caltanissetta, Enna, Monza, Brescia, Cinisello Balsamo, Spoleto e Fossombrone, oltre ai centri siciliani di Sambuca (AG) e Paternò (CT).

SOLIDARIETA’ – Gli investigatori hanno accertato che a Mazzarino operavano due clan criminali, legate a Cosa Nostra e alla Stidda, che avevano stabilito un patto di non belligeranza per la spartizione dei proventi di traffici illeciti come lo spaccio di sostanze stupefacenti e le estorsioni. I vertici dei clan, sebbene detenuti, comunicavano con l’esterno e tra di loro con i pizzini e inviando messaggi verbali attraverso i familiari incontrati in occasione dei colloqui in carcere. Le due organizzazioni criminali gestivano un traffico di sostanze stupefacenti, provenienti dalla provincia di Enna e di Catania e destinati a rifornire la piazza di Mazzarino. Alcuni imprenditori taglieggiati dal racket, infine, avevano assunto fittiziamente parenti dei boss per consentire loro di beneficiare del regime dell’affidamento in prova ai servizi sociali invece della detenzione carceraria. I 27 destinatari dei provvedimenti, eseguiti tra Caltanissetta, Mazzarrini, Monza, Enna, Brescia, Spoleto, Fossombrone, Sambuca, Cinisello Balsamo e Paternò, sono accusati di associazione mafiosa, estorsione, traffico di stupefacenti, detenzione e porto illecito d’arma. Nell’operazione, sono stati impiegati elicotteri, unità cinofile, 130 militari e 50 mezzi. I particolari dell’operazione saranno resi noti nel corso di una conferenza stampa, alle 10.45, presso il Comando provinciale dei carabinieri di Caltanissetta.

Redazione online

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