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Una sentenza lo certifica: «Attorno a Malpensa agiva la ‘ndrangheta»

Fonte: http://www.milano.corriere.it

Tentato omicidio, estorsione, rapina: prime condanne contro la cosca dei Farao Marincola, del crotonese

BUSTO ARSIZIO (Varese) – Da ieri c’è una sentenza di primo grado che non ammette equivoci: intorno a Malpensa, negli anni scorsi, agiva una cosca di stampo mafioso che, minacciando imprenditori ha cercato di conquistare il territorio di una ricca provincia lombarda, alla vigilia dell’Expo. A Lonate Pozzolo, in particolare, si era installata una ‘ndrina, ovvero una filiale al nord di una cosca del crotonese, i Farao Marincola, originari di Cirò Marina; strutturati con colonnelli residenti proprio nel paese, e guidati da un referente a Legnano, Vincenzo Rispoli, a sua volta uomo di fiducia dei calabresi.

Il collegio del tribunale di Busto Arsizio, presieduto da Adet Toni Novik, ha condannato 13 imputati e ne ha assolti 3, coinvolti nell’inchiesta Bad Boys. A tutti era contestata l’associazione per delinquere finalizzata alla commissione di reati che vanno dal tentato omicidio, all’estorsione, usura e rapine per finanziare il gruppo. Ma l’importanza della sentenza è data anche dal fatto che per sette imputati, i più attivi e pericolosi, il tribunale ha inoltre riconosciuto il 416 bis, ovvero l’associazione di stampo mafioso. I giudici hanno comminato condanne complessive a 86 anni di carcere, pene singole che vanno dai 2 anni agli 11 anni (c’era però il rito abbreviato), e confische per 125mila euro.
L’inchiesta, condotta dal pm Mario Venditti della Dda di Milano (in aula c’era il sostituto Giovanni Narbone), ha scoperchiato un sistema di terrore che nessuno osava denunciare. Sono pochissime infatti le dichiarazioni raccolte durante l’indagine. È anche per questo che in paese, a Lonate Pozzolo, dopo la paura si sta facendo strada la necessità di parlare di quanto successo: il consiglio comunale ha creato un apposito consiglio della legalità. Dopo la sentenza un parente degli imputati ha insultato e minacciato i ragazzi dell’associazione «Ammazzateci tutti» presenti in aula.

Roberto Rotondo

Bad Boys: 12 condanne e 3 assoluzioni per i ‘cattivi ragazzi’

Fonte: StampoAntimafioso

Di Ester Castano e Giulia Rodari

Procedimento iniziato il 9 giugno 2010, la sentenza Bad Boys è stata pronunciata lunedì 4 luglio 2011 nelle aule del tribunale di Busto Arsizio (VA). Per quindici imputati la condanna di primo grado del processo con rito ordinario.

“Sei tu piuttosto che sei ingrassato!” urla una bionda donna robusta in canottiera dall’area destinata al pubblico, alzandosi in piedi e gesticolando vigorosamente con le mani come stesse salutando un caro parente in procinto di imbarcarsi per un lungo viaggio oltremare. Il luogo in cui si svolge la scena, però, non è un porto affacciato sull’oceano, bensì il Tribunale di Busto Arsizio in provincia di Varese. E quel ‘caro parente’, non è lo ‘zio d’America’, ma suo marito Vincenzo Rispoli accusato dal Tribunale di Milano di essere un pilastro portante dell’associazione mafiosa denominata ‘Locale di Legnano-Lonate Pozzolo’.  La sua famiglia è al completo, la famiglia che niente fa sembrare quella di un potente boss della ‘ndrangheta lombarda come invece risulta a fine processo. La figlia neanche ventenne mentre esclama entusiasta “Oh, mamma, si ritirano per deliberare come in televisione, sembra di essere a Forum!” ne dà la prova.

Sono tanti i parenti degli imputati presenti sul fondo dell’aula, in attesa del verdetto finale che dichiarerà la condanna o l’assoluzione dei familiari: espressioni un po’ arroganti, un po’ superiori, un po’ sofferenti. Durante il momento di ritiro della corte si ritrovano al bar che guarda dritto in faccia alle porte del Tribunale, paradossalmente chiamato Alibi. Chiacchierano con la fidanzata, l’amico o l’avvocato, camminano fino alle porte di ingresso e fumano nervosamente per attenuare la tensione che si accumula all’avvicinarsi del momento decisivo.

C’è anche Antonella Leto Russo: trucco pesante e sottile sorriso beffardo, figura slanciata, tacchi a spillo e minigonna nera. La 34enne di Cirò Marina cammina avanti e indietro per il bar, poi esce, si appoggia al cofano di una macchina a fumare, in libera attesa del suo momento decisivo.

All’una l’aula si riempie e si procede alla lettura dei nomi e delle rispettive condanne. All’interno non è presente alcun rappresentante delle parti civili e solo Rita Vizza, seconda donna implicata poi assolta, è assente. Tensione nell’aria. Gli imputati, devoti, si fanno il segno della croce. Fieri, ascoltano la sentenza. Seduti vicino ai parenti degli ‘ndranghetisti i ragazzi di Ammazzateci Tutti guardano fisso davanti a loro senza distogliere lo sguardo dai magistrati.

Queste le condanne di primo grado per i 15 imputati processati con rito ordinario:

–  CIANCIO Nicola, cl. 1967, nato a Senise (PZ), residente a Ferno (VA) e domiciliato a Lonate Pozzolo (VA). Condannato a anni 5 di detenzione.

– DE CASTRO Emanuele, cl. 1968, nato a Palermo e residente a Lonate Pozzolo (VA). Condannato a anni 8 di detenzione per associazione a delinquere di stampo mafioso.

– ESPOSITO Antonio, cl. 1967, nato a Magenta (MI) e residente a Busto Garolfo (MI). Condannato a anni 8 di detenzione per associazione a delinquere di stampo mafioso.

– FILIPPELLI Francesco, cl. 1957, nato a Cirò Marina (KR) e residente ad Oleggio (NO). Assolto.

– FILIPPELLI Nicodemo, cl. 1971, nato a Cirò Marina (KR) e residente a Lonate Pozzolo (VA). Condannato a anni 10 di detenzione.

– GIORDANO Stefano, cl. 1967, nato a Busto Arsizio (VA) e qui residente. Condannato a anni 3 e mesi 6 di detenzione.

– LAFACE Giorgio, cl. 1973, nato a Busto Arsizio (VA) e residente a Pogliano Milanese (MI). Condannato a anni 3 e mesi 8 di detenzione.

– LETO RUSSO Antonella, cl. 1977, nata a Cirò Marina (KR) e qui residente. Condannata a anni 2 e mesi 8 di detenzione.

– MANCUSO Luigi, cl. 1977, nato a Cirò Marina (KR) e qui residente, ma domiciliato a Busto Arsizio (VA). Condannato a anni 8 e mesi 4 di detenzione.

– MURANO Vincenzo, cl. 1978, nato a Cirò Marina (KR) e residente a Lonate Pozzolo (VA). Assolto.

– RIENZI Pasquale, cl. 1968, nato a Grenzach (Germania) e residente a Legnano (MI). Condannato a anni 7 di detenzione per associazione a delinquere di stampo mafioso.

– RISPOLI Vincenzo, cl. 1962, nato a Cirò Marina (KR) e residente a Legnano (MI). Condannato a anni 11 di detenzione per associazione a delinquere di stampo mafioso.

– ROCCA Ernestino, cl. 1974, nato a Saronno (VA) e residente a Dairago (MI). Condannato a anni 5 di detenzione per associazione a delinquere di stampo mafioso.

– VIZZA Rita,  cl. 1954, nata a Cirò Marina (KR) e residente a Cirò Marina. Assolta.

– ZOCCHI Fabio, cl. 1962, nato a Genova e residente a Gallarate (VA). Condannato a anni 9 di detenzione per associazione a delinquere di stampo mafioso.

 12 condanne, 3 assoluzioni. Condanne che vanno da un minimo di due a un massimo di undici anni, per un totale di 80 anni e la confisca di oltre 200 mila euro in disponibilità degli imputati. La sentenza verrà depositata entro 90 giorni mentre gli avvocati difensori avanzeranno immediatamente appello.

Pochi attimi dopo la lettura dell’ultimo nome, l’aula del tribunale di Busto Arsizio si svuota rapidamente. Il ragazzino 17enne figlio di Emanuele De Castro saluta il padre in cella e non si tira indietro dall’insultare le forze dell’ordine che invitano la parentela a lasciare la sala dell’udienza. “Stammi bene Tonino!”: Vincenzo Rispoli saluta così Antonio Esposito. Quest’ultimo, condannato a 8 anni, si bacia le mani in un spontaneo e vistoso gesto di saluto rivolto al compare. Meno affettuosi sono stati i parenti dei condannati con Massimo Brugnone, coordinatore regionale del movimento antimafia Ammazzateci Tutti: i suoi compaesani – Brugnone stesso è di origini calabresi ma bustocco d’adozione – non ci pensano due volte a riempirlo di insulti con frasi che si avvicinano più alla minaccia che all’offesa.

E fuori dal tribunale… vecchiette passeggiano, ragazzi ridono agli angoli delle strade, bambini mangiano il gelato, macchine restano in coda: fuori, semplicemente il consueto procedere di tutti i giorni.

Bad Boys: le mani della ‘Ndrangheta al Nord

Fonte: StampoAntimafioso

Di Ester Castano

Due del pomeriggio del 15 luglio 2008, San Vittore Olona in provincia di Milano. Carmelo Novella detto ‘compare Nuzzo’ sta bevendo un caffè fra i tavolini rossi del Circolo degli ex combattenti e reduci, a pochi passi dalla scuola elementare. Entrano due killer a volto coperto e gli sparano tre colpi di pistola in pieno viso, uno al braccio, senza lasciargli scampo. L’uomo, 58enne con un passato di armi, droga e galera, rimane ucciso sul colpo. 27 settembre dello stesso anno, San Giorgio su Legnano: squilla il telefono della caserma dei Carabinieri. Una voce maschile informa che nei pressi del cimitero si trova un corpo apparentemente privo di vita: un foro di pistola gli ha attraversato il volto, dalla bocca è arrivato alla nuca. Si tratta del 34enne Cataldo Aloisio, arrestato nel 2000 perché ritenuto vicino alla ‘ndrina di Cirò Marina. Servivano due omicidi, decisi in Calabria dai boss della ‘ndrangheta ed eseguiti in Padania, per aprire gli occhi ai cittadini delle due più industrializzate città del Nord: la prima, Milano, capoluogo lombardo; la seconda, Varese, ‘verde’ città del carroccio. Mani invisibili all’opinione pubblica, ma ben conosciute da commercianti e imprenditori della zona: usura, intimidazione, truffa, rapina a mano armata, delitti di estorsione, violenze private, lesioni rivolte ad esercizi commerciali pubblici, bar e locali notturni. Mani che dall’anno 2000 si sono appropriate del territorio monopolizzando interi settori produttivi. Motivo per cui, grazie alle indagini effettuate principalmente mediante intercettazioni telefoniche e ambientali, si è arrivati ai 54 soggetti indagati e 43 capi di imputazione del processo Bad Boys i cui protagonisti spesso si intrecciano con quelli di Infinito. Alcuni nomi sono addirittura gli stessi. Fra i più in evidenza spiccano Vincenzo Rispoli, De Castro Emanuele, Mancuso Luigi, Esposito Antonio, i fratelli Filippelli, Rienzi Pasquale, Laface Giorgio, Ciancio Nicola: calabresi, palermitani e lombardi. “Enzo – Vincenzo Rispoli, ndr – è una potenza qui in Lombardia. Fa così con le dita e si muovono duemila persone. Si girano e corrono”. Lo dice, parlando al telefono non sapendo di essere ascoltato dai magistrati, Fabio Zocchi, anche lui fra i ‘cattivi ragazzi’ indagati per associazione a delinquere di stampo mafioso denominata ‘Locale di Legnano – Lonate Pozzolo.

Nell’Ordinanza di Custodia Cautelare in Carcere (artt. 285 e 292 c.p.p) si legge che “gli affiliati han fatto uso della forza di intimidazione del vincolo associativo e della conseguente condizione di assoggettamento e di omertà, realizzate attraverso la ‘fama’ di violenza e di potenzialità sopraffatrice del vertice della cosca alleata e/o collegata dei ‘FARAO-MARINCOLA’, dominante il ‘Locale di Cirò’, nonché attraverso il sistematico ricorso all’uso di violenza e minaccia culminate in gravissimi delitti contro la persona, realizzati con modalità esecutive spettacolari anche nei confronti di appartenenti alla stessa organizzazione, tale da indurre le vittime a non denunciare i fatti alle autorità e a non collaborare con le forze dell’ordine, imponendo tra gli associati regole inderogabili come il pagamento di quote sui ricavi di azioni delittuose e una sorta di sistema di mutuo soccorso diretto ad assicurare il sostentamento dei sodali anche in caso di morte e detenzione”.

La sentenza di Bad Boys, procedimento iniziato il 9 giugno 2010, è stata pronunciata lunedì 4 luglio 2011, poco più di un anno dopo, nelle aule del tribunale di Busto Arsizio (VA). Per quindici imputati la condanna di primo grado del processo con rito ordinario: 12 condanne, 3 assoluzioni. Condanne che vanno da un minimo di due a un massimo di undici, per un totale di 80 anni e la confisca di oltre 200 mila euro in disponibilità degli imputati.

La presunta vittima scrive all’estorsore: “Caro Nico, torna presto”

Fonte: http://www.varesenews.it

Il difensore di Nicodemo Filippelli al processo contro la ‘ndrangheta di Lonate Pozzolo legge in aula la lettera che una delle presunte vittime ha scritto allo stesso Filippelli: “Stai calmo, presto tornerai a lavorare”

La presunta vittima dell’estorsione scrive al presunto estorsore in carcere: “Caro Nico, so come stai, la vita è strana. Prendi questa situazione con calma, ti avevo anche mandato una cartolina da Brescia ma non ti è stata consegnata. Non è giusto che tu sia lì, vedrai che tutto si aggiusta. Tanti auguri e torna presto tra noi a lavorare”.
Sono queste le parole che l’avvocato Mangiarotti, che difende Nicodemo Filippelli, ha letto dalla missiva che una presunta vittima di estorsione ad opera, secondo l’accusa, proprio del destinatario della lettera, ha scritto qualche tempo fa. Succede anche questo nel processo Bad Boys a carico della cosiddetta locale di ‘ndrangheta di Lonate Pozzolo-Legnano che prosegue con le arringhe dei difensori. Oggi è toccato ad uno degli imputati più rappresentativi di questo processo, accusato di essere la diramazione lonatese di Vincenzo Rispoli e a carico del quale sono state addebitate molte delle estorsioni e delle accuse di usura che formano l’ordinanza di custodia cautelare emessa dalla dda di Milano nel marzo 2009.

L’avvocato ha ripercorso uno ad uno i capi d’accusa e ha rilevato come nessuna di queste estorsioni sia corroborata dalle parole delle vittime: «Nessuno (o quasi, visto che ci sono anche parti civili costituite, ndr) conferma le ipotesi del pubblico ministero – sostiene il legale davanti al collegio presieduto da Toni Adet Novik – si tratta di una normale attività di prestiti che il mio assistito svolgeva quando veniva richiesto». Secondo Mangiarotti le accuse degli inquirenti sarebbero frutto di una lettura distorta delle intercettazioni: «Forse il Filippelli non era sempre gentile al telefono – dice il legale – ma tutte le conversazioni che vengono riportate non provano nulla». In un caso, però, il legale sembra concedere almeno la possibilità che sia stata messa in atto una truffa ai danni di Mario Accarino, fratello del più noto Salvatore condannato più volte per traffico illecito di rifiuti pericolosi. Accarino Mario, infatti, in questo caso sarebbe una vittima di Filippelli e Zocchi ma non di usura, nè di estorsione, bensì di truffa: «La vittima racconta di un affare  finito male nel settore immobiliare e nel quale sembra che Filippelli riesca ad ottenere 7 appartamenti a Cirò Marina e oltre 50 mila euro senza dare in cambio quanto promesso: dapprima un’immobile in via Alfieri a Busto e in seguito un terreno in Romania». Nelle intercettazioni, comunque, si parla anche di soldi che venivano prestati per un negozio di pompe funebri a Fagnano Olona, da sempre in perdita, e che l’Accarino non riusciva a restituire.

Il difensore, ha chiesto, comunque l’assoluzione perchè il fatto non sussiste o perchè non costituirebbe reato per tutti i capi d’imputazione. Secondo Mangiarotti, infine, non si può giustificare il silenzio delle presunte vittime con la paura «altrimenti non staremmo qui a discutere di questi singoli reati in quanto dovrebbero essere giustificati dal fatto che tutti sapevano che Filippelli faceva parte della ‘ndrangheta. Cosa peraltro che viene sostenuta solo perchè proveniente da una certa area geografica». Infine il pubblico ministero Giovanni Narbone ha anche chiesto la pena di un anno e otto mesi per Roberto Lomuscio, accusato di aver tenuta nascosta l’arma per il ferimento di Barbara Viadana, avvenuto a Busto Arsizio nel 2007. La difesa ha chiesto, invece, l’assoluzione in quanto il Lomuscio sarebbe stato all’oscuro di quello che gli era stato consegnato da nascondere. L’ultima udienza prima della sentenza del 4 luglio è prevista per il 28 giugno con le conclusioni di altri 4 legali.

In tribunale torna la ‘ndrangheta

Fonte: http://www.varesenews.it

Torna in aula domani, martedì 19 aprile, il processo Bad Boys agli appartenenti alla locale di Legnano-Lonate Pozzolo nel quale parleranno le parti civili. Una vicenda che ha aperto un vaso di Pandora in Lombardia e ha scatenato molte reazioni

Toccherà alle parti civili domani, lunedì 19 aprile,  parlare al processo nei confronti di Carlo Avallone, Emanuele De Castro,Antonio Esposito, Nicodemo Filippelli, Stefano Giordano, Antonella Leto Russo, Luigi Mancuso, Pasquale Rienzi,Vincenzo Rispoli (foto a sin.), Ernestino Rocca, Fabio Zocchi e Rita L., tutti e dodici accusati di aver partecipato all’associazione a delinquere di stampo mafioso chiamato locale di Lonate-Legnanocome affiliati alla ‘ndrangheta. Il lungo percorso iniziato nel 2002 con le prime indagini dei Carabinieri di Varese, proseguito con l’intervento della Direzione distrettuale antimafia e della Dia, che ha portato al loro arresto, e conclusosi con il processo con rito abbreviato giunto, ormai, alle fasi finali con una serie di udienze calendarizzate fino a luglio prima di arrivare alla sentenza prevista per la fine dell’estate.

Il pubblico ministero Mario Venditti ha chiesto pene che vanno dai 4 ai 17 anni per quelli che considera essere gli esponenti di spicco della locale che opera tra i due centri a cavallo tra le province di Varese e Milano. Grazie all’inchiesta “Bad Boys” prima e “Infinito” dopo la procura distrettuale antimafia è riuscita a ricostruire anni di estorsioni, minacce, usura, violenze che si sono susseguite ad un ritmo industriale in tutta la provincia di Varese dal capoluogo in giù. I dodici per i quali è stata richiesta la condanna appaiono nelle carte del pm come una vera e propria macchina organizzata e ben oliata che riusciva ad incutere timore sia nei confronti dei loro compaesani, quasi tutti di Cirò Marina, che nei confronti di molti imprenditori nativi della zona. Decine le imprese assoggettate, chi da qualche mese e chi da anni, al volere di Vincenzo Rispoli, considerato il capo della locale, Nicodemo Filippelli ed Emanuele De Castro (che reggevano la locale nella zona del Basso Varesotto).

Dai fascioli, grazie a strumenti di indagine classica e alle intercettazioni, sono emersi tantissimi episodi quali incendi, colpi di pistola sparati a finestre e serrande, pestaggi per chi non restituiva prestiti con tassi da usuraio, cessioni di aziende. Tutto questo è accaduto in un arco temporale che si presume vada dalla metà degli anni ’90 al 2009, anno in cui sono stati effettuati gli arresti. Le denunce all’autorità giudiziaria si sono potute contare sulle dita di una mano e anche questo ha reso difficile il lavoro degli investigatori che spesso si sono trovati davanti ad un clima omertoso. La ‘ndrangheta di Legnano-Lonate, inoltre, poteva contare anche su contatti indiretti con il mondo della politica (anche se nulla di concreto è emerso fino ad ora anche a causa di una legislazione fallace), con il mondo dei colletti bianchi (direttori di filiale o impiegati) e dell’imprenditoria in special modo edile, molti affidavano alle imprese a loro direttamente collegate il movimento terra. 

Una volta emerso tutto il sottobosco criminale che governava l’economia attorno a Malpensa fino a Legnano le indagini hanno potuto fare un grande balzo in avanti fino a scoperchiare l’intera organizzazione lombarda nel luglio del 2010 che contava su una ventina di locali come quella di Legnano-Lonate. Con l’indagine “Infinito – Il Crimine”, infatti, sono stati eseguiti ben 300 arresti divisi equamente tra la Lombardia e la Calabria, con la prima definita come la provincia dell’impero mafioso calabrese. Da qui è partita anche una grossa riflessione dal punto di vista culturale con i botta e risposta tra Roberto Saviano (che a Vieni via con me aveva puntato il dito sulla Lombardia mafiosa e omertosa) e il ministro dell’Interno Roberto Maroni (che, invece, negava la saldatura del tessuto criminale a quello sociale lombardo). Infine è arrivata la bella manifestazione di Legalitàlia, organizzata dalle scuole di Busto Arsizio e Ammazzateci tutti, con una giornata dedicata alla legalità e che ha visto coinvolti oltre 3000 studenti che hanno voluto manifestare il loro “no” a tutte le mafie.

La direzione antimafia: “Lombardia colonizzata dalla ‘ndrangheta”

Fonte: http://www.varesenews.it

Ora lo dice anche la relazione annuale della Direzione Nazionale Antimafia: la Lombardia, dopo la Calabria, è la regione più infiltrata dalla ‘ndrangheta che, anche qui, è riuscita ad imporre il suo modello di colonizzazione (nella foto a sinistra la riunione dei vari capi lombardi in un circolo di Paderno Dugnano intitolato a Falcone e Borsellino). Nelle 1100 pagine di relazione la regione più popolosa e ricca d’Italia ha ottenuto un ampio spazio da parte della procura nazionale grazie alla maxioperazione lombardo-calabrese che ha portato all’arresto di oltre 300 persone delle quali la metà residenti (o domiciliate) in Lombardia. L’hinterland milanese (Rho, Desio, Bollate, Legnano) e la città di Brescia sono al top della speciale classifica dei centri infiltrati dalle cosche calabresi ma anche la provincia di Varese con Lonate Pozzolo e Ferno,due paesi infiltrati da esponenti della locale di Legnano, non può essere esclusa dalla nuova relazione. Proprio in provincia di Varese, infatti, è partita la prima inchiesta (denominata Bad Boysgiunta ormai alle condanne) che ha fatto da apripista alla più grande operazione Infinito del luglio 2010.

Qui più che altrove la ‘ndrangheta ha trovato terreno fertile per imbastire relazioni con l’humus imprenditoriale locale, relazioni perverse che sono poi sfociate nell’estorsione e nell’usura, nell’imposizione dei propri camion e dei propri mezzi per il movimento terra, una delle attività più fiorenti tra le varie locali di ‘ndrangheta fiorite a partire dagli anni ’90 in tutto il territorio lombardo. L’operazione Bad Boys, del marzo 2009, aveva sgominato quella di Legnano-Lonate Pozzolo con 39 arresti effettuati nelle prime ore di una tiepida mattina di primavera. Quell’inchiesta ha svelato come, in un piccolo centro del Varesotto, sotto l’apparente tranquillità della vita quotidiana di provincia si nascondesse un verminaio di estorsioni, usura, prevaricazioni e coperture di personaggi che non si nascondevano nemmeno più di tanto. Personaggi come Nicodemo Filippelli ed Emanuele De Castro, coadiuvati da collaboratori spregiudicati che facevano il lavoro sporco, imponevano le loro logiche tra le tante imprese edili (e non solo) della zona fino ad arrivare al condizionamento delle elezioni amministrative grazie alla forte componente di cittadini provenienti da Cirò Marina.

Lo stesso modello di infiltrazione, giunta fino ai limiti del potere politico, era stato ripetuto a Bollate, Desio (dove è caduta una giunta intera), Rho, Pavia, Cormano, Milano, Corsico, Bresso, Limbiate, Solaro, Mariano Comense, Pioltello, Erba e Canzo, Seregno. In ognuno di questi comuni e nel loro circondario c’erano uomini pronti a tutto per arricchire la cosiddetta “bacinella”, ovvero la cassa comune nella quale andavano tutti i proventi delle varie locali lombarde. Dei denari a disposizione di questa cassa comune tutto sapevano in Calabria, il centro nevralgico dell’impero economico delle ‘ndrine. Chiunque si fosse messe di traverso, magari pensando di emulare le gesta di Bossi e della Lega Nord nelle loro terre con un federalismo della malavita, sarebbe stato ucciso. Il corpo di Carmelo Novella, crivellato di colpi in un bar di San Vittore Olona, ne è stata la dimostrazione lampante.

 

 

Nomi e fatti citati dal pm che accusa la ‘ndrangheta

Fonte: http://www.varesenews.it

Mario Venditti della DDA milanese ripercorre tra intercettazioni, estorsioni e sparatorie, l’ascesa del clan guidato da Vincenzo Rispoli, “una potenza in Lombardia, che può muovere duemila uomini

Una requisitoria senza acuti retorici, ma con la forza di indizi e contestazioni che si accumulano inesorabili, quella del pm Mario Venditti della Direzione distrettuale antimafia milanese al processo “Bad Boys” in corso davanti alla Corte d’Assise del tribunale di Busto Arsizio. Sotto accusa quella che per la DDA milanese si configura come una vera cosca, il “locale” di Lonate-Legnano, nato come costola operativa dei clan di Cirò Marina, legato al clan Farao-Marincola, ma capace di strutturarsi sul territorio in modo forte, indipendente, e violento. Fin troppo: fino al punto di attirare l’attenzione e la repressione, delle forze dell’ordine. Numerose immobiliari e imprese edili, di volta in volta intestate a prestanome, a persone indotte o costrette a collaborare o direttamente ad affiliati facevano da sfondo ad una duplice attività che affiancava estorsioni e usura a più tradizionali attività criminali, quali le rapine. Senza dimenticare, per chi pensasse che questo processo in fondo non riguarda la città in cui si svolge, l’episodio gravissimo del ferimento alle gambe, in pieno centro a Busto Arsizio, di Barbara Viadana, sorella della titolare di un’agenzia immobiliare incorsa nelle ire di uno degli imputati.
Una requistoria dalla quale emerge anche una ‘ndrangheta che a modo suo “fa proseliti” al Nord coinvolgendo anche soggetti non calabresi di origine, come ad esempio Fabio Zocchi, uno degli elementi più citati della requisitoria.

A capo di tutto, ribadisce Venditti davanti alla corte, mentre gli imputati presenti dietro le sbarre seguono attentamente senza reazioni, c’era il legnanese Vincenzo Rispoli. È lui ad essere citato in innumerevoli intercettazioni come il punto di riferimento attorno al quale ruotava l’attività del gruppo. C’era anche in una nota riunione ad alto livello, a Cardano al Campo, il 3 maggio 2008. Lo chiamavano sempre “Enzo”, o “Cenzo”, ma le circostanze di varie delle intercettazioni lo fanno nominare per nome e cognome, chiaramente. Come ad esempio quella del 18 aprile 2006 in cui Nicodemo Filippelli («i carabinieri di Varese gli dovrebbe un monumento» dice il pm, « perchè con le sue esternazioni», colto ovunque da microfoni ambientali o intercettate, «è stato più efficace di mille collaboratori di giustizia») con tono didattico illustra a Fabio Zocchi, «non calabrese, settentrionale, e dunque bisognoso di ‘istruzione’» nota il pm, la struttura dell’associazione, i doveri e i relativi vantaggi dell’associazione, e fa preciso riferimento a Rispoli Vincenzo. Ancora pochi mesi dopo, a settembre, è sempre Filippelli, intecettato, a riferire testualmente che« il sodalizio agiva su disposizione di Rispoli». In una delle intercettazioni citate si dirà che «Enzo è una potenza in Lombardia, può far muovere duemila persone, e quelle di colpo si girano e corrono». È Rispoli l’uomo cui ci si rimette per una decisione, lui che partecipa alla spartizione dei proventi dell’associazione di cui è a capo, che non dimentica, ovviamente, di “stipendiare” anche i carcerati, anche questo nelle intercettazioni c’è; nè di proseguire le estorsioni ai danni di imprenditori locali. Citato in aula il caso di F. L., imprenditore cui i malavitosi arriveranno a far mangiare delle cambiali prima di colpirlo col calcio di una pistola: anche qui secondo il pm non mancherebbe un interessamento diretto del Rispoli, testimoniato da scambi telefonici col Filippelli Nicodemo. «Vari collaboratori hanno detto che i Rispoli sono famiglia mafiosa residente in Legnano, con appoggi a Cirò, ancora oggi risulta che ‘non si muove foglia che Rispoli non voglia’. A Legnano come a Guardavalle, zona di origine, erano consosciuti come famiglia mafiosa di alto livello» ribadisce il pm carte alla mano.

La posizione di Emanuele De Castro è quella di «“amministratore della bacinella”», ossia del fondo comune della ‘ndrina. (…) «Quando Zocchi Fabio ha necessità di simulare un suo status di lavoratore dipendente, è al De Castro che si rivolge, vero titolare della società di cui figurerà a libro paga». De Castro è presente in tutta una serie di riunioni ad alto livello cui partecipa il Rispoli, inclusi i funerali di Pasquale Barbaro a Platì nel novembre 2007, a varie altre riunioni; «è titolare di varie attività economiche, utilizza macchine e auto anche di gran pregio, inclusa una Porsche Cayenne, benchè non dichiari redditi, segno che i suoi non erano certo quelli delle attività apparentemente lecite gestite attraverso prestanome, ma quelle illeciti, i “recuperi”».
Di Nicodemo Filippelli già abbiamo detto quale “merito”, suo malgrado, gli si attribuisca da parte di pm e forze dell’ordine: dalla sua viva voce registrata che si apprende moltissimo. «Filippelli è ovunque, è onnipresente, è sempre in mezzo in tutte le vicende comprese le riunioni più importanti, incluso il 3 maggio 2008 a Cardano, dove non aspetta fuori, ma entra ed è invitato al pranzo e alla discussione». Questo suo attivismo a parecchi dà fastidio, peraltro. Nelle varie estorsioni, «nei taglieggiamenti sistematici cui è sottoposta l’imprenditoria locale, lui c’è sempre. Oltretutto Filippelli Nicodemo con Mancuso Luigi è colui che si fa carico del riciclaggio dei danari provento dei recuperi, «utilizzando anche persone a lui legate affettivamente». Come Leto Russo Antonella, al centro di una «triangolazione» monetaria con Mancuso e Filippelli Nicodemo per «portare a Cirò i soldi, monetizzare i titoli provento di “recuperi” in modo da renderli non rintracciabili: la Leto Russo con conti correnti propri, di familiari e di terzi, “monetizza” con castelletti bancari e poi indirizza il denaro. Lei ha reso ampia confessione, forse nemmeno rendendosi conto dell’attività illecita di riciclaggio compiuta». Il pm Venditti cita un’operazione immobiliare “capolavoro”, ovviamente di illegalità: quella relativa alla Ebe immobiliare, su cui elenca una serie di complessi passaggi attraverso “schermi” e prestanomi più o meno costretti o complici, tra cui in particolare Avallone Carlo, al termine dei quali la società finisce nelle mani di Fabio Zocchi e di Nicodemo Filippelli. «Il mutuo immobiliare di un milione e 400mila euro alla Deutsche Bank nessuno l’ha mai pagato; tutti ci hanno guadagnato a eccezione del primo proprietario che subisce la perdita secca del patrimonio della società, di due milioni e mezzo. Avallone fa quello che fa sotto minaccia di Zocchi e Filippelli. Questi ultimi due ci guadagnano puliti un milione di euro, anche nell’ipotesi che il mutuo fosse pagato»
Avallone era stato sentito in mattinata: «finalmente ha riferito le cose come stavano» constatava il pm Venditti. «Ha spiegato le ragioni del suo coinvolgimento in queste vicende. Mi ha fatto venire i brividi, una realtà di intimidazione, di terrore per sé e per la famiglia, anche in detenzione. È accusato di essere riciclatore e di aver partecipato a vari operazioni camuffandone i veri termini». Altri subiscono imposizioni forzose, uno di questi imprenditori è letteralmente costretto a rinunciare a una mansarda in Legnano sempre a favore di Filippelli e Zocchi, con tutti gli “schermi” possibili in mezzo per la rintracciabilità dei passaggi di mano.

Luigi Mancuso «è al centro della vicenda dell’importantissima riunione del 3 maggio 2008. Ha strettissimo rapporto con Cataldo Marincola (il quale con Farao Silvio è a capo del locale di ndrangheta di Cirò), tanto che ve lo accompagna in quell’occasione. È lui che dopo il sequestro degli assegni di Trecate suggerisce al taglieggiato L., nell’intercettazione del 30 aprile 2007, di rispondere che erano stati emessi a copertua dell’acquisto di una BMW. Ed è al centro della triangolazione di danari fra Nicodemo Filippelli e la Leto Russo».
Ernestino Rocca è invece la figura dell’uomo d’azione e guardaspalle. Il suo ruolo è evidenziato da due episodi. Nel primo, dà fuoco all’auto del capo dell’ufficio tecnico del Comune di Lonate Pozzolo, architetto Orietta Liccati. In pieno giorno, nel parcheggio interno del Municipio, «e questa è la cosa più incredibile». Viene visto, qualcuno annota la targa della sua auto e riferisce: individuato, il Rocca andrà a processo per il gesto. «Rischia l’arresto in flagranza, ma non è pazzo. È che si ritengono padroni del territorio, fanno quello che gli pare, alla luce del sole, con arroganza. Ma è stato sfortunato: ha trovato persone che si sono assunte l’onere di fare una denuncia, che non hanno avuto paura». Rocca per Venditti è un tipico incaricato del controllo militare del territorio, e fa da guardaspalle al De Castro. L’arresto di Rocca il 21 luglio 2008 avviene ad opera dei carabinieri di Cuggiono: c’è un incontro cui partecipa De Castro, i carabinieri sono lì a monitorare, Rocca, che non è ammesso al summit, è armato di pistola. Trovatagliela addosso, i militari lo arrestano per il porto dell’arma

C’è poi la vicenda del ferimento in pieno centro a Busto Arsizio di Barbara Viadana. Venditti tratta insieme le posizioni di Esposito Antonio e Rienzi Pasquale: la confessione di Esposto dimostra il legame stretto fra i due. «Qui siamo al livello che si ammazza la gente per fare delle “cortesie”, come le chiamano loro. Sotto c’era la truffa immobiliare cui facevo riferimento in apertura della mia requisitoria, e la denuncia della sorella della Viadana a carico di Rienzi, che alla fine decide di colpire. Ed è quello che Esposito fa con Orazio Donato (un altro degli arrestati dell’operazione Bad Boys ndr)». Finisce gambizzata Barbara Viadana al posto della sorella. Per Venditti questo è un tentato omicidio, «hanno mirato al bersaglio grosso, hanno colpito le gambe» ma potevano benissimo uccidere; in ogni caso «è sintomatico dell’esistenza dell’associazione, tenuto conto di quanto ci dice Donato, cioè che Esposito si mette in accordo con Rispoli anche per le rapine per cui Esposito e Donato sono processati a parte». Tra le rapine, una non inclusa in quel processo è del 5 giugno 2006, a Lonate Pozzolo: il bandito trova appena dieci euro in casse e li lascia lì, con disprezzo. Per il pm ci sono elementi per accusarne Esposito.
Nelle ricostruzioni di Venditti entra poi anche il progetto di omicidio di un altro Filippelli, Mario, “salvato” dai carabinieri con l’arresto; poi scorrendo i capi di imputazione «varie gravissime estorsioni ai danni di imprenditori locali, e non si sottovalutino quelle per cifre minime che possono far sorridere, parliamo di gravi reati, usura, estorsione, ancora più gravi perchè Nicodemo Filippelli e i suoi accoliti dediti ai “recuperi” non solo fanno maxioperazioni come la Ebe, ma raccolgono anche gli spiccioli, le briciole, i mille euro, praticando interessi ed esigendo percentuali col meccanismo del cambio assegni, del cambio titoli, a chi non ha accesso a conti, in cambio di un tot, con interessi astronomici che configurano l’usura». E il potere dell’organizzaizone si perpetua, fino allo scattare delle manette.

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