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Sesto, esplosione in un negozio nella notte

Fonte: www.milano.corriere.it

Ipotesi dolosa con una bottiglia incendiaria come innesco

SESTO SAN GIOVANNI – L’esplosione fortissima. La vetrina del negozio in frantumi. Il fumo e le fiamme sulla strada e verso il cielo buio. Scene d’inferno si sono vissute questa notte a Sesto San Giovanni, nella centralissima via Breda a causa dell’incendio scoppiato in un phone center, al piano terra di un vecchio edificio residenziale di fianco alla ferrovia Milano-Como-Chiasso.

IL BILANCIO – Il bilancio del rogo, fortunatamente, è di soli 4 intossicati lievi, tra cui una donna di 90 anni e un giovane originario delle isole Mauritius che, preso dal panico, si è lanciato dalla finestra del primo piano. Più ingenti i danni materiali: il negozio è andato completamente distrutto e due appartamenti del palazzo sono inagibili. Il caos è iniziato verso le 2. A svegliare i residenti è stato uno scoppio fortissimo, che ha infranto le vetrine del phone center proiettando le schegge di vetro a diverse centinaia di metri di distanza: in quel momento sulla strada non passavano veicoli, altrimenti il pericolo sarebbe stato enorme. Subito dopo dai locali è uscita una densa nuvola di fumo, mentre le fiamme divoravano ogni cosa. I carabinieri del comando di compagnia di Sesto San Giovanni, giunti sul posto insieme ai vigili del fuoco, alla polizia locale e alle ambulanze del servizio 118, non hanno dubbi sull’origine dolosa dell’incendio.

LE IPOTESI – Potrebbe trattarsi di una bottiglia incendiaria che ha fatto da innesco, ma gli inquirenti mantengono abbastanza riserbo sulla vicenda e non escludono alcuna ipotesi: dalla vendetta all’avvertimento. In ogni caso il fuoco è scaturito dall’interno dei locali. Incredulo il titolare del phone center, un siriano con regolare permesso di soggiorno, che non ha mai avuto problemi con la giustizia. Gli abitanti del palazzo sono stati fatti sgomberare: i vigili del fuoco hanno tratto in salvo un’anziana donna, che si trovava nell’appartamento di fianco ai due danneggiati dal rogo. Accompagnata in ospedale, la pensionata è stata visitata, tranquillizzata e dimessa. Stessa sorte per gli altri tre intossicati lievi, tutti stranieri. I residenti hanno potuto far ritorno nelle loro abitazioni intorno alle sei di questa mattina. Tranne le persone che abitano al primo piano. Hanno trovato ospitalità da amici. Anche via Breda è stata riaperta al traffico poco dopo.

Ferdinando Baron
25 agosto 2011 12:10

Legnano, maxi blitz con diciotto arresti 113 chili di coca e un milione in contanti

Fonte: http://www.milano.repubblica.it

Le fiamme gialle hanno eseguito 18 arresti in diverse regioni, dalla Lombardia alla Campania
Nell’operazione le forze dell’ordine hanno anche recuperato l’ingente quantitativo di denaro

Sono stati eseguiti 18 arresti in Lombardia, Campania e Piemonte per traffico internazionale di sostanze stupefacenti. Nel corso dell’operazione, condotta dalla guardia di finanza di Legnano, sono stati sequestrati 113 chili di cocaina, quattro auto, documenti falsi e circa un milione di euro in contanti. Gli arrestati, di nazionalità boliviana, colombiana, tunisina e italiana, farebbero parte di un’organizzazione che opera in vari Paesi europei. Le indagini sono partite dal fermo, nell’aprile del 2009, di alcuni piccoli spacciatori italiani.

L’organizzazione faceva entrare la cocaina in Italia nascondendola in pacchi inviati dalla Bolivia con un corriere espresso. Un 25enne e un 29enne, dipendenti di una società di spedizioni di Como, si occupavano di intercettare i pacchi, sui quali figurava un indirizzo falso, e di smistarli ai referenti della banda. La droga veniva importata anche attraverso gli aeroporti, in particolare Malpensa. Il gruppo era in grado di far entrare in Italia circa 500 chili di cocaina all’anno. I tre presunti vertici dell’organizzazione sono un tunisino di 59 anni, ricercato da 20 anni dall’Interpol, che parla correttamente sei lingue e si occupava di mantenere i contatti con l’estero, in particolare con la Francia e la Spagna, e due italiani di 63 e 64 anni.

(24 febbraio 2011)

L’omicidio Monterosso e le armi della guerra di mafia

Fonte: http://www.varesenews.it

A processo nel tribunale bustocco i presunti organizzatori dell’arsenale trovato nella ditta di Andrea Vecchia, l’imprenditore che decise l’omicidio del suo rivale Giuseppe Monterosso, freddato a Cavaria nel maggio 2009

I presupposti perchè tra le province di Varese e Como nascesse una guerra di mafia dopo l’omicidio di Giuseppe Monterosso, c’erano tutti e sono emersi dalle prime testimonianze al processo in Corte d’Assise a Busto Arsizio a coloro che avrebbero, secondo l’accusa, procurato le armi che l’avrebbero innescata: Calogero Palumbo, Giuseppe Luparello e Gaetano Ribisi. Una guerra di mafia che Andrea Vecchia, mandante dell’omicidio condannato a 20 anni di reclusione, aveva programmato insieme ai vertici del clan Messina-Albanese di Porto Empedocle contro Monterosso e la sua cerchia, affiliati ai clan di Caltanissetta, legati ai Madonia.

I tre sono accusati di avere, nei giorni successivi all’omicidio di Giuseppe Monterosso avvenuto il 6 maggio 2009 nella sua ditta di Cavaria per mano di Alessio Contrino, procurato, trasportato e occultato le armi che sarebbero dovute servire a compiere almeno un altro omicidio e per le eventuali vendette che il clan di Monterosso avrebbe potuto ordinare. L’omicidio fermato prima che si compiesse sarebbe stato quello di Salvatore Mastrosimone, accusato di aver partecipato all’incendio di 4 camion di Andrea Vecchia. Questa mattina, venerdì, davanti al giudice Luisa Bovitutti, sono sfilati i primi due testi dell’accusa, rappresentata dal pubblico ministero D’Amico: l’ispettore Maurizio Donini e il sovrintendente Giuseppe Peluso, entrambi della squadra mobile della Questura di Como.

Donini è stato ascoltato per primo e ha raccontato come, nei giorni successivi all’omicidio di Giuseppe Monterosso, è iniziata la collaborazione con il supertestimone Alessio Contrino, già considerato confidente della Polizia comasca da anni, grazie al quale la procura di Busto Arsizio e la questura comasca giunsero all’arresto di Andrea Vecchia, mandante e autore dell’omicidio insieme a Contrino, e al sequestro di armi che avvenne il 16 maggio nella ditta di autotrasporti del Vecchia, ad Albiolo in provincia di Como: «Fu lo stesso Contrino a prendere contatto con il sovrintendente Peluso, temeva che sarebbe scoppiata una vera e propria faida, e per questo lo chiamammo a deporre in questura il giorno dopo, era il 15 maggio, – racconta Donini – ci disse che proprio quel giorno stavano arrivando le armi, trasportate da un certo Cuntrera dalla Sicilia a Como».

Il sovrintendente Peluso spiega anche come mai conosceva già Contrino: «Era un confidente già dal ’94, appena arrivato dalla Sicilia – spiega Peluso – in un paio di occasioni ci permise il sequestro di armi e di droga. In particolare ricordo che nel 2008 ci permise di sequestrare una mitraglietta Skorpion che era stata richiesta da Andrea Vecchia». Il Vecchia, infatti, già da tempo era attenzionato dalla questura comasca perchè considerato un criminale di spessore con un legame forte con i boss della Sicilia. Insomma Contrino era giudicato attendibile dalla Squadra Mobile che si face raccontare dove fossero state nascoste le armi in arrivo dalla Sicilia quel giorno. Contrino, dopo le dichiarazioni, tornò alla ditta di Albiolo perchè incaricato di ospitare il Cuntrera a casa sua ma la sera stessa fu richiamato in questura, alla presenza del sostituto procuratore Isidori della Procura di Busto Arsizio. Dopo aver raccontato tutto anche al magistrato che seguiva le indagini la stessa Isidori diede l’ok all’operazione per eseguire il fermo di Vecchia, Contrino e Cuntrera e per recuperare le armi: «La mattina successiva (il 16 maggio 2009, ndr) facemmo intervenire i nostri uomini che erano già appostati attorno alla ditta dal giorno prima – racconta Peluso – trovammo 4 pistole, decine di cartucce e due giubbetti antiproiettile. Erano nascoste nei vari camion parcheggiati nel piazzale. Tra le armi sequestrate vi era anche la Smith and Wesson che aveva sparato a Cavaria contro Monterosso ed Ernesto Viero (un dipendente di Monterosso, ndr)». In quel piazzale vennero fermati anche Giuseppe Luparello e Calogero Palumbo, cognato di Andrea Vecchia.

Peluso ha anche ricostruito in aula, tramite i tabulati telefonici di Palumbo, Vecchia, Contrino e di Gaetano Ribisi, i contatti che vi furono e i viaggi tra la Lombardia e la Sicilia. Controllando tutte le celle alle quali si sono agganciate le utenze telefoniche dei 4 il sovrintendente Peluso ha ricostruito il viaggio effettuato da Vecchia e Contrino in Sicilia per incontrare Gaetano Ribisi, l’uomo che avrebbe procurato le armi secondo le dichiarazioni di Contrino, ma anche le diverse conversazioni telefoniche intercorse tra Palumbo e Ribisi, tra Palumbo e Vecchia. La ricostruzione dei tabulati conferma anche l’incontro tra Ribisi e Vecchia, avvenuto proprio nel paese di Ribisi, Palma di Montichiari. 

La difesa di Giuseppe Luparello si è concentrata sull’ipotesi che lo stesso, dipendente della ditta di autotrasporti di Andrea Vecchia, fosse a conoscenza dell’arrivo delle armi e avesse partecipato ad una riunione il 4 maggio nel piazzale della ditta di Vecchia per l’omicidio Monterosso. Per l’avvocato Antonio Gaziano, Luparello non aveva partecipato a nessuna riunione con Vecchia e quella sera era presente nella ditta, attorno alle 19, solo perchè doveva riconsegnare il camion dopo una normale giornata di lavoro. A conferma di questa ipotesi c’è anche il tabulato telefonico che confermerebbe il fatto che Luparello fosse già a casa sua a Como alle 19,50.
Il processo riprenderà con l’udienza del 4 febbraio con l’audizione di altri testi.

‘Ndrangheta, maxiprocesso per 174 “Le vittime del racket non denunciano”

Annunciata per domani la richiesta di giudizio immediato. Il pm Boccassini: “Gli imprenditori non dicono di essere vittime di episodi di estorsione e usura. Adesso dobbiamo capire perché”

Sono 174 le richieste di giudizio immediato che la Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Milano inoltrerà domani nei confronti di altrettante persone arrestate lo scorso luglio nel corso della maxi operazione che ha decapitato i vertici della ‘ndrangheta in Lombardia. Lo ha annunciato il procuratore Ilda Boccassini durante un incontro con i giornalisti, al quale hanno partecipato anche i procuratori della Repubblica di Milano e Reggio Calabria, Edmondo Bruti Liberati e Giuseppe Pignatone, i procuratori aggiunti reggini Michele Prestipino e Nicola Gratteri e due esponenti della Direzione nazionale antimafia.

L’elezione del capo al Nord L’incontro nella struttura della Regione Lombardia La Moratti ad Annozero: la mafia a Milano non esiste

“Nonostante l’operazione di luglio contro la ‘ndrangheta – ha dichiarato la Boccassini – che ha dimostrato la presenza nel Nord della criminalità mafiosa, gli imprenditori non denunciano estorsioni e usura. A noi continua a non arrivare nulla”. Neppure le associazioni di categoria sembrano essere di aiuto alla magistratura sul fronte della lotta alla criminalità organizzata. Diversamente da quanto avvenuto a Palermo, dove Confindustria ha fornito un apporto decisivo per far emergere il fenomeno del racket, “né a Milano né a Reggio Calabria – ha detto il pm – ci sono esperienze simili”. Boccassini ha rimarcato che “in un momento di crisi come quello che stiamo vivendo, è molto più facile per la criminalità agganciare chi è in difficoltà”. Dalla notifica del decreto che viene disposto dal giudice per le indagini preliminari, gli imputati hanno 15 giorni di tempo per accedere a riti alternativi.

La richiesta di giudizio immediato, con cui si salta la fase dell’udienza preliminare, riguarda fra gli altri il presunto boss della ‘ndrangheta in Lombardia, Giuseppe ‘Pinò Neri, e Pasquale Zappia, che avrebbero diretto la cupola lombarda dopo la morte del boss Carmelo Novella. Fra gli arrestati per cui è stato chiesto il rito immediato ci sono i numerosi boss delle 15 ‘locali’ sparse tra Milano, la Brianza, il Comasco e Pavia, che sono state individuate dagli inquirenti con l’operazione Infinito-Crimine. Tra gli imputati c’è anche l’ex direttore sanitario della Asl di Pavia, Carlo Chiriaco, ritenuto dagli investigatori una “figura emblematica” della infiltrazione delle cosche nel mondo istituzionale.

Invece, come ha spiegato Boccassini, le posizioni degli indagati per l’omicidio del boss Novella, avvenuto nel 2008, sono state stralciate e per loro si procederà con la chiusura delle indagini e la richiesta di rinvio a giudizio. Come ha spiegato il procuratore della Repubblica Pignatone, invece, la parte dell’inchiesta coordinata dalla Dda di Reggio verrà probabilmente chiusa a gennaio con il deposito degli atti e la richiesta di rinvio a giudizio. “Il ramo reggino è più indietro – ha spiegato Pignatone – anche per problemi di organizzazione delle risorse”. Gli esponenti delle due procure antimafia hanno voluto rimarcare l’unità del lavoro tra inquirenti e investigatori milanesi e calabresi e la collaborazione che c’è stata e che sta proseguendo.

‘ndrangheta, maxi sequestro di beni appartamenti e box per 15 milioni

Fonte: http://www.milano.repubblica.it

L’operazione condotta dalla guardia di finanza tra Milano e Reggio per l’inchiesta Infinito
A breve i pm chiederanno il processo con rito immediato per 180 affiliati arrestati a luglio

E’ di circa 15 milioni di euro il valore dei beni immobili sequestrati dalla guardia di finanza di Milano in diverse province della Lombardia e a Reggio Calabria. Si tratta in particolare di appartamenti, box e cantine. Il sequestro preventivo è finalizzato alla confisca ed è stato disposto dal gip Andrea Ghinetti nell’ambito dell’ inchiesta Infinito coordinata dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini e dai pm Paolo Storari e Alessandra Dolci e condotta dai carabinieri di Monza e dal Ros di Milano.

Alcuni dei beni sequestrati dalle Fiamme Gialle ai boss della ‘ndrangheta o ai loro familiari nell’ambito dell’operazione Infinito stavano per essere venduti. Per questo nei giorni scorsi i pm della Dda di Milano hanno disposto un intervento preventivo urgente per tutti i beni individuati dalle indagini patrimoniali svolte : si tratta di 39 abitazioni, tra cui una villa, 37 box, 14 locali commerciali e magazzini e sei aree edificabili in provincia di Milano, Varese, Pavia, Bergamo, Como, Lecco, Catanzaro, Crotone, Vibo Valenzia e Reggio Calabria. Il sequestro preventivo è stato convalidato dal gip milanese Andrea Ghinetti.

I tre pm a breve dovrebbero chiedere di processare con rito immediato le circa 180 persone arrestate in Lombardia quasi tutte lo scorso luglio.

Rifiuti tossici e interi palazzi costruiti su discariche abusive, è Gomorra a Milano

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

Secondo l’ultimo report di Legambiente sulle Ecomafie la Lombardia è diventato il crocevia per le cosche della ‘ndrangheta che fanno affari con i rifiuti tossici

Metodi e strumenti sono quelli di gomorra. Il silenzio, invece, è tutto lombardo. Situazione ideale per la mafia che sotto la Madonnina fa affari. Droga ed edilizia. E con l’edilizia arrivano i cantieri, i camion, gli escavatori. Ci sono montagne di terra da trasportare (dove?). Centinaia di buchi da riempire (con cosa?). E’ il nuovo business, quello vero, quello “indolore”, quello che non crea allarme sociale, ma avvelena i terreni e infiltra le falde con bombe chimiche. In tutto questo i mezzi della ‘ndrangheta navigano a gonfie vele. Le cosche riciclano denaro e tengono buoni rapporti con la politica. Succede così che i boss trasformino le fondamenta dei palazzi in discariche abusive.

Il fenomeno, dunque, è già un allarme. Inascoltato. Eppure i numeri fanno rumore. E non da oggi. Da almeno nove anni “quando è stato introdotto nel nostro ordinamento il delitto che punisce le attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti”. Lo annota l’ultimo report di Legambiente sulle Ecomafie. Da allora “si sono svolte in Lombardia quasi l’11% sul totale delle inchieste italiane; mentre un altro 24% dei traffici ha interessato in qualche modo questa regione (perché luogo di transito, stoccaggio temporaneo, sede delle imprese o luogo di residenza dei trafficanti)”. Ecco di cosa stiamo parlando: “Scorie industriali, ma anche appalti per la gestione dei rifiuti solidi urbani”. Identificati anche i protagonisti: “Colletti bianchi” ovvero “coloro i quali favoriscono per ragioni economiche le attività illecite e soprattutto imprenditori senza scrupoli che agiscono direttamente a danno dell’ambiente o si rivolgono a improbabili intermediari per aumentare i profitti, lucrando sui costi di smaltimento”.

Il traffico illecito di rifiuti tossici, dunque, è sempre più in cima ai pensieri dei padrini che oggi comandano al nord. Il sistema è oliato e funziona alla perfezione. Ecco, allora, come lo descrive il gip di Milano Giuseppe Gennari nell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato in carcere Ivano Perego, patron dell’omonima impresa a tutti gli effetti infiltrata dalla ‘ndrangheta. Si tratta di un’indagine corollario al maxiblitz del 13 luglio scorso. Ecco cosa scrive il giudice: “La soluzione che viene escogitata per rendere (più) fruttuoso il lavoro è quella di violare tutte le norme relative al recupero e allo smaltimento dei rifiuti”. Dopodiché “i materiali di demolizione, invece di essere selezionati e smaltiti secondo quanto previsto, vengono triturati alla rinfusa e abbandonati in luoghi abusivi”. Insomma “reati ambientali e controllo del movimento terra vanno sempre di pari passo”. Tanto per capirci alla sola Perego viene contestata “l’illecita gestione di ben 2.025.336 chili di rifiuti”.

Numeri impressionanti che si fanno cronaca quotidiana ascoltando le testimonianze dei vari camionisti che hanno lavorato per la Perego. Ecco il racconto di uno di loro: “Io ho sentito più volte dire agli autotrasportatori che dovevano indicare sui singoli rapportini codici diversi da quelli che in realtà avrebbero dovuto identificare i singoli rifiuti. Per cui poteva capitare che veniva indicato terra e invece si trattava di materiale di natura diversa. Ricordo in particolare la presenza di diverso materiale pericoloso, come bentonite, che veniva caricata sui camion e poi da me ricoperta con terra di scavo normale al fine di occultarne la qualità. Io personalmente mi occupavo di redigere anche i formulari, dove inserivo soltanto però il nome e cognome dell’autista e non mettevo nessun’altra indicazione in relazione al materiale trasportato e alla destinazione; queste indicazioni venivano inserite successivamente dall’autista stesso su indicazione di non so chi”.

Capita così che, ad esempio, questi rifiuti tossici finiscano dritti dritti nei lavori di ristrutturazioni dell’ospedale Sant’Anna di Como o ancora nell’asfalto delle autostrade. Capita che un intero quartiere residenziale venga costruito su una vera discarica abusiva come nel caso di Buccinasco. Qui, da ieri, buona parte dell’area di via Guido Rossa è sotto sequestro. Dentro, i tecnici dell’Arpa hanno trovato “derivati da demolizioni civili mescolati illecitamente a terra di scavo di ignota provenienza” con un “potenziale e attuale inquinamento delle matrici ambientali”. Tradotto: la falda acquifera che alimenta i rubinetti dei residenti. Un brutto pasticcio che, nota il pm di Milano Giovanna Pirrotta, “risale al 2005″. Esattamente il periodo in cui i camion della cosca Barbaro-Papalia iniziano a lavorare. In subappalto, ovviamente, e sotto l’ombrello “legale” dell’imprenditore lombardo Maurizio Luraghi, condannati a 4 anni per associazione mafiosa solo poche settimane fa.
Il corollario di episodi che traducono in fatti l’allarme è vastissimo. C’è l’hinterland, ma anche la città di Milano con il
caso Santa Giulia, area a nord della città, che nella testa del suo proprietario, Luigi Zunino, doveva rappresentare un progetto avvenieristico e che invece si è rivelata una “bomba biologica” stando all’ordinanza dei giudici milanesi che hanno disposto l’arresto del re delle bonifiche Giuseppe Grossi. Bene, anche qui resta fondata l’ombra della ‘ndrangheta. Tra gli indagati dell’inchiesta c’è infatti Vincenzo Bianchi legale rappresentante della Lucchini e Artoni, azienda leader nel campo dell’edilizia. Nel luglio 2009, la Prefettura emise un’interdittiva antimafia nei confronti dell’azienda che in quel periodo stava lavorando nei cantieri di Porta Nuova. All’epoca 17 su 22 imprese che lavoravano in subappalto avevano origini crotonesi e pesanti sospetti di legami con la ‘ndrangheta. Poche settimane dopo, però, la Lucchini Artoni riottenne la revoca dell’interdittiva perché dimostrò di aver tagliato ogni rapporto con quelle imprese sospette.

Ma la connection tra mafia e rifiuti alimenta anche buona parte delle cave del Milanese. C’è ad esempio quella di Bollate, regno del boss latitante Vincenzo Mandalari. Qui la ‘ndrangheta avrebbe trattato rifiuti tossici, come l’amianto, occultandoli dentro profonde buche. Non solo. Il luogo è ritenuto anche punto di incontro tra i boss. Qui è stato visto il narcotrafficante Pasquale Cicala assieme a Rocco Ascone, ras del movimento terra e luogotenenete di Mandalari.

E la politica? Quando non agisce, collabora con i padrini. Emblematica la vicenda di una cava della città brianzola di Desio. Qui a reggere le fila del traffico di rifiuti fino all’estate 2008 è Fortunato Stellitano, uomo vicino alla cosca Iamonte-Moscato di Melito Porto Salvo. E’ lui che dopo essersi ritrovata la cava sotto sequestro, racconta a un compare che per avere il dissequestro “vado a trovare Massimo, non preoccuparti, mi faccio fare lo svincolo da Massimo che è l’assessore all’ambiente ed è a posto, ok?”. All’epoca Massimo Ponzoni, delfino del governatore Roberto Formigoni, è assessore regionale all’Ambiente e come tale si occupa delle bonifiche.

Sgominato il caln Valle. Milano come Siderno. Manuale di impossessamento dell’Expo. Ma i lombardi non denunciano come i calabresi

Fonte: http://www.milanomafia.com

Operazione della Dda. In manette don Ciccio Valle e le famiglia di Cisliano. Tentavano di investire nell’Expo

Gli arrestati

In manette sono finiti:

VALLE Francesco nato a Reggio Calabria il 27.09.1937

VALLE Fortunato, nato a Reggio Calabria il 6.7.1962

VALLE Angela, nata a Reggio Calabria il 10.5.1964

VALLE Carmine nato a Reggio Calabria il 16.11.1979

LAMPADA Francesco, nato a Reggio Calabria il 27.03.1977

SPAGNUOLO Antonio Domenico, nato a Carbone (PZ) il 07.07.1957

CUSENZA Riccardo, nato a San Giovanni Rotondo (FG) l’1.04.1969

SARACENO Bruno Antonio, nato a Rho il 06.05.1958

FERRERI Maria Teresa, nata a Troia (FG) il 25.08.1956

PELLICANO’ Santo nato a Vigevano il 14.05.1986

VALLE Maria, nata a Vigevano il 16.01.1986.

RONCON Giuliano, nato a Vigevano il 09.01.1977

SPAGNUOLO Alessandro, Vigevano il 02.07.1977

MANDELLI Adolfo, nato a Vimercate 6.03.1961

TINO Giuseppe nato a Roma il 17.09.1960

Milano, 2 luglio 2010 – Una maxioperazione da 250 uomini e 2 anni di lavoro in stile Siderno, o Locri. Non sono iperboli giornalistiche queste, ma le parole precise del procuratore aggiunto di Milano Ilda Bocassini. “Bisogna mettersi in testa che un’operazione del genere poteva avvenire tranquillamente a San Luca.” Perché? “Abbiamo riscontrato il totale assoggettamento del tessuto sociale, degli imprenditori e dei commercianti coinvolti nelle estorsioni”. La maxioperazione ha infatti visto gli arresti per 15 appartenenti al clan dei Valle, legati a doppio filo alla ‘ndrina dei De Stefano, protagonista della faida degli anni Settanta con la potente famiglia Condello. I capi di imputazione sono associazione mafiosa, usura, estorsione, intestazione fittizia di beni. Una fortuna costruita dunque sull’usura. Centinaia gli imprenditori taglieggiati, per tassi di interesse che arrivavano al 20%, e somme prestate fino ai 250mila euro. Il patriarca, Francesco Valle, di 72 anni e i due figli Angela e Fortunato, di 46 e 47 anni, erano i vertici dell’organizzazione e, stando all’ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata dal Gip Gennari su richiesta del pm Boccassini, si occupavano di “erogare i prestiti in denaro alle vittime di usura, di concordare i tassi di interesse, di riscuotere gli interessi usurari attraverso attività di intimidazione, estorsive e violente; di effettuare gli investimenti in attività immobiliari, bar, ristoranti e di individuare i prestanome a cui intestare fittiziamente gli esercizi commerciali e le quote societarie”. Insieme ai tre vertici sono stati arrestati Carmine Valle, Maria Valle, Francesco Lampada, Antonio Domenico Spagnuolo, Alessandro Spagnuolo, Giuseppe Tino, Adolfo Mandelli, Riccardo Cosenza, Bruno Antonio Saraceno, Maria Teresa Ferreri, Santo Pellicano e Giuliano Roncon. E oltre agli arresti sono arrivati i sequestri di 138 immobili, conti correnti e società (i proventi delle estorsioni avevano consentito l’apertura di 15 società), beni per un valore di circa 8 milioni. Gli immobili sequestrati si trovano, oltre che a Milano, a Bareggio, a Cisliano, a Trezzano sul Naviglio, a Rho, a Settimo Milanese, a Como, a Cesano Boscone.

La base operativa era la villa bunker nominata “La Masseria”, dal nome del lussuoso ristorante con tanto di sito web, piscina e palme, situata in via per Cusago al 2, a Cisliano, piccolo paese nelle vicinanze di Milano. Al di sopra del ristorante abitavano 6 membri del clan che sono stati arrestati. Luogo protetto da decine di telecamere, sensori e allarmi, oltre che cani da guardia, e una stanza di controllo monitorata 24 ore su 24 dai luogotenenti del boss Francesco Valle. Era nella “Masseria” che avvenivano i pestaggi agli imprenditori taglieggiati. “Punirne uno per educarne cento”, ha detto il pm Bocassini. Perché infatti gli uomini dei Valle convocavano molti estorti e ne pestavano uno, a dimostrazione. Questi alcuni stralci di intercettazioni contenuti nell’ordinanza, che con piacere pubblichiamo. “Come andiamo?” dice uno degli imprenditori al telefono con un altro. “Andiamo malissimo, Paolo! Come vuoi che andiamo?! Come vuoi che andiamo? C’ho ancora i segni addosso. Anzi, tra un po’ ci saranno altri grossi casini!” E poi prosegue “:Ho lasciato 250mila euro di debiti, pensa un po’ te! 250 mila euro di debiti!” E ancora “Guarda, io non sto esagerando! Perché qualcuno lo sa già quello che sto dicendo. Ma io non so neanche se mi fanno fare natale!! Perché adesso sai quant’è passato? Un anno e tre mesi che io devo i soldi!” […] “Mi prenderanno la casa, tutto!! Già c’hanno il compromesso in mano! Non lo stanno usando, perché sono intelligenti! Però, fino a quando saranno intelligenti? Capito? Tutto regolare, eh! Compromesso già firmato, eccetera, no? Quello lo fanno figurare come anticipo versato, hai capito?”

Altra abitazione bunker, la villa privata del patriarca, a Bareggio in via Aosta, protetta anch’essa da telecamere e cani rotweiler. Ma l’immobile che invece veniva considerato la “cassaforte” del clan, dove venivano versati i proventi di tutte le attività di videopoker in cui anche – oltre alla ristorazione, locali, edilizia – venivano ripuliti i denari derivanti dalle estorsioni e dalle usure, e questo è situato in una zona semicentrale di Milano, in via Carlo Dolci, zona in cui anche avvenivano i taglieggiamenti. Ma la cosa fondamentale la dice ancora il pm Bocassini, quando spiega che la ‘ndrina operava su base familiare, esattamente con le stesse metodologie della Casa madre calabra. “La cosa che deve fare riflettere” dice “è il completo controllo del territorio.” Anche la dottoressa Falcicchia della Squadra Mobile lo sottolinea, quando dice che nel territorio attorno al bunker c’era un vero e proprio appostamento di vedette che in un’occasione si sono spinte a inseguire l’auto del poliziotto in borghese fino al centro di Milano, per poi fermarlo e chiedergli il motivo per cui fosse passato più volte sotto “La Masseria”. Inoltre, in uno dei passaggi dell’ordinanza c’è scritta chiara e tonda la strategia di impossessamento dei lavori che verranno per l’Expo: “La totale condivisione di interessi tra Adolfo Mandelli (imprenditore del campo immobiliare, tra gli arrestati) e i Valle emerge anche in data 23 gennaio 2009, quando Valle ha contattato Mandelli per avvisarlo di aver ottenuto dal Comune di Pero le licenze per aprire un ‘mini casinò’, una discoteca ed anche attività di ristorazione, in quanto in quella zona il Comune, in virtù del prossimo Expo, aveva intenzione di riqualificare l’area. Tutto ciò è avvenuto anche grazie all’amicizia con Davide Valia (assessore comunale a Pero)”. In un’intercettazione Mandelli dice: «Minchia, meglio di Davide che è a Pero… cosa dobbiamo avere?». Dalle intercettazioni, si legge ancora nell’ordinanza, «è emerso inequivocabilmente che la licenza per il mini casinò è stata ottenuta anche grazie all’interessamento del politico, il quale si adopera pure per altri favori». E in un’informativa della Mobile di Milano si afferma che Valia «si prodigò per far ottenere» a Fortunato Valle «le autorizzazioni per l’avvio di esercizi pubblici e a metterlo in contatto con altri amministratori locali di altri Comuni da lui conosciuti per favorirlo nei suoi affari».

“E’ preoccupante” conclude la Boccassini. “O si sta con lo Stato, o contro lo Stato. La procura sarà durissima. Nei casi borderline, dove non si capisce bene il ruolo delle vittime, la magistratura sarà molto rigida. Quando c’è connivenza la linea della Procura sarà durissima. Non si possono avere alibi.” Delle centinaia di imprenditori lombardi esorti, infatti, neppure uno ha denunciato qualcosa. Le indagini sono state quindi ancora più difficili, potendosi basare esclusivamente sulle intercettazioni ambientali e telefoniche. (g.cat.)

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