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Usura e racket, scacco alla ‘ndrangheta Maroni: «Infiltrazioni intorno a Expo»

Fonte: http://milano.corriere.it

MAXI OPERAZIONE COORDINATA DALLA DDA DI MILANO. COINVOLTO ANCHE UN ASSESSORE DI PERO

Arrestati 15 membri del clan Valle. I pestaggi dei debitori nella tenuta-bunker «La Masseria» di Cisliano. Il pm Boccassini: nessuna denuncia, pericolo di connivenze

MILANO – I boss calabresi avevano messo radici molto profonde in Lombardia. Tenevano in pugno centinaia di piccoli imprenditori, strozzati dalla crisi e dai debiti, e negli anni avevano messo in piedi un grosso giro di usura e racket nel campo degli immobili. Con il potere del terrore e della violenza (i pestaggi avvenivano in una loro tenuta di Cisliano), ma anche con quello del denaro e delle amicizie influenti (coinvolto anche un assessore del Comune di Pero). E nessuno li denunciava, tanto che in parecchi casi «borderline» si fa fatica a distinguere tra le vittime e i conniventi con il racket. Un’indagine durata due anni, coordinata dal pm di Ilda Boccassini con il coinvolgimento di 16 questure in tutta Italia, ha portato giovedì mattina a un’operazione della Squadra mobile di Milano con l’arresto di 15 persone che fanno capo alla famiglia Valle, legata alla famigerata ‘ndrina dei De Stefano. Secondo il ministro dell’Interno Roberto Maroni, si tratta della prima operazione mirata contro infiltrazioni nell’ambito dell’Expo. Il pm Boccassini ha sottolineato che, a differenza di quanto accade al Sud, a Milano l’indagine non è stata originata da alcuna denuncia, e ha annunciato linea dura contro le connivenze: «Sono tantissime le vittime, ma nessuno ha denunciato. Nel Sud c’è una speranza, nel Nord non c’è la disponibilità a usare lo strumento della denuncia».

IL CLAN – Il capo dell’organizzazione è stato individuato nel 72enne Francesco Valle che, insieme con i figli Angela (46) e Fortunato (47), si occupava di «erogare i prestiti in denaro alle vittime di usura, di concordare i tassi di interesse, di riscuotere gli interessi usurari attraverso attività di intimidazione, estorsive e violente; di effettuare gli investimenti in attività immobiliari, bar, ristoranti e di individuare i prestanome a cui intestare fittiziamente gli esercizi commerciali e le quote societarie». La famiglia Valle è riconducibile al clan De Stefano, un gruppo criminale che ha fatto la storia della ‘ndrangheta calabrese, attivo a Milano fin dagli anni Settanta. La guerra di mafia contro i Condello e gli Imerti negli anni ’80 ha provocato centinaia di morti. Il clan Valle si è trasferito in Lombardia negli anni Settanta, appunto in seguito alla faida a Reggio Calabria. Fino agli anni Novanta, hanno spiegato gli inquirenti, i Valle si erano radicati nel Pavese, per poi allargare il loro territorio fino all’hinterland Sud-Ovest di Milano. Nella morsa della famiglia calabrese sarebbero cadute, secondo gli investigatori, decine di imprenditori e artigiani anche se al momento sono state cinque le vittime accertate di usura e 17 i casi di prestito abusivo di denaro. Il tasso di interessi con cui venivano prestati i soldi a imprenditori e negozianti in difficoltà economiche era del 20% e le somme prestate variavano dai 20 mila ai 250 mila euro.

PICCHIATI DAVANTI AGLI ALTRI – Le intercettazioni telefoniche sono state fondamentali per incastrare gli appartenenti al clan, visto che nessuno degli imprenditori vittime di usura ha sporto denuncia. Il 22 dicembre 2008, per esempio, un imprenditore parlava al telefono con un amico dicendo: «Ho lasciato 250mila euro di debiti, pensa un po’ te. Domani ho un appuntamento con i peggiori che me li hanno prestati, dei calabresi, e verrà fuori l’ira di Dio». I metodi per gli imprenditori che non riuscivano a saldare il prestito erano durissimi: venivano convocati nella sede operativa del clan, ribattezzata «La Masseria», e minacciati, in alcuni casi anche percossi, davanti ad altri debitori. «Era – spiega Boccassini – il classico metodo per cui si colpisce uno per educare cento».

IL TESORO DEGLI USURAI – Secondo l’autorità giudiziaria la famiglia Valle, oggetto della maxi operazione, «usurava sistematicamente imprenditori» che si trovavano in difficoltà. Oltre ai 15 arresti l’operazione, che ha visto impegnati oltre 250 agenti, ha portato a oltre 70 perquisizioni e sequestri di 138 immobili, più conti correnti e quote di società, per un valore di circa 8 milioni di euro. Secondo le accuse questi beni, spesso intestati a prestanome, erano il provento dell’attività di usura che l’organizzazione criminale ha svolto negli ultimi anni. Le accuse contestate dalla Dda di Milano, che ha operato in collaborazione con il Servizio centrale operativo della Polizia di Stato, vanno dall’associazione a delinquere di stampo mafioso all’usura e intestazione fittizia di beni.

IL QUARTIER GENERALE – «La Masseria», chiamata così dal nome di un noto ristorante (con tanto di sito internet) che sorge nel complesso, comprende tra le 20 e le 25 unità abitative ed è situata a Cisliano (piccolo paese a sud-ovest di Milano), in . È considerata la base dell’organizzazione perché lì abitavano 6 esponenti legati al clan. La proprietà, dall’ingannevole aspetto ameno (giardino con piscina e chiosco bar, palme, ristorante con salone per ricevimenti…) era in realtà predisposta come bunker e munita di sofisticate apparecchiature di sicurezza come telecamere, sensori, impianti di allarme, per prevenire ogni intrusione. Undici delle 15 persone arrestate appartenevano alla famiglia del boss Francesco Valle: oltre ai figli Angela e Fortunato, tra gli arrestati figurano Carmine Valle, Maria Valle, Francesco Lampada, Antonio Domenico Spagnuolo, Alessandro Spagnuolo, Giuseppe Tino, Adolfo Mandelli, Riccardo Cosenza, Bruno Antonio Saraceno, Maria Teresa Ferreri, Santo Pellicano e Giuliano Roncon.

LE BASI A BAREGGIO E MILANO – Se «La Masseria» è considerata un vero e proprio bunker dagli inquirenti, altrettanto vale per la dimora di Francesco Valle. Il patriarca abitava a Bareggio in via Aosta, in una casa circondata da telecamere e protetta da rottweiler. La terza sede di importanza vitale per l’organizzazione, detta «la Cassaforte», era un appartamento in via Carlo Dolci a Milano, dove sono stati rinvenuti migliaia di euro in contanti derivati dalla gestione di videopoker. Numerose le città nelle quali sono stati sequestrati gli immobili: oltre a Milano, Bareggio e Cisliano, Rho, Settimo Milanese, Trezzano sul Naviglio, Como, Cesano Boscone, e altre ancora. Inoltre è stato nominato un custode giudiziario per un cantiere a Settimo Milanese con 38 unità abitative, «le famiglie saranno tutelate – ha sottolineato Boccassini – e i lavori andranno in porto con altri amministratori».

L’ASSESSORE DI PERO E IL CASINO’ – In uno dei passaggi dell’ordinanza di custodia cautelare destinata a 15 persone, firmata dal gip Giuseppe Gennari, si legge: «La totale condivisione di interessi tra Adolfo Mandelli (imprenditore attivo nel campo immobiliare, anche lui arrestato,ndr) e i Valle emerge anche in data 23 gennaio 2009, quando Valle ha contattato Mandelli per avvisarlo di aver ottenuto dal Comune di Pero le licenze per aprire un “mini casinò”, una discoteca ed anche attività di ristorazione, in quanto in quella zona il Comune, in virtù del prossimo Expo, aveva intenzione di riqualificare l’area. Tutto ciò è avvenuto anche grazie all’amicizia con Davide Valia (assessore al Comune di Pero, ndr)». Viene riportata anche un’intercettazione nella quale l’imprenditore Mandelli dice: «Minchia, meglio di Davide che è a Pero… cosa dobbiamo avere?». Dalle intercettazioni, si legge ancora nell’ordinanza, «è emerso inequivocabilmente che la licenza per il mini casinò è stata ottenuta anche grazie all’interessamento del politico, il quale si adopera pure per altri favori». In un’informativa del 25 febbraio scorso della Squadra Mobile di Milano si afferma che Valia «si prodigò per far ottenere» a Fortunato Valle «le autorizzazioni per l’avvio di esercizi pubblici e a metterlo in contatto con altri amministratori locali di altri Comuni da lui conosciuti per favorirlo nei suoi affari».

I TENTATIVI CON LA POLITICA – Un altro degli arrestati, l’imprenditore Riccardo Cusenza, si è presentato nel 2009 alle elezioni amministrative del Comune di Cormano, con il Pdl. In una telefonata intercettata del 20 marzo 2009, Cusenza chiede a Fortunato Valle «un aiuto per essere eletto alle prossime elezioni amministrative. Cusenza, si legge ancora nell’ordinanza, non risponde subito alla domanda su chi sia il suo «padrino politico». Circa un mese dopo, nel corso di un’altra telefonata, Cusenza spiega che «un paio di famiglie calabresi mi danno una mano, vediamo di fare un po’ di numeri che entriamo in un buon giro anche politico». In una conversazione del 27 aprile 2009, Cusenza vanta anche, spiega il gip, «di essere molto vicino all’attuale presidente della Provincia di Milano Podestà». Al telefono Cusenza dice: «Con Podestà, bravo! Siamo culo e camicia, adesso verrà all’aperitivo che organizziamo a Cormano». Una nota della Provincia dichiara che si tratta di «una vanteria, priva di alcun supporto nei fatti»: «A chi come Podestà ricopre da molti anni incarichi politici ed istituzionali di grande importanza per il territorio è impossibile impedire che soggetti terzi, col probabile scopo di accreditarsi, utilizzino in modo improprio il suo nome», precisa la nota. Il clan Valle cercò anche di infiltrarsi in maniera diretta nell’amministrazione del comune di Cologno Monzese, facendo candidare Leonardo Valle alla carica di consigliere comunale. Ma non fu eletto.

MARONI: AZIONE CONTRO INFILTRAZIONI IN EXPO – Il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, definisce «un’azione straordinaria» quella effettuata a Milano dalle forze dell’ordine contro la ’ndrangheta. «Oggi è una giornata importante – ha detto il ministro a margine della presentazione dei patti per la sicurezza delle aree del Lago Maggiore e di Lugano – perché si è effettuata stamani una azione straordinaria contro la ’ndrangheta. È la prima azione mirata contro le infiltrazioni attorno all’Expo. Sono stati arrestati 15 membri del clan Valle, sequestrati 100 immobili e 28 società per un valore di diversi milioni di euro».

«COLPA DEL SOGGIORNO OBBLIGATO» – «Questo è proprio il loro metodo – ha continuato il capo del Viminale – cioè quello dell’usura, per poi prendere a poco intere attività e negozi infiltrandosi nel tessuto economico sano. Tutto è nato negli anni Settanta con il famigerato istituto del Soggiorno obbligato che la Lega per prima denunciò. Vedeva il rischio di infiltrazioni che poi ci sono state». Plaude all’operato dei magistrati e delle forze dell’ordine anche il ministro della Giustizia Angelino Alfano. «È un ulteriore e chiaro segnale per le organizzazioni mafiose, perché sappiano che la squadra-Stato è determinata a portare a termine l’opera di sradicamento delle loro attività illecite che tentano di minare la nostra società e la sana competitività del nostro Paese».

BOCCASSINI: LOTTA ALLE CONNIVENZE – Il pm di Milano Ilda Boccassini ha sottolineato con forza che «nessuno ha mai fatto una denuncia» in tutti questi anni contro l’organizzazione, che gestiva 34 società: «Parte della cittadinanza milanese si comportava con questa organizzazione al pari di quello che succede a Locri, a Trapani o in Sicilia, nel senso che avevano il rispetto totale». «Imprenditori e artigiani – ha tuonato Boccassini – hanno una sola strada: denunciare. O si sta con lo Stato o si sta contro lo Stato. Nei casi borderline, dove non si capisce bene il ruolo delle vittime, la magistratura sarà molto rigida contro chi non intende avvalersi delle leggi di questo Stato». Nessuno sconto, dunque, per nessuno: «Quando c’è connivenza la linea della Procura sarà durissima. Non si possono avere alibi».

ATTENZIONE SU EXPO – Alla domanda se esistessero intercettazioni nelle quali si parla dell’Expo, Boccassini ha sottolineato: «Non ci sono», ma ha poi aggiunto: «È ovvio che dobbiamo avere mille sensori, perché non si può escludere che persone non corrette si avvantaggino (dei finanziamenti per l’Expo). Il pericolo c’è, il business interessa buoni e cattivi». Insomma «bisognerà individuare i buoni, i cattivi, ma soprattutto le zone grigie, che sono le più pericolose».

Redazione online

01 luglio 2010(ultima modifica: 02 luglio 2010)

Lo stalliere e l’Ortomercato. L’impresa di facchinaggio delle Mangano tra i banchi del mercato di via Lombroso. Ecco il documento del Comune

Fonte: http://www.milanomafia.com

In una lettera firmata dall’Amministrazione comunale la presenza della Cgs New Group all’interno dell’Ortomercato con contratto d’appalto e pass d’ingresso. E spuntano nuovi legami con uomini legati ai clan

La lettera

Il documento firmato dall’assessore al Commercio Giovanni Terzi è la risposta alle ripetute interrogazioni alla Moratti presentate dai consiglieri comunali del Pd Pierfrancesco Majorino e David Gentili

Nella lettera si parla della presenza all’interno degli stand di via Lombroso della Cgs New Group, impresa delle sorelle Mangano, figlie dell’ex fattore di Arcore condannato per mafia

La Cgs lavora per una società già finita nei guai alla fine degli anni Novanta per un giro di tangenti per gli appalti delle mense scolastiche

Ma dai legami societari sbucano strani rapporti con il siciliano Pino Porto e uomini della cosca Morabito

Milano, 2 febbraio 2010 – All’Ortomercato sembra esserci spazio per tutti. E così dopo la ‘ndrangheta, ora si allunga l’ombra di Cosa nostra. Ad oggi solo un’ombra, anche se la presenza di una delle imprese della famiglia Mangano all’interno del mercato non è affatto un sospetto, ma una certezza. La Cgs New Group gestita, appunto, da Cinzia Mangano, la secondogenita dell’ex fattore di Silvio Berlusconi, oggi lavora all’interno del padiglione frigorifero. La società che ha un giro d’affari di quasi 2 milioni di euro ha sottoscritto l’appalto con la Agrimense srl, società di Nova Milanese che nel 1999 fu coinvolta nello scandalo delle tangenti per le mense scolastiche. In quell’indagine finì impigliato Alessandro Arosio, attuale socio dell’Agrimense. Arosio fu anche arrestato, ma poi nel processo la sua posizione finì prescritta assieme a quelle di altri dodici imprenditori del settore. L’Agrimense, oltre a lavorare in via Lombroso, ha recentemente vinto un appalto l’appalto per la fornitura di frutta e verdura per gli istituti scolastici comunali di Como.

Gli eredi di Vittorio Mangano entrano dunque all’Ortomercato. E lo fanno con tutti i sospetti del caso, anche se la procedura per ottenere l’appalto appare cristallina. Almeno così si capisce leggendo le due pagine di risposta che il Comune di Milano ha fatto pervenire a due consiglieri del Pd, Pierfrancesco Majorino e David Gentili, autori di un’interrogazione alla Moratti sui “rapporti dell’Amministrazione comunale con le imprese Cgs New e Csi”. In sostanza, si legge nel documento inviato dal presidente di Sogemi (la società a maggioranza comunale che gestisce i mercati generali), “la Cgs New Group ha sottoscritto con la società Agrimense srl, operatore presente all’interno dell’Ortomercato e più precisamente nell’edificio frigorifero centralizzato, un contratto d’appalto per l’esecuzione di lavori di facchinaggio, movimentazione delle merci, carico e scarico delle stesse”. E ancora: “L’ufficio tesseramento della Direzione di mercato Sogemi spa, a fronte della presentazione della richiesta di documentazione, ha emesso tessere personali di ingresso intestate a dipendenti della Cgs New Group al fine di operare all’interno della struttura facente capo alla società Agrimense”. Pass d’ingresso del tutto identici a quelli rilasciati ai normali operatori dell’Ortomercato, ma anche tra il 2003 e il 2004 dal boss della ‘ndrangheta Salvatore Morabito che ha avuto libero accesso agli stand di via Lombroso per mesi. Al momento la Cgs “dispone di sette tessere intestate a suoi dipendenti e soci”. Vittorio Mangano, oltre a Cinzia, ha altre due figlie: Loredana, rappresentante legale della Cgs e Marina, la più giovane, titolare della Csi, altra società di facchinaggio che in passato, si legge nel documento del Comune a firma dell’assessore alle Attività produttive Giovanni Terzi, ha tentato di ottenere un appalto all’Ortomercato ma senza riuscirci. Entrambe le imprese hanno sede in via Romilli 21 (nella foto) al quartiere Corvetto.

Va detto, poi, che la Cgs, per questo appalto, ha presentato tutti i documenti in regola, compreso il certificato antimafia. C’è però qualcos’altro che rende inquietante la presenza delle sorelle Mangano all’Ortomercato e vale a dire i loro rapporti con uomini considerati da magistrati e pentiti molto vicini a Cosa nostra. Tra questi, il già citato da Milanomafia, Giuseppe Porto, detto Pino il cinese. Lui, secondo il pentito Fabio Manno, avrebbe coperto la latitanza di Giovanni Nicchi a Milano. Non solo, secondo fonti investigative, il cinese nello scenario criminale milanese si collocherebbe come il trait d’union con gli uomini della cosca Morabito. Secondo le stesse fonti investigative, poi, Pino Porto attualmente si muoverebbe con una macchina intestata proprio alla ditta di Cinzia Mangano e questo, nonostante non ricopra alcuna carica societaria evidente.

Seguendo Pino Porto
, poi, si arriva a Enrico Di Grusa, marito di Loredana Mangano. Lui, con alle spalle un periodo di latitanza e con precedenti guai con la giustizia per associazione mafiosa, oggi abita in un appartamento signorile in via Aselli. Non solo, ma assieme a Pino il cinese gestirebbe, in maniera occulta, la Smc, ennesima società di facchinaggio con sede in viale Martini 9. Un indirizzo ben conosciuto dagli uomini della Squadra Mobile di Milano. La strada infatti si trova dietro al distributore Esso di piazzale Corvetto, punto di ritrovo degli uomini di Salvatore Morabito, boss della ‘ndrangheta, coinvolto e condannato nell’inchiesta For a King. Nella relazioni di servizio che Milanomafia ha potuto leggere e depositate negli atti del processo, vengono fotografati personaggi oggi imputati. Tra questi l’imprenditore napoletano Mariano Veneruso, Pino Porto e il calabrese Giovanni Falzea legato alla famiglia Bruzzaniti di Africo. Sarà proprio Falzea ad entrare e uscire dal civico 9 di via Martini. E non a caso visto quello che scrivono gli investigatori: “Porto, inoltre, è risultato significativamente legato per comuni investimenti nella gestione di alcune cooperative di facchinaggio operanti sempre nell’Ortomercato a Salvatore Morabito, Pasquale Bruzzaniti e Giovanni Falzea”. Dopodiché nell’assetto societario della Smc compare Vincenzo Tumminello, nipote di Porto. Lui in passato ha avuto ruoli in due società, la Full times e la Co.smi.di, entrambe protagoniste dell’inchiesta del pm Maurizio Romanelli che nel 1999, indagando sulla latitanza di Enrico Di Grusa, arrivò a scoprire “in modo circostanziato il funzionamento fraudolente di una struttura commerciale contigua alla criminalità organizzata e presumibilmente creata al fine di finanziare quest’ultima mediante la costituzione di fondi neri generati dalla commissione di illeciti societari”. L’inchiesta poi si chiuse con un pugno di mosche. Oggi però, a stringere il cerchio delle relazioni pericolose tra ‘ndrangheta e Cosa nostra c’è anche un altro uomo, Carmelo Cardile, catanzarese in passato presente nel collegio sindacale della Co.smi.di e fino a poco tempo fa titolare della New Gest, società orbitante nella galassia delle imprese riconducibili ad Antonio Paolo, oggi accusato dal pm Laura Barbaini di essere il braccio finanziario della cosca Morabito. (dm/cg)

Da Reggio Calabria alle porte di Milano per spartirsi i futuri affari. L’escalation criminale della cosca Valle

Fonte: http://www.milanomafia.com

La cosca Valle viene indicata nell’ultima mappa dei carabinieri di Reggio Calabria. Il clan, legato ai Condello, è attivo nell’usura e nel riciclaggio. Infilitrata nella politica locale sarebbe al centro dei grandi affari in Lombardia

Il report

Il documento è stato messo a punto dal Nucleo operativo dei carabinieri di Reggio Calabria dopo l’attentato alla Procura del 3 gennaio 2010
Secondo questa mappa in Lombardia oggi operano
19 clan che si spartiscono il territorio tra le province di Bergamo, Brescia, Como, Lecco, Milano, Monza, Pavia
I nomi sono quelli degli
Arena, Barbaro, Critelli, Bellocco-De Stefano, Di Giovine, Facchineri, Gattini, Iamonte, Mancuso, Mazzaferro, Morabito, Nicoscia, Pangallo, Papalia, Paparo, Paviglianiti, Pesce, Trovato. Tutti operano nel settore del traffico di droga e armi, edilizia e locali notturni
A Pavia viene, poi, collocata la cosca Valle che ha in
Francesco Valle, detto don Ciccio, il suo capo, spalleggiato dai figli

Milano, 7 gennaio 2010 – Da Reggio Calabria a Vigevano e poco più in là verso Cisliano, Bareggio, Milano. Oltre mille chilometri. Una lunga linea rossa tratteggiata dagli uomini del Reparto operativo dei carabinieri del capoluogo calabrese per dare senso e sostanza all’evoluzione criminale di una delle cosche emergenti in Lombardia: i Valle, cognome, fino ad oggi sconosciuto alle cronache, comparso nell’ultimo report sugli assetti criminali delle ndrine in Calabria, in Italia e nel mondo. Un documento di importanza vitale perché stilato dopo la bomba che il 3 gennaio 2010 è scoppiata davanti alla Procura generale in via Cimino a Reggio. Centrale. Così viene definito dagli investigatori il ruolo della cosca Valle negli ultimi affari della ‘ndrangheta in Lombardia. Affari che comprenderebbero anche i futuri appalti per Expo 2015.

La ragnatela di interessi, dunque, parte dal quartiere Archi di Reggio Calabria per arrivare ai tavoli di un lussuoso ristorante con piscina e statue di marmo nei pressi della Vigevanese. Luogo strategico dove da tempo si svolgerebbero veri e propri summit di mafia per dirimere questioni di territori e dividere la torta degli interessi mafiosi a Milano e nel suo hinterland. Attorno alla cosca Valle, dunque, ruoterebbe un vero e proprio comitato affaristico-mafioso che può contare su appoggi politici di rilievo all’interno delle istituzioni lombarde. E così a margine della mappa stilate dai carabinieri ecco una breve nota su questa famiglia: “In tema di criminalità organizzata calabrese nell’interland milanese sta emergendo la famiglia Valle, proveniente da Reggio Calabria e insediatasi nell’area lombarda a cavallo tra le province di Pavia e Milano”. Una presenza confermata da varie fonti, non ultima quella della Guardia di Finanza di Pavia per bocca del comandante Domenico Grimaldi per anni alla guida del Gico di Milano e in questa veste autore dell’ultima grande inchiesta, la Cerberus, sulle cosche Barbaro-Paplia di Platì. Il nome Valle compare anche un report dei carabinieri di Milano datato 2008. “Francesco Valle detto don Ciccio, risulta essere il capo del clan Valle”. Nato a Reggio Calabria il 29 settembre 1937, attualmente è libero e sottoposto solo all’obbligo della firma. “La sua residenza – si legge – è a Bareggio in via Piave 176”. Padre di quattro figli, tre maschi e una femmina, don Ciccio è legato alla famiglia mafiosa dei Cotroneo a loro volta federata con i Condello di Reggio Calabria. “A seguito – scrivono i carabinieri – della sanguinaria faida con la cosca Geria-Rodà agli inizi degli anni Ottanta è costretto a trasferirsi da Reggio Calabria a Vigevano”.

Nel 1973, la Questura di Reggio Calabria lo denuncia per tentato omicidio nei confronti di Carmelo Barbaro, il quale aveva sparato al fratello di don Ciccio, Demetrio Valle. “A suo carico – scrivono i carabinieri di Milano – figurano precedenti o pregiudizi penali per associazione mafiosa”. Quadro confermato da una perquisizione domiciliare effettuata dalla polizia di Pavia il 26 gennaio 1984, “quando – si legge in una nota dell’epoca – presso l’abitazione del Valle venivano sequestrati brani dei rituali di affiliazione alla ‘ndrangheta”. Nel 1992 la Questura di Pavia “segnala come la famiglia Valle a Vigevano conti circa 30 persone collegate allo stesso Francesco Valle”. Di più: “Viene indicato che il Valle è solito circolare con un’autovettura blindata intestata al suo autista”. Non meno gravi gli elementi che emergono a carico dei figli, tutti, a dire dei carabinieri, “con precedenti o pregiudizia penali” di vario genere. In particolare, il maggiore dei fratelli, Fortunato Valle viene indicato “come la mente del clan”. Nel 1992 parte del clan finisce in carcere con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata all’estorsione e all’usura.

Un anno dopo verranno condannati il padre e due fratelli (Fortunato e Angela), mentre verrà assolto Leonardo Valle, altro figlio di don Ciccio. Nel 1997, però, al clan vengono sequestrati diversi beni, tra cui cavalli e una lussuosa villa. Quattro anni dopo ci risiamo: l’intero clan finisce a San Vittore sempre con l’accusa di estorsione e usura. Un campo dove, secondo gli investigatori di Reggio Calabria, la cosca opererebbe ancora oggi. “Gli stessi nel tempo hanno acquisito un imponente patrimonio composto da immobili ed attività commerciali che gli garantisce una facciata lecita per giustificare il vorticoso giro di denaro che ruota intorno a loro”. Tra questi anche il ristorante lungo la Vigevanese. Il locale nonostante risulti intestato a un egiziano, sarebbe di fatto riconducibile alla cosca. E in effetti tra i vari passaggi di proprietà, prima di finire nelle mani dell’ultimo titolare, la maggioranza delle quote era di una società il cui procuratore legale risulta essere la moglie di Fortunato Valle. (dm)

Imprenditore ucciso a coltellate nel comasco

Un uomo ha citofonato per farlo scendere poi lo ha colpito

(ANSA) – COMO, 22 AGO – Un imprenditore di 69 anni, e’ stato ucciso a coltellate davanti al residence in cui viveva con la moglie, a Carate Urio, sul Lago di Como. Secondo una prima ricostruzione dei carabinieri, che indagano sull’episodio, un uomo ha citofonato e ha fatto uscire l’imprenditore. Quindi l’ha colpito con svariate coltellate, prima di fuggire in moto in direzione di Como.

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fonte: http://www.repubblica.it

Como, imprenditore ucciso a coltellate
E’ caccia all’omicida scappato in moto

Antonio Dubini, 67 anni, colpito davanti al residence in cui viveva con la moglie.

I carabinieri indagano sul delittoE’ un delitto apparentemente inspiegabile quello di Antonio Dubini, 67 anni, imprenditore comasco ucciso sotto casa, sul cancello di un elegante residence di Carate Urio, affacciato sul lago di Como. Dubini è stato assassinato con una decina di coltellate, inferte con notevole violenza in varie parti del corpo da un uomo apparentemente giovane, dopo una breve discussione. L’aggressione è maturata nell’arco di pochissimi minuti verso le 16.30: l’assassino sembra che abbia citofonato all’imprenditore il quale è sceso, in pantofole, dalla sua villetta sino al cancello. Lì, sul ciglio della strada, è nata la discussione e sempre lì, come testimoniato dalle ampie chiazze di sangue rimaste sull’asfalto, sono state inferte le coltellate mortali.


Dubini, nel tentativo di fuggire dall’aggressore, si è rifugiato oltre il cancello,. inutilmente. Davanti all’ingresso è rimasta una pantofola della vittima, intrisa di sangue. Dell’assassino si sa che è piuttosto robusto: è stato notato da un motociclista di passaggio. L’assassino, in sella a una moto, si è diretto verso Como. All’arrivo dei carabinieri e dei soccorritori, l’imprenditore era già morto. Sposato, con due figli, nativo della Brianza, Dubini negli ultimi anni era attivo nel comparto edile, dopo una serie di esperienze imprenditoriali in vari settori. La vittima viveva da una decina di anni con la moglie in una villetta del residence, in una splendida posizione panoramica, nascosto dalla strada. La dinamica dell’accaduto lascia pensare che Antonio Dubini conoscesse la persona che ha suonato al campanello, ma al momento non sarebbero emersi elementi tali da giustificare un movente.

(22 agosto 2009)
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