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La faccia di Milano

I soliti turisti popolano piazza del Duomo la mattina. Una fila di studenti che si dirige verso l’università ed altra gente sparsa che cammina frettolosamente per raggiungere chi il posto di lavoro, chi la banca, chi la metro. E’ benestante Milano: corso Vittorio Emanuele è uno sfarzo unico con i suoi tavolini davanti ai quali sei passato mille volte e non ti sei mai fermato per la paura di chiedere anche solo un caffè in questi posti di lusso. E’ viva Milano: c’è sempre gente, ovunque. All’aperitivo le colonne di San Lorenzo sono piene di ragazzi che si incontrano per cacciare via i pensieri di una giornata intera fatta di preoccupazioni e troppe responsabilità. La sera i navigli uniscono e raccolgono la bella gente che vuole solo divertirsi e ridere in compagnia. E’ proprio bella Milano: questa Milano!

Ma Milano è troppo per fermarsi solo a questo, e allora ecco che è capace anche di superare sé stessa e senza mostrarsi vivere un’altra esistenza. La gente è sempre tanta, però fa le code in pieno giorno a Quarto Oggiaro per comprarsi la dose quotidiana di cocaina. La ‘Ndrangheta ha il monopolio assoluto e nel vecchio e malfamato quartiere del capoluogo ha soltanto le radici di un albero che si fa sempre più potente e maestoso e con i propri rami impone la propria ombra su tutta la provincia, ed oltre.
La neve non è solo un problema meteorologico, è un problema sociale. Con oltre 20mila cocainomani Milano rifornisce le casse della mafia fruttando milioni. Milioni che poi reinveste aggiudicandosi i migliori appalti e controllando completamente il mercato dell’edilizia. Barbaro-Papalia la cosca che controlla interi paesi come Corsico, Assago e Buccinasco. Ti sposti più a nord e la famiglia Condello si spartisce il territorio insieme ai Novella nel gestire le zone che vedranno ospite l’Expo2015. Non bastasse, i Coco-Trovato hanno consolidato la loro egemonia in nella nuova provincia di Monza e Brianza.

Stupefacenti, prostituzione e racket portano soldi, a volte anche troppi. Ed ecco che la mafia è costretta a ripulire il denaro sporco. Le intimidazioni e le estorsioni ai danni di imprenditori sembrano quasi storia antica. Oggi, a Milano, sono gli imprenditori a sfruttare la mafia per fare ancora più soldi. Rimane solo da trovare qualche perito di Tribunale compiacente, un amministratore comunale che chiude un occhio, qualche addetto al rilascio pratiche edilizie ed ecco che il piano è servito: riciclaggio, arricchimento e controllo del territorio assicurati.

Almeno una cosa è certa: a Milano non ci si ammazza, si va d’accordo. Il business prima di tutto è la parola d’ordine fra i boss. E allora si organizzano grandi cene dove Cosa Nostra, Camorra ed ‘Ndrangheta stringono sempre più alleanze per non pestarsi i piedi a vicenda. Poi magari capita che nello stesso periodo ci siano le elezioni, ed allora a cena perché non invitare qualche politico? Magari capita che ad organizzarla sia Salvatore Morabito, e che questa sia in onore di Alessandro Colucci, e che lo stesso Colucci divenga Consigliere Regionale; oppure che Giovanni Cinque, esponente degli Arena, si trovi in qualche modo a contatto Vincenzo Giudice, che casualmente è sia Consigliere Comunale che Presidente di una società partecipata dal capoluogo lombardo.
Ma a Milano, appunto, almeno non si ammazza. Non si ammazza finchè non riesci a ricollegare proprio quel corpo a quell’esatto avvenimento, risalendo a quella data causa per cui Giovanni Di Muro, ucciso in pieno centro in zona San Siro, muore ed era casualmente legato al boss Pepè Onorato.

Tutto questo, purtroppo, non è frutto di una doppia faccia. Milano di faccia ne ha una sola: quella buona che nasconde quella cattiva.

Massimo Brugnone

IL RITRATTO\ Giovanni Di Muro, l’amico dei boss che collaborò con i magistrati

Fonte: http://www.milanomafia.com

La vittima dell’agguato di via dei Rospigliosi era stato coinvolto nell’inchiesta “Metallica” della Direzione investigativa antimafia

Giuseppe Onorato è nato a Reggio Calabria il 9 aprile 1937. A Milano, fin dagli anni Settanta, ha vissuto tutte le stagioni di mafia sotto la Madonnina. Noto come riciclatore delle cosche, nel 2006 stringe contatti anche con Enrico Di Grusa, palermitano, mafioso e genero di Vittorio Mangano

Luigi Bonanno è nato a Palermo il 21 aprile 1943. Coinvolto nell’operazione Nord-Sud, viene scarcerato nel 2003. Da allora inizia a tessere i contatti con il clan Lo Piccolo, che lo assolda anche per uccidere il latitante Gianni Nicchi. Fin dagli anni Ottanta, Bonnano traffica droga con il gotha mafioso al nord: dai calabresi Papalia al siciliano Antonio Zacco, detto Nino il bello, che per anni gestì la raffineria di Alcamo in Sicilia

Ugo Martello è nato a Ustica il 24 febbraio 1940. Più noto come Tanino per tutti gli anni Ottanta in via Larga 13 ha gestito una serie di società dove transitava il denaro di Cosa nostra. Amico di Dell’Utrri e dei grandi boss palermitani, oggi vive da uomo libero in via Nino Bixio 37

5 novembre 2009 – Per Giovanni Di Muro quell’ometto piccolo piccolo con lo sguardo da diavolo era lo zio. In realtà il suo nome è Giuseppe Onorato, rispettato boss della ‘ndrangheta milanese. Ma Di Muro era abituato a chiamarlo così quando i due si incontravano al bar Ebony in via Porpora. Ai tavolini di questo vecchio locale negli ultimi anni si è accomodata la peggio gioventù della malavita milanese: da Ugo Martello e Guglielmo Fidanzati, ascoltati ambasciatori di Cosa nostra sotto la madonnina, a killer spietati come Luigi Cicalese. Perché Giovanni Di Muro, ucciso stamani in via dei Rospigliosi, i contatti li aveva buoni o almeno così andava dicendo soprattutto a quegli imprenditori messi sotto scacco dal clan di Onorato. A loro Di Muro si presentava come mediatore. Insomma uno che aveva gli agganci giusti e sapeva trattare con i pezzi grossi. “Quelli – diceva – se li fai arrabbiare si mangiano i bambini”. E loro, gli industriali onesti, strabuzzavano gli occhi. “Di Muro – spiega Romano Patti, titolare di un’impresa di metalli – a un certo punto mi disse i nomi dei miei creditori. Si tratta di un tale Onorato, a detta di Di Muro, vecchio mafioso in disarmo che aveva poi passato i crediti della mia ditta a Luigi Bonanno, che, mi chiarì, è un malavitoso che comanda adesso a Milano”. Per capirci: Bonanno, detto il palermitano, arrestato nel gennaio del 2008, da oltre trent’anni è il referente del traffico di droga per i clan sicliani e calabresi. Un tipo a posto, così lo definiva il boss Salvatore Lo Piccolo che con lui voleva organizzare un traffico di cocaina dall’Olanda.

Tutti questi nomi stanno nelle carte dell’inchiesta Metallica che nel 2008 portò in carcere una trentina di persone, tutte a vario titolo accusate di associazione mafiosa, estorsione, riciclaggio, traffico di droga. Tra gli indagati, compare lo stesso Di Muro che però non finì in galera. Nelle oltre settecento pagine di richiesta firmate dal pm Celestina Gravina, Di Muro viene sentito spesso e in tutte le occasioni, attraverso le sue dichiarazioni, aiuta gli investigatori a disegnare la rete mafiosa che per oltre dieci anni ha comandato su buona parte di Milano. A questo punto, la sua collaborazione potrebbe spiegare la sua morte. Su questo, però, gli inquirenti non si sbilanciano.

Quello che, invece, appare cristallino sono quelle amicizie pericolose che Di Muro sfruttava anche per scopi personali. Nel caso della clamorosa estorsione da oltre tre milioni di euro agli imprenditori Romano Patti e Carlo Ongis, quest’ultimo a capo della holding Metal Group spa, il salernitano Di Muro si presenta alle vittime come mediatore. “Di Muro mi disse – spiega Ongis – che aveva sborsato 30.000 euro per pagare dei napoletani che facessero da guardaspalle a Patti e a me nei confronti delle possibili azioni di forza dei creditori calabresi”. Creditori che hanno nome cognome: Michele Mastropasqua e Michel Di Chio, detto Penna bianca. Loro sono i registi di un’estorsione che dicono di portare avanti per conto di Pepè Onorato. In realtà, il boss è all’oscuro di tutto. Ci penserà proprio Di Muro a informare lo zio. Ecco la sua deposizione davanti al pm. Parole, dette una prima volta nel giugno 2007 e ripetute in aula a dicembre 2008. Circostanza che forse ne ha segnato il destino per sempre. “In un incontro all’Ebony feci presente allo Zio che Patti aveva già pagato tre milioni di euro. Lui disse che non sapeva nulla e si arrabbiò moltissimo quando gli dissi che di mezzo c’erano Mastropasqua e Penna bianca”. L’arrabbiatura di don Pepè si traduce in un primo regolamento di conti in un capannone di via Copenaghen a Verdellino. Qui vengono convocati “i due zanza”, Mastropasqua e Di Chio. Dovranno dare spiegazioni al boss e al suo direttivo. Oltre ad Onorato, infatti, si presentano i luogotenenti Antonio Ausilio e Jimmy Pangallo. Da sottolineare che il capannone di Verdellino è di proprietà dello stesso Di Muro, il cui mestiere ufficiale è sempre stato quello dell’imprenditore edile. Campo che viene vagliato dagli investigatori per trovare un movente all’omicidio. A lui sono riferibile ben 10 società. Imprese che apre e chiude in pochi anni. Non si tratta di semplici attività individuali. Nella Restauri edili srl, ad esempio, compare come amministratore unico. L’impresa ha una produzione annua da oltre 4 milioni di euro. Cifre non indifferenti per un signore la cui ultima residenza, fittizia, era in via Abbiati 7 nel quadrilatero popolare attorno a piazza Selinunte. Ma c’è di più: Di Muro, fino al 2008, è stato socio nella Giogold jewels. Una srl da 20 milioni di eruo di capitale, il cui attuale liquidatore è una brasiliana di 45 anni. (dm)

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San Siro, ucciso in strada Giovanni di Muro. Imprenditore legato al boss Pepé Onorato

L’uomo freddato dopo una lite in via dei Rospigliosi. I killer fuggiti a piedi lungo via Capecelatro. Numerosi i testimoni, la scena ripresa dalle telecamere. L’ultimo colpo sparato in faccia

Chi è?

Giovanni Di Muro è nato a Montecorvino Rovella in provincia di Salerno il 10 giugno del 1968. Aveva precedenti per reati contro il patrimonio

E’ titolare della società Restauri edili srl con sede a Verdellino in provincia di Bergamo in via Copenaghen 6/c. Con lui in società anche Sirene Ramos Puga, brasiliana di 45 anni residente a Seregno e già presente in altre società cessate sempre intestate a Di Muro.

La vittima risulta avere diversi domicili: a Seregno in via Gozzano, a Milano in via Pacini e in via Bottesini

Due anni fa era stato coinvolto nell’operazione Metallica della Direzione investigativa antimafia sugli affari del clan di Pepé Onorato

5 novembre 2009 Un colpo in piena faccia, tra il naso e il labbro superiore. Altri tre (o forse più) proiettili sparati al fianco e all’addome. E’ stato ucciso così in mezzo alla strada proprio di fronte allo stadio di San Siro e all’ippodromo del trotto, Giovanni Di Muro, 41 anni, imprenditore edile originario di Salerno. L’omicidio è avvenuto alle 11,38 di stamani (ora della chiamata al 118) in via dei Rospigliosi all’angolo con via Capecelatro. La vittima stava discutendo con alcune persone (due o tre) sul marciapiede di via Capecelatro che costeggia le scuderie dell’ippodromo. Pochi secondi poi gli spari, almeno quattro i bossoli trovati dalla scientifica. Di Muro alla vista della pistola ha cercato di allontanarsi attraversando via dei Rospigliosi, ma dopo cinque o sei metri è stato raggiunto e freddato dagli assassini con un colpo al volto, sparato quasi certamente quando l’uomo era già a terra supino. Probabilmente la vittima stava cercando di raggiungere la sua auto, un fuoristrada Mercedes Ml nero intestato a una società di leasing, parcheggiato sul marciapiede di piazzale Axum di fronte al bar dello stadio. I killer, a volto scoperto, sono poi fuggiti a piedi lungo via Capecelatro.

Diversi testimoni hanno assistito alla scena e sono già stati interrogati dalla squadra Mobile. Sul piazzale al momento del delitto erano presenti (ma dal lato opposto della carreggiata, peraltro separata dai binari del tram) anche alcuni venditori ambulanti di gadget sportivi: “Eravamo sul furgone, abbiamo sentito gli spari, sembravano petardi. Abbiamo pensato fossero dei bambini”.

Giovanni Di Muro, nato a Montecorvino Rovella in provincia di Salerno il 10 giugno del 1968, è titolare della società Restauri edili srl con sede a Verdellino in provincia di Bergamo in via Copenaghen 6/c. Con lui in società anche Sirene Ramos Puga, brasiliana di 45 anni residente a Seregno e già presente in altre società cessate sempre intestate a Di Muro. La vittima risulta avere diversi domicili: a Seregno in via Gozzano, a Milano in via Pacini e in via Bottesini. In passato, fino a un paio di anni fa, Di Muro aveva anche preso residenza in via Filippo Abbiati a San Siro, presso un pregiudicato di sessant’anni poi coinvolto in una rapina. Ma a quanto risulta Di Muro non ha mai abitato nell’appartamento al quarto piano (ora vuoto perché abbandonato dall’assegnatario), e neppure ha mai ricevuto corrispondenza. La vittima aveva precedenti penali per reati patrimoniali (assegni post datati e in bianco) ma a suo carico, al momento, non risulterebbero protesti. Due anni fa era stato coinvolto nell’operazione Metallica della Dia di Milano perché legato al gruppo guidato da Pepé Onorato, boss della ‘ndrangheta. (cg)

Milano, ucciso in strada colpi di pistola

Fonte: http://milano.repubblica.it

Un pregiudicato legato alla criminalità siciliana e calabrese, Giovanni di Muro, 41 anni, originario di Salerno, è stato ucciso per strada a Milano in piazza Axum, zona San Siro. Secondo le prime informazioni, l’uomo sarebbe stato raggiunto da alcuni colpi di pistola al torace mentre si trovava in piazza Axum all’angolo con via dei Rospigliosi. Delle indagini si sta occupando la polizia.

(5 novembre 2009)

Arrestato pregiudicato vicino a Cosa Nostra

Fonte: http://varesenerws.it

Le manette in esecuzione di un ordine emesso dalla Procura Generale presso la Corte d’Appello di Milano

Nella serata di ieri, a conclusione di una intensa attività investigativa, la Squadra Mobile di Varese, in collaborazione con il Commissariato di Busto Arsizio, ha arrestato il pregiudicato I. M., di 39 anni, colpito da un ordine di esecuzione emesso dalla Procura Generale presso la Corte d’Appello di Milano. L’uomo deve espiare la pena residua di 6 anni e un mese di reclusione per reati contro il patrimonio e violazione alla legge sulle armi.

Secondo gli investigatori I.M., nei suoi trascorsi criminali, annovera innumerevoli precedenti penali, che vanno dalla detenzione di sostanze stupefacenti al furto ed alla rapina, dalla ricettazione alla violazione della legge sulle armi.

Nel 1999 veniva tratto in arresto dalla Squadra Mobile, nell’ambito dell’operazione “Pantagruel”, poiché gravemente indiziato di appartenere ad un gruppo criminale dedito a furti compiuti ai danni di TIR, che aveva tra l’altro la disponibilità di un fucile mitragliatore Kalashnikov ed 8 bombe a mano.

Nello stesso anno, veniva colpito da una ordinanza di custodia cautelare in carcere insieme ad altri pregiudicati, per il possesso di 4 fucili mitragliatori e del relativo munizionamento.

Negli anni 2000 è stato arrestato ancora a seguito di una ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Tribunale di Caltanissetta per associazione a delinquere di stampo mafioso, nell’ambito dell’operazione “Tagli pregiati”.

Attualmente, I.M. è titolare di due imprese edili con sede a Busto Arsizio ed è ritenuto soggetto contiguo alla cosca dei Rinzivillo, appartenente a Cosa Nostra siciliana.

L’uomo, che nei mesi scorsi si era già allontanato poiché al corrente dell’esistenza di un provvedimento restrittivo a suo carico, è stato catturato nei pressi della propria abitazione mentre rientrava con la moglie da una ignota località.

3/11/2009
redazione@varesenews.it

Case popolari, il racket si allarga al Giambellino

fonte: http://www.milanocronaca.com

Nuovo video dell’associaizone Sos racket e usura. La testimonianza di un abitante di via Vespri Siciliani

La denuncia

In un video realizzato dall’associazione Sos racket e usura Giovanna Pesco, 57 anni, soprannominata la Gabetti, contratta la vendita di un appartamento da occupare abusivamente
La donna, che fa parte della famiglia di origini siciliane Pesco-Priolo-Cardinale, illustra tutto il business del racket di Niguarda. Per un appartamento da occupare si chiedono dai 1.500 ai 3 mila euro
Il capostipite della famiglia, Francesco Pesco (deceduto), era sospettato di avere legami con la mafia palermitana

Un’altra pagina, un altro video sul racket delle case popolari a Milano. Dopo il caso di Niguarda con la signora Gabetti di via Padre Luigi Monti, l’associaizone Sos racket e usura ha realizzato un nuovo video sulla situazione delle occupazioni abusive. Un filmato che risponde alle affermazioni del vicesindaco Riccardo De Corato che in una conferenza stampa aveva contestato i dati dell’associazione e parlato di “balle e falsità destituite di ogni fondamento”. “In questo video – spiega il presidente dell’associazione Frediano Manzi, che nei giorni scorsi è stato pubblicamente minacciato dagli affittacase di Niguarda (la famiglia Pesco-Priolo-Cardinale) – è stata raccolta la testimonianza drammatica di una donna anziana che vive a Milano nel ghetto di Via Vespri Siciliani, 71″.

Nei prossimi giorni sul sito dell’associazione Sos racket e usura, saranno pubblicati altri video nei quartieri popolari di Milano, “portando così all’identificazione certa che, in almeno cinque zone di Milano (ma sono molte di più…), esistono organizzazioni criminali che da anni controllano sia l’assegnazione delle case popolari agli abusivi che lo spaccio di sostanze stupefacenti“.Per l’associazione, ora servono risposte “da tutta quella classe politica Milanese che negli ultimi vent’anni ha permesso e tollerato che tutto ciò accadesse negli appartamenti di proprietà della pubblica amministrazione.
Sono stati creati dei ghetti, delle zone franche, delle terre di nessuno, senza mai intervenire”. “I quartieri che abbiamo girato a Milano – prosegue Manzi  – sono immersi nel degrado, nell’abbandono, nell’incuria e nella mala gestione dovuta all’assenza delle Istituzioni. Le uniche “istituzioni” che abbiamo incontrato erano gli uomini e le donne dei “clan”, quelli che dettano le regole ed impongono la “legge”. Sono gli uomini e le donne dell’Antistato. Non eravamo a Milano quando parlavamo con le persone ma eravamo a Scampia, al Brancaccio, allo Zen”.

E l’associazione ha raccolto le voci dei residenti, spesso anziani: “Ci hanno raccontato il loro terrore, di non poter andare in ospedale, in ferie, per paura che gli occupassero la casa. Ci hanno chiesto perché i loro nipotini non possono giocare nei cortili come tutti i bambini dei quartieri ricchi di Milano, perché nei loro si spaccia davanti a tutti”.

Torna in cella Alfredo Bono. L’amico degli amici

Alfredo “il lungo” tradito da un residuo di pena. Dal resort di Milano 3 al carcere di Parma

Chi è?

Alferdo Bono, 73 anni, detto il Lungo. Uomo d’onore, amante del gioco d’azzardo
Originario di Palermo, a Milano risulta residente in via De Cristoforis, 6
Ma da diversi anni viveva nel residence Club resort di Milano 3. La città costruita da Silvio Berlusconi
Insieme a Ugo Martello e Gaetano Fidanzati rappresenta la triade di Cosa Nostra a Milano
Il signor Alfredo, in cella non ci starà per molto. E non è colpa dei suoi 73 anni, che si sa “sono incompatibili con la detenzione”. Semplicemente il signor Alfredo, Alfredo “il Lungo”, di galera uscirà in fretta

come ha sempre fatto. Con le sue gambe e a testa alta verso la giustizia. Lui è Alfredo Bono, e da sempre è considerato uno dei più importanti referenti di Cosa Nostra a Milano. E’ lui, infatti, il terzo nome della triade formata da Gaetano Fidanzati (ora latitante) e Ugo Martello, che secondo l’antimafia rappresenta il vertice di cosa nostra in Lombardia. Lui, fratello del famoso boss Giuseppe “Pippo” Bono, nella vita la galera l’ha sempre scampata. Fin dai tempi del maxi-processo di Palermo, quello di Falcone, di Riina, di Buscetta e Giuseppe Greco. Così nei giorni scorsi quando le forze dell’ordine lo sono andate a prendere nel suo appartamento al residence Club resort di Milano 3 (nella foto) – lussuosa struttura a 4 stelle affacciata sul lago dei cigni nella città-rifugio costruita da Silvio Berlusconi -, ecco quando gli agenti lo hanno preso e caricato in macchina lui, come al solito, non deve aver fatto una piega.

Del resto lui, nel residence con le terrazze verdi e gli arredi dorati, ci viveva ormai da qualche anno (anche se la residenza è ancora in via De Cristoforis, 6 a Milano) e mai e poi mai aveva creato problemi. A guardarlo entrate e uscire elegante e cordiale, semmai, poteva sembrare un distinto ex dirigente ormai in pensione. L’unica passione, la passione del gioco d’azzardo, dei casinò e delle bische, l’aveva celata sempre senza ma dare nell’occhio. Oggi il signor Alfredo è nel penitenziario di Parma, dove l’hanno portato le forze dell’ordine per un residuo di pena dei 17 anni di reclusione ai quali era stato condannato. Secondo i suoi legali, Luca Cianferoni e Riccardo Donzelli, Bono però uscirà presto: “Tra una precedente detenzione di circa otto anni, l’indulto, e gli sconti per buona condotta nella precedente carcerazione, potrebbe uscire entro un anno”. E, conoscendo Alfredo “il Lungo” c’è da giurarci. (cg/gt)

Adesso il padrino parla milanese

fonte: http://espresso.repubblica.it

di Paolo Biondani e Mario Portanova

Imprenditori del Nord che entrano nelle cosche: non più vittime ma veri mafiosi. Pronti a eliminare la concorrenza e sfruttare la crisi.
È il nuovo volto dei clan dove la violenza è al servizio degli affari

Anche il Nord sta imparando a convivere con la mafia. Dopo decenni di infiltrazione nei traffici illeciti e nel reimpiego dei capitali, le nuove inchieste svelano i sintomi di una malattia più profonda: decine di imprenditori e professionisti scendono a patti con i clan. E ne “strumentalizzano i vantaggi competitivi”: si finanziano con capitali sporchi; ottengono protezione criminale; si prestano a dividere e reinvestire i profitti di droga ed estorsioni; affidano alla violenza dei clan il recupero dei crediti; ordinano attentati contro i concorrenti. Fino a diventare, come avvertono i magistrati più esperti, “imprenditori organici alle più pericolose cosche del sud”. Un’escalation che la crisi economica sta amplificando.

Nell’ultima relazione annuale al Parlamento, il pm Ferdinando Pomarici, capo dell’Antimafia a Milano, ha denunciato “l’occupazione criminosa di interi settori economici caratterizzati da difficoltà finanziarie”. Già negli anni Novanta le società della ‘ndrangheta si erano impadronite di luoghi simbolo come la Torre Velasca e la Galleria Vittorio Emanuele. Ora il procuratore stila un impressionante elenco di “imprese mafiose” che puntano a un “sostanziale monopolio” in mezza Lombardia: le attività a rischio sono, nell’ordine, “edilizia, immobiliare, centri commerciali, alimentari, sicurezza, discoteche, appalti, garage, bar e ristoranti, sale da gioco, distributori, cooperative di servizi, trasporti”.

Nel marzo scorso un’inchiesta ha dimostrato per la prima volta la partecipazione diretta di un cartello di cosche calabresi nelle grandi opere pubbliche come l’alta velocità ferroviaria e l’ampliamento dell’autostrada A4. In cella sono finiti i boss-imprenditori del clan Paparo, che da Cologno Monzese, tra un affare e l’altro, spedivano bazooka in Calabria. Il problema è che le loro aziende in teoria non avrebbero potuto comparire. Per aiutarle si sono mosse, secondo carabinieri e magistrati, imprese del Nord pronte ad affidare “subappalti totalmente in nero”. La Locatelli spa è un’azienda che gestisce 160 cantieri tra Milano e Bergamo. Le Ferrovie dello Stato pretendono il rispetto delle norme antimafia: vietato subappaltare più del 2 per cento dei lavori. A quel punto un manager rigorosamente lombardo suggerisce ai calabresi come nascondere le insegne del clan: “Sui camion schiaffaci due targhette Locatelli, così le Ferrovie non dicono niente”. I colletti bianchi del Nord arrivano a fabbricare “un falso contratto retrodatato” per occultare l’esistenza stessa del subappalto: “Abbiamo superato il 2 per cento, capisci… Sono cose serie, perché qui diventa la famosa legge antimafia, è un casino… Adesso sentirò l’avvocato, io direi che tutte quelle bolle le facciamo sparire”.

Il capo della contabilità di tutte le imprese del clan Paparo si chiama Mirko Sala, ha 36 anni, è nato a Vimercate e abita a Concorezzo, eppure è stato arrestato come presunto “associato alla ‘ndrangheta”. Il pm Mario Venditti aveva chiesto il carcere anche per il manager bergamasco della Locatelli. Il gip Caterina Interlandi lo ha negato con questa illuminante motivazione: l’impresa lombarda falsifica le carte “non per favorire il clan, ma per tutelare se stessa e continuare a lavorare in nero”. Quanto al manager, ha “innegabilmente” aiutato i Paparo a “eludere le norme antimafia”, ma questa “è solo una contravvenzione per cui l’attuale legge non consente l’arresto”.

In attesa che la classe politica rattoppi questo e altri strappi nei codici, le imprese mafiose diventano sempre più competitive. Le banche strozzano il credito? Ci si finanzia con la cocaina. I rifiuti tossici costano? C’è l’imprenditore di Desio che offre una discarica abusiva. Un sindacalista dei facchini disturba le cooperative calabresi alla Sma-Auchan di Segrate? I mafiosi gli fanno “spaccare la testa”.

Al Nord le cosche cominciano a trovare anche complici a pieno titolo. Maurizio Luraghi, nato a Rho 55 anni fa, e sua moglie, Giuliana Persegoni, sono stati arrestati in luglio come ‘teste di legno’ del clan Barbaro-Papalia, il più potente del Nord. Con la sua società Lavori stradali srl, Luraghi acquisiva commesse edilizie e le spartiva tra i membri del clan. Intercettato mentre nomina Domenico Barbaro e Rocco Papalia, l’imprenditore di Rho è commosso: “Tutti questi capannoni li abbiamo fatti noi… Tutto Buccinasco, il centro commerciale, li abbiam fatti io, Domenico e Rocco… Una città, abbiamo fatto”.

Almeno per ora, le voci dei mafiosi continuano a restare incise nelle intercettazioni della Dia. “Facciamo saltare te e il tuo capannone”. Con questa minaccia, seguita dal pestaggio di un agente immobiliare, un imprenditore di Gorgonzola viene costretto a “svendere a costo zero” tutto il suo patrimonio: capannoni, uffici, abitazione, seconda casa e villa all’isola d’Elba. L’estorsione è gestita dagli scagnozzi di Pepè Onorato, boss della ‘ndrangheta a Milano. Ma il vero mandante, secondo l’antimafia, è un lombardo doc: Marino Bonalumi, ricco stampatore con aziende tra Milano e Bergamo. La sua è una storia simbolo di vittima dei mafiosi che ne diventa complice. All’inizio i calabresi gli bruciano un capannone a Gessate. Ma lui non li denuncia, perché sotto c’è una storia inconfessabile di usure ed estorsioni, da cui Bonalumi si emancipa alleandosi ai boss. Un editore di La Spezia, suo debitore, è costretto a caricare tutti i suoi libri su 30 Tir, prima di fallire. Per almeno tre anni, Bonalumi e altri fiduciari lombardi tra cui Gianfranco Montali, ex presidente dell’Imperia calcio, avrebbero reinvestito il fiume di soldi incassati dai calabresi con la cocaina. E il canale più sicuro sono le ‘cartiere’: società-schermo che producono solo fatture false, aiutando decine di imprenditori del Nord a evadere le tasse. In cambio ai boss resta dal 30 al 50 per cento. Chi non paga salta in aria, ma non denuncia, perché il nero capovolge i ruoli: i lombardi “sono costretti all’omertà”, annotano sconsolati i pm, mentre “sono i boss a minacciare di avvisare la Finanza”.

Una storia di ‘cartiere’, secondo l’accusa, spiega anche il massacro dell’imprenditore bresciano Angelo Cottarelli, ucciso con la moglie e il figlio 17enne nell’agosto 2006. Il procuratore di Brescia, Fabio Salamone, da quella e altre indagini ha ricavato una convinzione: “Al Sud c’è omertà per paura, al Nord comincia a esserci omertà per interesse”. Interesse che può valere decine di milioni lungo i canali del grande riciclaggio: a Milano hanno fatto scalpore i recenti arresti di avvocati rispettati come Giuseppe Melzi e Paolo Sciumè.

La droga garantisce capitali enormi. E i colletti bianchi, all’occorrenza, si sporcano le mani. Un solo esempio. Secondo la squadra mobile di Milano, l’ufficio di Ivano Mondini, 48 anni, di Cremona, era diventato la base del narcotraffico dalla Colombia organizzato dal clan Morabito-Palamara, infiltrato nell’Ortomercato di Milano. Una microspia lo ha intercettato mentre spiega come trasportare la droga: “Su una macchina più di 50 chili non puoi mettere, meglio un camper”. Mondini è stato arrestato nel 2007, quando la polizia ha fermato il suddetto camper con 206 chili di coca pura.

Cosa nostra e ‘ndrangheta ormai si spartiscono intere province anche al Nord. “I gelesi controllano estorsioni e spaccio nella zona est, tra Busto e la statale varesina“, scrive il procuratore Pomarici: “Ai calabresi tocca la parte ovest fino a Malpensa. Dalle indagini dei carabinieri sembra che nella zona non vi sia un cantiere edile che non paghi il pizzo, come numerosi esercizi commerciali”. A confermarlo è “un’escalation di attentati incendiari, sparatorie, ferimenti e omicidi” in tutti i paesi attorno all’aeroporto.

In questo nuovo quadro, i fondi miliardari annunciati per l’Expo 2015 stanno già mobilitando la ‘ndrangheta. Nei comuni destinati a ospitare i maxi-cantieri stanno rinascendo le cellule dei clan (in gergo, ‘locali’), favorite anche da scarcerazioni di vecchi boss e matrimoni combinati. I finanzieri dello Scico segnalano già dal novembre 2008 un vero boom di “prestiti a strozzo strumentali all’acquisizione di imprese sane”, facilitata dallo “sfavorevole andamento dell’economia e sovraindebitamento di famiglie e aziende”. Secondo lo Scico, sarebbero “oltre 150 mila i piccoli imprenditori coinvolti in rapporti usurari-estorsivi”, di cui “almeno 50 mila con clan mafiosi”.

Questa “eversione del mercato”, come la definisce il pm Vincenzo Macrì, è “ormai diffusa a livello nazionale”. In Piemonte e Lombardia la ‘ndrangheta ha creato una sorta di ‘cupola del Nord’. Il nuovo modello di mafia economica diffusa sta influenzando anche Cosa Nostra. A Modena, segnalano i pm, “è emersa la presenza di famiglie mafiose siciliane”, che utilizzano “soggetti formalmente estranei come intestari fittizi di beni e imprese anche negli appalti”. In Liguria, dove nel dicembre 2008 risultano attivi 15 clan calabresi, “la ‘ndrangheta di Ventimiglia ha una funzione di regia”. Mentre Cosa Nostra ora punta al controllo del porto di La Spezia: un “ingente riciclaggio” che segue il modello dell'”infiltrazione nei cantieri navali di Palermo”. Una vera tradizione è anche l’infiltrazione nei casinò: un cambiavalute di Sanremo, Luigi Raiteri, è l’ultimo arrestato come presunto riciclatore della ‘ndrangheta.

Anche la camorra ha trovato soci al Nord, in particolare in Emilia. Per misurare pregi e difetti di certe alleanze, è emblematica una telefonata di Aldo Bazzini, immobiliarista di Solignano (Parma) condannato in primo grado per riciclaggio a favore dei casalesi. Una sua figlia acquisita è la moglie di Pasquale Zagaria, fratello del superlatitante Michele. Bazzini lo conferma a un avvocato: “Ha sposato un grosso boss… Fa la vita da ricchissima, da arabi: tutti ai suoi piedi. Certo non può uscire dalla villa, però quando vanno in giro, stanno nei migliori alberghi del mondo…”. Il legale domanda: “Ma lui la rispetta?”. E Bazzini risponde: “Sì, sì. Per la famiglia quelli lì sono meglio di noi!”

(23 aprile 2009)

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