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In “Infinito” il ne bis inidem: un’assoluzione che vale una condanna

di Massimo Brugnone
Coordinatore regione Lombardia
Movimento antimafie “Ammazzateci Tutti”

Ieri, 19 novembre, la sentenza per i 119 imputati nella formula direttissima del processo “Infinito”. 110 condannati, 8 assoluzioni (un imputato nel frattempo è morto).
Fra gli assolti dal GUP di Milano anche Vincenzo Rispoli, Emanuele De Castro, Luigi Mancuso, Nicodemo Filippelli e Giorgio La Face: gli ‘ndranghetisti del locale di Legnano-Lonate Pozzolo, già condannati nel processo “Bad Boys” dal Tribunale di Busto Arsizio.

Con buona pace di chi, a poco più di un’ora dalla sentenza, ci ha contattati esultando per l’assoluzione di quegli ‘ndranghetisti di cui abbiamo seguito ogni udienza fino alla condanna, dobbiamo dare spiegazione di come in questo caso la parola assoluzione equivalga a condanna.

Il diritto e le leggi sono materia fin troppo ostica in Italia e troppo spesso non se ne apprende a pieno il significato, ma i sopracitati assolti vengono graziati nell’aula bunker del Tribunale di Milano semplicemente per la regola del ne bis inidem, non due volte per la stessa cosa.
Non si può essere condannati due volte per lo stesso reato: questa la motivazione per cui gli appartenenti al locale di Legnano-Lonate Pozzolo sono stati assolti, ma che in realtà continuano a scontare le loro pene. Lo spiega bene Nando Mastrillo (di grazia, unico giornalista ad aver sottolineato la notizia) nel suo articolo su VareseNews: l’impianto accusatorio confermato dalla sentenza di Milano porterà probabilmente a sentenza ancor più grave nel processo di appello alla sentenza “Bad Boys”.

A dirla in breve, i giudici di Busto Arsizio sono semplicemente arrivati prima nel condannare la ‘ndrangheta locale rispetto ai giudici di Milano che ne hanno anche disegnato una struttura regionale e nazionale. La sentenza di condanna resta dunque quella emessa il 4 luglio scorso.

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LOCALE LEGNANO-LONATE POZZOLO DOSSIER

Per spiegare il collegamento fra il locale di Legnano-Lonate Pozzolo e la struttura regionale della ‘ndrangheta è utile riportare quanto scritto dai magistrati nelle ordinanze di custodia cautelare e nelle motivazioni della sentenza di condanna.

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‘Ndrangheta, Ernestino Rocca arrestato per l’omicidio Scafidi

Fonte: www.varesenews.it

Il dna incastra uno dei componenti della locale di ‘ndrangheta di Legnano-Lonate per l’uccisione di un pregiudicato residente a Busto. L’omicidio, a colpi di mitra, avvenne nei campi di Dairago nel dicembre 2004

Mentre si cercano ancora gli autori degli omicidi di Alfonso e Cataldo Murano e di Giuseppe Russotutti legati alla cosca di ‘ndrangheta di Legnano-Lonate Pozzolo, giunge quasi inaspettata la possibile soluzione dii un altro omicidio, passato in sordina in provincia di Varese perchè commesso a Dairago (Mi) ma attinente ancora una volta al gruppo malavitoso che ha operato a cavallo tra le due province e azzerato con le operazioni Bad Boys e InfinitoErnestino Rocca,condannato a 5 anni per associazione di stampo mafioso dal tribunale di Busto Arsizio, è stato colpito da una misura di custodia cautelare in carcere per l’omicidio di Domenico Scafidi, pregiudicato siciliano residente a Busto Arsizio, ucciso con una sventragliata di mitra la sera del 23 dicembre 2004 e ritrovato la mattina dopo in una strada di campagna tra Dairago e Bienate, paesini alle porte di Busto. Le indagini, coordinate dal sostituto procuratore Paola Biondolillo della DDA di Milano, unitamente ai carabinieri della Compagnia di Legnano, hanno infatti risolto un difficile ed intricato caso irrisolto.
INDAGINI DIFFICILI –  Il corpo giaceva sul ciglio della strada interpoderale in posizione fetale e presentava, secondo i risultati degli accertamenti medico-legali, 14 colpi di cui dodici in testa, uno al torace e uno all’arto inferiore sinistro, tutti esplosi da un’unica arma, una Skorpion cal. 7,65, un fucile mitragliatore di produzione jugoslava. Da subito le indagini erano apparse complicate, in quanto gli ultimi ad aver visto lo Scafidi erano il cognato, con il quale la sera della morte era andato a bere qualcosa in un bar del centro di Borsano, e la proprietaria del bar. Entrambi non avevano notato, a loro dire, alcunché di anomalo. Entrambi avevano notato lo Scafidi parlare con un altro avventore sconosciuto, ma poi dopo le 21.00 di quella sera, l’avevano perso di vista.  Sul luogo del delitto erano invece stati repertati due mozziconi di sigaretta, dai quali il Ris di Parma riusciva ad estrapolare due diversi profili genetici, di cui uno appartenente alla vittima mentre l’altro era rimasto senza nome. L’ora della morte dello Scafidi, sempre da accertamenti medico-legali, era stata collocata intorno alle 21.30 del 23 dicembre 2004, dato confermato anche dal fatto che l’ultima telefonata era stata effettuata dallo stesso Scafidi alle 21.27. Quindi era possibile affermare che lo Scafidi la sera del 23, subito dopo essersi allontanato dal bar alle ore 21.00 (orario in cui è stato visto per l’ultima volta vivo) si recava subito, insieme al suo assassino, presso la strada dove poi sarebbe stato ucciso verso le 21.30.

LA SVOLTA – Nel 2009 il pubblico ministero, in mancanza di risultati concreti dell’indagine, avanzava richiesta di archiviazione del procedimento e nel luglio 2009 il giudice per le indagini preliminari aveva emesso il decreto di archiviazione del procedimento. La svolta, però, arriva pochi giorni dopo l’archiviazione con la riapertura dell’indagine da parte della Direzione distrettuale antimafia di Milano. Durante un’altra operazione di polizia condotta dai Carabinieri di Cuggiono Rocca, già indiziato per essere uno degli ultimi contatti di Scafidi, viene arrestato per detenzione illecita di armi; tramite un mozzicone di sigaretta che aveva appena fumatoi militari hanno estrapolato il Dna per inoltrarlo al RIS di Parma. L’esame sul reperto aveva evidenziato la perfetta compatibilità del profilo genetico di Rocca con il profilo genotipico estrapolato da uno dei due mozziconi di sigaretta acquisiti sul luogo del delitto.

ULTERIORI ELEMENTI – Inoltre, in un’ulteriore operazione di polizia condotta dalla Guardia di Finanza di Sesto San Giovanni, veniva ritrovata l’arma del delitto all’interno di una macchina custodita in un garage di una ditta di Bresso (dove operava un’altra locale di ‘ndrangheta affiliata a quella di Legnano-Lonate). La giustificazione data dal proprietario, che aveva detto di averla trovata per caso vicino ad un capannone e di averla tenuta in quanto collezionista, non ha convinto gli inquirenti. Inoltre i militari del nucleo operativo della Compagnia di Legnano hanno effettuato riscontri sui tabulati telefonici per ricostruire – ex post – l’itinerario più logico impiegato dal Rocca per giungere da Borsano, dove lavorava in una carpenteria, a Dairago, presso la propria abitazione. Da questi accertamenti i militari hanno notato la presenza sul luogo dell’omicidio del Rocca il quale, per raggiungere la sua abitazione, non avrebbe dovuto passare per quella strada.

L’OMERTA’ – Il movente pare essere scaturito da un litigio futile occorso tra Scafidi e Rocca.  Le indagini sono durate a lungo a causa anche del clima di omertà che circonda la figura di Rocca Ernestino e che trova origine nel suo spessore criminale e nella sua appartenenza alla ‘ndrangheta. In particolare nell’ordinanza si evidenzia il Rocca come uomo di fiducia di Emanuele De Castro, nonché come prestanome dello stesso. Rocca risulta, infine, colpito da ordinanza cautelare emessa nell’ambito dell’indagine Infinito per essersi reso responsabile di un grave atto intimidatorio , nel 2008, in danno di Orietta Liccati, allora responsabile dell’area lavori pubblici del comune di Lonate Pozzolo, alla quale avrebbe incendiato l’autovettura nel parcheggio del Comune.

Da stasera siete collusi con la dignità

Fonte: StampoAntimafioso

Sabato 9 Luglio, in Piazza Sant’Ambrogio a Lonate Pozzolo, davanti a circa 200 persone di ogni età,  è andato in scena lo spettacolo “Nomi, Cognomi e Infami” dell’attore e consigliere regionale Giulio Cavalli.

Di Roberto Nicolini

Nella tana del lupo e senza paura. Perché dopo la sentenza del processo “Bad Boys” non bisogna più averne, di paura. Non bisogna più avere alcun timore di gridare l’esistenza della locale ‘ndranghetista di Lonate Pozzolo-Legnano, di accusare alcune persone di essere mafiose. È l’idea di fondo dello sprono introduttivo di Massimo Brugnone, coordinatore regionale del movimento Ammazzateci Tutti nonché organizzatore della serata.  Con lo sguardo fisso sul pubblico, con una sicurezza che non sempre si trova in un ventenne,  scandisce al microfono i nomi e le condanne del processo conclusosi lunedì a Busto Arsizio. Risuonano i nomi di Esposito Antonio, Filippelli Nicodemo, De Castro Emanuele, Murano Vincenzo, i lonatesi “cattivi” e condannati. Ma per non fare di tutta l’erba un fascio, bisogna dimostrare che i lonatesi sono gente onesta. “Bisogna dimostrare di essere di più e farlo orgogliosamente, mantenendo l’umiltà di imparare”, è l’idea di Brugnone, secondo cui è necessario trovare il coraggio di denunciare e di fidarsi della giustizia. Il giovane organizzatore chiude l’introduzione allo spettacolo, apertasi con due discorsi di Borsellino sul dovere di smuovere le coscienze e sulla forza di reagire, soprattutto della gioventù, ringraziando le autorità di Lonate, in particolare il consiglio comunale e il gruppo di lavoro per la legalità, che hanno permesso la serata e che si stanno muovendo per fornire una sede ai ragazzi di Ammazzateci Tutti sul suolo di Lonate, per decontaminarlo dalla presenza mafiosa.

Ma per liberarsi dalla pressa criminale bisogna anzitutto parlarne. Il potere della parola. “Questo non è uno spettacolo teatrale”, “stasera va in scena la parola” esordisce Giulio Cavalli. E continua, “la risata è l’arma più forte” perché davanti ad essa “la mafia si sgretola”. Parole forti, scomode, dette energicamente nella piazza principale di una cittadina lombarda ormai simbolo della colonizzazione ‘ndranghetista al Nord. Cavalli sa affrontare discorsi ostici con semplicità, con parole accessibili a tutto il pubblico presente, degne di un’artista che, nonostante sotto scorta, non rinuncia a chiacchierare con le persone in attesa del suo spettacolo. L’artista usa l’ironia e, a tratti, un pizzico di volgarità per spingere la gente a riflettere. Per non tradire il titolo dello spettacolo, Cavalli fa i nomi, racconta storie di personaggi di mafia, li insulta, li irride. Vuole mettere il re a nudo. È il ruolo del giullare, dell’Arlecchino, come lui sottolinea più volte, che vuol divertire il pubblico denigrando il potere e suscitando reazioni nel popolo. Bisogna farlo perché la Lombardia è “una regione che non si accorge”, dove la mafia “è entrata nei Martini come un’oliva”. Ma Cavalli non racconta solo i cattivi, i veri infami. Il magistrato Bruno Caccia, il sindaco di Gela, Rosario Crocetta, il giornalista Giuseppe “Pippo” Fava, anche loro, quelli che hanno sacrificato la loro vita per una giusta causa, trovano spazio nella narrativa perché “il silenzio è complice”. Chi non parla aiuta la criminalità. Bisogna “decidere da che parte stare diventando partigiani” poiché “l’indifferenza è incostituzionale”. Cavalli va oltre e rincara la dose, “non potete dire di non sapere” e “dopo stasera, siete collusi con la dignità”.

Le persone, nonostante le avvisaglie di temporale date dai fulmini e da un venticello che fa sventolare per bene le bandiere di Ammazzateci tutti, rimangono, tutte, fino alla fine, anche coloro che non sono riuscite a trovar posto a sedere. Gli applausi finali, prima al solo Cavalli poi alla stretta di mano -invocata da Brugnone  per dimostrare che l’antimafia non ha bandiere politiche- tra l’attore (Sel) e il sindaco di Lonate (Pdl) non sono lunghissimi, vista anche l’avversione dell’artista per questi, ma si sente nell’aria, dal suono pieno, che sono applausi intensi, che vengono da dentro. L’artista e gli organizzatori sono riusciti nel loro intento. Così, si chiude positivamente un altro capitolo della lotta alla mafia nel varesotto. Lotta nella quale, la società civile e la giustizia sembrano correre affiancati come due treni, ma ad alta velocità.

Bad Boys: 12 condanne e 3 assoluzioni per i ‘cattivi ragazzi’

Fonte: StampoAntimafioso

Di Ester Castano e Giulia Rodari

Procedimento iniziato il 9 giugno 2010, la sentenza Bad Boys è stata pronunciata lunedì 4 luglio 2011 nelle aule del tribunale di Busto Arsizio (VA). Per quindici imputati la condanna di primo grado del processo con rito ordinario.

“Sei tu piuttosto che sei ingrassato!” urla una bionda donna robusta in canottiera dall’area destinata al pubblico, alzandosi in piedi e gesticolando vigorosamente con le mani come stesse salutando un caro parente in procinto di imbarcarsi per un lungo viaggio oltremare. Il luogo in cui si svolge la scena, però, non è un porto affacciato sull’oceano, bensì il Tribunale di Busto Arsizio in provincia di Varese. E quel ‘caro parente’, non è lo ‘zio d’America’, ma suo marito Vincenzo Rispoli accusato dal Tribunale di Milano di essere un pilastro portante dell’associazione mafiosa denominata ‘Locale di Legnano-Lonate Pozzolo’.  La sua famiglia è al completo, la famiglia che niente fa sembrare quella di un potente boss della ‘ndrangheta lombarda come invece risulta a fine processo. La figlia neanche ventenne mentre esclama entusiasta “Oh, mamma, si ritirano per deliberare come in televisione, sembra di essere a Forum!” ne dà la prova.

Sono tanti i parenti degli imputati presenti sul fondo dell’aula, in attesa del verdetto finale che dichiarerà la condanna o l’assoluzione dei familiari: espressioni un po’ arroganti, un po’ superiori, un po’ sofferenti. Durante il momento di ritiro della corte si ritrovano al bar che guarda dritto in faccia alle porte del Tribunale, paradossalmente chiamato Alibi. Chiacchierano con la fidanzata, l’amico o l’avvocato, camminano fino alle porte di ingresso e fumano nervosamente per attenuare la tensione che si accumula all’avvicinarsi del momento decisivo.

C’è anche Antonella Leto Russo: trucco pesante e sottile sorriso beffardo, figura slanciata, tacchi a spillo e minigonna nera. La 34enne di Cirò Marina cammina avanti e indietro per il bar, poi esce, si appoggia al cofano di una macchina a fumare, in libera attesa del suo momento decisivo.

All’una l’aula si riempie e si procede alla lettura dei nomi e delle rispettive condanne. All’interno non è presente alcun rappresentante delle parti civili e solo Rita Vizza, seconda donna implicata poi assolta, è assente. Tensione nell’aria. Gli imputati, devoti, si fanno il segno della croce. Fieri, ascoltano la sentenza. Seduti vicino ai parenti degli ‘ndranghetisti i ragazzi di Ammazzateci Tutti guardano fisso davanti a loro senza distogliere lo sguardo dai magistrati.

Queste le condanne di primo grado per i 15 imputati processati con rito ordinario:

–  CIANCIO Nicola, cl. 1967, nato a Senise (PZ), residente a Ferno (VA) e domiciliato a Lonate Pozzolo (VA). Condannato a anni 5 di detenzione.

– DE CASTRO Emanuele, cl. 1968, nato a Palermo e residente a Lonate Pozzolo (VA). Condannato a anni 8 di detenzione per associazione a delinquere di stampo mafioso.

– ESPOSITO Antonio, cl. 1967, nato a Magenta (MI) e residente a Busto Garolfo (MI). Condannato a anni 8 di detenzione per associazione a delinquere di stampo mafioso.

– FILIPPELLI Francesco, cl. 1957, nato a Cirò Marina (KR) e residente ad Oleggio (NO). Assolto.

– FILIPPELLI Nicodemo, cl. 1971, nato a Cirò Marina (KR) e residente a Lonate Pozzolo (VA). Condannato a anni 10 di detenzione.

– GIORDANO Stefano, cl. 1967, nato a Busto Arsizio (VA) e qui residente. Condannato a anni 3 e mesi 6 di detenzione.

– LAFACE Giorgio, cl. 1973, nato a Busto Arsizio (VA) e residente a Pogliano Milanese (MI). Condannato a anni 3 e mesi 8 di detenzione.

– LETO RUSSO Antonella, cl. 1977, nata a Cirò Marina (KR) e qui residente. Condannata a anni 2 e mesi 8 di detenzione.

– MANCUSO Luigi, cl. 1977, nato a Cirò Marina (KR) e qui residente, ma domiciliato a Busto Arsizio (VA). Condannato a anni 8 e mesi 4 di detenzione.

– MURANO Vincenzo, cl. 1978, nato a Cirò Marina (KR) e residente a Lonate Pozzolo (VA). Assolto.

– RIENZI Pasquale, cl. 1968, nato a Grenzach (Germania) e residente a Legnano (MI). Condannato a anni 7 di detenzione per associazione a delinquere di stampo mafioso.

– RISPOLI Vincenzo, cl. 1962, nato a Cirò Marina (KR) e residente a Legnano (MI). Condannato a anni 11 di detenzione per associazione a delinquere di stampo mafioso.

– ROCCA Ernestino, cl. 1974, nato a Saronno (VA) e residente a Dairago (MI). Condannato a anni 5 di detenzione per associazione a delinquere di stampo mafioso.

– VIZZA Rita,  cl. 1954, nata a Cirò Marina (KR) e residente a Cirò Marina. Assolta.

– ZOCCHI Fabio, cl. 1962, nato a Genova e residente a Gallarate (VA). Condannato a anni 9 di detenzione per associazione a delinquere di stampo mafioso.

 12 condanne, 3 assoluzioni. Condanne che vanno da un minimo di due a un massimo di undici anni, per un totale di 80 anni e la confisca di oltre 200 mila euro in disponibilità degli imputati. La sentenza verrà depositata entro 90 giorni mentre gli avvocati difensori avanzeranno immediatamente appello.

Pochi attimi dopo la lettura dell’ultimo nome, l’aula del tribunale di Busto Arsizio si svuota rapidamente. Il ragazzino 17enne figlio di Emanuele De Castro saluta il padre in cella e non si tira indietro dall’insultare le forze dell’ordine che invitano la parentela a lasciare la sala dell’udienza. “Stammi bene Tonino!”: Vincenzo Rispoli saluta così Antonio Esposito. Quest’ultimo, condannato a 8 anni, si bacia le mani in un spontaneo e vistoso gesto di saluto rivolto al compare. Meno affettuosi sono stati i parenti dei condannati con Massimo Brugnone, coordinatore regionale del movimento antimafia Ammazzateci Tutti: i suoi compaesani – Brugnone stesso è di origini calabresi ma bustocco d’adozione – non ci pensano due volte a riempirlo di insulti con frasi che si avvicinano più alla minaccia che all’offesa.

E fuori dal tribunale… vecchiette passeggiano, ragazzi ridono agli angoli delle strade, bambini mangiano il gelato, macchine restano in coda: fuori, semplicemente il consueto procedere di tutti i giorni.

Bad Boys: le mani della ‘Ndrangheta al Nord

Fonte: StampoAntimafioso

Di Ester Castano

Due del pomeriggio del 15 luglio 2008, San Vittore Olona in provincia di Milano. Carmelo Novella detto ‘compare Nuzzo’ sta bevendo un caffè fra i tavolini rossi del Circolo degli ex combattenti e reduci, a pochi passi dalla scuola elementare. Entrano due killer a volto coperto e gli sparano tre colpi di pistola in pieno viso, uno al braccio, senza lasciargli scampo. L’uomo, 58enne con un passato di armi, droga e galera, rimane ucciso sul colpo. 27 settembre dello stesso anno, San Giorgio su Legnano: squilla il telefono della caserma dei Carabinieri. Una voce maschile informa che nei pressi del cimitero si trova un corpo apparentemente privo di vita: un foro di pistola gli ha attraversato il volto, dalla bocca è arrivato alla nuca. Si tratta del 34enne Cataldo Aloisio, arrestato nel 2000 perché ritenuto vicino alla ‘ndrina di Cirò Marina. Servivano due omicidi, decisi in Calabria dai boss della ‘ndrangheta ed eseguiti in Padania, per aprire gli occhi ai cittadini delle due più industrializzate città del Nord: la prima, Milano, capoluogo lombardo; la seconda, Varese, ‘verde’ città del carroccio. Mani invisibili all’opinione pubblica, ma ben conosciute da commercianti e imprenditori della zona: usura, intimidazione, truffa, rapina a mano armata, delitti di estorsione, violenze private, lesioni rivolte ad esercizi commerciali pubblici, bar e locali notturni. Mani che dall’anno 2000 si sono appropriate del territorio monopolizzando interi settori produttivi. Motivo per cui, grazie alle indagini effettuate principalmente mediante intercettazioni telefoniche e ambientali, si è arrivati ai 54 soggetti indagati e 43 capi di imputazione del processo Bad Boys i cui protagonisti spesso si intrecciano con quelli di Infinito. Alcuni nomi sono addirittura gli stessi. Fra i più in evidenza spiccano Vincenzo Rispoli, De Castro Emanuele, Mancuso Luigi, Esposito Antonio, i fratelli Filippelli, Rienzi Pasquale, Laface Giorgio, Ciancio Nicola: calabresi, palermitani e lombardi. “Enzo – Vincenzo Rispoli, ndr – è una potenza qui in Lombardia. Fa così con le dita e si muovono duemila persone. Si girano e corrono”. Lo dice, parlando al telefono non sapendo di essere ascoltato dai magistrati, Fabio Zocchi, anche lui fra i ‘cattivi ragazzi’ indagati per associazione a delinquere di stampo mafioso denominata ‘Locale di Legnano – Lonate Pozzolo.

Nell’Ordinanza di Custodia Cautelare in Carcere (artt. 285 e 292 c.p.p) si legge che “gli affiliati han fatto uso della forza di intimidazione del vincolo associativo e della conseguente condizione di assoggettamento e di omertà, realizzate attraverso la ‘fama’ di violenza e di potenzialità sopraffatrice del vertice della cosca alleata e/o collegata dei ‘FARAO-MARINCOLA’, dominante il ‘Locale di Cirò’, nonché attraverso il sistematico ricorso all’uso di violenza e minaccia culminate in gravissimi delitti contro la persona, realizzati con modalità esecutive spettacolari anche nei confronti di appartenenti alla stessa organizzazione, tale da indurre le vittime a non denunciare i fatti alle autorità e a non collaborare con le forze dell’ordine, imponendo tra gli associati regole inderogabili come il pagamento di quote sui ricavi di azioni delittuose e una sorta di sistema di mutuo soccorso diretto ad assicurare il sostentamento dei sodali anche in caso di morte e detenzione”.

La sentenza di Bad Boys, procedimento iniziato il 9 giugno 2010, è stata pronunciata lunedì 4 luglio 2011, poco più di un anno dopo, nelle aule del tribunale di Busto Arsizio (VA). Per quindici imputati la condanna di primo grado del processo con rito ordinario: 12 condanne, 3 assoluzioni. Condanne che vanno da un minimo di due a un massimo di undici, per un totale di 80 anni e la confisca di oltre 200 mila euro in disponibilità degli imputati.

Cavalli: “La ‘ndrangheta nel varesotto c’è”

Fonte: http://www.varesenews.it

L’attore e consigliere regionale di Sel parte da questo assunto per rilanciare l’idea della necessità di un azione di cntrasto attivo contro la criminalità organizzata in Lombardia. Sabato sarà a Lonate Pozzolo

Riceviamo e pubblichiamo le parole del consigliere regionale e attore Giulio Cavalli che il 9 luglio sarà a Lonate Pozzolo con il suo spettacolo “Nomi, cognomi e infami”.

“Le condanne inflitte ai componenti della Locale di ‘ndrangheta di Legnano e Lonate Pozzolo sanciscono – se ancora ce ne fosse bisogno – l’esistenza della mafia organizzata nella zona del varesotto dove per troppi anni si è pensato che tutti i segnali fossero solo ‘pittoreschi’ accanimenti di pochi. Oggi si può dire che Vincenzo Rispoli, Emanuele De Castro, Nicodemo Filippelli, Pasquale Rienzi, Antonio Esposito, Ernestino Rocca e Fabio Zocchi sono stati il virus che ha inquinato la convivenza civile ed economica di quei territori. Ma, sancita la mafia raccontata nelle carte dell’operazione Bad Boys, è anche il momento di creare l’antimafia che spezzi una volta per tutte le catene della disinformazione e dell’indifferenza, che per troppo tempo sono state gli alleati migliori della ‘ndrangheta in loco. C’è da costruire una Lombardia che conosce, studia e combatte la criminalità organizzata chiamando tutti alle proprie responsabilità: amministratori, comitati, cittadini, scuole e piazze. Perché arrivi la condanna migliore: sappiano, cioè, che per loro non c’è più posto. Magari partendo con una strutturata e seria commissione in Regione che si faccia carico di trasformare in azione politica l’immane lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura”.

“Un importante riconoscimento a carabinieri e procura”

Fonte: http://www.varesenews.it

Così il pubblico ministero Giovanni Narbone dopo la lettura delle sentenze di condanna per associazione mafiosa. Ammazzateci Tutti: “Ora non sono più presunti mafiosi” e un parente li minaccia

Il pubblico ministero Giovanni Narbone (con la toga nella foto a sin.) può ritenersi soddisfatto delle sentenze emesse dal tribunale bustocco dopo un anno di processo. Le pene richieste dal suo collega Mario Venditti non sono state accolte nella loro intierezza ma è la sostanza che conta soprattutto mentre è in corso il maxi-processo Infinito a Milano nel quale sono imputati molti dei condannati di oggi, insieme ai vertici di tutte le locali di ‘ndrangheta sparse per la Lombardia e che sono state sgominate nell’operazione del luglio 2010: «E’ stata confermata l’esistenza delle due associazioni per tutti gli imputati – ha detto Narbone – questo è il riconoscimento dell’ottimo lavoro svolto dai carabinieri di Busto Arsizio e di Varese e dalla Procura della Repubblica. Sui singoli reati attendiamo di leggere le motivazioni del collegio. La riduzione della pena dovrà essere valutata.Questo processo è importante proprio perchè riconosce l’esistenza di queste locali di ‘ndrangheta, un punto a favore dell’accusa per il più ampio processo Infinito che è in corso a Milano».

Delusione e poche parole a margine della lettura delle sentenze da parte delle difese degli imputati che avevano sostenuto l’inesistenza dell’associazione mafiosa derubricando il tutto a semplice spavalderia da parte dei loro assistiti, al massimo avevano concesso l’esistenza di qualche truffa ma nulla di più parlando anche di processo alla calabresità e razzismo ideologico: «Attendiamo di leggere le motivazioni dei giudici» – ha detto il difensore di Emanuele De Castro, Federico Margheriti. Sorrisi e soddisfazione da parte dei giovani di Ammazzateci Tutti con in testa il coordinatore lombardo dell’associazione Massimo Brugnone: «Ora non sono più presunti mafiosi – ha detto Brugnone – abbiamo una certezza, la mafia c’è anche qui». I giovani anti-mafia sono stati anche aggrediti verbalmente all’uscita del tribunale da uno dei tanti parenti dei condannati presenti, si sono udite frasi tipo “Adesso siete contenti, pezzi di m…” ma anche “vi vengo a prendere uno a uno”. A parte questo non ci sono state altre parole da parte loro; la lettura del dispositivo di sentenza ha visto una reazione composta da parte di tutti.

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