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I Sopranos a Busto Arsizio

Fonte: http://www.milano.corriere.it

Nei filmati della polizia l’ostentazione di ricchezza del clan di Gela trapiantato in Lombardia. 63 arresti

Dal nostro inviato Claudio del Frate

VARESE — I Sopranos a Busto Arsizio. C’è il battesimo della figlia del boss? Non si badava a spese e si affittavano limousine bianca e ristoranti top gourmet. Bisogna fare la gita sul lago? Ecco pronto un motoscafo di 14 metri. Per tre anni gli agenti delle squadre mobili di Varese, Genova e Caltanissetta hanno seguito le mosse degli affiliati a un clan di Gela trapiantati al Nord; e a volte hanno avuto la netta sensazione di trovarsi nel bel mezzo di una fiction sulla mafia italo americana, tanto gli stereotipi, le manie di grandezza, la pacchianeria erano rispettati. Certo, la voglia di sorridere passa presto se si pensa che tanta ricchezza esibita era il più delle volte frutto del più classico meccanismo di riciclaggio di denaro sporco: si partiva dal traffico di droga proveniente da Santo Domingo, dalle estorsioni ai danni di imprese lombarde e si arrivava a investire i profitti in aziende edili, autosaloni, immobili.

ASSE MALAVITOSO – Mercoledì la polizia ha arrestato 63 persone, in gran parte in provincia di Varese e sequestrato beni per un valore complessivo di 10 milioni di euro; l’indagine, partita dalla procura di Caltanissetta e che ha visto anche la partecipazione dello Sco della polizia ha messo in luce un asse malavitoso tra Gela e il Nord Italia, in particolare con le province di Varese e Genova. «Fra la famiglia Emanuello, che operava in Liguria – ha detto il capo dello Sco Gilberto Caldarozzi – e i Rinzivillo attivi a Busto era avvenuta una spartizione del territorio». I flussi di denaro (di cui è impressa la memoria su alcune chiavette ubs riferite a conti on line) servivano al sostentamento della famiglia, compresi i parenti di coloro che finivano in carcere. Sotto sequestro sono finite società come la Si.ma., molto attiva nel campo dell’edilizia e riconducibile ai Rinzivillo ma anche una villa con piscina nel quartiere di Prima Porta a Roma e un’autosalone sempre riconducibile a componenti del clan; oltre al «gioiello» della collezione: uno yacht di 14 metri ormeggiato a Lisanza, sul lago Maggiore.

«LE VITTIME CI HANNO AIUTATO» – «Questa volta – ha sottolineato il questore di Varese Marcello Cardona – le vittime delle estorsioni hanno collaborato con noi: le loro denunce hanno dato un contributo importante all’indagine». Partendo da queste denunce la polizia ha iniziato un’attività di intercettazione telefonica e ambientale. Che ha portato a immortalare episodi come il battesimo della figlia di Rosario Vizzini, ritenuto il capo della filiale di Busto Arsizio della famiglia gelese. Nel filmato delle polizia si vede una lunghissima limousine bianca varcare il cancello di Villa Crespi, ristorante di Orta tra i più rinomati della zona (e totalmente estraneo all’indagine); dal macchinone scende Vizzini che ha in braccio la neonata e la solleva tra gli applausi degli invitati. Questi ultimi – circa 200 – erano arrivati al ristorante dalla vicina chiesa a bordo di un trenino addobbato e noleggiato per l’occasione. Dalla Sicilia il capo si era premurato di far arrivare anche il cantante con l’orchestra. Per quel ricevimento Vizzini avrebbe pagato secondo gli inquirenti 40 mila euro. Tutti rigorosamente in contanti.

Mafia a Busto, decapitati due clan

Fonte: http://www.varesenews.it

Dopo l’operazione di marzo scorso la mobile di Varese, insieme alla Dda di Caltanissetta, hanno eseguito 63 ordinanze di custodia cautelare tra Gela e la città del Basso Varesotto. Sequestrati beni per 10 milioni di euro

E’ ancora in corso dalle prime ore di questa mattina, mercoledì, una vasta operazione antimafia condotta dalla dda di Caltanissetta e dalle squadre mobili del capoluogo nisseno e di Varese, insieme allo Sco di Roma. Sono stati spiccati dal giudice per le indagini preliminari 63 ordini di arresto a carico di altrettanti esponenti dei clan Rinzivillo, Emanuello e della stidda gelese. Gli uomini della Polizia hanno anche posto sotosequestro beni riconducibili ai clan per un valore complessivo che supera 10 milioni di euro. Si tratta di imprese edili, conti correnti, una barca di 14 metri  appartamenti e ville nella piena disposizione del clan. I beni finiti sotto sequestro sono sparsi tra  Busto Arsizio e Roma, dove uno degli arrestati disponeva di un’impresa e di una villa con piscina. A capo del’organizzazione c’è sempre Piddu Madonia, in carcere dal ’92 ma ancora in grado di dirigere gli affari di famiglia. L’inchiesta denominata tetragona ha fatto luce sui forti legami tra gli uomini dei clan al sud e sui loro referenti nel nord-Italia. A capo del ramo bustocco dell’organizzazione Rosario Vizzini, coadiuvato da Fabio Nicastro, entrambi già in carcere in seguito all’operazione di fine marzo, condotta sempre dalla squadra mobile di Varese e denominata Fire Off.

Le indagini, che si sono avvalse di intercettazioni ambientali e telefoniche, pedinamenti e riscontri video, hanno messo in luce in particolare un giro vasto di estorsioni ai danni di imprenditori gelesi operanti a Busto Arsizio ai quali venivano chiesti soldi per il mantenimento delle famiglie dei carcerati o venivano acquistate auto, case e altri beni che non venivano pagati. Lo schema è quello emerso con l’operazione “Fire Off”: il gruppo da una parte reinvestiva i capitali delle famiglie di provenienza e dall’altro metteva a segno estorsioni ai danni di imprenditori e commercianti gelesi. I soldi ricavati, poi, dovevano tornare nel capoluogo nisseno per soddisfare le esigenze dei clan. Oltre ai cinque arresti di fine marzo (Rosario Vizzini, Fabio Nicastro, Dario Nicastro, Rosario Bonvissuto, Emanuele Napolitano) sono stati arrestati anche Angelo Vizzini, Aldo Pione, Nunzio Tallarita, Pietro Caielli, Sergio De Bernardi e Claudio Conti (quest’ultimo, residente nella bergamasca, faceva da tramite con Santo Domingo per i grossi carichi di cocaina). Gli altri, invece, sono stati arrestati tra la Sicilia, la Calabria, la Liguria e a Milano. In cima all’organizzazione c’erano Crocifisso Rinzivillo e Alessandro Emanuello.

A carico dei 63 anche la disponibilità di armi e il traffico di sostanze stupefacenti che si avvaleva di canali piccoli, medi e grossi per lo spaccio di cocaina. In un caso è stato accertato anche un carico di diversi chili importato da Santo Domingo via mare ma del quale si sono perse poi le tracce in Inghilterra. A commissionarne l’acquisto Fabio Nicastro che, in base alle esigenze, metteva n moto i suoi canali. I dettagli di questa ennesima operazione, la quarta contro le mafie in Lombardia negli ultimi tre anni, sono stati resi noti questa mattina dal questore di Varese Marcello Cardona insieme ai capi delle squadre mobili di Varese e Genova (Sebastiano Bartolotta e Gaetano Bonaccorsio) e il dirigente dell Servizio Centrale Operativo di Roma Gilberto Calderozzi.

Dalla limousine al fuoribordo, la bella vita di Vizzini e i suoi

Fonte: http://www.varesenews.it

Gli ingenti introiti delle attività illecite permettevano agli esponenti dei clan gelesi in città una vita lussuosa. Otto le imprese edili con sede a Busto Arsizio finite sotto sequestro

Estorsioni, traffico di droga, traffico di armi. Gli esponenti del clan Rinzivillo-Emanuello non si facevano mancare nulla, neanche la Limousine e il ristorante di lusso di Orta San Giulio dove, tra gli applausi di parenti e picciotti, sfilava Rosario Vizzini con la piccola figlia in braccio nel giorno del battesimo. Era questa la vita di chi poteva dirsi parte della famiglia. Vacanze gratis a carico di imprenditori e commercianti estorti, macchine di lusso acquistate e mai pagate in una nota concessionaria di Busto Arsiziocene e pranzi senza corrispondere nemmeno un centesimo. E guai a chi si lamentava. I mafiosi di Busto Arsizio vivevano sulle spalle di tanta gente onesta che da quella Gela erano scappati, ignari di trovarne una copia nel profondo nord.

GLI AFFARI – Ai tanti episodi di estorsione dell’inchiesta Fire Off se ne aggiungono altri tre in questa nuova indagine denominata “Tetragono” ai danni di una concessionaria di auto, ad un’azienda che produce calcestruzzo, sempre di Busto, e ad un imprenditore meccanico che ha l’attività a Legnano. Fortunatamente molti hanno denunciato, almeno una quindicina, di essere vittime della mafia ai quali sottraeva ingenti capitali e la serenità familiare. Le minacce, infatti, erano all’ordine del giorno e il gruppo poteva disporre di armi che, seppur non ancora trovate fatta eccezione per una pistola, emergono nelle intercettazioni. Qualcuno di loro aveva avuto contatti anche con coloro che dovevano uccidere l’ex-sindaco di Gela Rosario Crocetta. Anche la droga rientrava tra i canali di finanziamento e gli inquirenti sono riusciti, almeno in un caso, a seguire un carico di droga da Santo Domingo di almeno 40 mila euro di valore.

I SEQUESTRI – A Vizzini sono state sequestrate due auto, una villa in costruzione, un appartamento, una società edile (la Save di Busto) e un magazzino. A Fabio Nicastro è stata sequestrata l’impresa edile Imprefin con sede sempre a Busto, una villa, due appartamenti e due auto. A Nunzio Tallarita sono state bloccate due società edili (la Iris e la Aurora, entrambe a Busto) oltre ad una villa, un appartamento, un box, due terreni, 4 auto. Ad un altro esponente, ancora ricercato, sono stati sequestrati un appartamento, due ville e due terreni mentre ad un altro esponente è stata posta sotto sequestro una barca ormeggiata a Lisanza, tre veicoli, due appartamenti, una villa, 4 depositi, un terreno e tre società edili la Sima e la Ics a Busto e la Nonsoloedilizia a Roma.

Vizzini e soci restano in carcere

Fonte: http://www.varesenews.it

Le richieste di scarcerazione avanzate dai legali di tre di loro sono state respinte dal tribunale del Riesame

Restano in carcere tutti e cinque gli arrestati dell’operazione “Fire Off” che ha fatto luce su un’organizzazione criminale di stampo mafioso operante nella città di Busto Arsizio come diretta emenazione delle cosche Madonia ed Emanuello-Rinzivillo di Gela. Dei cinque finiti in carcere, con l’accusa di aver messo a segno decine di estorsioni, tre (Rosario Vizzini, Dario Nicastro e Rosario Bonvissuto) avevano fatto richiesta di scarcerazione al tribunale del Riesame ma la richiesta dei rispettivi difensori è stata respinta dai giudici che hanno, invece, confermato la misura di custodia cautelare in carcere.

In particolare Rosario Vizzini è considerato dalla Dda di Milano come il vertice di questo gruppo, insieme a Fabio Nicastro, responsabile di tutte le azioni criminose dell’organizzazione e considerato anche referente di tutti i gelesi in Lombardia. I cinque, il sesto (Salvatore D’Aleo) si presume sia vittima della lupara bianca, avrebbero terrorizzato per anni imprenditori loro compaesani e le rispettive famiglie, spesso riducendole sul lastrico, approfittando dei loro beni dei quali si impossessavano con minacce e anche violenze fisiche. L’inchiesta ha permesso di fare luce su personaggi che già precedentemente erano stati coinvolti in indagini per mafia.

La mafia è a Busto? La società civile è pronta a combatterla

Fonte: http://www.varesenotizie.it

MERCOLEDÌ 13 OTTOBRE 2010 01:00 TIZIANO SCOLARI

BUSTO ARSIZIO – Morti ammazzati, interessi del 100% sui prestiti, traffico di armi. Sembra Gela e invece è Busto Arsizio. Una sala convegni del Museo del Tessile strapiena di gente ha ascoltato, ieri sera, gli interventi di Peter Gomez e dei ragazzi diAmmazzateci Tutti. “Qualcosa sta già cambiando”.

“Il cambiamento generazionale tanto caro a Paolo Borsellino sta già avvenendo, oggi”. Massimo Brugnone, coordinatore regionale di Ammazzateci Tutti, parla all’incontro sulla Mafia organizzato dal circolo locale di Sinistra ecologia e libertà. C’è una nuova consapevolezza: “forse per la prima volta siamo qui a parlare di mafia con la consapevolezza che la mafia c’è anche a Busto, a Legnano, a Lonate Pozzolo”. Una realtà che presto potrebbe essere comprovata anche da una sentenza del tribunale di Busto Arsizio. “Alcuni degli imputati al processo chiederanno il rito abbreviato per avere lo sconto di un terzo della pena. Anche loro pensano che le prove del pm siano fondate”. Il cambiamento, però, si respira già nell’aria. Non fosse altro per la sala piena di gente, soprattutto ragazzi, in un martedì sera qualsiasi.

UNA MAFIA A STRUTTURA PIRAMIDALE

Brugnone parla anche di una nuova ‘Ndragheta che emerge dal processo di Busto. Una ‘Ndragheta a struttura piramidale e non orizzontale, con una “cupola” che raccoglie i capi delle 15 locali sparse per la Lombardia.Come la Cosa Nostra della Palermo degli anni degli attentati. La Mafia è quindi anche nella nostra Regione e la ‘Ndragheta è “un fiume in piena che unisce Calabria e Lombardia”. Bisogna quindi “accelerare i tempi” e iniziare ad aprire le bocche anche a Busto perché “anche in questa sala c’è qualcuno che paga il pizzo, che è omertoso”. Per evitare che anche in Lombardia si possa aver paura a girare per le strade, come accade in questi mesi in Calabria.

I RAGAZZI OSTACOLO ALLA CRIMINALITA’

La Mafia è in Lombardia. Taglieggia, chiede il pizzo, muove la terra e costruisce case e palazzi, agendo sui piani regolatori. Ha rapporti importanti, sostanziali, con il mondo politico. Secondo Peter Gomez è proprio il mondo politico a dover mandare segnali di sfida alla Mafia. Anche se spesso accade tutt’altro. Tutto perduto, allora? Per nulla. Prima di Brugnone parla Davide, 16 anni, di Ammazzateci Tutti Busto Arsizio. Racconta quello che ha fatto, dal 2005, la Locale di Legnano – Lonate. Parla di rapine, furti, morti ammazzati. Fa i nomi: Renzivillo, Emanuello, Rispoli, Filippello. Poi dà la soluzione al problema, semplice e concreta:perseguire e pretendere, tutti i giorni, Legalità.“Partendo dal chiedere lo scontrino al bar” perché“dobbiamo essere noi l’ostacolo alla criminalità”. Tra il pubblico erano presenti anche alcuni ragazzi della Giovane Italia, a riprova che la legalità debba essere un valore di tutti. E ancora Dario, che questa mattina erain tribunale con i compagni dello Scientifico per l’udienza contro la ‘Ndrangheta. “Oggi ho capito l’importanza di partecipare quando un processo è pubblico, per far capire che non siamo indifferenti. Oggi eravamo in 20, il 23 novembre (alla prossima udienza, ndr) dobbiamo essere in 40″. Allora forse non tutto è perduto. La mafia è in Lombardia e c’è da tempo. Ma qualcosa è già cambiato.

tiziano.scolari@yahoo.it

Azienda legata ai boss nei lavori per l’Abruzzo

Fonte: http://www.corriere.it

Indagini sulla Igc di Gela, che ha ottenuto subappalti per la ricostruzione a Bazzano


Nel cantiere di Bazzano, in Abruzzo, l’impresa Igc, Impresa Generale Costruzioni di Gela, ha effettuato lavori di ricostruzione post terremoto. Nelle foto, la fase delle tendopoli

ROMA — Sono quattro i centri della Dia che avevano segnalato «collegamenti tra la società e personaggi ricon­ducibili alla famiglia mafiosa capeggiata dai fratelli Rinzivil­lo ». Ma questo non ha impe­dito alla Igc, Impresa Genera­le Costruzioni di Gela, di otte­nere lavori per la ricostruzio­ne del dopo terremoto in Abruzzo, nel cantiere di Baz­zano. E adesso un rapporto della Direzione Investigativa Antimafia consegnato alla procura dell’Aquila denuncia l’infiltrazione delle cosche, sollecitando nuovi accerta­menti per scoprire in che mo­do la ditta sia riuscita ad aggi­rare le norme e ottenere gli in­carichi. Verifiche che sono state estese anche alle altre commesse ottenute dall’im­presa siciliana: la nuova me­tropolitana «M5» di Milano, la Tav tratta Parma-Reggio Emilia e due gallerie dell’auto­strada Catania-Siracusa.


Il subappalto per i muri

Il sistema utilizzato non ap­pare neanche troppo sofistica­to visto che la Igc non ha par­tecipato alla gara principale, preferendo concentrarsi sui subappalti, come spesso acca­de quando le società sono ge­stite da persone che hanno precedenti penali specifici. Capofila per la costruzione delle nuove abitazioni a Baz­zano è la Edimal che si aggiu­dica lavori per 54.817 milioni di euro e affida alle ditte mi­nori opere per 21.754 milio­ni. Il 14 agosto l’azienda chie­de l’autorizzazione per delega­re alla Igc «l’esecuzione di la­vori specializzati di realizza­zione di muri di sostegno» per un totale di 159 mila e 300 euro. Il via libera dal Di­partimento della Protezione civile arriva l’11 settembre, ma nel frattempo la ditta ha già avviato l’attività, come è stato accertato dalla Dia.

«Il 9 settembre scorso, in ottemperanza ai due decreti firmati dal prefetto de L’Aqui­la — si legge nel rapporto tra­smesso ai magistrati — perso­nale procedeva all’’accesso’ presso il cantiere de L’Aquila – area C.a.s.e. (complessi anti­sismici sostenibili ecocompa­tibili) in località Bazzano. Si riscontrava che la ditta Igc, non presente al momento nel cantiere, aveva eseguito lavo­ri in subappalto nel predetto sito». Non solo. «Il controllo sulle maestranze della ditta — scrivono gli investigatori della Dia — faceva emergere che tra gli operai impegnati nei lavori sul cantiere, tredici avevano precedenti di poli­zia ». Esattamente la metà di quanti erano stati assunti.


L’operazione «Cobra»

Nell’elenco consegnato alla procura spiccano due nomi: Gianluca Ferrigno e Emanue­le Lombardo. Il primo, 29 an­ni, originario di Gela, «è il ni­pote di Angelo Bernascono, uomo di fiducia della fami­glia Rinzivillo, arrestato nel­l’ambito dell’operazione «Co­bra » del 2002 e attualmente collaboratore di giustizia. È stato assunto dalla ditta Igc con contratto a tempo inde­terminato e qualifica profes­sionale di assistente edile (ge­ometra) ». L’altro, 26 anni, an­che lui di Gela «è stato inda­gato dal tribunale dei minori di Caltanissetta per l’ipotesi di reato 416 bis. All’epoca dei fatti faceva parte dell’associa­zione mafiosa localmente de­nominata ‘Stidda’ unitamen­te ad altri. È stato assunto con contratto a tempo in­determinato e qualifica di muratore».

Più che i dipendenti, ad attirare l’attenzione della Dia e dunque a far partire l’indagine, sono stati però i curri­culum degli ammini­­stratori della ditta. Sono tre, tutti di Gela, e si so­no divisi il capitale in par­ti pressoché uguali: Ema­nuele Mondello, 50 anni, suo figlio Rocco e suo genero Nunzio Adesini. Il più anzia­no ha numerosi precedenti penali e «nel 2003 veniva con­trollato insieme a Giuseppe Tranchina e Emanuele Ema­nuello, ambedue pregiudicati e arrestati nell’operazione ‘Cobra’ per aver curato nel settore degli appalti pubblici gli interessi del clan Rinzivil­lo ».


Gli affari di «Orchidea»

Ancor più interessante il ruolo del figlio «che fino al 2004 è stato socio della socie­tà Immobiliare Orchidea, con sede a Lonate Pozzo­lo, in provincia di Vare­se. L’azienda è stata sottoposta nel 2006 a sequestro preventi­vo per ordine del tri­bunale di Caltanis­setta per aver messo in atto azioni tese a reperire, anche trami­te minacce, lavoro con il quale coprire i reali interessi come fal­se fatturazioni ad impren­ditori consenzienti o meno, garantendo agli stessi e all’or­ganizzazione mafiosa ingenti guadagni che servivano a fi­nanziare i detenuti e i loro fa­miliari come nel caso di Anto­nio Rinzivillo e della mo­glie ».

Adesso i magistrati dovran­no stabilire come sia possibi­le che la Igc abbia ottenuto la certificazione di idoneità. Pro­prio ieri la commissione par­lamentare Antimafia ha avvia­to le audizioni dei rappresen­tanti istituzionali per verifica­re il rispetto delle procedure. E il presidente Giuseppe Pisa­nu ha sottolineato la necessi­tà di effettuare «verifiche co­stanti su chi ha ottenuto i la­vori perché può accadere che dopo qualche mese l’impresa cambi tutto o in parte la titola­rità e che i titolari che suben­trano non abbiano l’idoneità dei precedenti». La Igc è sem­pre rimasta intestata alle stes­se persone e nonostante que­sto ha potuto lavorare alla ri­costruzione. La revoca dell’au­torizzazione è arrivata soltan­to il 4 ottobre scorso, quando ormai i lavori erano termina­ti. Per questo adesso si sta va­lutando anche l’opportunità di lasciare l’appalto principa­le alla capofila Edimal, che ha consentito l’avvio dei lavori alle imprese collegate ben pri­ma del rilascio dei «nulla osta».

Fiorenza Sarzanini
16 ottobre 2009

Indagini sulla Igc di Gela, che ha ottenuto subappalti per la ricostruzione a Bazzano

Nel cantiere di Bazzano, in Abruzzo, l’impresa Igc, Impresa Generale Costruzioni di Gela, ha effettuato lavori di ricostruzione post terremoto. Nelle foto, la fase delle tendopoli
Nel cantiere di Bazzano, in Abruzzo, l’impresa Igc, Impresa Generale Costruzioni di Gela, ha effettuato lavori di ricostruzione post terremoto. Nelle foto, la fase delle tendopoli

ROMA — Sono quattro i centri della Dia che avevano segnalato «collegamenti tra la società e personaggi ricon­ducibili alla famiglia mafiosa capeggiata dai fratelli Rinzivil­lo ». Ma questo non ha impe­dito alla Igc, Impresa Genera­le Costruzioni di Gela, di otte­nere lavori per la ricostruzio­ne del dopo terremoto in Abruzzo, nel cantiere di Baz­zano. E adesso un rapporto della Direzione Investigativa Antimafia consegnato alla procura dell’Aquila denuncia l’infiltrazione delle cosche, sollecitando nuovi accerta­menti per scoprire in che mo­do la ditta sia riuscita ad aggi­rare le norme e ottenere gli in­carichi. Verifiche che sono state estese anche alle altre commesse ottenute dall’im­presa siciliana: la nuova me­tropolitana «M5» di Milano, la Tav tratta Parma-Reggio Emilia e due gallerie dell’auto­strada Catania-Siracusa.

Il subappalto per i muri

Il sistema utilizzato non ap­pare neanche troppo sofistica­to visto che la Igc non ha par­tecipato alla gara principale, preferendo concentrarsi sui subappalti, come spesso acca­de quando le società sono ge­stite da persone che hanno precedenti penali specifici. Capofila per la costruzione delle nuove abitazioni a Baz­zano è la Edimal che si aggiu­dica lavori per 54.817 milioni di euro e affida alle ditte mi­nori opere per 21.754 milio­ni. Il 14 agosto l’azienda chie­de l’autorizzazione per delega­re alla Igc «l’esecuzione di la­vori specializzati di realizza­zione di muri di sostegno» per un totale di 159 mila e 300 euro. Il via libera dal Di­partimento della Protezione civile arriva l’11 settembre, ma nel frattempo la ditta ha già avviato l’attività, come è stato accertato dalla Dia.

«Il 9 settembre scorso, in ottemperanza ai due decreti firmati dal prefetto de L’Aqui­la — si legge nel rapporto tra­smesso ai magistrati — perso­nale procedeva all’’accesso’ presso il cantiere de L’Aquila – area C.a.s.e. (complessi anti­sismici sostenibili ecocompa­tibili) in località Bazzano. Si riscontrava che la ditta Igc, non presente al momento nel cantiere, aveva eseguito lavo­ri in subappalto nel predetto sito». Non solo. «Il controllo sulle maestranze della ditta — scrivono gli investigatori della Dia — faceva emergere che tra gli operai impegnati nei lavori sul cantiere, tredici avevano precedenti di poli­zia ». Esattamente la metà di quanti erano stati assunti.

L’operazione «Cobra»

Nell’elenco consegnato alla procura spiccano due nomi: Gianluca Ferrigno e Emanue­le Lombardo. Il primo, 29 an­ni, originario di Gela, «è il ni­pote di Angelo Bernascono, uomo di fiducia della fami­glia Rinzivillo, arrestato nel­l’ambito dell’operazione «Co­bra » del 2002 e attualmente collaboratore di giustizia. È stato assunto dalla ditta Igc con contratto a tempo inde­terminato e qualifica profes­sionale di assistente edile (ge­ometra) ». L’altro, 26 anni, an­che lui di Gela «è stato inda­gato dal tribunale dei minori di Caltanissetta per l’ipotesi di reato 416 bis. All’epoca dei fatti faceva parte dell’associa­zione mafiosa localmente de­nominata ‘Stidda’ unitamen­te ad altri. È stato assunto con contratto a tempo in­determinato e qualifica di muratore».

Più che i dipendenti, ad attirare l’attenzione della Dia e dunque a far partire l’indagine, sono stati però i curri­culum degli ammini­­stratori della ditta. Sono tre, tutti di Gela, e si so­no divisi il capitale in par­ti pressoché uguali: Ema­nuele Mondello, 50 anni, suo figlio Rocco e suo genero Nunzio Adesini. Il più anzia­no ha numerosi precedenti penali e «nel 2003 veniva con­trollato insieme a Giuseppe Tranchina e Emanuele Ema­nuello, ambedue pregiudicati e arrestati nell’operazione ‘Cobra’ per aver curato nel settore degli appalti pubblici gli interessi del clan Rinzivil­lo ».

Gli affari di «Orchidea»

Ancor più interessante il ruolo del figlio «che fino al 2004 è stato socio della socie­tà Immobiliare Orchidea, con sede a Lonate Pozzo­lo, in provincia di Vare­se. L’azienda è stata sottoposta nel 2006 a sequestro preventi­vo per ordine del tri­bunale di Caltanis­setta per aver messo in atto azioni tese a reperire, anche trami­te minacce, lavoro con il quale coprire i reali interessi come fal­se fatturazioni ad impren­ditori consenzienti o meno, garantendo agli stessi e all’or­ganizzazione mafiosa ingenti guadagni che servivano a fi­nanziare i detenuti e i loro fa­miliari come nel caso di Anto­nio Rinzivillo e della mo­glie ».

Adesso i magistrati dovran­no stabilire come sia possibi­le che la Igc abbia ottenuto la certificazione di idoneità. Pro­prio ieri la commissione par­lamentare Antimafia ha avvia­to le audizioni dei rappresen­tanti istituzionali per verifica­re il rispetto delle procedure. E il presidente Giuseppe Pisa­nu ha sottolineato la necessi­tà di effettuare «verifiche co­stanti su chi ha ottenuto i la­vori perché può accadere che dopo qualche mese l’impresa cambi tutto o in parte la titola­rità e che i titolari che suben­trano non abbiano l’idoneità dei precedenti». La Igc è sem­pre rimasta intestata alle stes­se persone e nonostante que­sto ha potuto lavorare alla ri­costruzione. La revoca dell’au­torizzazione è arrivata soltan­to il 4 ottobre scorso, quando ormai i lavori erano termina­ti. Per questo adesso si sta va­lutando anche l’opportunità di lasciare l’appalto principa­le alla capofila Edimal, che ha consentito l’avvio dei lavori alle imprese collegate ben pri­ma del rilascio dei «nulla osta».

Fiorenza Sarzanini
16 ottobre 2009

RIFLESSIONI A SANGUE FREDDO

In questi ultimi giorni mi sono limitato a riportare notizie senza voler esprimere giudizi su ciò che sta accadendo nelle nostre città, su ciò che invero da molto tempo accade nelle nostre città, ma, purtroppo, solo ora i tanti segnali di allarme gridati a gran voce sembrano arrivare alle orecchie dei più.

All’alba del 23 aprile sono scattate le manette ai polsi di 39 persone, delle quali 30 residenti fra le province ci Milano e Varese e dei quali 11 arrestati per associazione a delinquere di stampo mafioso. Numeri, questi, che di solito fanno gioire procure come Palermo, Reggio Calabria o Napoli per l’intenso lavoro che, insieme alle forze dell’ordine, ha permesso di sgominare bande di criminali che fanno capo alla malavita organizzata: la mafia. Non basta.
Il
24 mattina vengono arrestate altre due persone, Maurizio Saverio La Rosa e Maurizio Trubia, accusati di associazione mafiosa e di aver imposto il pagamento del pizzo a imprese di Gela che effettuavano lavori pubblici anche a Milano per conto del clan degli Emanuello, quello stesso clan che insieme ai Rinzivillo venne accusato a Busto Arsizio nel dicembre del 2006 di essere il cervello criminale per il riciclaggio del denaro sporco proveniente dai traffici illeciti della famiglia.
Sempre a Busto Arsizio, in periferia, e sempre in questa lunga settimana, nella
notte fra il 20 e il 21, viene dato fuoco a due escavatrice appartenenti all’impresa edile Orceana” di Orzinuovi (Bs) e che da lì a pochi giorni avrebbe dovuto chiudere un piano integrato per la costruzione di alcune palazzine in zona San Michele, pieno centro città. Nessuna prova di appartenenza alla criminalità organizzata della mano che ha compiuto l’atto, certo è che il modus operandi e i successivi fatti di cronaca molto fanno pensare.

Se fossimo in un paese di quell’isola lontana che è la Sicilia nessuno si scandalizzerebbe; se fossimo fra le montagne dell’Aspromonte calabrese ci sarebbe solo da aspettarselo; se fossimo in qualsiasi posto in provincia di Napoli, forse, ci preoccuperemmo di non sentire tali notizie almeno una volta alla settimana. Eppure non siamo in nessuna delle “solite” regioni del sud, non ci troviamo nemmeno nella meno citata Puglia, ma ci troviamo in Lombardia, la regione che vanta il quarto posto per beni confiscati alla mafia.
Forse però questi dati non bastano, perchè forse la gente fra qualche giorno si scorderà di quel boss mafioso arrestato di fianco a casa propria, proprio come già sembra che ci siamo scordati di
Carmelo Novella ucciso l’estate scorsa a San Vittore Olona, e come già ci siamo scordati che un paio di mesi dopo venne ritrovato il corpo inerme di Cataldo Aloisio, genero di un altro boss dell’Ndrangheta.
Pare ci sia scordati di un certo
Salvatore Morabito, “facchino” della Sogemi, società municipalizzata di Milano, che entrava tranquillamente con una ferrari nell’ortomercato del capoluogo lombardo. Stesso Salvatore Morabito che partecipa ad una cena elettorale in onore di Alessandro Colucci, consigliere regionale, indicato come “amico in Regione” nelle intercettazioni telefoniche fra gli uomini del clan.
Dobbiamo esserci dimenticati anche di
Vincenzo Giudice, consigliere comunale di Milano, presidente della Zincar, società mista partecipata dal Comune, che è stato avvicinato da Giovanni Cinque, esponente di spicco della cosca calabrese degli Arena. Stesso Giovanni Cinque che si assume il merito dell’elezione di Massimiliano Carioni alla Provincia di Varese e che partecipa ad altre cene elettorali con Paolo Galli, presidente dell’Aler, l’azienda per l’edilizia popolare di Varese.

Sono molti i nomi e sono molti i fatti: tanti, troppi, e dovrei continuare, ma non è la cronaca di una regione ormai chiaramente invasa dalla criminalità organizzata che voglio fare. A breve ci saranno nuove elezioni comunali: io auspico non si debba arrivare ad una faida di San Luca trasportata al Nord per far capire che il pericolo di infiltrazioni mafiose non è più imminente, ma è tanto attuale quanto, ormai, storia passata. Le sue radici le mafia le ha già piantate e l’albero sta crescendo sempre di più in una connivenza fra Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Camorra, mafie straniere e criminalità locale. Dobbiamo metterci bene in testa che non possiamo più guardare con occhio distaccato questo problema e che non possiamo delegare alle sole forze dell’ordine il compito di risolverlo. Dobbiamo, noi cittadini, essere parte attiva in questa lotta e non farci persuadere da quel senso si omertà che, insieme alla mafia, va sempre più dilagando nelle nostre città. Dobbiamo essere consci che del fatto che il nostro silenzio e la nostra indifferenza non fa che aumentare lo strapotere di quella piovra che già ci ha avvolto e continua piano piano sempre più a stritolarci. Oggi dobbiamo prendere in mano le redini del nostro presente per salvaguardare il nostro futuro ed, insieme alla magistratura, la politica, le forze dell’ordine, essere quella società civile che non ha paura di ribellarsi e non si piega al soggettamento di quell’orribile parola che è la mafia.

Massimo Brugnone
Coordinamento Ammazzateci Tutti Lombardia

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