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‘Ndrangheta, Ernestino Rocca arrestato per l’omicidio Scafidi

Fonte: www.varesenews.it

Il dna incastra uno dei componenti della locale di ‘ndrangheta di Legnano-Lonate per l’uccisione di un pregiudicato residente a Busto. L’omicidio, a colpi di mitra, avvenne nei campi di Dairago nel dicembre 2004

Mentre si cercano ancora gli autori degli omicidi di Alfonso e Cataldo Murano e di Giuseppe Russotutti legati alla cosca di ‘ndrangheta di Legnano-Lonate Pozzolo, giunge quasi inaspettata la possibile soluzione dii un altro omicidio, passato in sordina in provincia di Varese perchè commesso a Dairago (Mi) ma attinente ancora una volta al gruppo malavitoso che ha operato a cavallo tra le due province e azzerato con le operazioni Bad Boys e InfinitoErnestino Rocca,condannato a 5 anni per associazione di stampo mafioso dal tribunale di Busto Arsizio, è stato colpito da una misura di custodia cautelare in carcere per l’omicidio di Domenico Scafidi, pregiudicato siciliano residente a Busto Arsizio, ucciso con una sventragliata di mitra la sera del 23 dicembre 2004 e ritrovato la mattina dopo in una strada di campagna tra Dairago e Bienate, paesini alle porte di Busto. Le indagini, coordinate dal sostituto procuratore Paola Biondolillo della DDA di Milano, unitamente ai carabinieri della Compagnia di Legnano, hanno infatti risolto un difficile ed intricato caso irrisolto.
INDAGINI DIFFICILI –  Il corpo giaceva sul ciglio della strada interpoderale in posizione fetale e presentava, secondo i risultati degli accertamenti medico-legali, 14 colpi di cui dodici in testa, uno al torace e uno all’arto inferiore sinistro, tutti esplosi da un’unica arma, una Skorpion cal. 7,65, un fucile mitragliatore di produzione jugoslava. Da subito le indagini erano apparse complicate, in quanto gli ultimi ad aver visto lo Scafidi erano il cognato, con il quale la sera della morte era andato a bere qualcosa in un bar del centro di Borsano, e la proprietaria del bar. Entrambi non avevano notato, a loro dire, alcunché di anomalo. Entrambi avevano notato lo Scafidi parlare con un altro avventore sconosciuto, ma poi dopo le 21.00 di quella sera, l’avevano perso di vista.  Sul luogo del delitto erano invece stati repertati due mozziconi di sigaretta, dai quali il Ris di Parma riusciva ad estrapolare due diversi profili genetici, di cui uno appartenente alla vittima mentre l’altro era rimasto senza nome. L’ora della morte dello Scafidi, sempre da accertamenti medico-legali, era stata collocata intorno alle 21.30 del 23 dicembre 2004, dato confermato anche dal fatto che l’ultima telefonata era stata effettuata dallo stesso Scafidi alle 21.27. Quindi era possibile affermare che lo Scafidi la sera del 23, subito dopo essersi allontanato dal bar alle ore 21.00 (orario in cui è stato visto per l’ultima volta vivo) si recava subito, insieme al suo assassino, presso la strada dove poi sarebbe stato ucciso verso le 21.30.

LA SVOLTA – Nel 2009 il pubblico ministero, in mancanza di risultati concreti dell’indagine, avanzava richiesta di archiviazione del procedimento e nel luglio 2009 il giudice per le indagini preliminari aveva emesso il decreto di archiviazione del procedimento. La svolta, però, arriva pochi giorni dopo l’archiviazione con la riapertura dell’indagine da parte della Direzione distrettuale antimafia di Milano. Durante un’altra operazione di polizia condotta dai Carabinieri di Cuggiono Rocca, già indiziato per essere uno degli ultimi contatti di Scafidi, viene arrestato per detenzione illecita di armi; tramite un mozzicone di sigaretta che aveva appena fumatoi militari hanno estrapolato il Dna per inoltrarlo al RIS di Parma. L’esame sul reperto aveva evidenziato la perfetta compatibilità del profilo genetico di Rocca con il profilo genotipico estrapolato da uno dei due mozziconi di sigaretta acquisiti sul luogo del delitto.

ULTERIORI ELEMENTI – Inoltre, in un’ulteriore operazione di polizia condotta dalla Guardia di Finanza di Sesto San Giovanni, veniva ritrovata l’arma del delitto all’interno di una macchina custodita in un garage di una ditta di Bresso (dove operava un’altra locale di ‘ndrangheta affiliata a quella di Legnano-Lonate). La giustificazione data dal proprietario, che aveva detto di averla trovata per caso vicino ad un capannone e di averla tenuta in quanto collezionista, non ha convinto gli inquirenti. Inoltre i militari del nucleo operativo della Compagnia di Legnano hanno effettuato riscontri sui tabulati telefonici per ricostruire – ex post – l’itinerario più logico impiegato dal Rocca per giungere da Borsano, dove lavorava in una carpenteria, a Dairago, presso la propria abitazione. Da questi accertamenti i militari hanno notato la presenza sul luogo dell’omicidio del Rocca il quale, per raggiungere la sua abitazione, non avrebbe dovuto passare per quella strada.

L’OMERTA’ – Il movente pare essere scaturito da un litigio futile occorso tra Scafidi e Rocca.  Le indagini sono durate a lungo a causa anche del clima di omertà che circonda la figura di Rocca Ernestino e che trova origine nel suo spessore criminale e nella sua appartenenza alla ‘ndrangheta. In particolare nell’ordinanza si evidenzia il Rocca come uomo di fiducia di Emanuele De Castro, nonché come prestanome dello stesso. Rocca risulta, infine, colpito da ordinanza cautelare emessa nell’ambito dell’indagine Infinito per essersi reso responsabile di un grave atto intimidatorio , nel 2008, in danno di Orietta Liccati, allora responsabile dell’area lavori pubblici del comune di Lonate Pozzolo, alla quale avrebbe incendiato l’autovettura nel parcheggio del Comune.

Bad Boys: 12 condanne e 3 assoluzioni per i ‘cattivi ragazzi’

Fonte: StampoAntimafioso

Di Ester Castano e Giulia Rodari

Procedimento iniziato il 9 giugno 2010, la sentenza Bad Boys è stata pronunciata lunedì 4 luglio 2011 nelle aule del tribunale di Busto Arsizio (VA). Per quindici imputati la condanna di primo grado del processo con rito ordinario.

“Sei tu piuttosto che sei ingrassato!” urla una bionda donna robusta in canottiera dall’area destinata al pubblico, alzandosi in piedi e gesticolando vigorosamente con le mani come stesse salutando un caro parente in procinto di imbarcarsi per un lungo viaggio oltremare. Il luogo in cui si svolge la scena, però, non è un porto affacciato sull’oceano, bensì il Tribunale di Busto Arsizio in provincia di Varese. E quel ‘caro parente’, non è lo ‘zio d’America’, ma suo marito Vincenzo Rispoli accusato dal Tribunale di Milano di essere un pilastro portante dell’associazione mafiosa denominata ‘Locale di Legnano-Lonate Pozzolo’.  La sua famiglia è al completo, la famiglia che niente fa sembrare quella di un potente boss della ‘ndrangheta lombarda come invece risulta a fine processo. La figlia neanche ventenne mentre esclama entusiasta “Oh, mamma, si ritirano per deliberare come in televisione, sembra di essere a Forum!” ne dà la prova.

Sono tanti i parenti degli imputati presenti sul fondo dell’aula, in attesa del verdetto finale che dichiarerà la condanna o l’assoluzione dei familiari: espressioni un po’ arroganti, un po’ superiori, un po’ sofferenti. Durante il momento di ritiro della corte si ritrovano al bar che guarda dritto in faccia alle porte del Tribunale, paradossalmente chiamato Alibi. Chiacchierano con la fidanzata, l’amico o l’avvocato, camminano fino alle porte di ingresso e fumano nervosamente per attenuare la tensione che si accumula all’avvicinarsi del momento decisivo.

C’è anche Antonella Leto Russo: trucco pesante e sottile sorriso beffardo, figura slanciata, tacchi a spillo e minigonna nera. La 34enne di Cirò Marina cammina avanti e indietro per il bar, poi esce, si appoggia al cofano di una macchina a fumare, in libera attesa del suo momento decisivo.

All’una l’aula si riempie e si procede alla lettura dei nomi e delle rispettive condanne. All’interno non è presente alcun rappresentante delle parti civili e solo Rita Vizza, seconda donna implicata poi assolta, è assente. Tensione nell’aria. Gli imputati, devoti, si fanno il segno della croce. Fieri, ascoltano la sentenza. Seduti vicino ai parenti degli ‘ndranghetisti i ragazzi di Ammazzateci Tutti guardano fisso davanti a loro senza distogliere lo sguardo dai magistrati.

Queste le condanne di primo grado per i 15 imputati processati con rito ordinario:

–  CIANCIO Nicola, cl. 1967, nato a Senise (PZ), residente a Ferno (VA) e domiciliato a Lonate Pozzolo (VA). Condannato a anni 5 di detenzione.

– DE CASTRO Emanuele, cl. 1968, nato a Palermo e residente a Lonate Pozzolo (VA). Condannato a anni 8 di detenzione per associazione a delinquere di stampo mafioso.

– ESPOSITO Antonio, cl. 1967, nato a Magenta (MI) e residente a Busto Garolfo (MI). Condannato a anni 8 di detenzione per associazione a delinquere di stampo mafioso.

– FILIPPELLI Francesco, cl. 1957, nato a Cirò Marina (KR) e residente ad Oleggio (NO). Assolto.

– FILIPPELLI Nicodemo, cl. 1971, nato a Cirò Marina (KR) e residente a Lonate Pozzolo (VA). Condannato a anni 10 di detenzione.

– GIORDANO Stefano, cl. 1967, nato a Busto Arsizio (VA) e qui residente. Condannato a anni 3 e mesi 6 di detenzione.

– LAFACE Giorgio, cl. 1973, nato a Busto Arsizio (VA) e residente a Pogliano Milanese (MI). Condannato a anni 3 e mesi 8 di detenzione.

– LETO RUSSO Antonella, cl. 1977, nata a Cirò Marina (KR) e qui residente. Condannata a anni 2 e mesi 8 di detenzione.

– MANCUSO Luigi, cl. 1977, nato a Cirò Marina (KR) e qui residente, ma domiciliato a Busto Arsizio (VA). Condannato a anni 8 e mesi 4 di detenzione.

– MURANO Vincenzo, cl. 1978, nato a Cirò Marina (KR) e residente a Lonate Pozzolo (VA). Assolto.

– RIENZI Pasquale, cl. 1968, nato a Grenzach (Germania) e residente a Legnano (MI). Condannato a anni 7 di detenzione per associazione a delinquere di stampo mafioso.

– RISPOLI Vincenzo, cl. 1962, nato a Cirò Marina (KR) e residente a Legnano (MI). Condannato a anni 11 di detenzione per associazione a delinquere di stampo mafioso.

– ROCCA Ernestino, cl. 1974, nato a Saronno (VA) e residente a Dairago (MI). Condannato a anni 5 di detenzione per associazione a delinquere di stampo mafioso.

– VIZZA Rita,  cl. 1954, nata a Cirò Marina (KR) e residente a Cirò Marina. Assolta.

– ZOCCHI Fabio, cl. 1962, nato a Genova e residente a Gallarate (VA). Condannato a anni 9 di detenzione per associazione a delinquere di stampo mafioso.

 12 condanne, 3 assoluzioni. Condanne che vanno da un minimo di due a un massimo di undici anni, per un totale di 80 anni e la confisca di oltre 200 mila euro in disponibilità degli imputati. La sentenza verrà depositata entro 90 giorni mentre gli avvocati difensori avanzeranno immediatamente appello.

Pochi attimi dopo la lettura dell’ultimo nome, l’aula del tribunale di Busto Arsizio si svuota rapidamente. Il ragazzino 17enne figlio di Emanuele De Castro saluta il padre in cella e non si tira indietro dall’insultare le forze dell’ordine che invitano la parentela a lasciare la sala dell’udienza. “Stammi bene Tonino!”: Vincenzo Rispoli saluta così Antonio Esposito. Quest’ultimo, condannato a 8 anni, si bacia le mani in un spontaneo e vistoso gesto di saluto rivolto al compare. Meno affettuosi sono stati i parenti dei condannati con Massimo Brugnone, coordinatore regionale del movimento antimafia Ammazzateci Tutti: i suoi compaesani – Brugnone stesso è di origini calabresi ma bustocco d’adozione – non ci pensano due volte a riempirlo di insulti con frasi che si avvicinano più alla minaccia che all’offesa.

E fuori dal tribunale… vecchiette passeggiano, ragazzi ridono agli angoli delle strade, bambini mangiano il gelato, macchine restano in coda: fuori, semplicemente il consueto procedere di tutti i giorni.

Cavalli: “La ‘ndrangheta nel varesotto c’è”

Fonte: http://www.varesenews.it

L’attore e consigliere regionale di Sel parte da questo assunto per rilanciare l’idea della necessità di un azione di cntrasto attivo contro la criminalità organizzata in Lombardia. Sabato sarà a Lonate Pozzolo

Riceviamo e pubblichiamo le parole del consigliere regionale e attore Giulio Cavalli che il 9 luglio sarà a Lonate Pozzolo con il suo spettacolo “Nomi, cognomi e infami”.

“Le condanne inflitte ai componenti della Locale di ‘ndrangheta di Legnano e Lonate Pozzolo sanciscono – se ancora ce ne fosse bisogno – l’esistenza della mafia organizzata nella zona del varesotto dove per troppi anni si è pensato che tutti i segnali fossero solo ‘pittoreschi’ accanimenti di pochi. Oggi si può dire che Vincenzo Rispoli, Emanuele De Castro, Nicodemo Filippelli, Pasquale Rienzi, Antonio Esposito, Ernestino Rocca e Fabio Zocchi sono stati il virus che ha inquinato la convivenza civile ed economica di quei territori. Ma, sancita la mafia raccontata nelle carte dell’operazione Bad Boys, è anche il momento di creare l’antimafia che spezzi una volta per tutte le catene della disinformazione e dell’indifferenza, che per troppo tempo sono state gli alleati migliori della ‘ndrangheta in loco. C’è da costruire una Lombardia che conosce, studia e combatte la criminalità organizzata chiamando tutti alle proprie responsabilità: amministratori, comitati, cittadini, scuole e piazze. Perché arrivi la condanna migliore: sappiano, cioè, che per loro non c’è più posto. Magari partendo con una strutturata e seria commissione in Regione che si faccia carico di trasformare in azione politica l’immane lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura”.

‘Ndrangheta del varesotto, pioggia di condanne

Fonte: http://www.varesenews.it

Il tribunale di Busto ha riconosciuto l’esistenza dell’associazione mafiosa radicata tra Lonate Pozzolo e Legnano per sette imputati e ha condannato a pene che vanno dai 2 agli 11 anni, tredici persone. Tre sono state assolte

Si è concluso con una pioggia di condanne (in tutto 80 anni di carcere) e tre assoluzioni il processo ai componenti della Locale di ‘ndrangheta di Legnano-Lonate Pozzolo. Il collegio giudicante presieduto da Toni Adet Novik ha riconosciuto l’esistenza di un’associazione di stampo mafioso che ha operato almeno fino al 2009 nell’area del Basso Varesotto e Alto Milanese. Il tribunale ha stabilito che a farne parte sono Vincenzo Rispoli, Emanuele De Castro, Nicodemo Filippelli, Pasquale Rienzi, Antonio Esposito, Ernestino Rocca e Fabio Zocchi. Per Rispoli la condanna più pesante a 11 anni di reclusione seguito da Nicodemo Filippelli con 10 anni, Fabio Zocchi 9 anni ed Emanuele De Castro e Antonio esposito a 8. Pene più leggere per Pasquale Rienzi, 7 anni, ed Ernestino Rocca 5. Per tutti loro il tribunale ha disposto anche tre anni di libertà vigilata a pena espiata e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici.

Per gli imputati “minori” del processo la corte ha comminato pene di entità uguale o inferiore a 5 anni. In particolare Nicola Ciancio è stato condannato a 5 anni, Carlo Avallone a 4 anni, Giorgio Laface a 3 anni e 8 mesi, Stefano Giordano a 3 anni e 6 mesi, Antonella Leto Russo a 2 anni e 8 mesi, Roberto Lo Muscio a 2 anni e 2 mesi. Assolti il fratello di Vincenzo, Francesco Rispoli, Vincenzo Murano e Rita Vizza. Il tribunale ha anche disposto la confisca di oltre 200 mila euro in totale, nella disponibilità dei vari imputati. Sono state, infine, rigettate le domande delle parti civili. Si conclude, dunque, dopo un anno il processo Bad Boys con la sostanziale conferma di entrambe le ipotesi accusatorie dell’associazione mafiosa e dell’associazione semplice. Al momento della lettura della sentenza, dopo tre ore di camera di consiglio, è calato in aula un silenzio irreale sia nelle gabbie che tra la trentina di parenti e amici degli imputati che hanno partecipato all’udienza. Gli unici sorrisi sono stati quelli dei giovani di Ammazzateci Tutti, presenti con una delegazione colorata con le magliette dell’associazione. Ora i difensori ricorreranno in appello.

«De Castro? Un lavoratore colpevole di essere amico di un calabrese»

Fonte: http://www.varesenews.it

E’ il momento delle difese nel processo alla ‘ndrangheta di Legnano-Lonate Pozzolo. L’avvocato Margheriti, nella sua lunga requisitoria difende Emanuele De Castro, uno dei personaggi principali dell’inchiesta

«Chiedo l’assoluzione per non aver commesso il fatto, Emanuele De Castro non fa parte di alcuna associazione mafiosa, ha sempre lavorato e ha una condizione patrimoniale modesta. La società civile e i giornali lo hanno già condannato ma il diritto alla difesa non può essergli negato». Così il suo legale Federico Margheriti ha esposto oggi, martedì, la sua requisitoria in difesa di Emanuele De Castro che, secondo l’accusa, sarebbe tra i principali esponenti della locale di ‘ndrangheta di Legnano-Lonate Pozzolo e anche la “bacinella” del gruppo, un termine tecnico dell’organizzazione mafiosa calabrese che indica il cassiere. Secondo Margheriti il De Castro sarebbe colpevole «di conoscere persone che vengono definite appartenenti alla ‘ndrangheta solo perchè imparentati con persone che ne hanno fatto parte o per provenienza geografica».

L’avvocato ribatte le accuse punto per punto sottolineando come, in realtà, la sua posizione sia del tutto marginale nell’ordinanza Bad Boys come in quella Infinito e specifica come a Lonate Pozzolo e Legnano non siano mai stati provati riti di affiliazione: «Dalle informative dei carabinieri di Varese non emerge alcun rito – sostiene Margheriti – e sappiamo bene quanto questi siano importanti in questo tipo di organizzazione al fine di conferire la dote». Il difensore smonta anche il castello accusatorio del pm Venditti riguardo al suo ruolo di cassiere, tirando in ballo anche uno dei due fratelli Rivolta (Fulvio che fa l’architetto e Danilo che è attualmente assessore all’urbanistica a Lonate Pozzolo): «Anche nell’affare del Pirellino vediamo che ad un certo punto il Rivolta (Fulvio, ndr) chiede 100 mila euro per continuare la trattativa e Augusto Agostino non li chiede a De Castro ma a Nicodemo Filippelli che li anticipa e non li rivedrà più, nonostante l’affare sia poi saltato». Nessuna associazione di stampo mafioso, dunque, e nessuna cassa a disposizione.

Infine l’avvocato contesta anche il reato di riciclaggio e reimpiego di capitali: «Non è imputato ma gli si contesta un reticolo di società che avrebbe gestito – specifica – tramite Ernestino Rocca il quale, risulta anche dalle visure camerali, ha sempre lavorato per De Castro come dipendente e ha aperto e chiuso una società individuale in soli due mesi. Quale riciclaggio? E quale reticolo di imprese?». Tutte le difese, inoltre, contestano le intercettazioni nelle quali si aggiungono le note del redattore: «Non si può affatto desumere, in molte delle intercettazioni ambientali e telefoniche, che il soggetto di cui parlano gli intercettati sia Emanuele De Castro, perlomeno non è sufficientemente chiarito da chi ha fatto le indagini, dunque non credo che possano essere considerati elementi indiziari di valore».

Sulla stessa linea la difesa di Ernestino Rocca, accusato anch’egli di associazione di stampo mafioso e per aver posseduto una pistola: «Per il secondo reato ha già patteggiato una pena di un anno e dieci mesi – spiega il suo legale Alberto Arrigoni – mentre gli si contesta la partecipazione attiva e continuata all’associazione a delinquere di stampo mafioso per due episodi a distanza di dieci giorni uno dall’altro, poi sparisce dall’ordinanza». Secondo il legale non sarebbe stato lui a dare fuoco all’auto della dirigente del comune di Lonate Pozzolo Orietta Liccati anche se c’è un testimone che, pochi minuti dopo l’incendio, ha visto una persona con un cappellino in testa fuggire dal luogo dell’incendio e salire su un’auto che risulta essere quella della fidanzata di Rocca: «Il testimone – secondo Arrigoni – non l’ha visto in viso e non si capisce come abbia fatto a leggere il numero di targa dell’auto a quella distanza. Potrebbe trattarsi di suggestione». Una suggestione, comunque, molto precisa. Anche per lui il difensore ha chiesto l’assoluzione perchè il fatto non sussiste oppure perchè non ha commesso il fatto. Subito dopo è stato il turno dell’avvocato Soldani che ha chiesto l’assoluzione per Giorgio Laface in merito ad episodi estorsivi che risalgono a dieci anni fa.

In tribunale torna la ‘ndrangheta

Fonte: http://www.varesenews.it

Torna in aula domani, martedì 19 aprile, il processo Bad Boys agli appartenenti alla locale di Legnano-Lonate Pozzolo nel quale parleranno le parti civili. Una vicenda che ha aperto un vaso di Pandora in Lombardia e ha scatenato molte reazioni

Toccherà alle parti civili domani, lunedì 19 aprile,  parlare al processo nei confronti di Carlo Avallone, Emanuele De Castro,Antonio Esposito, Nicodemo Filippelli, Stefano Giordano, Antonella Leto Russo, Luigi Mancuso, Pasquale Rienzi,Vincenzo Rispoli (foto a sin.), Ernestino Rocca, Fabio Zocchi e Rita L., tutti e dodici accusati di aver partecipato all’associazione a delinquere di stampo mafioso chiamato locale di Lonate-Legnanocome affiliati alla ‘ndrangheta. Il lungo percorso iniziato nel 2002 con le prime indagini dei Carabinieri di Varese, proseguito con l’intervento della Direzione distrettuale antimafia e della Dia, che ha portato al loro arresto, e conclusosi con il processo con rito abbreviato giunto, ormai, alle fasi finali con una serie di udienze calendarizzate fino a luglio prima di arrivare alla sentenza prevista per la fine dell’estate.

Il pubblico ministero Mario Venditti ha chiesto pene che vanno dai 4 ai 17 anni per quelli che considera essere gli esponenti di spicco della locale che opera tra i due centri a cavallo tra le province di Varese e Milano. Grazie all’inchiesta “Bad Boys” prima e “Infinito” dopo la procura distrettuale antimafia è riuscita a ricostruire anni di estorsioni, minacce, usura, violenze che si sono susseguite ad un ritmo industriale in tutta la provincia di Varese dal capoluogo in giù. I dodici per i quali è stata richiesta la condanna appaiono nelle carte del pm come una vera e propria macchina organizzata e ben oliata che riusciva ad incutere timore sia nei confronti dei loro compaesani, quasi tutti di Cirò Marina, che nei confronti di molti imprenditori nativi della zona. Decine le imprese assoggettate, chi da qualche mese e chi da anni, al volere di Vincenzo Rispoli, considerato il capo della locale, Nicodemo Filippelli ed Emanuele De Castro (che reggevano la locale nella zona del Basso Varesotto).

Dai fascioli, grazie a strumenti di indagine classica e alle intercettazioni, sono emersi tantissimi episodi quali incendi, colpi di pistola sparati a finestre e serrande, pestaggi per chi non restituiva prestiti con tassi da usuraio, cessioni di aziende. Tutto questo è accaduto in un arco temporale che si presume vada dalla metà degli anni ’90 al 2009, anno in cui sono stati effettuati gli arresti. Le denunce all’autorità giudiziaria si sono potute contare sulle dita di una mano e anche questo ha reso difficile il lavoro degli investigatori che spesso si sono trovati davanti ad un clima omertoso. La ‘ndrangheta di Legnano-Lonate, inoltre, poteva contare anche su contatti indiretti con il mondo della politica (anche se nulla di concreto è emerso fino ad ora anche a causa di una legislazione fallace), con il mondo dei colletti bianchi (direttori di filiale o impiegati) e dell’imprenditoria in special modo edile, molti affidavano alle imprese a loro direttamente collegate il movimento terra. 

Una volta emerso tutto il sottobosco criminale che governava l’economia attorno a Malpensa fino a Legnano le indagini hanno potuto fare un grande balzo in avanti fino a scoperchiare l’intera organizzazione lombarda nel luglio del 2010 che contava su una ventina di locali come quella di Legnano-Lonate. Con l’indagine “Infinito – Il Crimine”, infatti, sono stati eseguiti ben 300 arresti divisi equamente tra la Lombardia e la Calabria, con la prima definita come la provincia dell’impero mafioso calabrese. Da qui è partita anche una grossa riflessione dal punto di vista culturale con i botta e risposta tra Roberto Saviano (che a Vieni via con me aveva puntato il dito sulla Lombardia mafiosa e omertosa) e il ministro dell’Interno Roberto Maroni (che, invece, negava la saldatura del tessuto criminale a quello sociale lombardo). Infine è arrivata la bella manifestazione di Legalitàlia, organizzata dalle scuole di Busto Arsizio e Ammazzateci tutti, con una giornata dedicata alla legalità e che ha visto coinvolti oltre 3000 studenti che hanno voluto manifestare il loro “no” a tutte le mafie.

Nomi e fatti citati dal pm che accusa la ‘ndrangheta

Fonte: http://www.varesenews.it

Mario Venditti della DDA milanese ripercorre tra intercettazioni, estorsioni e sparatorie, l’ascesa del clan guidato da Vincenzo Rispoli, “una potenza in Lombardia, che può muovere duemila uomini

Una requisitoria senza acuti retorici, ma con la forza di indizi e contestazioni che si accumulano inesorabili, quella del pm Mario Venditti della Direzione distrettuale antimafia milanese al processo “Bad Boys” in corso davanti alla Corte d’Assise del tribunale di Busto Arsizio. Sotto accusa quella che per la DDA milanese si configura come una vera cosca, il “locale” di Lonate-Legnano, nato come costola operativa dei clan di Cirò Marina, legato al clan Farao-Marincola, ma capace di strutturarsi sul territorio in modo forte, indipendente, e violento. Fin troppo: fino al punto di attirare l’attenzione e la repressione, delle forze dell’ordine. Numerose immobiliari e imprese edili, di volta in volta intestate a prestanome, a persone indotte o costrette a collaborare o direttamente ad affiliati facevano da sfondo ad una duplice attività che affiancava estorsioni e usura a più tradizionali attività criminali, quali le rapine. Senza dimenticare, per chi pensasse che questo processo in fondo non riguarda la città in cui si svolge, l’episodio gravissimo del ferimento alle gambe, in pieno centro a Busto Arsizio, di Barbara Viadana, sorella della titolare di un’agenzia immobiliare incorsa nelle ire di uno degli imputati.
Una requistoria dalla quale emerge anche una ‘ndrangheta che a modo suo “fa proseliti” al Nord coinvolgendo anche soggetti non calabresi di origine, come ad esempio Fabio Zocchi, uno degli elementi più citati della requisitoria.

A capo di tutto, ribadisce Venditti davanti alla corte, mentre gli imputati presenti dietro le sbarre seguono attentamente senza reazioni, c’era il legnanese Vincenzo Rispoli. È lui ad essere citato in innumerevoli intercettazioni come il punto di riferimento attorno al quale ruotava l’attività del gruppo. C’era anche in una nota riunione ad alto livello, a Cardano al Campo, il 3 maggio 2008. Lo chiamavano sempre “Enzo”, o “Cenzo”, ma le circostanze di varie delle intercettazioni lo fanno nominare per nome e cognome, chiaramente. Come ad esempio quella del 18 aprile 2006 in cui Nicodemo Filippelli («i carabinieri di Varese gli dovrebbe un monumento» dice il pm, « perchè con le sue esternazioni», colto ovunque da microfoni ambientali o intercettate, «è stato più efficace di mille collaboratori di giustizia») con tono didattico illustra a Fabio Zocchi, «non calabrese, settentrionale, e dunque bisognoso di ‘istruzione’» nota il pm, la struttura dell’associazione, i doveri e i relativi vantaggi dell’associazione, e fa preciso riferimento a Rispoli Vincenzo. Ancora pochi mesi dopo, a settembre, è sempre Filippelli, intecettato, a riferire testualmente che« il sodalizio agiva su disposizione di Rispoli». In una delle intercettazioni citate si dirà che «Enzo è una potenza in Lombardia, può far muovere duemila persone, e quelle di colpo si girano e corrono». È Rispoli l’uomo cui ci si rimette per una decisione, lui che partecipa alla spartizione dei proventi dell’associazione di cui è a capo, che non dimentica, ovviamente, di “stipendiare” anche i carcerati, anche questo nelle intercettazioni c’è; nè di proseguire le estorsioni ai danni di imprenditori locali. Citato in aula il caso di F. L., imprenditore cui i malavitosi arriveranno a far mangiare delle cambiali prima di colpirlo col calcio di una pistola: anche qui secondo il pm non mancherebbe un interessamento diretto del Rispoli, testimoniato da scambi telefonici col Filippelli Nicodemo. «Vari collaboratori hanno detto che i Rispoli sono famiglia mafiosa residente in Legnano, con appoggi a Cirò, ancora oggi risulta che ‘non si muove foglia che Rispoli non voglia’. A Legnano come a Guardavalle, zona di origine, erano consosciuti come famiglia mafiosa di alto livello» ribadisce il pm carte alla mano.

La posizione di Emanuele De Castro è quella di «“amministratore della bacinella”», ossia del fondo comune della ‘ndrina. (…) «Quando Zocchi Fabio ha necessità di simulare un suo status di lavoratore dipendente, è al De Castro che si rivolge, vero titolare della società di cui figurerà a libro paga». De Castro è presente in tutta una serie di riunioni ad alto livello cui partecipa il Rispoli, inclusi i funerali di Pasquale Barbaro a Platì nel novembre 2007, a varie altre riunioni; «è titolare di varie attività economiche, utilizza macchine e auto anche di gran pregio, inclusa una Porsche Cayenne, benchè non dichiari redditi, segno che i suoi non erano certo quelli delle attività apparentemente lecite gestite attraverso prestanome, ma quelle illeciti, i “recuperi”».
Di Nicodemo Filippelli già abbiamo detto quale “merito”, suo malgrado, gli si attribuisca da parte di pm e forze dell’ordine: dalla sua viva voce registrata che si apprende moltissimo. «Filippelli è ovunque, è onnipresente, è sempre in mezzo in tutte le vicende comprese le riunioni più importanti, incluso il 3 maggio 2008 a Cardano, dove non aspetta fuori, ma entra ed è invitato al pranzo e alla discussione». Questo suo attivismo a parecchi dà fastidio, peraltro. Nelle varie estorsioni, «nei taglieggiamenti sistematici cui è sottoposta l’imprenditoria locale, lui c’è sempre. Oltretutto Filippelli Nicodemo con Mancuso Luigi è colui che si fa carico del riciclaggio dei danari provento dei recuperi, «utilizzando anche persone a lui legate affettivamente». Come Leto Russo Antonella, al centro di una «triangolazione» monetaria con Mancuso e Filippelli Nicodemo per «portare a Cirò i soldi, monetizzare i titoli provento di “recuperi” in modo da renderli non rintracciabili: la Leto Russo con conti correnti propri, di familiari e di terzi, “monetizza” con castelletti bancari e poi indirizza il denaro. Lei ha reso ampia confessione, forse nemmeno rendendosi conto dell’attività illecita di riciclaggio compiuta». Il pm Venditti cita un’operazione immobiliare “capolavoro”, ovviamente di illegalità: quella relativa alla Ebe immobiliare, su cui elenca una serie di complessi passaggi attraverso “schermi” e prestanomi più o meno costretti o complici, tra cui in particolare Avallone Carlo, al termine dei quali la società finisce nelle mani di Fabio Zocchi e di Nicodemo Filippelli. «Il mutuo immobiliare di un milione e 400mila euro alla Deutsche Bank nessuno l’ha mai pagato; tutti ci hanno guadagnato a eccezione del primo proprietario che subisce la perdita secca del patrimonio della società, di due milioni e mezzo. Avallone fa quello che fa sotto minaccia di Zocchi e Filippelli. Questi ultimi due ci guadagnano puliti un milione di euro, anche nell’ipotesi che il mutuo fosse pagato»
Avallone era stato sentito in mattinata: «finalmente ha riferito le cose come stavano» constatava il pm Venditti. «Ha spiegato le ragioni del suo coinvolgimento in queste vicende. Mi ha fatto venire i brividi, una realtà di intimidazione, di terrore per sé e per la famiglia, anche in detenzione. È accusato di essere riciclatore e di aver partecipato a vari operazioni camuffandone i veri termini». Altri subiscono imposizioni forzose, uno di questi imprenditori è letteralmente costretto a rinunciare a una mansarda in Legnano sempre a favore di Filippelli e Zocchi, con tutti gli “schermi” possibili in mezzo per la rintracciabilità dei passaggi di mano.

Luigi Mancuso «è al centro della vicenda dell’importantissima riunione del 3 maggio 2008. Ha strettissimo rapporto con Cataldo Marincola (il quale con Farao Silvio è a capo del locale di ndrangheta di Cirò), tanto che ve lo accompagna in quell’occasione. È lui che dopo il sequestro degli assegni di Trecate suggerisce al taglieggiato L., nell’intercettazione del 30 aprile 2007, di rispondere che erano stati emessi a copertua dell’acquisto di una BMW. Ed è al centro della triangolazione di danari fra Nicodemo Filippelli e la Leto Russo».
Ernestino Rocca è invece la figura dell’uomo d’azione e guardaspalle. Il suo ruolo è evidenziato da due episodi. Nel primo, dà fuoco all’auto del capo dell’ufficio tecnico del Comune di Lonate Pozzolo, architetto Orietta Liccati. In pieno giorno, nel parcheggio interno del Municipio, «e questa è la cosa più incredibile». Viene visto, qualcuno annota la targa della sua auto e riferisce: individuato, il Rocca andrà a processo per il gesto. «Rischia l’arresto in flagranza, ma non è pazzo. È che si ritengono padroni del territorio, fanno quello che gli pare, alla luce del sole, con arroganza. Ma è stato sfortunato: ha trovato persone che si sono assunte l’onere di fare una denuncia, che non hanno avuto paura». Rocca per Venditti è un tipico incaricato del controllo militare del territorio, e fa da guardaspalle al De Castro. L’arresto di Rocca il 21 luglio 2008 avviene ad opera dei carabinieri di Cuggiono: c’è un incontro cui partecipa De Castro, i carabinieri sono lì a monitorare, Rocca, che non è ammesso al summit, è armato di pistola. Trovatagliela addosso, i militari lo arrestano per il porto dell’arma

C’è poi la vicenda del ferimento in pieno centro a Busto Arsizio di Barbara Viadana. Venditti tratta insieme le posizioni di Esposito Antonio e Rienzi Pasquale: la confessione di Esposto dimostra il legame stretto fra i due. «Qui siamo al livello che si ammazza la gente per fare delle “cortesie”, come le chiamano loro. Sotto c’era la truffa immobiliare cui facevo riferimento in apertura della mia requisitoria, e la denuncia della sorella della Viadana a carico di Rienzi, che alla fine decide di colpire. Ed è quello che Esposito fa con Orazio Donato (un altro degli arrestati dell’operazione Bad Boys ndr)». Finisce gambizzata Barbara Viadana al posto della sorella. Per Venditti questo è un tentato omicidio, «hanno mirato al bersaglio grosso, hanno colpito le gambe» ma potevano benissimo uccidere; in ogni caso «è sintomatico dell’esistenza dell’associazione, tenuto conto di quanto ci dice Donato, cioè che Esposito si mette in accordo con Rispoli anche per le rapine per cui Esposito e Donato sono processati a parte». Tra le rapine, una non inclusa in quel processo è del 5 giugno 2006, a Lonate Pozzolo: il bandito trova appena dieci euro in casse e li lascia lì, con disprezzo. Per il pm ci sono elementi per accusarne Esposito.
Nelle ricostruzioni di Venditti entra poi anche il progetto di omicidio di un altro Filippelli, Mario, “salvato” dai carabinieri con l’arresto; poi scorrendo i capi di imputazione «varie gravissime estorsioni ai danni di imprenditori locali, e non si sottovalutino quelle per cifre minime che possono far sorridere, parliamo di gravi reati, usura, estorsione, ancora più gravi perchè Nicodemo Filippelli e i suoi accoliti dediti ai “recuperi” non solo fanno maxioperazioni come la Ebe, ma raccolgono anche gli spiccioli, le briciole, i mille euro, praticando interessi ed esigendo percentuali col meccanismo del cambio assegni, del cambio titoli, a chi non ha accesso a conti, in cambio di un tot, con interessi astronomici che configurano l’usura». E il potere dell’organizzaizone si perpetua, fino allo scattare delle manette.

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