• Archivi

  • Foto Ammazzatecitutti Lombardia

Gratteri: “I calabresi vogliono l’Expo per fornire una prova del loro potere”

Fonte: http://www.milano.repubblica.it

Intervista al procuratore aggiunto di Reggio Calabria. “Non puntano ai profitti, ma mirano a dimostrare il loro prestigio. Gli arresti degli ultimi anni non sono frutto di questo governo”

di DAVIDE CARLUCCI

“Le strategie delle ‘ndrine in Lombardia si decidono ancora in Calabria. E dopo le operazioni Crimine e Infinito che hanno messo in ginocchio i clan aspettiamoci una riorganizzazione. “Morto un papa, se ne fa un altro”: la ‘ndrangheta ragiona così”. Nicola Gratteri, procuratore aggiunto a Reggio Calabria, è uno dei massimi conoscitori dell’organizzazione criminale che, secondo l’ultima relazione della Direzione nazionale antimafia, ha ormai “colonizzato”, in varie forme, la regione più ricca d’Italia.

“La ‘ndrangheta colonizza la Lombardia”

E ora? Dove vogliono arrivare le cosche?
“Vogliono di sicuro continuare a essere presenti dove c’è da gestire denaro e potere. E la Lombardia resta, da questo punto di vista, un luogo strategico. Lo era già negli anni Settanta, lo è ancora di più oggi”.

Anche lei lancia l’allarme sull’Expo?
“Sì, ma in un senso preciso. La ‘ndrangheta scommette su quella operazione, insieme con altre, non tanto perché direttamente interessata ai profitti che se ne potranno ricavare. Quel che più le fa gola è il potere, il carisma che potrà ricavare se riesce a inserirsi nell’affare. Se un boss è in grado di far lavorare cento o mille picciotti, se è in grado di procurare guadagni a imprenditori contigui, ecco se riuscirà a fare tutto questo potrà affermare il prestigio sociale su cui si fonda la sua potenza”.

Per questo le locali lombarde puntavano a rendersi autonome dalla Calabria? La relazione parla di un’idea “rivoluzionaria” di separatismo criminale. È un disegno che le cosche continuano a coltivare?
“Quel progetto è fallito nel 2008 con l’omicidio di Carmelo Novella. Tentava di sganciarsi ma è stato prima messo da parte e poi ucciso. Qualcuno che sogna di staccarsi c’è ancora ma la ‘ndrangheta non è più tale se prova a tagliare il cordone ombelicale con la sua terra madre. E oggi ogni assenso e ogni benedizione a tutte le azioni criminali condotte in Lombardia continuano a passare da San Luca“.

La Lega attribuisce all’emigrazione e ai soggiorni obbligati il dilagare delle presenze mafiose in Lombardia.
“È un’analisi superata, poteva esser vero trent’anni fa. Ora ci sono nuove generazioni di professionisti, avvocati e ingegneri che possono anche essere autoctoni, senza nessun rapporto con le regioni d’origine tipiche delle mafie, e aprire la porta alla ‘ndrangheta nell’economia e nella pubblica amministrazione.
Dimentichiamoci le valigie di cartone, così non cogliamo il fenomeno”.

Lei dice che Milano attira la ‘ndrangheta non solo per i soldi, ma anche perché qui c’è il potere.
“Le mafie votano e fanno votare a destra e a sinistra. Puntano sul cavallo vincente e cercano di capitalizzare il voto”.

Il governo rivendica il merito di aver contrastato più che mai la penetrazione dei clan, anche al Nord. Ma nella relazione della Direzione nazionale antimafia si rimarca anche l’esiguità degli organici dei magistrati impegnati in prima linea contro i clan.
“Con gli arresti degli ultimi anni non c’entra nessun ministro, nessun governo, né quello di oggi né quello precedente. Gli investigatori che ci sono oggi c’erano prima. E il quadro che descrive la relazione è identico in Lombardia e in Calabria”.

Ovvero?
“Non sono arrivati più soldi per gli straordinari di chi ha lavorato giorno e notte sui blitz. Non sono arrivati più uomini. Non si riesce a coprire nemmeno quelli che vanno in pensione. E invece noi possiamo pareggiare la partita contro quel sistema criminale solo investendo in giustizia e cultura, come scrivo nel mio ultimo libro, “La giustizia è una cosa seria””.

Quindi lei ritiene che la giustizia vada riformata anche per combattere meglio i clan?
“Sì, ma la strada non è certo quella del processo breve o della separazione delle carriere, se vogliamo riferirci alla riforma che il governo sta approvando in queste ore. Per contrastare il metodo mafioso serve più l’informatizzazione dell’attività giudiziaria, la depenalizzazione dei reati bagatellari, la riorganizzazione delle reti dei tribunali in un progetto di geografia giudiziaria”.

La società civile e le istituzioni lombarde sembrano essersi accorte con un po’ di ritardo della penetrazione delle mafie. Qual è la prima cosa che deve notare chi vuole capire quando, dietro l’apparenza di normalità, si nascondono i boss?
“Deve far caso soprattutto agli arricchimenti improvvisi. Quasi sempre dietro chi fa soldi dal nulla sta semplicemente riciclando i proventi della cocaina”.

Sgominato il caln Valle. Milano come Siderno. Manuale di impossessamento dell’Expo. Ma i lombardi non denunciano come i calabresi

Fonte: http://www.milanomafia.com

Operazione della Dda. In manette don Ciccio Valle e le famiglia di Cisliano. Tentavano di investire nell’Expo

Gli arrestati

In manette sono finiti:

VALLE Francesco nato a Reggio Calabria il 27.09.1937

VALLE Fortunato, nato a Reggio Calabria il 6.7.1962

VALLE Angela, nata a Reggio Calabria il 10.5.1964

VALLE Carmine nato a Reggio Calabria il 16.11.1979

LAMPADA Francesco, nato a Reggio Calabria il 27.03.1977

SPAGNUOLO Antonio Domenico, nato a Carbone (PZ) il 07.07.1957

CUSENZA Riccardo, nato a San Giovanni Rotondo (FG) l’1.04.1969

SARACENO Bruno Antonio, nato a Rho il 06.05.1958

FERRERI Maria Teresa, nata a Troia (FG) il 25.08.1956

PELLICANO’ Santo nato a Vigevano il 14.05.1986

VALLE Maria, nata a Vigevano il 16.01.1986.

RONCON Giuliano, nato a Vigevano il 09.01.1977

SPAGNUOLO Alessandro, Vigevano il 02.07.1977

MANDELLI Adolfo, nato a Vimercate 6.03.1961

TINO Giuseppe nato a Roma il 17.09.1960

Milano, 2 luglio 2010 – Una maxioperazione da 250 uomini e 2 anni di lavoro in stile Siderno, o Locri. Non sono iperboli giornalistiche queste, ma le parole precise del procuratore aggiunto di Milano Ilda Bocassini. “Bisogna mettersi in testa che un’operazione del genere poteva avvenire tranquillamente a San Luca.” Perché? “Abbiamo riscontrato il totale assoggettamento del tessuto sociale, degli imprenditori e dei commercianti coinvolti nelle estorsioni”. La maxioperazione ha infatti visto gli arresti per 15 appartenenti al clan dei Valle, legati a doppio filo alla ‘ndrina dei De Stefano, protagonista della faida degli anni Settanta con la potente famiglia Condello. I capi di imputazione sono associazione mafiosa, usura, estorsione, intestazione fittizia di beni. Una fortuna costruita dunque sull’usura. Centinaia gli imprenditori taglieggiati, per tassi di interesse che arrivavano al 20%, e somme prestate fino ai 250mila euro. Il patriarca, Francesco Valle, di 72 anni e i due figli Angela e Fortunato, di 46 e 47 anni, erano i vertici dell’organizzazione e, stando all’ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata dal Gip Gennari su richiesta del pm Boccassini, si occupavano di “erogare i prestiti in denaro alle vittime di usura, di concordare i tassi di interesse, di riscuotere gli interessi usurari attraverso attività di intimidazione, estorsive e violente; di effettuare gli investimenti in attività immobiliari, bar, ristoranti e di individuare i prestanome a cui intestare fittiziamente gli esercizi commerciali e le quote societarie”. Insieme ai tre vertici sono stati arrestati Carmine Valle, Maria Valle, Francesco Lampada, Antonio Domenico Spagnuolo, Alessandro Spagnuolo, Giuseppe Tino, Adolfo Mandelli, Riccardo Cosenza, Bruno Antonio Saraceno, Maria Teresa Ferreri, Santo Pellicano e Giuliano Roncon. E oltre agli arresti sono arrivati i sequestri di 138 immobili, conti correnti e società (i proventi delle estorsioni avevano consentito l’apertura di 15 società), beni per un valore di circa 8 milioni. Gli immobili sequestrati si trovano, oltre che a Milano, a Bareggio, a Cisliano, a Trezzano sul Naviglio, a Rho, a Settimo Milanese, a Como, a Cesano Boscone.

La base operativa era la villa bunker nominata “La Masseria”, dal nome del lussuoso ristorante con tanto di sito web, piscina e palme, situata in via per Cusago al 2, a Cisliano, piccolo paese nelle vicinanze di Milano. Al di sopra del ristorante abitavano 6 membri del clan che sono stati arrestati. Luogo protetto da decine di telecamere, sensori e allarmi, oltre che cani da guardia, e una stanza di controllo monitorata 24 ore su 24 dai luogotenenti del boss Francesco Valle. Era nella “Masseria” che avvenivano i pestaggi agli imprenditori taglieggiati. “Punirne uno per educarne cento”, ha detto il pm Bocassini. Perché infatti gli uomini dei Valle convocavano molti estorti e ne pestavano uno, a dimostrazione. Questi alcuni stralci di intercettazioni contenuti nell’ordinanza, che con piacere pubblichiamo. “Come andiamo?” dice uno degli imprenditori al telefono con un altro. “Andiamo malissimo, Paolo! Come vuoi che andiamo?! Come vuoi che andiamo? C’ho ancora i segni addosso. Anzi, tra un po’ ci saranno altri grossi casini!” E poi prosegue “:Ho lasciato 250mila euro di debiti, pensa un po’ te! 250 mila euro di debiti!” E ancora “Guarda, io non sto esagerando! Perché qualcuno lo sa già quello che sto dicendo. Ma io non so neanche se mi fanno fare natale!! Perché adesso sai quant’è passato? Un anno e tre mesi che io devo i soldi!” […] “Mi prenderanno la casa, tutto!! Già c’hanno il compromesso in mano! Non lo stanno usando, perché sono intelligenti! Però, fino a quando saranno intelligenti? Capito? Tutto regolare, eh! Compromesso già firmato, eccetera, no? Quello lo fanno figurare come anticipo versato, hai capito?”

Altra abitazione bunker, la villa privata del patriarca, a Bareggio in via Aosta, protetta anch’essa da telecamere e cani rotweiler. Ma l’immobile che invece veniva considerato la “cassaforte” del clan, dove venivano versati i proventi di tutte le attività di videopoker in cui anche – oltre alla ristorazione, locali, edilizia – venivano ripuliti i denari derivanti dalle estorsioni e dalle usure, e questo è situato in una zona semicentrale di Milano, in via Carlo Dolci, zona in cui anche avvenivano i taglieggiamenti. Ma la cosa fondamentale la dice ancora il pm Bocassini, quando spiega che la ‘ndrina operava su base familiare, esattamente con le stesse metodologie della Casa madre calabra. “La cosa che deve fare riflettere” dice “è il completo controllo del territorio.” Anche la dottoressa Falcicchia della Squadra Mobile lo sottolinea, quando dice che nel territorio attorno al bunker c’era un vero e proprio appostamento di vedette che in un’occasione si sono spinte a inseguire l’auto del poliziotto in borghese fino al centro di Milano, per poi fermarlo e chiedergli il motivo per cui fosse passato più volte sotto “La Masseria”. Inoltre, in uno dei passaggi dell’ordinanza c’è scritta chiara e tonda la strategia di impossessamento dei lavori che verranno per l’Expo: “La totale condivisione di interessi tra Adolfo Mandelli (imprenditore del campo immobiliare, tra gli arrestati) e i Valle emerge anche in data 23 gennaio 2009, quando Valle ha contattato Mandelli per avvisarlo di aver ottenuto dal Comune di Pero le licenze per aprire un ‘mini casinò’, una discoteca ed anche attività di ristorazione, in quanto in quella zona il Comune, in virtù del prossimo Expo, aveva intenzione di riqualificare l’area. Tutto ciò è avvenuto anche grazie all’amicizia con Davide Valia (assessore comunale a Pero)”. In un’intercettazione Mandelli dice: «Minchia, meglio di Davide che è a Pero… cosa dobbiamo avere?». Dalle intercettazioni, si legge ancora nell’ordinanza, «è emerso inequivocabilmente che la licenza per il mini casinò è stata ottenuta anche grazie all’interessamento del politico, il quale si adopera pure per altri favori». E in un’informativa della Mobile di Milano si afferma che Valia «si prodigò per far ottenere» a Fortunato Valle «le autorizzazioni per l’avvio di esercizi pubblici e a metterlo in contatto con altri amministratori locali di altri Comuni da lui conosciuti per favorirlo nei suoi affari».

“E’ preoccupante” conclude la Boccassini. “O si sta con lo Stato, o contro lo Stato. La procura sarà durissima. Nei casi borderline, dove non si capisce bene il ruolo delle vittime, la magistratura sarà molto rigida. Quando c’è connivenza la linea della Procura sarà durissima. Non si possono avere alibi.” Delle centinaia di imprenditori lombardi esorti, infatti, neppure uno ha denunciato qualcosa. Le indagini sono state quindi ancora più difficili, potendosi basare esclusivamente sulle intercettazioni ambientali e telefoniche. (g.cat.)

Usura e racket, scacco alla ‘ndrangheta Maroni: «Infiltrazioni intorno a Expo»

Fonte: http://milano.corriere.it

MAXI OPERAZIONE COORDINATA DALLA DDA DI MILANO. COINVOLTO ANCHE UN ASSESSORE DI PERO

Arrestati 15 membri del clan Valle. I pestaggi dei debitori nella tenuta-bunker «La Masseria» di Cisliano. Il pm Boccassini: nessuna denuncia, pericolo di connivenze

MILANO – I boss calabresi avevano messo radici molto profonde in Lombardia. Tenevano in pugno centinaia di piccoli imprenditori, strozzati dalla crisi e dai debiti, e negli anni avevano messo in piedi un grosso giro di usura e racket nel campo degli immobili. Con il potere del terrore e della violenza (i pestaggi avvenivano in una loro tenuta di Cisliano), ma anche con quello del denaro e delle amicizie influenti (coinvolto anche un assessore del Comune di Pero). E nessuno li denunciava, tanto che in parecchi casi «borderline» si fa fatica a distinguere tra le vittime e i conniventi con il racket. Un’indagine durata due anni, coordinata dal pm di Ilda Boccassini con il coinvolgimento di 16 questure in tutta Italia, ha portato giovedì mattina a un’operazione della Squadra mobile di Milano con l’arresto di 15 persone che fanno capo alla famiglia Valle, legata alla famigerata ‘ndrina dei De Stefano. Secondo il ministro dell’Interno Roberto Maroni, si tratta della prima operazione mirata contro infiltrazioni nell’ambito dell’Expo. Il pm Boccassini ha sottolineato che, a differenza di quanto accade al Sud, a Milano l’indagine non è stata originata da alcuna denuncia, e ha annunciato linea dura contro le connivenze: «Sono tantissime le vittime, ma nessuno ha denunciato. Nel Sud c’è una speranza, nel Nord non c’è la disponibilità a usare lo strumento della denuncia».

IL CLAN – Il capo dell’organizzazione è stato individuato nel 72enne Francesco Valle che, insieme con i figli Angela (46) e Fortunato (47), si occupava di «erogare i prestiti in denaro alle vittime di usura, di concordare i tassi di interesse, di riscuotere gli interessi usurari attraverso attività di intimidazione, estorsive e violente; di effettuare gli investimenti in attività immobiliari, bar, ristoranti e di individuare i prestanome a cui intestare fittiziamente gli esercizi commerciali e le quote societarie». La famiglia Valle è riconducibile al clan De Stefano, un gruppo criminale che ha fatto la storia della ‘ndrangheta calabrese, attivo a Milano fin dagli anni Settanta. La guerra di mafia contro i Condello e gli Imerti negli anni ’80 ha provocato centinaia di morti. Il clan Valle si è trasferito in Lombardia negli anni Settanta, appunto in seguito alla faida a Reggio Calabria. Fino agli anni Novanta, hanno spiegato gli inquirenti, i Valle si erano radicati nel Pavese, per poi allargare il loro territorio fino all’hinterland Sud-Ovest di Milano. Nella morsa della famiglia calabrese sarebbero cadute, secondo gli investigatori, decine di imprenditori e artigiani anche se al momento sono state cinque le vittime accertate di usura e 17 i casi di prestito abusivo di denaro. Il tasso di interessi con cui venivano prestati i soldi a imprenditori e negozianti in difficoltà economiche era del 20% e le somme prestate variavano dai 20 mila ai 250 mila euro.

PICCHIATI DAVANTI AGLI ALTRI – Le intercettazioni telefoniche sono state fondamentali per incastrare gli appartenenti al clan, visto che nessuno degli imprenditori vittime di usura ha sporto denuncia. Il 22 dicembre 2008, per esempio, un imprenditore parlava al telefono con un amico dicendo: «Ho lasciato 250mila euro di debiti, pensa un po’ te. Domani ho un appuntamento con i peggiori che me li hanno prestati, dei calabresi, e verrà fuori l’ira di Dio». I metodi per gli imprenditori che non riuscivano a saldare il prestito erano durissimi: venivano convocati nella sede operativa del clan, ribattezzata «La Masseria», e minacciati, in alcuni casi anche percossi, davanti ad altri debitori. «Era – spiega Boccassini – il classico metodo per cui si colpisce uno per educare cento».

IL TESORO DEGLI USURAI – Secondo l’autorità giudiziaria la famiglia Valle, oggetto della maxi operazione, «usurava sistematicamente imprenditori» che si trovavano in difficoltà. Oltre ai 15 arresti l’operazione, che ha visto impegnati oltre 250 agenti, ha portato a oltre 70 perquisizioni e sequestri di 138 immobili, più conti correnti e quote di società, per un valore di circa 8 milioni di euro. Secondo le accuse questi beni, spesso intestati a prestanome, erano il provento dell’attività di usura che l’organizzazione criminale ha svolto negli ultimi anni. Le accuse contestate dalla Dda di Milano, che ha operato in collaborazione con il Servizio centrale operativo della Polizia di Stato, vanno dall’associazione a delinquere di stampo mafioso all’usura e intestazione fittizia di beni.

IL QUARTIER GENERALE – «La Masseria», chiamata così dal nome di un noto ristorante (con tanto di sito internet) che sorge nel complesso, comprende tra le 20 e le 25 unità abitative ed è situata a Cisliano (piccolo paese a sud-ovest di Milano), in . È considerata la base dell’organizzazione perché lì abitavano 6 esponenti legati al clan. La proprietà, dall’ingannevole aspetto ameno (giardino con piscina e chiosco bar, palme, ristorante con salone per ricevimenti…) era in realtà predisposta come bunker e munita di sofisticate apparecchiature di sicurezza come telecamere, sensori, impianti di allarme, per prevenire ogni intrusione. Undici delle 15 persone arrestate appartenevano alla famiglia del boss Francesco Valle: oltre ai figli Angela e Fortunato, tra gli arrestati figurano Carmine Valle, Maria Valle, Francesco Lampada, Antonio Domenico Spagnuolo, Alessandro Spagnuolo, Giuseppe Tino, Adolfo Mandelli, Riccardo Cosenza, Bruno Antonio Saraceno, Maria Teresa Ferreri, Santo Pellicano e Giuliano Roncon.

LE BASI A BAREGGIO E MILANO – Se «La Masseria» è considerata un vero e proprio bunker dagli inquirenti, altrettanto vale per la dimora di Francesco Valle. Il patriarca abitava a Bareggio in via Aosta, in una casa circondata da telecamere e protetta da rottweiler. La terza sede di importanza vitale per l’organizzazione, detta «la Cassaforte», era un appartamento in via Carlo Dolci a Milano, dove sono stati rinvenuti migliaia di euro in contanti derivati dalla gestione di videopoker. Numerose le città nelle quali sono stati sequestrati gli immobili: oltre a Milano, Bareggio e Cisliano, Rho, Settimo Milanese, Trezzano sul Naviglio, Como, Cesano Boscone, e altre ancora. Inoltre è stato nominato un custode giudiziario per un cantiere a Settimo Milanese con 38 unità abitative, «le famiglie saranno tutelate – ha sottolineato Boccassini – e i lavori andranno in porto con altri amministratori».

L’ASSESSORE DI PERO E IL CASINO’ – In uno dei passaggi dell’ordinanza di custodia cautelare destinata a 15 persone, firmata dal gip Giuseppe Gennari, si legge: «La totale condivisione di interessi tra Adolfo Mandelli (imprenditore attivo nel campo immobiliare, anche lui arrestato,ndr) e i Valle emerge anche in data 23 gennaio 2009, quando Valle ha contattato Mandelli per avvisarlo di aver ottenuto dal Comune di Pero le licenze per aprire un “mini casinò”, una discoteca ed anche attività di ristorazione, in quanto in quella zona il Comune, in virtù del prossimo Expo, aveva intenzione di riqualificare l’area. Tutto ciò è avvenuto anche grazie all’amicizia con Davide Valia (assessore al Comune di Pero, ndr)». Viene riportata anche un’intercettazione nella quale l’imprenditore Mandelli dice: «Minchia, meglio di Davide che è a Pero… cosa dobbiamo avere?». Dalle intercettazioni, si legge ancora nell’ordinanza, «è emerso inequivocabilmente che la licenza per il mini casinò è stata ottenuta anche grazie all’interessamento del politico, il quale si adopera pure per altri favori». In un’informativa del 25 febbraio scorso della Squadra Mobile di Milano si afferma che Valia «si prodigò per far ottenere» a Fortunato Valle «le autorizzazioni per l’avvio di esercizi pubblici e a metterlo in contatto con altri amministratori locali di altri Comuni da lui conosciuti per favorirlo nei suoi affari».

I TENTATIVI CON LA POLITICA – Un altro degli arrestati, l’imprenditore Riccardo Cusenza, si è presentato nel 2009 alle elezioni amministrative del Comune di Cormano, con il Pdl. In una telefonata intercettata del 20 marzo 2009, Cusenza chiede a Fortunato Valle «un aiuto per essere eletto alle prossime elezioni amministrative. Cusenza, si legge ancora nell’ordinanza, non risponde subito alla domanda su chi sia il suo «padrino politico». Circa un mese dopo, nel corso di un’altra telefonata, Cusenza spiega che «un paio di famiglie calabresi mi danno una mano, vediamo di fare un po’ di numeri che entriamo in un buon giro anche politico». In una conversazione del 27 aprile 2009, Cusenza vanta anche, spiega il gip, «di essere molto vicino all’attuale presidente della Provincia di Milano Podestà». Al telefono Cusenza dice: «Con Podestà, bravo! Siamo culo e camicia, adesso verrà all’aperitivo che organizziamo a Cormano». Una nota della Provincia dichiara che si tratta di «una vanteria, priva di alcun supporto nei fatti»: «A chi come Podestà ricopre da molti anni incarichi politici ed istituzionali di grande importanza per il territorio è impossibile impedire che soggetti terzi, col probabile scopo di accreditarsi, utilizzino in modo improprio il suo nome», precisa la nota. Il clan Valle cercò anche di infiltrarsi in maniera diretta nell’amministrazione del comune di Cologno Monzese, facendo candidare Leonardo Valle alla carica di consigliere comunale. Ma non fu eletto.

MARONI: AZIONE CONTRO INFILTRAZIONI IN EXPO – Il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, definisce «un’azione straordinaria» quella effettuata a Milano dalle forze dell’ordine contro la ’ndrangheta. «Oggi è una giornata importante – ha detto il ministro a margine della presentazione dei patti per la sicurezza delle aree del Lago Maggiore e di Lugano – perché si è effettuata stamani una azione straordinaria contro la ’ndrangheta. È la prima azione mirata contro le infiltrazioni attorno all’Expo. Sono stati arrestati 15 membri del clan Valle, sequestrati 100 immobili e 28 società per un valore di diversi milioni di euro».

«COLPA DEL SOGGIORNO OBBLIGATO» – «Questo è proprio il loro metodo – ha continuato il capo del Viminale – cioè quello dell’usura, per poi prendere a poco intere attività e negozi infiltrandosi nel tessuto economico sano. Tutto è nato negli anni Settanta con il famigerato istituto del Soggiorno obbligato che la Lega per prima denunciò. Vedeva il rischio di infiltrazioni che poi ci sono state». Plaude all’operato dei magistrati e delle forze dell’ordine anche il ministro della Giustizia Angelino Alfano. «È un ulteriore e chiaro segnale per le organizzazioni mafiose, perché sappiano che la squadra-Stato è determinata a portare a termine l’opera di sradicamento delle loro attività illecite che tentano di minare la nostra società e la sana competitività del nostro Paese».

BOCCASSINI: LOTTA ALLE CONNIVENZE – Il pm di Milano Ilda Boccassini ha sottolineato con forza che «nessuno ha mai fatto una denuncia» in tutti questi anni contro l’organizzazione, che gestiva 34 società: «Parte della cittadinanza milanese si comportava con questa organizzazione al pari di quello che succede a Locri, a Trapani o in Sicilia, nel senso che avevano il rispetto totale». «Imprenditori e artigiani – ha tuonato Boccassini – hanno una sola strada: denunciare. O si sta con lo Stato o si sta contro lo Stato. Nei casi borderline, dove non si capisce bene il ruolo delle vittime, la magistratura sarà molto rigida contro chi non intende avvalersi delle leggi di questo Stato». Nessuno sconto, dunque, per nessuno: «Quando c’è connivenza la linea della Procura sarà durissima. Non si possono avere alibi».

ATTENZIONE SU EXPO – Alla domanda se esistessero intercettazioni nelle quali si parla dell’Expo, Boccassini ha sottolineato: «Non ci sono», ma ha poi aggiunto: «È ovvio che dobbiamo avere mille sensori, perché non si può escludere che persone non corrette si avvantaggino (dei finanziamenti per l’Expo). Il pericolo c’è, il business interessa buoni e cattivi». Insomma «bisognerà individuare i buoni, i cattivi, ma soprattutto le zone grigie, che sono le più pericolose».

Redazione online

01 luglio 2010(ultima modifica: 02 luglio 2010)

Da Reggio Calabria alle porte di Milano per spartirsi i futuri affari. L’escalation criminale della cosca Valle

Fonte: http://www.milanomafia.com

La cosca Valle viene indicata nell’ultima mappa dei carabinieri di Reggio Calabria. Il clan, legato ai Condello, è attivo nell’usura e nel riciclaggio. Infilitrata nella politica locale sarebbe al centro dei grandi affari in Lombardia

Il report

Il documento è stato messo a punto dal Nucleo operativo dei carabinieri di Reggio Calabria dopo l’attentato alla Procura del 3 gennaio 2010
Secondo questa mappa in Lombardia oggi operano
19 clan che si spartiscono il territorio tra le province di Bergamo, Brescia, Como, Lecco, Milano, Monza, Pavia
I nomi sono quelli degli
Arena, Barbaro, Critelli, Bellocco-De Stefano, Di Giovine, Facchineri, Gattini, Iamonte, Mancuso, Mazzaferro, Morabito, Nicoscia, Pangallo, Papalia, Paparo, Paviglianiti, Pesce, Trovato. Tutti operano nel settore del traffico di droga e armi, edilizia e locali notturni
A Pavia viene, poi, collocata la cosca Valle che ha in
Francesco Valle, detto don Ciccio, il suo capo, spalleggiato dai figli

Milano, 7 gennaio 2010 – Da Reggio Calabria a Vigevano e poco più in là verso Cisliano, Bareggio, Milano. Oltre mille chilometri. Una lunga linea rossa tratteggiata dagli uomini del Reparto operativo dei carabinieri del capoluogo calabrese per dare senso e sostanza all’evoluzione criminale di una delle cosche emergenti in Lombardia: i Valle, cognome, fino ad oggi sconosciuto alle cronache, comparso nell’ultimo report sugli assetti criminali delle ndrine in Calabria, in Italia e nel mondo. Un documento di importanza vitale perché stilato dopo la bomba che il 3 gennaio 2010 è scoppiata davanti alla Procura generale in via Cimino a Reggio. Centrale. Così viene definito dagli investigatori il ruolo della cosca Valle negli ultimi affari della ‘ndrangheta in Lombardia. Affari che comprenderebbero anche i futuri appalti per Expo 2015.

La ragnatela di interessi, dunque, parte dal quartiere Archi di Reggio Calabria per arrivare ai tavoli di un lussuoso ristorante con piscina e statue di marmo nei pressi della Vigevanese. Luogo strategico dove da tempo si svolgerebbero veri e propri summit di mafia per dirimere questioni di territori e dividere la torta degli interessi mafiosi a Milano e nel suo hinterland. Attorno alla cosca Valle, dunque, ruoterebbe un vero e proprio comitato affaristico-mafioso che può contare su appoggi politici di rilievo all’interno delle istituzioni lombarde. E così a margine della mappa stilate dai carabinieri ecco una breve nota su questa famiglia: “In tema di criminalità organizzata calabrese nell’interland milanese sta emergendo la famiglia Valle, proveniente da Reggio Calabria e insediatasi nell’area lombarda a cavallo tra le province di Pavia e Milano”. Una presenza confermata da varie fonti, non ultima quella della Guardia di Finanza di Pavia per bocca del comandante Domenico Grimaldi per anni alla guida del Gico di Milano e in questa veste autore dell’ultima grande inchiesta, la Cerberus, sulle cosche Barbaro-Paplia di Platì. Il nome Valle compare anche un report dei carabinieri di Milano datato 2008. “Francesco Valle detto don Ciccio, risulta essere il capo del clan Valle”. Nato a Reggio Calabria il 29 settembre 1937, attualmente è libero e sottoposto solo all’obbligo della firma. “La sua residenza – si legge – è a Bareggio in via Piave 176”. Padre di quattro figli, tre maschi e una femmina, don Ciccio è legato alla famiglia mafiosa dei Cotroneo a loro volta federata con i Condello di Reggio Calabria. “A seguito – scrivono i carabinieri – della sanguinaria faida con la cosca Geria-Rodà agli inizi degli anni Ottanta è costretto a trasferirsi da Reggio Calabria a Vigevano”.

Nel 1973, la Questura di Reggio Calabria lo denuncia per tentato omicidio nei confronti di Carmelo Barbaro, il quale aveva sparato al fratello di don Ciccio, Demetrio Valle. “A suo carico – scrivono i carabinieri di Milano – figurano precedenti o pregiudizi penali per associazione mafiosa”. Quadro confermato da una perquisizione domiciliare effettuata dalla polizia di Pavia il 26 gennaio 1984, “quando – si legge in una nota dell’epoca – presso l’abitazione del Valle venivano sequestrati brani dei rituali di affiliazione alla ‘ndrangheta”. Nel 1992 la Questura di Pavia “segnala come la famiglia Valle a Vigevano conti circa 30 persone collegate allo stesso Francesco Valle”. Di più: “Viene indicato che il Valle è solito circolare con un’autovettura blindata intestata al suo autista”. Non meno gravi gli elementi che emergono a carico dei figli, tutti, a dire dei carabinieri, “con precedenti o pregiudizia penali” di vario genere. In particolare, il maggiore dei fratelli, Fortunato Valle viene indicato “come la mente del clan”. Nel 1992 parte del clan finisce in carcere con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata all’estorsione e all’usura.

Un anno dopo verranno condannati il padre e due fratelli (Fortunato e Angela), mentre verrà assolto Leonardo Valle, altro figlio di don Ciccio. Nel 1997, però, al clan vengono sequestrati diversi beni, tra cui cavalli e una lussuosa villa. Quattro anni dopo ci risiamo: l’intero clan finisce a San Vittore sempre con l’accusa di estorsione e usura. Un campo dove, secondo gli investigatori di Reggio Calabria, la cosca opererebbe ancora oggi. “Gli stessi nel tempo hanno acquisito un imponente patrimonio composto da immobili ed attività commerciali che gli garantisce una facciata lecita per giustificare il vorticoso giro di denaro che ruota intorno a loro”. Tra questi anche il ristorante lungo la Vigevanese. Il locale nonostante risulti intestato a un egiziano, sarebbe di fatto riconducibile alla cosca. E in effetti tra i vari passaggi di proprietà, prima di finire nelle mani dell’ultimo titolare, la maggioranza delle quote era di una società il cui procuratore legale risulta essere la moglie di Fortunato Valle. (dm)

Appalti, in un anno 17 ispezioni della Prefettura nei cantieri. Allontanate 24 imprese mafiose

Fonte: http://www.milanomafia.com

Più di un’azienda a rischio per ogni cantiere setacciato dagli uomini della Direzione investigativa antimafia. Così dal movimento terra al cemento la ndrangheta fa affari d’oro

I controlli

Quest’anno secondo i numeri forniti dall’ufficio antimafia della Prefettura di Milano sono state 24 le imprese mafiose allontanate dai cantieri delle opere pubbliche a MilanoIn totale le ispezioni degli uomini della Direzione investigativa antimafia, della polizia, dei carabinieri, della guardia di finanza, dell’ispettorato del lavoro e dell’Asl sono state 17

Milano, 16 dicembre 2009 – Ad ogni ispezione, ad ogni controllo nei cantieri delle opere pubbliche milanesi gli uomini della Direzione investigativa antimafia hanno riscontrato irregolarità. Per la precisione su 17 interventi in cantiere nel 2009 sono state allontanate su ordine della Prefettura ben 24 imprese, quasi tutte calabresi. Il motivo? Chiare, decisive, comprovate attinenze con il mondo mafioso. In particolare, secondo i dati forniti dalla Prefettura di Milano, le aziende finite nel mirino sono state soprattutto società che si occupano di movimento terra e di bonifica.

“Non se ne capisce il motivo, e anzi a pensarci bene la cosa è assolutamente folle, ma in Lombardia il movimento terra è per il 90 per cento legato ai calabresi. Chissà perché gli imprenditori milanesi non vogliono fare il trasporto della terra?”. Questa domanda, sarcastica e allo stesso tempo inquietante, l’ha posta alla platea del convegno su Mafia ed Expo organizzato dalla Cgil e da Libera, oggi alla Camera del lavoro di Milano, la responsabile dell’ufficio antimafia della Prefettura, Anna Pavone. E’ stata lei a rendere nota l’attività degli ispettori antimafia nei cantieri. Ma se è vero che il numero delle ispezioni è stato limitato (meno di 2 al mese) è anche vero che ad ogni ispezione sono state riscontrate irregolarità, in particolare per subappalti e noli a freddo. “La normativa sul certificato antimafia è facilmente aggirabile – ha spiegato la dottoressa Pavone -. Basta che un imprenditore mafioso sostituisca i membri del consiglio d’amministrazione della società per eludere le normative”. (cg)

Il comitato antimafia: “Il Comune non applica i protocolli per la legalità”

fonte: http://www.milanocronaca.com

Nato dalle ceneri della Commissione comunale antimafia, il Comitato (per ora composto solo da membri dell’opposizione) ha mosso i primi passi. E si scopre che in Procura sono arrivate le prime denunce

Cos’è?

Il Comitato di iniziativa e vigilanza sulla correttezza degli atti amministrativi e sui fenomeni di infiltrazione di stampo mafioso, è nato lo scorso luglio sulle ceneri della neonata e subito affondata commissione comunale antimafia
Il modello è la commissione del 1992 presieduta dall’allora consigliere Carlo Smuraglia. Oggi il comitato, aperto a tutti i consiglieri, è composto solo da membri d’opposizione alla giunta Moratti
Il programma dei lavori prevede anche audizioni con magistrati, giudici e forze dell’ordine. La Procura, seppure in via informale, avrebbe già offerto la propria disponibilità
In agenda anche la questione dei beni confiscati e lasciati in stato di abbandono dal Comune. L’elenco completo dei beni non è ancora stato fornito dall’assessore Mariolina Moioli ai membri della commissione. Il motivo? L’assessore non lo ha ancora spiegato
28 settembre – La questione è complicata. Perché questo non è il resoconto dei lavori della commissione antimafia di Palazzo Marino, ma solo quello del comitato antimafia sorto per volere dell’opposizione dopo che la Moratti e il prefetto avevano chiuso la porta al neonato gruppo di lavoro. Così i consiglieri comunali di

centrosinistra si sono trovati loro malgrado a far da soli, a muoversi insomma sulla falsa riga della famosa commissione antimafia del ’92 tra magistrati, poliziotti, carabinieri e funzionari pubblici. I lavori, iniziati a luglio, per la verità sono solo al primo passo. Un passo fatto nelle stanze del Comune insieme ai funzionari del settore urbanistica e appalti. Così, partendo da zero, i consiglieri comunali hanno iniziato a chiedere conto di gare d’appalto, forniture pubbliche, project financing. E senza neppure faticare si sono accorti che qualche problemino (se non altro con le applicazioni delle leggi in materia d’antimafia) c’è.

Il primo riguarda il patto sulla sicurezza e la regolarità dei rapporti di lavoro sottoscritto (in pompa magna) lo scorso dicembre dal sindaco Letizia Moratti, dal prefetto Gian Valerio Lombardi, dal mondo dell’imprenditoria e dai sindacati. Un patto che – per la prima volta – prevedeva controlli severi (paragonabili a quelli per gli appalti pubblici) anche per le aziende private che lavoravano in appalti “privati” ma per conto del Comune. Come avviene, ad esempio, nella giungla del project financing con il quale si costruiscono i parcheggi e le metropolitante. Con soldi pubblici e senza il controllo pubblico. Ecco, il nuovo accordo prevedeva che anche le imprese private dovessero pretendere certificazioni antimfia con libero accesso alle informative interdittive della Prefettura (su mandato della Dia) per le imprese subappaltatrici. Invece, come hanno denunciato i consiglieri d’opposizione, Palazzo Marino quel patto non lo ha mai applicato. ’Di fronte alla presenza imponente delle organizzazioni criminali nel nostro territorio – ha attaccato Pierfrancesco Majorino (Pd) – le istituzioni non mostrano un impegno altrettanto imponente nel contrastarla. E il sindaco Moratti preferisce voltare la testa dall’altra parte”.
Dopo due mesi di indagine negli uffici comunali i consiglieri guidati da David Gentili (Pd) hanno evidenziato diversi punti oscuri. Oltre alla mancata applicazione del patto per la legalità nei cantieri, il comitato antimafia ha denunciato che il casellario informatico cui le stazioni appaltanti inviano tutte le irregolarità riscontrate nell’esame delle autocertificazioni delle imprese non sarebbe collegato nè con il database della Camera di Commercio nè con quello della Prefettura. Inoltre mancherebbe un coordinamento tra le varie direzioni del Comune per una gestione unitaria dei controlli delle imprese.
Si è parlato però anche dell’attività quotidiana che tanti “bravi funzionari” comunali mettono in atto per evitare i numerosissimi tentativi d’infiltrazione mafiosa. Lo scorso anno sono state quasi una ventina le segnalazioni (denunce) partite dai funzionari di Palazzo Marino e arrivate in Procura per “evidenti irregolarità e reati” nella gestione degli appalti. Quest’anno la cifra ha già superato quota 13. Da notare che si tratta di passaggi che l’amministrazione mette in atto solo in presenza di irregolarità gravissime, una sorta di punta di un immenso iceberg del mondo appalti. Quali siano queste imprese “a forte rischio”, però i milanesi non lo hanno ancora saputo.
I dati non vengono forniti dall’Amministrazione Moratti. E neppure la Prefettura, che pure avrebbe buon gioco a dimostrare come è possibile estromettere gli imprenditori mafiosi, ha ancora fornito i dati delle aziende escluse Perchè in fondo, come ha ripetuto il sindaco Moratti in questi mesi, a Milano la mafia non esiste: “Milano non è quella cosa lì”. Tutti d’accordo, insomma. (cg)

Expo, nuovo business della ‘ndrangheta

fonte: http://www.corriere.it

Milano e la Lombardia crocevie della criminalità organizzata

Expo, nuovo business della ‘ndrangheta

La Dia ha controllato una cinquantina di imprese.
Il sindaco di Buccinasco: non siamo in mano alle mafie

MILANO – I miliardi, quelli veri, passa­no nelle telefonate intercettate. Nei dialoghi in calabrese stret­to sulle forniture di cemento della nuova metropolitana, sui carichi di terra da muovere da una parte dall’altra di Milano. L’inchiesta sull’Expo, sulla gran­de esposizione del 2015 è un fi­lo sottile tracciato tra la Lom­bardia e Reggio Calabria. Si par­la di grandi opere, di appalti e subappalti. Studiano, le cosche della ‘n­drangheta, le nuove strade per aggirare la rete dei controlli. Una rete a maglie larghe nono­stante il Comitato per la legali­tà voluto dal governatore Ro­berto Formigoni (con il genera­le Mori e il prefetto De Donno), e nonostante la lente d’ingran­dimento sulle opere pubbliche della Direzione investigativa an­timafia. Proprio la Dia quest’an­no ha controllato una cinquanti­na d’imprese sospette e ritirato ventina di certificati antimafia.

A ridosso di Ferragosto, men­tre lo scrittore britannico Frede­rick Forsyth arrivava a Milano e Buccinasco per «studiare le co­sche» su consiglio dell’Fbi, a Reggio Calabria è accaduto un mezzo terremoto. Secondo le ri­velazioni del settimanale Pano­rama, una talpa alla Dda avreb­be «soffiato» informazioni ad alcuni indagati proprio per l’in­chiesta sull’Expo. Cimici spari­te, e appartamenti e uffici «bo­nificati» dai boss. Un’indagine silenziosa e mol­to delicata. A Milano se ne occu­pa un pool di tre magistrati. «Non si può fingere, le cosche sono attive ovunque ci siano af­fari, i nuovi cantieri sono un’oc­casione d’oro: bisogna interve­nire subito». Le ’ndrine si muo­vono su due piani comunican­ti: il traffico di cocaina e gli affa­ri leciti con imprese legate a prestanome. E l’edilizia resta il mercato preferito: pochi con­trolli, molti cantieri. Così, per polizia e carabinieri, il 70% del movimento terra a Milano fini­sce tra subappalti e «noli a fred­do» (commesse che non richie­dono certificazioni antimafia) per cadere – anche inconsape­volmente – nelle mani del­le cosche. E capita allora che imprese legate agli Strangio, la stessa famiglia della strage di Duisburg (6 morti il 15 agosto 2007), fini­scano poche settimane fa a «fare qualche carico di terra» al «Cantiere del nuovo» della Provincia in via Soderini.

La rete delle cosche a Mila­no, dicono gli inquirenti, passa dalle temute famiglie Barbaro e Papalia di Buccinasco. Una pre­senza assodata da vecchie in­chieste e nuovi riscontri. Tanto che il figlio di Antonio Papalia, padrino all’ergastolo, il 26enne Domenico, viene indicato nei rapporti dell’Antimafia come il «nuovo referente» per i clan: «Un elemento autorevole capa­ce di aggregare gruppi di giova­ni provenienti da Platì (Rc) par­ticolarmente attivi nel traffico di droga». Gli stessi ragazzi, sta­volta legati al clan Pangallo, che nelle intercettazioni parla­no di playstation per nasconde­re fiumi di cocaina. Buccinasco, proprio come in­dicato dall’Fbi è finita per di­ventare un simbolo della pre­senza mafiosa, in realtà estesa da Milano al Lecchese. Il sinda­co Loris Cereda, difende la città e garantisce il massimo impe­gno: «C’è un passato pesante, ma Buccinasco non è in mano alle cosche». Tre mesi fa il con­sigliere comunale del Pdl Luigi Iocca è finito in un’inchiesta per riciclaggio. La casa perquisi­ta, poi la sua posizione è stata stralciata. Ancora il sindaco: «La città è sempre nel mirino mediatico e per questo è in pri­ma linea per la legalità. Siamo sicuri che altrove ci sia la stessa attenzione?».

Cesare Giuzzi
21 agosto 2009

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: