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‘ndrangheta, arrestati i rampolli dei clan “Sono le nuove leve dei Barbaro-Pangallo”

Fonte: http://www.milano.repubblica.it

Le 16 ordinanze di custodia cautelare hanno colpito in gra parte ventenni dai cognomi pesanti che operavano a sud di Milano: da Buccinasco a Corsico, da Cesano Boscone a Casorate Primo

Per dare inizio alla loro carriera criminale di rampolli delle famiglie della ‘ndrangheta, ormai insediate stabilmente nel Milanese, avevano organizzato un traffico di cocaina, scegliendo dunque il business più fruttuoso per la mafia calabrese, ormai leader mondiale del narcotraffico. Questi giovani, in gran parte ventenni e dai cognomi che pesano nel ghota mafioso, sono finiti in carcere nell’ambito di un’operazione condotta dalla squadra mobile di Milano e coordinata dalla Dda, che ha stroncato un traffico di droga.

La base erano i comuni a sud del capoluogo lombardo, da Buccinasco a Corsico, da Cesano Boscone a Casorate Primo, luoghi dove sono insediate ormai da anni le cosche, che si sono infiltrate soprattutto nei settori dell’edilizia e del movimento terra. A Corsico, per esempio, come ha documentato la maxioperazione ‘Infinito’ del luglio scorso che ha portato a 180 arresti in Lombardia, era stato costituito un locale di ‘ndrangheta con a capo quel Pasquale Zappia che, prima di finire in manette, era stato da poco messo al vertice della cupola lombarda.

I 16 arresti, firmati dal gip milanese Gaetano Brusa su richiesta del pm Alessandra Dolci, hanno invece colpito in particolare le famiglie Barbaro e Pangallo, originarie di Platì (Reggio Calabria). La prima era già rimasta coinvolta, dal luglio del 2008 in poi, in due operazioni della Dda di Milano, la ‘Cerberus’ e la ‘Parco Sud’, citate anche nell’ultima relazione della Direzione investigativa antimafia come esempio di infiltrazione mafiosa nell’ambito imprenditoriale ed economico milanese. Alcuni esponenti dei Pangallo, invece, erano stati arrestati nel maggio 2009 per una grande truffa legata all’accensione di falsi mutui.

Proprio da alcuni accertamenti connessi a quest’ultima indagine è scaturita l’inchiesta sul traffico di cocaina che ha portato in carcere, fra gli altri, Francesco Barbaro, 24 anni, nipote del boss Pasquale Barbaro. Gli investigatori hanno trovato nella sua camera 30mila euro in contanti nascosti dentro un cuscino. Francesco Barbaro sarebbe stato, secondo gli inquirenti, il capo del gruppo che aveva messo in piedi il traffico, fra il 2005 e il 2007, con un meccanismo a catena: la cocaina veniva comprata in grossi quantitativi da 1 o 2,5 chilogrammi da alcuni fornitori, che la importavano dall’estero, e poi rivenduta ad altre persone che la spacciavano al dettaglio ai consumatori.

Destinatari dell’ordinanza, fra gli altri, anche Antonio Pangallo, 24 anni; Rocco Santo Perre, 25 anni, braccio destro di Francesco Barbaro; Giuseppe Pangallo, 27 anni, e Domenico Barbaro, 37. Per tutti l’accusa è di detenzione e spaccio di droga.

‘ndrangheta, sei anni a un imprenditore condannati anche i boss del clan Barbaro

Fonte: http://www.milano.repubblica.it

Il vicepresidente della immobiliare Kreiamo spa, Madaffari, era imputato nel processo “Parco Sud”
A giugno aveva subito un’altra condanna per aver corrotto un ex sindaco pd e un ex consigliere pdl

L’imprenditore milanese Andrea Madaffari, vicepresidente della immobiliare Kreiamo spa, è stato condannato a sei anni di reclusione per associazione mafiosa nel processo con rito abbreviato, denominato “Parco Sud”, sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta nel settore edile e del movimento terra nella zona sud-ovest dell’hinterland milanese. Lo ha deciso il gup Donatella Banci Buonamici, che ha condannato anche gli esponenti della cosca Barbaro-Papalia a pene fino a otto anni e otto mesi di carcere.

Le indagini “Parco Sud” nel novembre 2009 avevano portato all’esecuzione di ordinanze di custodia cautelare nei confronti di 17 persone. Alla cosca erano state sequestrate numerose armi da guerra, tra cui una bomba a mano e fucili, arsenale utilizzato anche per imporsi nel settore immobiliare e nei cantieri. L’imprenditore Madaffari, secondo l’accusa, attraverso la Kreiamo spa controllava la Immobiliare Buccinasco srl, riconducibile ai Barbaro.

Madaffari era già stato condannato lo scorso 22 giugno a tre anni e quattro mesi di reclusione per aver corrotto l’ex sindaco del Pd di Trezzano sul Naviglio (Milano), Tiziano Butturini, e Michele Iannuzzi, ex consigliere comunale del Pdl di Trezzano. Adesso il giudice ha condannato il boss della ‘ndrangheta lombarda Salvatore Barbaro, già condannato a Milano per associazione mafiosa nei mesi scorsi, a otto anni e quattro mesi, mentre suo padre Domenico a otto anni e otto mesi e suo fratello Rosario a otto anni e sei mesi. Un altro componente del clan, Francesco Barbaro, è stato condannato a sei anni e sei mesi.

In totale sono arrivate sette condanne per associazione mafiosa, tra cui quelle a Domenico Papalia, tuttora latitante e nipote dello storico boss Rocco Papalia, e ad Antonio Perre a oltre sei anni. “Li hanno condannati due volte per la medesima associazione”, hanno commentato gli avvocati Gianpaolo Catanzariti e Ambra Giovene, legali di Domenico e Salvatore Barbaro. Stralciato, invece, il procedimento (fissato per il 12 novembre) per Alfredo Iorio, presidente della Kreiamo, che risponde di associazione mafiosa e corruzione.

Tutti gli affari dei Barbaro tra Platì, Milano e la Germania. Ecco che fine hanno fatto i soldi del sequestro di Alessandra Sgarella

Fonte: http://www.milanomafia.com

L’ipotesi investigativa è contenuta in un recente rapporto della Bke tedesca. Nel report si tratteggiano tutti gli affari del clan Barbaro in Germania. Tra questi anche i cinque miliardi del riscatto Sgarella

Il sequestro

Alessandra Sgarella viene rapita l’11 dicembre 1997 nella zona di San Siro. Il 22 dicembre il gip Guido Salvini dispone il sequestro dei beni alla famiglia. Il 21 gennaio 1998 arriva la richiesta di riscatto: 50 miliardi di lire. Sette giorni dopo viene chiesto il silenzio stampa. Il 4 settembre, dopo 266 giorni di prigionia, Alessandra Sgarealla viene liberata in Calabria.
Il 7 febbraio 1999 vengono emessi otto ordini di custodia cautealre per altrettanti soggetti implicati nel sequestro. Si tratta di Saverio Gareaffa, Francesco Giorgi, Domenico Grillo, Domenico Perre, Antonio e Francesco Strangio.
A questo gruppo, gli investigatori arrivano grazie ad alcune intercettazioni seguite all’arresto del gruppo Lumbaca nel 1998.
Nei giorni seguenti alla liberazione della Sgarella più volte si sottolinea pubblicamente che si è trattato di una liberazione senza riscatto. E che tutto sia dovuto alla mediazione di un grande boss all’epoca in carcere che da questa liberazione avrebbe ottenuto sconti di pena

Milano, 4 gennaio 2010 – Platì, Milano, Germania. Questa la triangolazione per capire oggi, a distanza di 13 anni, dove sono andati a finire i soldi del sequestro di Alessandra Sgarella Vavassori, l’imprenditrice milanese rapita l’11 dicembre 1997 in zona San Siro e rilasciata in Calabria il 4 settembre 1998, dopo 266 giorni di prigionia (nella foto il primo luogo dove è stata tenuta l’imprenditrice, si tratta di una buca nelle campagne attorno a Buccinasco). Un sequestro senza riscatto, si disse all’epoca. In realtà, secondo un rapporto della Bke tedesca reso noto pochi giorni fa, il denaro, circa 5 miliardi di lire, sarebbe finito in Germania nelle tasche dei referenti della cosca Barbaro.

Ecco un primo appunto sottolineato più volte dagli investigatori tedeschi. “Pochi giorni prima del rilascio, il marito di Alessandra Sgarella si reca ad Hong Kong e qui movimenta sette miliardi, trasferendone cinque in Germania”. Secondo la Bke “fonti confidenziali confermerebbero che la famiglia Sgarella prima che la magistratura bloccasse i beni, avrebbe trasferito una cospicua somma di denaro in Germania”. Nel mirino degli investigatori ci sono poi nomi e luoghi precisi. Si tratta della paese di Lubecca, città dello Schleswig-Holstein, il land più a nord della Germania. Qui gli investigatori ricavano due indirizzi ben preciso: Klappenstrate 15b e 24, dove abitano Biagio Curro e Domenico Curro, entrambi originari di Scido in provincia di Reggio Calabria. Prosegue l’informativa tedesca: “Questi indirizzi sono stati trovati durante una perquisizione domiciliare. Ad oggi, i due non hanno precedenti di polizia, anche se il luogo di nascita si trova nella zona in cui opera la cosca Barbaro”.

E proprio i Barbaro hanno un rapporto privilegiato con la Germania. “Giuseppe Barbaro nato a Platì il 24 maggio 1956, figlio del capobastone Francesco Barbaro, spesso si è recato in Germania per sfuggire alle ricerche della polizia italiana”. Prosegue la nota: “Dopo alcune ricerche al Registro centrale degli stranieri è emerso che suo cognato è residente a Krefeld. Il cognato, che si chiama come lui, Giuseppe Barbaro, è nato a Paltì il 16 febbraio 1959”. Di più: fino al 1996 sempre a Krefeld ha abitato Antonio Brizzi, calabrese incensurato, legato da vincoli familiari al latitante.

Dopodiché, per puntellare ancora di più l’ipotesi del flusso di denaro dall’Italia alla Germania, passando per Hong Kong, la polizia tedesca ricostruisce in maniera minuziosa i rapporti familiari e d’affari tra i vari uomini del clan. E lo fa partendo da un dato: “La famiglia Papalia rappresenta il ramo milanese della cosca Barbaro”. E infatti: “Francesco Barbaro è spostato con Maria Papalia e di conseguenza è legato ai tre fratelli Papalia, Domenico, Rocco e Antonio”. Il breve albero genealogico tesse i legami anche con i clan di San Luca, i Pelle in particolare, coinvolti nella strage di Duisburg. Scrivono gli investigatori: “Nell’ambito della faida di San Luca, riaccesasi nel 2006, Barbaro ha tentato tramite suo genero di riappacificare i clan nemici. Scopo raggiunto solo dopo il massacro di Duisburg del 15 agosto 2007”. I tesori nascosti della ‘ndrangheta di Platì in Germania emergono poi in un altro passaggio dell’informativa in cui si parla del platiota Rocco Pochì, tra il 1976 e il 1999 residente in Germania. “Pochì, tra il 2002 e il 2003, si reca in Australia e da qui in Bolivia per organizzare traffici di droga. Per concludere gli affari però tornava in Germania”. E non a caso, visto che a Donaueschingen, piccolo centro della Renania, viene scoperto un laboratorio per raffinare la droga. Dopodiché la Procura di Cosatnza, nel settembre 2004, “ha emesso a carico di Pochì un mandato di accertamento della residenza”. Quindi nel 2005, il Goa di Catanzaro lo indaga per associazione mafiosa. Durante questa indagine, la finanza intercetta una telefonata che il cognato di Pochì fa in Germania. “L’utenza è intestata a Natale Perre nato il 25 dicembre 1958 a Platì”. Di più: “Secondo accertamenti risulta che Natale Perre era residente a Magdeburgo”. Il cognome, noto anche agli investigatori di Milano, segna un punto di svolta. I Perre, infatti, fin dagli anni Settanta, “vengono indagati dalla polizia tedesca per mafia, traffico di droga e armi, prostituzione, gioco d’azzardo e traffico di essere umani”. Di questa famiglia, fa parte anche Saverio Perre, nato a Platì il 4 giugno 1944 “viene considerato – si legge nel rapporto – capo del clan Perre in Germania”. Dove arriva negli anni Settanta. “Qui è stato residente a Hagen, Hannover, Gottingen e Magdeburgo”. Città, quest’ultima, dove ritorna nel 2007. Qui, per tutti gli anni Novanta, “ha gestito diversi locali notturni, sale da gioco e successivamente ristoranti”. Secondo la Dia, però, ad oggi non vi è certezza di un suo collegamento con la famiglia Perre di Platì, storica alleata dei Barbaro. (dm)

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