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Da Locri a Lonate Pozzolo, “e adesso Ammazzateci Tutti”.

Fonte: Stampo Antimafioso

di Valerio Berra 

Locri, 19 ottobre 2005.  Nel paese si stanno celebrando i funerali di Francesco Fortugno, vicepresidente della regione Calabria, ucciso all’interno di un seggio elettorale per le primarie dell’Unione da un sicario vicino alla ‘ndrangheta. Davanti al corteo funebre alcuni ragazzi, guidati da Aldo Pecora, svolgono uno striscione con una scritta che sarà destinata a rimbalzare da un telegiornale all’altro per diversi giorni, portando la sua eco fino a noi. A caratteri neri e rossi su un lenzuolo bianco sono state tracciate poche ma chiare parole: “E adesso ammazzateci tutti”. Il riscontro mediatico è enorme, tanto da dare vita a un movimento che nel giro di pochi anni si diffonde in molte regioni italiane, arrivando anche in Lombardia. Dopo poco tempo Ammazzateci Tutti diventa un’associazione che si dà delle regole e degli scopi ben precisi. Un gruppo antimafia costituito da giovani, volto a sensibilizzare l’opinione pubblica alla lotta per la legalità. In Lombardia viene ufficialmente costituito l’8 ottobre 2007 a Busto Arsizio, con la benedizione di Sonia Alfano, Peter Gomez e Elio Veltri; a capo del coordinamento sarà posto Massimo Brugnone, che tutt’ora ricopre l’incarico. I primi passi mossi dalla divisione lombarda seguono il ritmo della protesta. Viene denunciata all’opinione pubblica la presenza mafiosa nel territorio attorno Varese, già segnalata dalle carte della DDA, si organizzano manifestazioni di solidarietà verso le vittime di mafia, come successo nel corso del processo Lea Garofalo. Alla denuncia viene però accompagnata un’altra fase, quella costruttiva dell’educazione alla legalità. Ammazzateci Tutti Lombardia comincia così ad entrare nelle scuole, sfruttando spesso le ore di cittadinanza e costituzione, un lascito positivo della riforma Gelmini. Proprio perché questo movimento è di origine giovanile è molto interessato a educare da subito i ragazzi alla legalità, creando una base culturale solida, dove si possa riconoscere nel rispetto per le istituzioni un valore necessario al bene di tutti. I coordinamenti regionali di Ammazzateci Tutti hanno continuato a lavorare insieme, tanto che il liceo scientifico A. Tosi di Busto Arsizio ha da poco concluso un gemellaggio con il liceo magistrale G. Rechichi di Polistena (RC). I ragazzi calabresi, valicato il Po, hanno così avuto modo di conoscere la realtà del nord, capendo di non essere soli nella lotta per la legalità. Dal 26 marzo Ammazzateci Tutti ha anche una sede fisica nel nostro territorio, a Lonate Pozzolo, paese nel varesotto segnato da fatti di mafia, già campo di battaglia per diverse iniziative dell’associazione. A sette anni dalla sua costituzione Ammazzateci Tutti, a cui va stretta la definizione di associazione, si definisce ancora come movimento. Non vuole infatti perdere la sua matrice dinamica e giovanile, per questo non vuole entrare nella costellazione delle associazioni antimafia, ma piuttosto definirsi come una scuola della legalità. Un’esperienza di passaggio nella vita dei giovani dove acquisire i valori della costituzione, per poi riportarli, una volta adulti, nella società.

Aldo Pecora e il “federalismo della legalità”

Fonte: http://www.varesenews.it

Il fondatore di Ammazzateci Tutti parla al teatro Fratello Sole: “Le mafie collaborano tra loro, deve farlo anche l’antimafia”. Lorenzo Frigerio (associazione Libera): “La criminalità organizzata ha colonizzato la Lombardia”

La mafia non è un’ipotesi o una prospettiva, ma una realtà di tutti i giorni, anche in Lombardia, anche a Busto Arsizio; in sintesi, riprendendo uno dei più gettonati slogan della giornata, “La mafia non ha regione”. Questo il leit motiv del doppio incontro alTeatro “Fratello Sole”, uno dei più attesi tra i nove organizzati nell’ambito di “Legalitàlia in Primavera”, per il calibro degli ospiti e la profondità dei temi trattati. Davanti agli studenti delle quinte superiori di tutti gli istituti partecipanti all’iniziativa, la mattinata è iniziata con un breve saluto del sindaco Gigi Farioli e del viceprefetto di Varese Andrea Polichetti, per poi proseguire con il dibattito vero e proprio; a fare da moderatore un vero pioniere dell’antimafia al Nord come Mario Portanova, giornalista de “L’Espresso”, “Wired” e “Il fatto quotidiano” e autore nel 1996 di “Mafia a Milano”, uno dei primi libri che svelavano la penetrazione della criminalità organizzata in Lombardia. “Da queste parti non si deve parlare di infiltrazioni, ma di una presenza significativa e articolata, con tanto di intimidazioni, estorsioni e omicidi – ha detto Portanova ricordando il processo Bad Boys in corso a Busto – e nessuno può pensare di essere immune. La mafia non è un’associazione criminale qualunque: penetra nella vita quotidiana della società e può diventare datore di lavoro, padrone di casa, o addirittura prendere decisioni politiche. Per questo va combattuta collettivamente, a partire dall’informazione”.

Sul processo che coinvolge alcuni esponenti della ‘ndrangheta di Lonate Pozzolo e Legnano è tornato anche Aldo Pecora, giovanissimo fondatore dell’associazione Ammazzateci Tutti: “Quando i ragazzi del liceo Scientifico hanno voluto assistere alle udienze, le famiglie mafiose hanno risposto con un messaggio ben chiaro: loro non vogliono che i ragazzi sappiano e si informino. Invece l’attenzione ci deve essere sempre, non solo in occasione di fatti di sangue, e da parte di tutti: dobbiamo imparare a recidere il nostro stesso organismo con il bisturi ed espellere le cancrene”. Ricordando la sua esperienza di lotta alla criminalità iniziata a Reggio Calabria nel 2005, dopo l’omicidio di Francesco Fortugno, Pecora ha poi aggiunto: “Come diciamo spesso, qui al Nord siete sempre più avanti di noi: al Sud c’è una mafia sola per regione, voi ce le avete tutte! Si è visto nel caso Scopelliti che le mafie lavorano anche fuori dal loro territorio e spesso collaborano tra di loro. Sarebbe bene che anche noi facessimo un “federalismo della legalità”, e proprio da qui viene il marchio Legalitàlia. È importante sviluppare da subito gli anticorpi nel contesto scolastico, ed è fondamentale anche la presenza delle istituzioni, perché, non nascondiamocelo, le manifestazioni non bastano”.

A raccontare le rispettive vicende nel campo del contrasto alla mafia sono poi intervenuti ancheLorenzo Frigerio, responsabile regionale di Libera (una delle più importanti associazioni antimafia nazionali), e Maurizio Pascucci, consigliere regionale dell’Arci Toscana. “Si potrebbe pensare che dagli anni Novanta a oggi non sia cambiato nulla – ha detto Frigerio – ma credo che non sia così, e la giornata di oggi dimostra che le persone hanno capito di non poter delegare ad altri la questione mafia. Ormai al Nord si parla di colonizzazione mafiosa, e bisogna avere ben chiaro che non sono i “cattivi” meridionali a portare la delinquenza: la scelta di utilizzare il crimine organizzato è stata fatta consapevolmente da un’intera classe dirigente di questa regione. Non ci può essere crimine organizzato se non c’è una cattiva economia, una cattiva politica, una cattiva società”. Nell’intervento di Maurizio Pascucci, protagonista con la sua associazione di numerose iniziative volte a sensibilizzare l’opinione pubblica toscana sull’argomento, si è affrontato invece il tema della cosiddetta mafia dei “colletti bianchi”, professionisti o imprenditori collusi con la criminalità organizzata: “Vendersi alle mafie – ha detto Pascucci – può garantire un benessere immediato, ma certamente non la felicità a lungo termine. Bisogna mantenere sempre la propria dignità e, per un altro verso, combattere l’omertà che spesso prevale anche nelle nostre regioni. C’è bisogno di un grande salto di qualità, anche dal punto di vista politico”.

11/04/2011
Eugenio Peralta redazione@varesenews.it

Scopelliti, un giudice dimenticato: “ma era come Falcone e Borsellino”

Fonte: http://www.varesenews.it

Aldo Pecora, fondatore di Ammazzateci Tutti e Rosanna, figlia del magistrato ucciso nel 1991, hanno presentato da Boragno il libro “Primo Sangue” che ricostruisce il delitto e tratteggia la figura paterna. Ai boss: “Pentitevi e collaborate”

Pubblico numeroso e tanti ragazzi per la “tappa” bustese di Aldo Pecora e Rosanna Scopelliti per promuovere il libro “Primo Sangue” (BUR-Rizzoli), dedicato alla figura del giudice Antonino Scopelliti, assassinato il 9 agosto 1991 a seguito di uno scellarato patto fra la mafia dei corleonesi e la ‘ndrangheta del Reggino. Omicidio impunito: mai individuati gli esecutori, assolti i presunti mandanti. Il giovane leader di Ammazzateci Tutti (25 anni da poco compiuti) e la non ancora 27enne figlia del magistrato ucciso, ospiti alla Galleria Boragno, hanno fatto il pienone: poco prima avevano avuto modo di incontrare i ragazzi degli oratori bustesi. Al centro del loro intervento non tanto e non solo la presentazione di un libro, ma l’urgenza di sottrarre all’oblio la figura di un magistrato e padre di famiglia, sacrificatosi per la legalità. Accompagnati con delicatezza e sensibilità da Chiara Milani, vicedirettore di Rete55, e introdotti da Massimo Brugnone, fondatore a Busto della prima sezione “extracalabrese” di Ammazzateci Tutti (che ha ricordato come qui penda ancora inevasa la proposta di intitolare una via a Scopelliti), Aldo e Rosanna hanno quindi tratteggiato la figura del magistrato, per le cui mani erano passate molti dei più importanti processi d’Italia, e la presa di coscienza da cui è nato il libro.

Scopelliti sapeva di dover morire: aveva rifiutato un’offerta da cinque miliardi di lire per “ammorbidire” in Cassazione il maxiprocesso contro Cosa Nostra. Il giorno stesso dell’omicidio, avvenuto a Piale di Villa San Giovanni mentre era in ferie (ma continuava a lavorare portandosi a casa le carte), il procuratore generale della Cassazione aveva fatto sgomberare la spiaggia su cui si trovava, credendo di ravvisare una bomba in un innocente sacchetto ritrovato dai bagnanti. Si era sbagliato sul metodo, ma solo di qualche ora quanto al tempo. «I mafiosi sono vigliacchi: in moto, con casco integrale, e da dietro lo hanno colpito» racconta Aldo, che quando Scopelliti morì aveva appena cinque anni, ma ricorda ancora.
L’urgenza di reagire venne ad Aldo Pecora e a vari altri giovanissimi di Locri nel 2005, di fronte all‘assassinio di Francesco Fortugno, il vicepresidente del consiglio regionale, ammazzato mentre si votava per le primarie dell’Unione. «Il nostro è un percorso di memoria e riscatto civile partito dalla sensazione che provavamo io e altri, poco più che maggiorenni. Sentire le sirene dell’ambulanza pensando solo, ne è morto un altro. In una terra “caraterizzata”, come da mare, sole e montagne, dalla ‘ndrangheta. Una terra in cui tanti non possono neanche portare un fiore sulla tomba dei cari a causa della lupara bianca, contro chi ha sgarrato: il morto è bruciato, fatto ai pezzi, dato ai maiali, e con la sua assenza definitiva paga anche la famiglia. Poi c’è l’umiliazione quotidiana del pizzo, il malavitoso viene ogni tanto, quando vuole lui. Siccome è un vile, non ha nemmeno il coraggio di manifestarsi come mafioso: dice, si sposa mio cugino, dobbiamo fare la lista nozze, ora non ho i soldi… e via, in quel modo, si è preso qualcosa di tuo e ti ha detto: sono qui». E “faccio quello che voglio”, viene da dire parafrasando amaramente un attore comico calabrese. «Pochi, denunciano, non si allineano, divengono testimoni di giustizia. Poi queste persone vengono magari traserite in parti lontane d’Italia, costrette a cambiare persino nome; ma la gente deve rimanere lì, così è chiaro che la gente dice non denuncerà per non essere costretta ad andarsene». Il prezzo più caro però resta quello pagato da tanti come Rosanna, che Aldo ha conosciuto a Roma cinque anni or sono, un incontro quasi casuale ad una commemorazione del giudice Caponnetto – che per la figlia di Scopelliti era stato un po’ un nonno putativo, fra i pochissimi a restare vicino alla bambina e alla madre. Rosanna scoprì che Aldo la storia di suo padre la conosceva benissimo. Nell’estate del 2007 la proposta, pressochè sottovoce, di un libro da realizzare insieme: Primo Sangue.

Sì, perchè quello effuso da Scopelliti era davvero il primo sangue delle grandi stragi di mafiacon cui Totò Riina e compari recapitavano i loro “messaggi” a Roma. Eppure Scopelliti «è stato dimenticato». Tutti si ricordano di Falcone e Borsellino, pochi di lui: forse, ammette Aldo, la Sicilia era giornalisticamente più interessante della Calabria. «Scopelliti non era un pm, era il pm della Cassazione. Eppure la sua storia sembava destinata a non essere raccontata mai. Più volte avevamo inviatto i giornalisti ad occuparsene, invano: così l’abbiamo raccontata noi. Sul suo caso non c’è stato il “fiato sul collo”. Guardate invece per Avetrana, a Cogne, a Garlasco».
«È stato difficilissimo riprendere le carte, raccontare la guerra di mafia a Reggio, mille morti in cinque anni (1986-1991), gli attentati coi bazooka, i boss che saltano nelle loro auto». Nella terra del dolore, dove i morti fanno paura ai vivi, «la gente deve conoscere questa storia, e affezionarsi a Scopelliti, lui che non si è mai piegato: merita di stare alla pari con Falcone e Borsellino».

«L’intera stagione delle stragi e della trattativa Stato-mafia andrebbe riscritta» dice Aldo Pecora: «Scopelliti è stato l’unico magistrato di Cassazione ucciso dalla criminalità organizzata. Nel libro, io racconto il giudice, lei il padre. In fondo c’è una lunga conversazione con i magistrati Nicola Gratteri e Salvatore Boemi», vere autorità in fatto di ‘ndrangheta e dintorni. «Questo libro è già nelle case dei malavitosi: li sfido a non commuoversi alle parole di Rosanna su suo padre. La speranza è che anche i nuovi boss possano compiere l’ultimo atto di dignità che gli resta, quello di pentirsi, collaborare, consegnare la verità storica e processuale a Rosanna e alla sua famiglia. Non dovrebbe essere eroico fare il magistrato, ma un mestiere normale. Importante capire ciò che fanno i giudici e, bellissimo il lavoro di Massimo Brugnone che porta i ragazzi in tribunale, dove è stato attaccato dalla moglie di un imputato». Proprio in un processo per fatti dì ‘ndrangheta, che avvengono qui, non a Locri. Rosanna Scopelliti per vent’anni ha fatto, tragicamente, la più calabrese delle cose: tacere. La sua stessa esistenza in vita era avvolta dalla riservatezza. Dopo che la figlia di un collega di Sala Consiliana era stata crivellata dai proiettili destinati al padre, papà Antonino per spostarla dall’auto in casa e viceversa la nascondeva in una valigia. «Papà aveva paura per noi, non raccontavo nemmeno che era figlia sua. Lui si sforzava di farmi vivere tutto come fosse un gioco». Dopo l’assassinio, «per ore si parlò di incidente stradale prima di accorgersi dei proiettili in testa. Il funerale fu fatto in ventiquattr’ore, la scena del crimine fu riaperta in poche ore» racconta Rosanna. «Papà è stato ucciso perchè non ha piegato la testa a una richiesta: non si sarebbe mai sognato di infangare il lavoro dei suoi colleghi; non era di quelli che facevano cancellare una sentenza per vizio di forma, non voleva essere il più bravo, ma il più giusto. Lui viveva per la giustizia; da morto, non l’ha trovata. Ma se siamo qui a parlarne, è perchè qualcosa è cambiato. In Calabria, come qui in Lombardia, grazie a dei ragazzi». Rosanna e la mamma sono rimaste sole, a parte l’appoggio affettuoso di Antonino Caponnetto. Un uomo ammazzato due volte, col piombo prima, e l’oblio poi, il giudice Scopelliti: e non il solo, così per i Chinnici, i Livatino, i Terranova, i Saetta. «La nostra solitudine era legata alla sensazione di vivere una profonda ingiustizia, paradossale per la famiglia di un magistrato. La rabbia, lo sconforto: noi soli contro la cattiveria e la violenza ‘ndranghetista, prima; l’indifferenza, l’amarezza poi nello stringere tante mani e sentire belle parole che non si traducono in fatti, poi. Dopo vent’anni in Cassazione non c’è un’aula dedicata, e se oggi si parla di mio padre è perchè i ragazzi di Ammazzateci Tutti mi hanno presaper mano e aiutato a raccontare. La storia è passata in sordina perchè molti giornalisti non hanno voluto prenderla in mano: Aldo Pecora ha voluto farlo e lo ringrazio. Questa solidarietà dalla Calabria alla Lombardia mi ha aperto e ha permesso ad Aldo di farmi raccontare cose privatissime. Ho tenuto per me per anni i ricordi di papà, ora li condivido: perchè mi sento meno sola. E posso raccontare l’uomo tra le cui braccia per sette anni mi sono addormentata».

C’è paura nel combattere contro la ‘ndrangheta? «Più per chi mi sta intorno che per me» dice Aldo Pecora. «Sono peggio le critiche: da un sindaco mi sono sentito dire che siamo zavorra e rendiamo un cattivo servizio alla Calabria». Minacce? «Ho ricevuto “segnalazioni”, diciamo così. Ma la denuncia la faccio in commissariato, non sui giornali, altrimenti dò spazio alla mafia, e la gente pensa che non conviene lottare. La mafia va raccontata in modo diverso, se avessi voluto vendere due milioni di copie potevo rendere pubbliche le minacce. Mi fa più paura il silenzio: si comincia a morire quando si è soli».

Quel 2008, anno di grazia per la ‘ndrangheta milanese: elezioni politiche e la vittoria di Expo

Fonte: http://www.milanomafia.com

Nel 2008 i boss più importanti della ‘ndrangheta in Lombardia sono tutti liberi. Un anno decisivo per Milano con la vittoria di Expo 2015 e la scelta di appoggiare il Pdl alle elezioni politiche

Milano, 6 aprile 2010 – L’ultima pagina, la numero 50.000 è stata scritta qualche mese fa. Da lì in poi i magistrati della Dda di Milano hanno iniziato a lavorare. E adesso la loro richiesta è pronta per passare sulla scrivania del gip in attesa che vengano emesse le ordinanze di custodia cautelare. Saranno quasi 250 per quella che sembra essere la più importante operazione antimafia degli ultimi vent’anni in territorio lombardo. Ci saranno i boss, ma ci sarà soprattutto la politica e i suoi legami con la ‘ndrangheta. Un mix esplosivo che segnala il cambiamento di rotta dei clan calabresi in Lombardia. Non più solo famiglie legate a doppio filo con la Calabria, ma ‘ndrine autonome, ricchissime e potenti, in grado di mascherarsi dietro la faccia pulite di imprenditori del Nord e di giocare di sponda con le amministrazioni locali.
Decisioni svincolate dalla casa madre, dunque, ma prese con accordi comuni tra le famiglie che da anni vivono al Nord. Che qui controllano il territorio, trafficano droga, vincono appalti, costruiscono, a volte uccidono. E che quando devono fare scelte decisive per il futuro dell’organizzazione si riuniscono. Ecco allora la novità: oggi in Lombardia esiste una vera commissione della ‘ndrangheta. Una sorta di consiglio di amministrazione mafioso che oltre ai boss tiene dentro politici, imprenditori e personaggi legati alla massoneria. Elementi che danno sostanza all’idea che tra Reggio Calabria e Milano, in vista dei grandi affari lombardi, sia stato creato un vero e proprio secondo livello, i cui prodromi si intuiscono già nel 2005, ma che diventerà operativo soprattutto nella primavera del 2008. Un periodo caldissimo che vede da un lato Milano vincitrice ufficiale di Expo 2015 e dall’altro i suoi politici di punta impegnati nella campagna elettorale per le elezioni politiche di aprile. In mezzo ci sono i boss, veri pezzi da novanta della ‘ndrangheta che in quel periodo sono tutti liberi.

L’omicidio Fortugno e la nuova loggia degli Invisibili

Il là alla grande rivoluzione copernicana viene dato in Calabria, quando la ‘ndrangheta uccide a Locri il vicepresidente del Consiglio regionale Franco Fortugno. I killer gli sparano all’uscita di palazzo Nieddu dove Fortugno si era recato per le primarie dell’Ulivo. E’ il 15 ottobre 2005. Pochi mesi dopo, il 21 marzo 2006, vengono arrestate nove persone. Il 2 febbraio 2009 la sentenza di primo grado condanna all’ergastolo gli imputati ritenuti esecutori materiali: Alessandro e Giuseppe Marcianò, Salvatore Ritorto e Domenico Audino. Nessun cenno ai mandanti dell’omicidio.
Due fatti accaduti tra il 2005 e il 2006, però, spostano l’attenzione su Milano. Il 24 marzo 2006, l’Ansa batte una strana agenzia che non verrà mai ripresa dai giornali. Si legge che agli atti dell’inchiesta “risultano frequenti spostamenti dei presunti componenti del gruppo di fuoco verso Milano”. Viaggi che si sono ripetuti fino al giorno prima dell’omicidio Fortugno. In Lombardia sarebbero arrivati, infatti, Domenico Audino e Domenico Novella, entrambi coinvolti nell’esecuzione di Locri. Ci si chiede “cosa siano andati a fare nel capoluogo lombardo, proprio alla vigilia di un delitto eccellente?” L’ipotesi su cui si sta lavorando, prosegue l’Ansa, “è che siano andati a ricevere l’autorizzazione all’esecuzione del delitto”. Lo scenario risulta avvalorato da una strana intercettazione (anche questa mai pubblicata) fatta la sera prima del delitto. “Se non hai ancora capito domani leggiti i giornali”, dice un anonimo telefonista “milanese” al suo interlocutore che in quel momento si trova a Reggio Calabria.
Poco prima dell’omicidio di Locri i boss di Reggio Calabria stanno dando forma a una struttura segreta che ha tutte le caratteristiche di una loggia massonica. Si tratta della loggia degli invisibili. Questo, però, lo si saprà solo nel 2008, quando i carabinieri chiuderanno l’inchiesta Bellu Lavuru. Il particolare emerge da diverse intercettazioni ambientali di Sebastiano Altomonte, sindacalista scolastico a Bova Marina e soprattutto grande procacciatore di voti. Dice: “Perché c’è la visibile e l’invisibile. E lui è in quella visibile che non conta, noi altri siamo nell’invisibile. Capisci? E questo conta”. Dopodiché spiega: “C’è una che si sa e una che non la sa nessuno, perché se no oggi il mondo finiva; se no tutti cantavano”. E, dunque, rimarcando il concetto. “C’è la visibile e l’invisibile che è nata da un paio di anni e che non la sa nessuno, solo chi è invisibile”. Sono parole pesantissime che spiegano in maniera oggettiva quello che fino ad ora avevano rivelato solamente i pentiti definendo questo secondo livello “la Santa”. Per questo i magistrati annotano: “Questa genuina acquisizione apre uno scenario del tutto nuovo nel panorama criminale delle cosche mafiose di Reggio Calabria”.

L’elezione di Lady Moratti

Uomini della massoneria legati alla ‘ndrangheta nella primavera del 2006 entrano in gioco anche a Milano. Un periodo che non sembra scelto a caso visto che a fine maggio di quello stesso anno si tengono le elezioni per il sindaco. Candidato di punta del Pdl (allora Casa della Libertà) è Letizia Moratti. Suo avversario, sul fronte del centrosinistra, è l’ex prefetto Bruno Ferrante. Lady Moratti vincerà a mani basse. Per il governo della città cambia poco. Il colore azzurro resta dominante. Le settimane che precedono le elezioni del 28 e 29 maggio, sono settimane di grande attività. E’ in questo periodo che entra in azione l’uomo dei clan. Uno strano mister x con un passato da estremista di destra, legato alla massoneria e al boss di Reggio Calabria Paolino De Stefano. Di lui parla il pentito Filippo Barreca a proposito della latitanza del terrorista nero Franco Freda, coinvolto nell’inchiesta sulla strage di Piazza Fontana: “Un giorno giunse al distributore di benzina in compagnia di altra persona che mi presentò come Franco Freda. Lui veniva a nome di Paolo De Stefano e mi disse di tenere presso di me il latitante per un ventina di giorni, sino al momento in cui non fosse stato possibile trasferirlo all’estero. Durante il periodo in cui Freda fu nella mia abitazione venne a trovarlo l’avvocato Giorgio De Stefano e l’avvocato Paolo Romeo”.
Già latitante, questo mister x, approda a Milano proprio nella primavera del 2006. Al Nord ci è venuto per prendere contatti. Sul suo taccuino sono già segnati i nomi di politici e imprenditori. Lui agisce su mandato dei clan che stanno in Calabria. Molto probabilmente quella sorta di loggia mafiosa messa in piedi a ridosso dell’omicidio Fortugno. L’obiettivo è quello di razionalizzare al meglio tutti gli affari che a Milano, a partire da quel 2006 possono ingrossare le casse della ‘ndrangheta. Mister x, poi, risulta in società con un imprenditore calabrese, da tempo residente al nord, a sua volta legato alle famiglie di Reggio. In realtà la società conta poco, quello che conta sono “le amicizie” politiche che questo signore può vantare. Amicizie che arrivano fin dentro l’allora Casa della libertà e a uomini che da lì a poco verranno rieletti in consiglio comunale.

I boss sono tutti fuori

La ‘ndrangheta lavora sotto traccia. Nel 2006 nessuno ne parla. I grandi boss degli anni Novanta sono in carcere sommersi dagli ergastoli. E chi ha finito di scontare la pena esce senza fare rumore. In carcere ci sono ad esempio i tre fratelli Papalia, Domenico, Antonio e Rocco. Sulle spalle omicidi, sequestri di persona, traffico di eroina. Stanno in gabbia ma continuano a comandare. Soprattutto Rocco e Antonio. Un particolare che però verrà alla luce solo dopo l’estate del 2008, quando molte decisioni saranno già state prese. Tra il 2007 e il 2008, dunque, la ‘ndrangheta in Lombardia può contare su almeno 17 boss di primo livello.
Sono tutti liberi e tutti attivi. Ci sono Salvatore e Domenico Barbaro, padre e figlio, che assieme al giovanissimo Domenico Papalia (figlio di Antonio Papalia), gestiscono il movimento terra a sud di Milano. La zona fa segnare anche la presenza della cosca Muià-Facchineri. A Nord della città, invece, lavorano i fratelli Mandalari, Nunzio e Vincenzo. Specializzati in edilizia, hanno il loro quartier generale nella zona di Bollate. In città vive, invece, Antonio Piromalli, erede dell’omonima cosca di Gioia Tauro. I Piromalli a Milano hanno interessi nell’Ortomercato e contatti diretti con il senatore Pdl Marcello Dell’Utri. A Monza, invece, si danno molto da fare i Moscato, costruttori con legami di parentale con il boss di Melito Porto Salvo, Natale Iamonte. Uno in particolare riceve le attenzioni degli investigatori. Si tratta di Natale Moscato, taycoon dell’edilizia, coinvolto, ma poi prosciolto, in un indagine di ‘ndrangheta di metà anni Novanta. La sua zona d’azione resta quella di Desio. Qui, negli anni Ottanta, Moscato ha fatto l’assessore socialista. Oggi, invece, è un grande elettore del Pdl. E infine nel Varesotto comandano due boss: Carmelo Novella e Vincenzo Rispoli. Entrambi sono uomini potenti, legati a doppio filo alla cosca Barbaro-Papalia di Buccinasco. A questo elenco va aggiunto il nome di Pasquale Barbaro detto u zangrei. Lui fino al novembre 2007 risulta il referente della ‘ndrangheta per la Lombardia. Morirà nel novembre 2007. Seppellito nel piccolo cimitero di Platì, ai funerali parteciperanno molti boss del nord, tra cui lo stesso Vincenzo Rispoli.

Il summit del 2008 e l’appoggio al Pdl


Dopo la morte di Pasquale Barbaro
, il comando viene preso dal giovanissimo Domenico Papalia. Questa almeno è la tesi degli investigatori. In realtà le operazioni passano tutte attraverso Salvatore Barbaro, legato ai Papalia per aver sposato la figlia di Rocco Papalia. E’ lui a guidare i capitali della ‘ndrangheta nella holding Kreiamo con sede in via Montenapoleone. Lui, ovviamente, gioca dietro le quinte, lasciando la palla a due uomini di fiducia: Andrea Madaffari e Alfredo Iorio. Si tratta dell’inchiesta Parco sud che solo poche settimana fa ha svelato, in parte, la trama di un comitato affaristico-mafioso spalleggiato da diversi uomini politici. Nomi noti fino a livello regionale. Agli inizi del gennaio 2008, Salvatore Barbaro ha preso il comando. E’ indagato, ma libero. E come lui, tutti gli altri. Intanto, Milano freme per le battute finali di Expo 20015. A fine marzo, il comitato di Parigi, deciderà dove si svolgerà l’esposizione universale. Giochi fatti nel pomeriggio del 31 marzo. Milano batte Smirne. Si brinda. Brindano anche i capi della ‘ndrangheta. La scommessa del 2006 ha pagato. Lady Moratti ha vinto. Non è finita. Dopo la caduta del governo Prodi, l’Italia torna al voto. Saranno elezioni politiche decisive e sulle quali peserà molto il gioco delle preferenze. Un sistema perfetto per la ‘ndrangheta che in Lombardia è in grado di gestire un enorme bacino di voti. Ecco quindi il messaggio fatto rimbalzare dal centro all’hinterland fino in provincia. Bisogna incontrarsi per decidere. Non è la prima volta. Una riunione del genere si era già verificata pochi anni prima al ristorante Scacciapensieri di Nettuno, zona di pertinenza della cosca Novella. Al tavolo quella domenica c’erano Vincenzo Rispoli, Domenico Barbaro, Carmelo Novella, Giosafatto Molluso, Saverio Minasi, Vincenzo Mandalari, Salvatore Panetta, Vincenzo Lavorata. In quella primavera del 2008 le scelte saranno decisive e poco importa se dal luglio successivo inizieranno a fioccare omicidi e arresti. Chi resta fuori proseguirà. L’incontro avviene. Ci sono tutti: dai Barbaro ai padrini della provincia. Sul tavolo gli appalti di Expo e la scelta di appoggiare senza colpo ferire gli uomini del Popolo della libertà. (cg/dm)

Dalla Calabria a Milano, ecco gli invisibili: massoni, politici, boss. Nelle intercettazioni il secondo livello della ‘ndrangheta. “Se no oggi il mondo finiva”

Fonte: http://www.milanomafia.com

Per la prima volta il livello occulto della ‘ndrangheta viene rivelato dalle intercettazioni. Fino a ora di questa struttura hanno parlato solo i pentiti. I dialoghi, contenuti nell’inchiesta Bellu lavuru, risultano sotto osservazione per la bomba alla Procura di Reggio

L’indagine

L’inchiesta Bellu lavuru si conclude nella primavera del 2008. Trentuno i fermi, mentre le convalide del gip scenderanno a 29. Nel mirino dei carabinieri del comando provinciale di Reggio Calabria i lavori della statale Ionica (106).
Tutto nasce dal crollo di un ponte lungo la statale nei pressi di
Palizzi. Da lì si capì che l’appalto vinto da una ditta di Firenze era passato nelle mani di alcune imprese direttamente riconducibili al superboss di Africo, Giuseppe Morabito, detto u tiradrittu. Il suo coinvolgimento viene provato ascoltando i dialoghi nel carcere di Parma, dove andava a trovarlo il genero Giuseppe Pansera.
All’intero del decreto di fermo emerge la struttura degli invisibili. L’indagine nel novembre scorso si è conclusa con 27 condanne. Attualmente il procedimento pende in appello e se ne dovrà occupare il
procuratore Di Landro che il 3 gennaio scorso è stato minacciato attraverso la bomba alla Procura.

Milano, 20 febbraio 2010 – “Perché c’è la visibile e l’invisibile. E lui è in quella visibile che non conta, noi altri siamo nell’invisibile. Capisci? E questo conta”. Le parole corrono via rapide come le curve della Statale ionica. Sebastiano Altomonte, originario di Bova Marina, è un cinquantenne estroverso. Ufficialmente fa il sindacalista scolastico, in realtà è un grande procacciatore di voti per sé e per i propri compari. Tanto che alle ultime politiche si è candidato al Consiglio comunale di Bova con una lista civica (la stessa dell’attuale sindaco) ottenendo una poltrona tra i banchi della maggioranza.

Pochi giorni prima del Natale 2007 si trova in auto con la moglie. Nemmeno immagina che una microspia sta registrando tutto. Lui va avanti: “C’è una che si sa e una che non la sa nessuno, perché se no oggi il mondo finiva; se no tutti cantavano”. E, dunque, rimarcando il concetto. “C’è la visibile e l’invisibile che è nata da un paio di anni e che non la sa nessuno, solo chi è invisibile”. A questo punto i carabinieri che ascoltano l’intercettazione capiscono di trovarsi davanti alla straordinaria scoperta “di una struttura parallela e occulta” della ‘ndrangheta che scorre come un fiume carico dalla Calabria alla Lombardia. Esattamente quel secondo livello dove mafia e politica sono la stessa cosa e l’affiliazione alla cosca diventa appartenenza a una loggia massonica. Ad oggi di una struttura simile hanno parlato solo i pentiti definendo Santa “lo stadio occulto della ‘ndrangheta”. Ma questa entità non ha mai trovato conferme giudiziarie. Le parole di Sebastiano Altomonte sembrano poter dimostrare nei fatti questo accostamento tra potere mafioso e massoneria.

Scrivono i magistrati: “Questa genuina acquisizione apre uno scenario del tutto nuovo nel panorama criminale delle cosche mafiose di Reggio Calabria”. Forse esattamente quello scenario che il 3 gennaio scorso può aver dato l’ok per l’attentato al palazzo della Procura generale. Non è un caso, infatti, che fra le pieghe dell’inchiesta emerga prepotente l’idea di una decisione presa da una sorta di “collegio senatoriale” della ‘ndrangheta. Un collegio di “invisibili” scontenti del nuovo operato del Procuratore Salvatore Di Landro poco indulgente a sconti di pena in secondo grado. E proprio in Appello è pendente oggi il processo che contiene le parole di Sebastiano Altomonte il quale, assieme ad altre 39 persone, è accusato di animare un comitato affaristico-mafioso capeggiato dalla potente cosca Morabito di Africo e in grado di monopolizzare gli appalti lungo la statale 106. Si tratta dell’indagine Bellu lavuru. E lui, Altomonte, rappresenta “l’anello di congiunzione tra esponenti di spicco della criminalità organizzata e appartenenti al settore politico-amministrativo tra i quali l’ex consigliere regionale Domenico Crea”. Proprio quel Crea, primo dei non eletti alle Regionali 2005, promosso solo dopo l’omicidio di Franco Fortugno, quindi passato dalla Margherita alla nuova Dc e oggi a processo per concorso esterno in associazione mafiosa. Ecco allora come i magistrati traducono le parole di Altomonte.

Dell’esistenza di questa struttura – si legge nel decreto di fermo – non ne sono a conoscenza neanche i vari affiliati, cosiddetti visibili, ossia quelli dei quali è notorio, tanto tra la popolazione quanto tra le forze dell’ordine, che appartengono a una organizzazione mafiosa”. E ancora: “Questo organismo è quello che realmente conta nello scenario criminale Provinciale”. Ma Altomonte non si ferma qui. E anzi inconsapevolmente rilancia fissando anche la data della fondazione di questa livello occulto. “Il colloquio intercettato – scrivono i magistrati – colloca la nascita di questo organismo in un periodo immediatamente successivo all’assassinio dell’onorevole Francesco Fortugno”. Le sorprese, però, non sono finite. Perché Altomonte oltre che invisibile è pure massone. E anche qui la distinzione è “tra fratelli visibili e invisibili”. Ecco, poi, il cerimoniale: “Si porta la cravatta nera, con il vestito nero e la camicia bianca”. E alla fine i protagonisti: “L’avvocato Ciccio è pure massone, suo fratello il dottore pure; Pepè Nirta, quello di Palizzi è mastro venerabile, lui e tutti i suoi fratelli”. Quindi nomina come massone anche l’attuale sindaco di Bova Marina. “Un dato – scrivono i magistrati – da non sottovalutare, alla luce dell’inquietante accostamento tra il potere mafioso e la massoneria”. E di logge segrete la Calabria sembra piena: “Una è a Siderno, ci sono un sacco di logge. La mia è a Bianco poi ci sono a Roccella altre due a Locri e tre a Reggio”.

Dalla Calabria a Milano, di massoneria parla anche Aldo Miccichè con il giovane Antonio Piromalli, boss della Piana di Gioia Tauro per anni residente al nord. E così lui, Miccichè, ex democristiano, sostiene che per modificare il 41 bis “dovremo forse fare un altro tipo di rapporto e lo devo fare in Lombardia tramite la massoneria”, contattando un politico che nei fatti si rivela essere Marcello Dell’Utri. Il senatore azzurro, infatti, incontrerà effettivamente un uomo di Piromalli e da lui si sentirà dire: “Ho avuto autorizzazione di dire che gli possiamo garantire Calabria e Sicilia”. L’inquietante intreccio è contenuto nell’inchiesta Cent’anni di storia, guarda caso un’altra indagine indicata dai magistrati come possibile movente per la bomba di via Cimino. (dm)

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