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Giulio Cavalli: una scorta (in)utile

Partiamo da alcuni fatti: è il 23 dicembre 2010, mancano due giorni a Natale, ma la giunta lombarda non si riposa mai e così scioglie il riserbo sulle nomine dei direttori generali delle 15 Asl, delle 29 Aziende ospedaliere della Lombardia e dell’Areu, l’Azienda regionale emergenza e urgenza.
Passano poche ore affinché si concentri l’attenzione su uno di quei nomi, quello di Pietrogino Pezzano, nominato direttore dalla più grande Asl d’Italia, quella di Milano. Calabrese, Pezzano è noto, in realtà, per alcune fotografie inserite nei fascicoli dell’indagine “Infinito” che lo ritraggono in compagnia dei due capibastone della Brianza Saverio Moscato e Candeloro Polimeno e per un’accusa di corruzione dai carabinieri di Desio per i lavori affidati a Giuseppe Sgrò, arrestato insieme al fratello Eduardo per 416bis. Non basta, a detta di Pino Neri, boss della ‘ndrangheta della zona di Pavia, è lui uno di quelli “che fa favori a tutti”.

Una questione, come dicevo, che non passa inosservata e che, nonostante le vacanze di Natale, chiama a raccolta molti sindaci dell’hinterland milanese che, guidati dal sindaco di Vanzago Roberto Nava e dal presidente di “Sos racket e usura” Frediano Manzi, decidono di proporre una consultazione popolare per chiedere l’opinione dei cittadini sull’opportunità politica di condividere o meno la scelta della giunta Formigoni. Nel frattempo anche alcuni consiglieri regionali non stanno a guardare: Giulio Cavalli (IDV) presenta una mozione, firmata in calce dai gruppi PD, UDC, SEL e Pensionati, per chiedere la revoca della nomina del nuovo direttore generale.

18 gennaio 2011: giorno della verità. Il Consiglio regionale è chiamato a votare e decidere sulla scomoda nomina. La Lega, dopo le parole di imbarazzo del Presidente del consiglio regionale Davide Boni, sembra voler appoggiare la mozione Cavalli in quella che è una consultazione a scrutinio segreto. Qualcosa salta, i tre consiglieri UDC che nei giorni precedenti, guidati da Enrico Marcora, si erano prodigati in questa battaglia improvvisamente scompaiono. Si vota: 31 voti favorevoli; 32 contrari; 2 astenuti. Pezzano rimane al proprio posto.
Stessa data, squilla il telefono del consigliere regionale dell’IDV Giulio Cavalli, è il Prefetto di Lodi: la sua scorta è revocata, fra dieci giorni le verrà tolta qualsiasi forma di protezione.

Stava per accadere qualcosa in Lombardia. Per la prima volta qualcuno stava riuscendo a sovvertire una decisione presa dalla giunta regionale. Non una decisione qualsiasi, sia ben chiaro: in palio c’era il posto più prestigioso della sanità lombarda, la credibilità di una decisione politica di chi, da quindici anni, governa nella regione più ricca d’Italia. L’etica pubblica e il rigore morale stavano trionfando lasciando alla porta quelle che, anche solo a livello di possibilità, sembrano essere le infiltrazioni mafiose nel sistema sanitario lombardo. Si riesce ad evitarlo, ma non basta: bisogna dare un segnale più forte. Bisogna fare in modo che chi si sta facendo promotore di tanta voglia di legalità e trasparenza politica capisca che deve rallentare la sua sete di giustizia.

O forse no. Forse tutta questa vicenda non c’entra nulla con la revoca della scorta a Giulio Cavalli. Forse, semplicemente, quel documento della Commissione parlamentare antimafia, che accerta le minacce subite dall’attore, non basta all’Ufficio centrale scorte per tenere impegnati costantemente uomini delle forze dell’ordine che hanno l’obbligo di sorvegliarlo ovunque vada. Forse è uno spreco di soldi quello che lo Stato stava facendo ed è arrivato il momento che quest’attore da quattro soldi che, non si sa come, è riuscito a guadagnarsi i voti dei cittadini per rappresentarli in Consiglio regionale, sia isolato. Anzi, meglio, forse è il caso che qualcuno pensi a un piano anche per delegittimarlo, infangare il suo lavoro, fino a lanciare un segnale chiaro, univoco: vuoi tanto fare il martire? Fallo da solo. E tu, Vincenzo Mandalari, boss della ‘ndrangheta latitante, adesso hai piede libero per soddisfarlo.

Massimo Brugnone
Coordinatore regione Lombardia “Ammazzateci Tutti”


Parabiago, bruciato il negozio del presidente di ‘Sos racket’

Fonte: http://www.milano.repubblica.it

Nuovo attentato contro una delle attività commerciali che fanno capo a Frediano Manzi, teste in alcuni delicati processi come quelli sul racket degli appartamenti e del caro estinto

Uno dei negozi di fiori che fanno parte dell’attività commerciale di Frediano Manzi, presidente dell’associazione ‘Sos racket e usura‘, è bruciato la scorsa notte a Parabiago, nel Milanese. Le cause dell’incendio non sono ancora state accertate dai carabinieri, ma il fatto giunge dopo una serie di episodi di intimidazione puntualmente denunciati da Manzi, che nel settembre del 2009 è stato anche oggetto di un attentato proprio in quel chiosco.

Manzi è stato avvisato alle 4 dai carabinieri intervenuti in via Cavalieri, una strada a ridosso del cimitero. “E’ lo stesso chiosco dove nel settembre del 2009 hanno sparato contro di me – ha commentato Manzi, che è teste in alcuni delicati processi come quelli sul racket degli appartamenti e del caro estinto – Tre settimane fa hanno chiamato nel negozio per ordinare una corona di fiori per me, dieci giorni fa sono stato seguito in auto e mi hanno anche chiamato a casa per dirmi che sapevano che ero arrivato”.

Manzi è attualmente sottoposto a una tutela cosiddetta ‘dinamica’ che prevede il passaggio di pattuglie sotto la sua abitazione e davanti ai suoi negozi. L’associazione di Manzi ha ricevuto solo quest’anno un centinaio di segnalazioni di imprenditori e commercianti che si dicono sottoposti a racket o usura in Lombardia.

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Riporto questa notizia con profondo rammarico. E’ fuor dubbio che l’incessante attività di Frediano Manzi lo sottoponga più di chiunque altro a un attenzione da parte di quegli uomini della ‘ndrangheta e non che ogni giorno il Presidente di “Sos Racket e Usura” contrasta con coraggio e determinazione, fino alle azioni concrete delle denunce che hanno permesso l’arresto di alcuni degli esponenti legati alle organizzazioni criminali. E’ altrettanto fuori da ogni dubbio che sta a noi continuare a tenere alta l’attenzione mediatica su questo tipo di attività per far in modo che Frediano Manzi non venga mai lasciato solo, abbandonato, delegittimato, con il pericolo reale che le minacce nei suoi confronti possano sorpassare il livello delle intimidazioni.

La vigliaccheria che guida nella notte uomini a dar fuoco a un intero esercizio commerciale non può e non deve rimanere impunita. La paura è un sentimento che deve essere provato da chi commette questi atti intimidatori per la risposta dello Stato che, attraverso il lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura, auspico non tardi ad arrivare. Non tarderà il mio personale impegno nel ricordare il lavoro che viene portato avanti da Frediano e chiederne in ogni momento informazione, divulgazione, protezione e giustizia.

Massimo Brugnone
Coordinatore regione Lombardia “Ammazzateci Tutti”

Racket degli alloggi, il pm accusa “Ci sono quartieri senza governo”

Fonte: http://www.milano.repubblica.it

La requisitoria di Sangermano nel processo sul presunto racket delle case popolari a Quarto Oggiaro: “Da quelle parti l’impunità va avanti da vent’anni. De Corato: “I giudici devono aiutarci”

di SANDRO DE RICCARDIS

«Ci sono zone della città lasciate a se stesse. Aree gestite dalla criminalità organizzata che si organizza per fare soldi. Persone che non usano la violenza, ma si avvalgono della forza intimidatoria delle famiglie a cui appartengono, e fanno a gara nell’individuare gli appartamenti da vendere». La requisitoria del pubblico ministero Antonio Sangermano punta alla condanna di tre imputati nel processo sul presunto racket delle case popolari a Quarto Oggiaro, ma è un duro atto d’accusa sulla gestione delle case pubbliche e delle periferie della città. «Il fenomeno delle occupazioni abusive a Milano è un fenomeno della cui esistenza non dubita più nessuno — denuncia il pm — Ci sono sentenze di condanna con riferimento a determinati comprensori, come quella in via Padre Luigi Monti. A Quarto Oggiaro la situazione è identica».

E infatti il pm chiede la condanna a cinque anni e otto mesi per Marco Veniani, quattro anni e dieci mesi per Giorgio Giuseppe De Martino, tre anni e otto mesi per Vincenzo Sannino, accusati di associazione a delinquere. Il primo è ex ispettore della Gefi (uno dei gestori delle case popolari), accusato anche di tentata concussione per aver chiesto favori sessuali in cambio di un occhio di riguardo nelle segnalazioni sugli appartamenti da liberare, mentre gli altri due sono custodi degli immobili di via Pascarella 18 e 20. Veniani, 55 anni, è ritenuto uno degli organizzazioni del «sodalizio criminale» il cui promotore, Gaetano Camassa, nei mesi scorsi ha patteggiato la pena insieme con un quinto imputato, Salvatore Rizzo, che materialmente sfondava le porte degli appartamenti Aler.

Sangermano rende atto al vicesindaco Riccardo De Corato di aver sollevato il problema, parla anche di «un clima di assoluta impunità, in un territorio non governato da nessuno per oltre vent’anni. Voglio sapere, e bisogna domandarlo al Comune, costituito parte civile — ha detto il pm — se ci possono davvero essere cautele quando sono più di vent’anni che vige questo clima di assoluta impunità» ha concluso il pm.
Da Palazzo Marino, De Corato assicura che «il Comune sosterrà sempre l’azione penale contro tutti i clan che cercano di spadroneggiare nei quartieri, come ha fatto contro le famiglie Pesco e Cardinale ricevendo un risarcimento di centomila euro. Dev’essere spezzato il clima di impunità – continua De Corato – molto può fare l’atteggiamento dei giudici, perché fino a un recente passato troppo spesso scattavano le archiviazioni sulla base dello stato di necessità».

Di «distinguere tra occupazioni di necessità e occupazioni dei clan» chiede Stefano Chiappelli, segretario del Sunia, il sindacato inquilini della Cgil. «Una proposta — accusa Chiappelli — che abbiamo fatto ad Aler, Comune e Regione senza avere alcuna risposta. Purtroppo le tante denunce fatte nei quartieri non hanno portato a nessun intervento». A Quarto Oggiaro come a Niguarda, le inchieste della magistratura erano partite dalle denunce di “Sos racket e usura”. «Da allora la situazione è migliorata in alcune strade – dice Frediano Manzi, fondatore dell’associazione – ma in altre, come in via Ciriè, continuano senza alcun contrasto. Proprio in questi giorni ci è stato offerto un alloggio in cambio di denaro in una strada in zona San Siro, segnale che il racket va avanti».

Manzi ha vinto, modifiche alla legge anti-usura

Fonte: http://www.varesenews.it

Il presidente di Sos Racket e e Usura si era tolto cibo, acqua e medicinali per attirare l’attenzione della politica sul problema dell’accesso ai fondi anti-usura. Grazie all’impegno di molte associazioni e di Emanuele Fiano del Pd


La protesta estrema di Frediano Manzi, presidente e fondatore dell’associazione anti-racket Sos Racket e Usura, ha raggiunto il suo scopo. Frediano aveva avviato uno sciopero della fame, della sete e dei medicinali per attirare l’attenzione del governo sul problema dell’accesso ai fondi della legge anti-usura.
Il Governo ieri, giovedì, ha approvato in sede di conversione in legge del decreto 187 sulla sicurezza un ordine del giorno con primo firmatario Emanuele Fiano, Parlamentare del Partito Democratico. Il Governo oggi finalmente si è impegnato ad inserire la norma nella legge sull’usura la N.108/96,che riequilibria alcune abnormità. Potranno accedere ad il fondo nazionale antiusura anche coloro che non sono in possesso di una partita iva. Questa vittoria è un successo epocale che porterà, da ora in avanti, ad un aumento significativo delle denunce di usura, in quanto tutti ora potranno accedere ai fondi. Sarà sicuramente un durissimo colpo alle organizazzioni criminali che, attraverso l’usura e le estorsioni, causano 600.000 vittime ogni anno in Italia. «E’ un successo reso possibile da tutta la società civile che si è mobilitata da quando Frediano Manzi dell’associazione Sos Racket e Usura iniziò nei giorni scorsi uno sciopero della fame della sete per protestare affinchè modificassero la legge» – fa sapere l’associazione Sos racket e Usura in una nota. 

In suo sostegno si è mossa tutta la società civile per sostenere la sua battaglia ed in particolar modo Salvatore Borsellino, che con le Agende Rosse per primi si sono mobilitati. All’appello da lui promosso anno aderito Italia Dei Valori, Giulio Cavalli, la Senatrice Giuliana Carlino, i giovani regionali di IdV, Qui Milano Libera, Il Popolo Viola, il Movimento 5 stelle, Emanuele Fiano del Pd, Claudio Messora, Piero Ricca, il Partito Democratico, il Comune di Cesate, il Comune di Nerviano, l’associazione Sos Italia Libera cn Paolo Bocedi e tantissimi alti. «L’associazione Sos racket e usura è fiera di aver raggiunto questo obbiettivo che è una vittoria per tutte le vittime a cui da ben 18 anni sta gratuitamente dando assistenza» – si legge in chiusura di comunicato.

Chi minaccia Frediano Manzi?

Fonte: http://www.giuliocavalli.net/

Frediano Manzi è uno di quei tipi umani che difficilmente riesce a farsi voler bene dalla politica: parla troppo, scrive nomi e cognomi e spesso finisce per mettere il dito nelle piaghe di una Milano che preferirebbe non sapere. I nemici di Frediano non funzionano per scrivere di epopee mafiose: stanno nell’arroganza di periferia dei Tatone a Quartoggiaro o nelle ciabatte unte dei Pesco-Cardinale e nei polsini bianchi del “cartello” delle pompe funebri milanese che riesce ad avere lo stomaco per pasteggiare anche sui morti. Boss mica buoni per farci una copertina, piuttosto quattro guappi sgarruppati che sembrano non interessare a nessuno. Nonostante loro siano molto interessati a Manzi. Aggiungiamoci anche Frediano non ha imparato in fretta e bene la postura elegante, sempre spettinato e di corsa nel cuore dei quartieri di Milano.
Frediano Manzi (e la sua associazione) non è stato minacciato ieri. Frediano Manzi è stato lasciato solo da un pezzo, supportato solo da qualche volontario e circondato dai politici nel tempo di una telecamera. Ha chiesto una sede e ha ottenuto qualche straccio di comunicato stampa, ha chiesto una mano per distribuire i propri questionari e si è sentito rispondere che bisognava capire quanti voti portassero, ha provocato ed urlato e si è meritato al massimo qualche querela. Frediano Manzi non lamenta minacce dalla mafia, Frediano Manzi è stato lasciato solo dalle istituzioni. Quando l’ho conosciuto qualche anno fa mi sono sempre chiesto chi glielo facesse fare, cosa avesse da guadagnarci. Nulla.
Sai, Frediano, ce lo siamo detti spesso che quello che conta a Milano è essere chic e non rompere alle persone sbagliate. E so benissimo che ormai la lezione non la impari più. Ma non preoccuparti, vedrai che alla fine l’odore di elezioni su Milano trasformerà tutti (da una parte e dall’altra) in paladini in tua difesa almeno fino al ballottaggio. Così almeno riusciremo a non lasciare in pace queste quattro fecce sparse per la città. Almeno fino alla prossima inevitabile parentesi di minacce e solitudine.

Raccolta firme per la chiusura del bar in via Padre Luigi Monti – Milano

Riceviamo e pubblichiamo

www.sos-racket-usura.org tel. 338.75.00.104 – 347.90.34.353

e-mail : f.manzi@sos-racket-usura.org – – comunicazioni@sos-racket-usura.org

fax 02.990.26.691

COMUNICATO STAMPA

MARTEDì 15 Giugno 2010 dalle ore 10.00 alle ore 19.00, l’ associazione sos racket e usura sarà presente con dei propri volontari in via Padre Luigi Monti angolo viale Suzzani, dove inizierà una raccolta di almeno 1000 firme in cui si chiede la chiusura immediata dell’unico bar presente in via Padre Luigi Monti. Le firme saranno consegnate al Questore di Milano, al Prefetto di Milano, al Sindaco di Milano ed all’Asl di competenza. Le motivazioni di questa raccolta di firme ci è stata richiesta dagli abitanti di tutte le vie adiacenti la via Padre Luigi Monti.

Lo scopo dell’associazione è quello di fare chiudere immediatamente per motivi di ordine pubblico e per totale assenza di norme igienico-sanitarie il bar covo di pluripregiudicati e spacciatori. Numerosi sono gli episodi gravi avvenuti in questi ultimi mesi come la sparatoria avvenuta circa un mese fa e la rissa tra 50 extracomunitari di nazionalità rom fuori e all’interno del bar. Inoltre facciamo anche notare che il bagno del bar è usato come doccia pubblica da decine di rom che occupano abusivamente i sottotetti degli stabili di via Padre Luigi Monti, nonché è stato per anni l’ufficio del clan Pesco- Priolo-Cardinale, dove ai suoi tavolini, trattavano la vendita di alloggi di proprietà del Comune di Milano dietro compenso di danaro. Negli ultimi mesi numerosi abitanti residenti nella via vengono continuamente insultati e minacciati quando passano dinanzi al bar. Per questi gravi motivi più volte ci siamo rivolti ai vari esponenti politici che venivano ai nostri presidi affinché si adoperassero verso tutte le istituzioni competenti per far chiudere questo bar della vergogna, e dobbiamo purtroppo constatare che nulla sinora è stato fatto.

Abbiamo ricevuto in questi mesi centinaia di richieste da parte dei residenti delle vie limitrofe affinché ci adoperassimo noi come associazione per fare cessare questo scandalo. Ecco perché la raccolta di firme. Sappiamo che sarà un presidio molto difficile, visto che ogni volta che ci rechiamo nella via Padre Luigi Monti veniamo continuamente insultati e minacciati anche dinanzi alle forze dell’ordine proprio da quei soggetti pluripregiudicati che sostano nel bar della vergogna. È ovvio che non saranno contenti di quello che Martedì inizieremo a fare.

Rivolgiamo quindi un appello a tutti gli organi di informazione di divulgare questa notizia affinché anche da altre zone di Milano tutti possano venire a firmare al nostro presidio.

Milano 13 Giugno 2010

Frediano Manzi

Presidente associazione sos racket e usura.

Case popolari, ragazze madri cacciate ma nessuno sgombera i signori del racket

Fonte: http://www.repubblica.it

I sindacati e l’associazione antiracket  “Sos usura” chiedono interventi anche sui clan
Organizzato un presidio in via Ciriè: “Il quartiere deve vincere la paura della mafia”

di SANDRO DE RICCARDIS

Se cerchi i boss di Niguarda, se cerchi la famiglia Pesco, basta andare in via Val Cismon – uno dei primi palazzoni della via – e suonare il campanello. I Pesco, anche dopo l’operazione della squadra mobile che ha arrestato a novembre Giovanna Pesco, la “signora Gabetti”, sua figlia e il genero, sono sempre lì. Basta cercare il nome sul citofono e suonare.

I Pesco non solo decidono a chi assegnare a caro prezzo gli appartamenti negli stabili popolari, ma li occupano abusivamente loro stessi. Ne hanno quattro in un palazzo di via Val Cismon, e sei nella parallela via Padre Luigi Monti. E quando l’inchiesta della procura gli ha tolto la disponibilità di quelli dove abitavano, loro si sono spostati negli altri locali del loro personale patrimonio — circa venti alloggi — di case popolari a Niguarda. Alcune sono pronte a essere abitate, altre blindate dai lucchetti per custodiscono il vero business dei clan, la droga.

VIDEO Le immagini che hanno fatto scattare l’inchiesta

La storia dei Pesco in un pezzo del quartiere Niguarda, è uguale in ogni periferia della città. Mentre l’Aler va avanti al ritmo di uno sgombero al giorno, le case dei clan non vengono toccate, se non quando sono le forze dell’ordine a procedere a sequestri e arresti. Appena due giorni fa, in via Abbiati, a San Siro — uno dei pochi quartieri dove le occupazioni non sono gestite dalla criminalità organizzata — a essere sfrattata da un alloggio occupato abusivamente è stata una ragazza e la sua bambina di sei anni. La donna, che ha perso il marito in un incidente, era seguita dai servizi sociali. Il Comune le ha offerto un posto in una casa alloggio a Cremona anche se la donna ha a Milano un lavoro da 700 euro al mese e la figlia frequenta le scuole a San Siro.

Quello che non viene toccato dagli sgomberi comunali è il potere delle famiglie locali di mafia, camorra e ‘ndrangheta. Ancora al Niguarda, dieci appartamenti in due stabili di largo Rapallo, sono nella diretta disponibilità dei Feola, famiglia napoletana che ne gestisce una trentina. In quattro palazzi di via Ciriè e in uno in via Racconigi le famiglie pugliesi dei Carella e dei Di Nuzzi occupano personalmente dieci appartamenti tra le due vie — hanno anche la luce allacciata abusivamente — ma ne controllano circa 70. Nel quartiere tutti lo sanno: basta andare in un bar di via Moncalieri per chiedere una casa. Servono duemila euro per entrare. Qui i clan sostituiscono l’Aler anche nella riscossione degli affitti: dagli extracomunitari che vivono in sette o otto per appartamento, pretendono ogni mese 300 euro ciascuno. Un business enorme.

«Dal 2005 gli stabili di via Ciriè hanno un unico amministratore che ha fatto solo denunce generiche di spaccio — accusa da tempo Frediano Manzi, fondatore di Sos Racket e Usura, che con le sue denunce ha dato il via a diverse inchieste contro i clan nei quartieri —  Della stessa società di amministratori di condomini è stata socia fino al 2006 la moglie, che è una funzionaria dell’Aler». Documentazioni che Manzi ha già portato in questura. Come l’ultima denuncia, ieri pomeriggio: un video di 50 minuti in cui una inquilina di Quarto Oggiaro racconta di un altro ispettore della Gefi — dopo quello arrestato pochi giorni fa — che chiede sesso per evitare sgomberi, d’accordo con alcune portinaie.

Per distrazione o connivenza di chi dovrebbe controllare, i clan gestiscono il racket indisturbati. Al Giambellino, in via Vespri Siciliani, 28 appartamenti su 30 di uno stabile sono controllati dai Grimaldi, famiglia di calabresi che assegnano le case Aler tra via Bellini, Vespri Siciliani e Bruzzesi. In via dei Cinquecento, al Corvetto — dove venerdì scorso, è stata sgomberata una donna coi suoi figli di uno e sei anni — il mercato delle occupazioni è affare degli Schettino (napoletani) e dei Dapone (pugliesi), che oltre ad avere occupato in vent’anni 15 appartamenti controllano persino le occupazioni delle cantine: le affittano agli spacciatori maghrebini per duemila euro. A Quarto Oggiaro, i Tatone (casertani) e i Carvelli (crotonesi) hanno la disponibilità diretta di tre appartamenti in via Capuana e uno in via Pascarella.

I clan hanno ville fuori città, appartamenti sparsi tra l’hinterland e il centro, ma scelgono di restare nel quartiere per controllare il territorio, gestire il traffico di droga, dare case ai soldati del proprio esercito. «Una politica di sgomberi che intervenga sui potenti prima che sulla povera gente serve a sradicare il controllo criminale dei clan nei quartieri — dice Carmela Rozza, consigliere comunale del Pd — A Niguarda invece lo spaccio è in aumento, così come le occupazioni abusive a Quarto Oggiaro. La strada dev’essere chiara: Aler e Comune devono scacciare i delinquenti e assegnare le cinquemila case vuote».

Questo chiederanno di nuovo i residenti e le associazioni al presidio di Sos Racket in via Ciriè 1. Una settimana fa, in via Padre Luigi Monti, la parte onesta dei caseggiati ha avuto il coraggio di compilare decine di questionari, sfidando gli uomini dei clan, fermi a controllare dal marciapiede opposto. Ora gli organizzatori sperano che anche oggi il quartiere vinca la paura e scenda in strada contro la mafia delle occupazioni abusive.

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