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Da Mora alla Moratti, tutti gli affari del boss Fidanzati, il re della Movida

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

di Mario Portanova

Emergono nomi eccellenti nell’inchiesta che ha portato al sequestro di noti locali milanesi come il Luminal e il Cafè Solaire. I presunti prestanome del trafficante di droga erano in rapporti d’affari anche con Eataly, Amaro Lucano e con un’azienda della Compagnia delle opere

Avevano le mani in pasta in molti grandi affari gli uomini di Guglielmo Fidanzati, trafficante di droga e figlio del boss di Cosa nostra Gaetano, a cui la Guardia di finanza di Milano ha sequestrato oggi beni per 15 milioni di euro, compresi locali di grido della movida cittadina come il Luminol, il Café Solaire, il ristorante Moscati e, fino al 2009, la notissima discoteca Shocking Club. Con Fidanzati, sono indagate cinque persone accusate di associazione per delinquere finalizzata all’intestazione fittizia di beni. Tutti pregiudicati.

Dagli atti dell’indagine emerge il nome di Lele Mora, l’agente televisivo con libero accesso a Villa Berlusconi ad Arcore, indicato da una testimone come “socio occulto” di Guglielmo Fidanzati. Uno degli indagati, Michele Cilla, viene direttamente interessato all’organizzazione di una festa di Letizia Moratti nell’ultima campagna elettorale, alla discoteca Luminal. Una delle società sequestrate, la Witamine srl, è in trattativa d’affari con Oscar Farinetti, il patron di Eataly, il grande emporio della gastronomia italiana aperto di fronte al Lingotto di Torino. E da settembre, gli uomini del boss progettavano di dare in gestione il Luminol a una società della Compagnia delle Opere.

L’inchiesta rivela un giro vorticoso di compravendite, cambi di gestione, società intestate a prestanome: così, secondo l’accusa, Fidanzati junior – classe 1958, attualmente detenuto per traffico di droga – riciclava in modo occulto i proventi della cocaina. Sullo sfondo, i rapporti complicati con la ‘ndrangheta, altro grande gestore delle notti milanesi, come dimostra l’inchiesta del marzo scorso contro il clan capitanato da un altro boss storico, Pepé Flachi.

E’ una delle principali testimoni a tirare in ballo Mora: “Guglielmo Fidanzati è socio occulto in diversi locali tra cui lo Shocking, il Papaya, il Café Solaire, e il Borgo Karma con Lele Mora”, ha messo a verbale. Il “Borgo dei sensi – Il karma” è una sontuosa discoteca in zona Corvetto a Milano. Mora, continua la testimone, “mi è stato presentato da Vittorio Scalmana”. Scalmana, indicato come terzo socio occulto del locale, è un altro imprenditore coinvolto nelle operazioni del gruppo (non indagato). Mora, attualmente detenuto per bancarotta fraudolenta, sarebbe stato anche interessato al café Solaire e allo Shocking, nonché protagonista “di un vorticoso giro di assegni e cambiali” con alcuni degli indagati. Mora viene nominato più volte nelle conversazioni intercettate, e alcuni personaggi del giro sembrano vantare crediti nei suoi confronti

Il 3 maggio 2011, in piena campagna elettorale per la corsa a sindaco di Milano, Cilla riceve una telefonata che chiede “il Luminal dalle 23 in poi, andranno circa cento persone con i candidati e ci sarà anche Letizia Moratti”. Si parla anche di un assegno che l’uomo di Fidanzati dovrebbe pagare “a quello che ha stampato i volantini”. La conversazione, poi, vira su altri affari che il gruppo ha in ballo.

L’ormai ex sindaco di Milano è citato una seconda volta, a proposito di Roberto Manzoni detto Bobo, che non risulta indagato, ma è descritto dagli investigatori come un “socio occulto” del ristorante Moscati finito sotto sequestro. Manzoni gestiva anche il Bar Bianco all’interno del Parco Sempione. Con la sua società Art Living World srl, scrivono i finanzieri “era stato incaricato dal sindaco Letizia Moratti della realizzazione di un edificio a New York che avrebbe avuto spazi espositivi, libreria, bistrot, ristoranti e che sarebbe stato una sede prestigiosa per la Triennale in America”. Un progetto finito in niente “per l’eccessivo costo”.

Negli stessi giorni, il giro finito sotto inchiesta cerca di allargare i propri affari con la società Witamine. E’ sempre Cilla che, conversando con un certo Nando, afferma di aver parlato di un contrratto di promozione e pubblicità con “la proprietà dell’amaro Lucano” e con Oscar Farinetti, all’epoca in vacanza in barca, a propsito di “un mandato di seguire Eataly”, a quanto si capisce sempre dal punto di vista promozionale.

E’ invece Ruggiero Paolillo, secondo l’accusa l’altro pilastro del sistema Fidanzati, a parlare al telefono del futuro del Luminal: da settembre 2011, dice, si chiamerà Super Club e sarà affidato a Dario Sepe dell’agenzia Alon Contract. L’azienda risulta iscritta alla Compagnia delle Opere, il braccio economico di Comunione e Liberazione.

L’inchiesta del Nucleo di polizia tributaria di Milano, coordinata dai pm della Direzione distrettuale antimafia Ester Nocera e Giovanni Narbone, conferma la pesante infiltrazione mafiosa nella vita notturna milanese, con relativo sottofondo di estorsioni, usura, proposte di “protezione” che non si possono rifiutare, tavolate di gente che ordina da bere “con i piedi sul tavolo” e non paga mai. Oltre ai locali sequestrati, emergono tanti altri nomi di ristoranti e discoteche finiti nel mirino dei clan. Le carte citano il ristorante Ricci e il Ricci Light Café, storici ritrovi in zona Stazione centrale a lungo gestiti da Francesco Stretti, caduto in difficoltà economiche e poi deceduto.

Nella ricostruzione degli investigatori, il Ricci Light Café è finito nelle mani di Nunziato Mandalari, arrestato l’anno scorso nell’operazione Infinito con l’accusa di essere un personaggio di spicco del “locale” di ‘ndrangheta di Bollate, alle porte di Milano. Nell’aprile del 2009, Mandalari ha ceduto l’attività per 398 mila euro a Pietro Conversano, indicato come uomo di Fidanzati. Quanto al ristorante, Stretti lo ha passato direttamente a Conversano non riuscendo a saldare i debiti relativi ad alcune forniture alimentari. Ritorna anche il nome del ristorante Malastrana Rossa, vicino all’Arena, dove Guglielmo Fidanzati risultava dipendente fino al momento dell’arresto per droga, il 16 aprile scorso.

Proprio il fatto che gli indagati gestissero di fatto business da decine di migliaia di euro al mese, incompatibili con i loro redditi dichiarati, è l’elemento base che ha fatto scattare le indagini sfociate nel sequestro.

Sigilli a Shocking Club e Cafè Solaire: proprietà di un boss della mafia

Fonte: http://www.milano.corriere.it

Le discoteche e i bar erano intestati a prestanome, ma in realtà appartenevano a un pregiudicato palermitano

MILANO – Sigilli a Shocking Club e Cafè Solaire, due notissimi locali della movida milanese. Le Fiamme gialle hanno scoperto che erano legati all’attività di Guglielmo Fidanzati, figlio del boss mafioso Gaetano, arrestato nei mesi scorsi per traffico di stupefacenti. In pratica, gli investigatori hanno rilevato una sproporzione tra quanto dichiarato al fisco dagli svariati prestanome a cui erano intestate le società e la possibilità da parte degli stessi di acquistarle. Da qui il sequestro che ha riguardato la società Luminal, che gestì il locale Shocking Club fino al 2009, e il Cafè Solaire che fu attivo per qualche tempo anche all’Idroscalo di Milano. I sequestri sono stati emessi dal gip di Milano Fabrizio D’Arcangelo. L’attività si è concentrata sulla figura di Guglielmo Fidanzati, noto pregiudicato palermitano operante su Milano, arrestato lo scorso 16 aprile per traffico di stupefacenti, e ha avuto ad oggetto la ricostruzione dei patrimoni accumulati nel tempo e l’esatta portata delle infiltrazioni dell’organizzazione nel tessuto economico milanese.

I PRESTANOME – Con le indagini delle Fiamme Gialle – coordinate dai pm Ester Nocera e Giovanni Narbone della Direzione Distrettuale Antimafia – è stato possibile scoprire che Fidanzati, proprio per sfuggire ad eventuali sequestri, aveva affidato la titolarità o la gestione di bar e discoteche (attività commerciali nelle quali aveva investito i ricavi dei suoi proventi illeciti) a collaboratori prestanome (chiamati «discepoli»). Sono state denunciate 13 persone per associazione a delinquere finalizzata all’intestazione fittizia di beni.

15 MILIONI DI EURO – Le analisi finanziarie e patrimoniali dei finanzieri – che hanno tratto spunto anche da indagini della Polizia e dei Carabinieri – hanno permesso di superare la formale intestazione dei beni e di segnalare i beni da sottoporre a sequestro. Si tratta, in particolare, delle quote e dei complessi aziendali di 14 società, attraverso le quali gli indagati hanno gestito bar, ristoranti e discoteche nella città di Milano. Sono state sequestrati anche due immobili e alcune auto. Il valore complessivo dei beni sequestrati ammonta a circa 15 milioni di euro.

Redazione online
04 agosto 2011 12:16

‘Ndrangheta, una storia milanese

Fonte: http://www.milano.corriere.it

DOPO I RECENTI ARRESTI, RICOSTRUITI QUARANT’ANI DI INFILTRAZIONI E MALAFFARE

Nel regno di Cosa nostra, dadi, affari e donnine
Poi arrivarono i «silenziosi» calabresi. E la politica

MILANO – L’inchiesta che ha squinternato la ‘ndrangheta in regione e condotto sul proscenio gl’insospettabili reggicode racconta come sia cambiato in vent’anni il sistema di potere nel Paese: dal mondo dell’impresa al mondo della politica. All’epoca del dominio mafioso, dal ’70 al ’90, nessuno si curava degli amministratori, al massimo Turatello ed Epaminonda li facevano entrare gratis nei club sottoposti all’organizzazione, le prede ambite erano i padroni delle ferriere. Oggi gli ambasciatori delle ‘ndrine cercano assessori, sindaci, consiglieri comunali. La mafia aveva occhi solo per il «privato», sicura che il «pubblico» sarebbe venuto al traino; la ‘ndrangheta s’interessa soltanto del «pubblico» quale unico dispensatore di prebende e appalti: le aziende coinvolte sono padane nella forma, calabresi nella sostanza. Nel ’74 fece scalpore che nell’agenda di Luciano Leggio – all’epoca capo di Riina, di Provenzano, di Bagarella – fosse rinvenuto il numero telefonico riservato di Ugo De Luca, direttore generale del Banco di Milano. Le intercettazioni e i verbali recenti parlano di direttori sanitari, dirigenti di ospedali, coordinatori di consorzi e società municipali.

La scoperta della cuccagna comincia con Peppe Genco Russo, «capofamiglia» di Mussomeli, inviato, nel ’64, in soggiorno obbligato in Lombardia. Lo ritengono l’erede di Calogero Vizzini, la cui fama si lega a un incontro con Montanelli pubblicato dal Corriere all’inizio degli Anni Cinquanta. I due sono, però, troppo provinciali, vivevano nel vallone nisseno, per essere alla testa di Cosa Nostra. Destinato a Lovere, non ancora toccata dal benessere e dalla popolarità del turismo sul lago d’Iseo, Genco Russo viene trattato da giornali e televisione come quel numero uno che mai è stato. E grande stupore manifestano gli abitanti della zona nello scoprire non solo l’esistenza della mafia, ma che il vecchietto tanto malandato in salute quanto gentile e manieroso ha tre metri di fedina penale con abbondanza di omicidi, estorsioni, violenze d’ogni tipo.

Un’opinione pubblica ancora sconvolta dal massacro di sette militari a Ciaculli con una Giulietta piena di esplosivo pretende una reazione, che lo Stato è incapace di produrre nei tribunali. Allora fioccano i soggiorni obbligati, resi inutili dall’irrompere della teleselezione telefonica. Così nell’hinterland milanese arrivano i Ciulla, i Guzzardi, i Carollo, Gerlando Alberti. A Milano, dove ancora ricordano il cinematografico agguato per uccidere Angelo La Barbera in viale Regina Giovanna, si stabilisce addirittura Leggio in fuga dal divieto di Badalamenti di effettuare sequestri di persona in Sicilia. I rapimenti di Torelli, di Rossi di Montelera, di Barone scatenano il terrore tra i re di denari: ciascuno cerca un palermitano di riferimento, cui affidare l’incolumità della propria famiglia. È il periodo in cui Dell’Utri piazza Vittorio Mangano nella villa di Berlusconi ad Arcore.
Attorno a Leggio si muovono e prosperano Nino Grado, Ignazio e Giovanbattista Pullarà, Simone Filippone, Salvatore Di Maio, Pippo e Alfredo Bono, Robertino Enea, Ugo Martello, Gino Martello, Gioacchino Matranga, Gaetano Fidanzati. Tra ippodromi, bische, night sbocciano conoscenze e amicizie impossibili. Tutti insieme appassionatamente fino alla sera in cui gli sgherri di Turatello rifilano un ceffone ad Alfredo Bono: l’onta sarà lavata anni dopo con lo sventramento in galera di Francis «faccia d’angelo».

In quella Milano piena di tavoli di chemin de fer e di dadi, di donne disponibili e di champagne i mafiosi ci sguazzano a tal punto da rifiutare la creazione di una «famiglia» per non dover prendere ordini da Palermo. Le basi sono dapprima le enoteche dei Pullarà al Giambellino e in viale Umbria, poi l’ufficetto di via Larga a un passo dall’appartamento in cui aveva abitato Joe Adonis, al rientro in Italia. Milano diviene la capitale economica di Cosa Nostra: a Palermo si corrompe, si trama, si traffica, si ammazza, ma senza le complicità eccellenti degli insospettabili industriali, banchieri e finanzieri allocati sotto la Madonnina le «famiglie» non potrebbero moltiplicare per mille e riciclare i proventi delle proprie malefatte.

Le inchieste dell’83 e del ’90 svelano nomi, interessi, complicità. L’arresto dell’oscuro ragioniere Pino Lottusi, secondo Borsellino regista del più importante business planetario del decennio, segna l’inizio della fine. Cosa Nostra è costretta a battere in ritirata. Le subentra la ‘ndrangheta. A spingerla verso la Lombardia sono state le confidenze in carcere di Leggio a Mammoliti. La gestione dell’Ortomercato di Milano testimonia il passaggio di consegne, il rovesciamento dei ruoli tra chi aveva recitato da protagonista e chi da comprimario. Cambiano le regole e gli atteggiamenti. I boss giunti da Palermo si comportavano come bambini capricciosi al parco giochi: erano eccitati da Milano, non degnavano di uno sguardo il resto a eccezione di Como, importante per la vicina frontiera con la Svizzera, e del casinò di Campione. Che differenza con i silenziosi successori, lontani da ogni sfoggio ed esibizionismo, però capaci di stendere una micidiale tela d’interessi sull’intera regione. Sono i collaudati metodi che hanno consentito d’installarsi nei cinque Continenti e di trasformarsi in una inarrestabile macchina di soldi e di corruzione.

 

Alfio Caruso
27 ottobre 2010

Preso con dieci chili di droga in casa. Arrestato Carletto Testa, ras di via Flaming coinvolto nell’omicidio del figlio di un boss della ‘ndrangheta

Fonte: http://www.milanomafia.com

Il fermo è avvenuto due giorni fa. Per lui l’accusa è quella di spaccio di droga. Nome noto alle cronaca, Carlo Testa è uno degli uomini di punta della curva milanista, in rapporti d’affari con Giancarlo Lombardi, capo del gruppo Guerri ultras oggi imputato per la tentata estorsione al Milan

Il fatto

Carlo Testa è stato fermato in via Mac Mahon nella casa della sua donna. Nell’appartamento, gli agenti del commissariato di Quarto Oggiaro hanno trovato due chili di hashish. Altri dieci sono stati scoperti nel garage del fornitore marocchino.

Anni fa Carlo Testa era stato coinvolto nell’omicidio di Rocco Lo Faro, figlio naturale di Santo Pasquale Morabito, boss della ‘ndrangheta, arrestato negli anni Novanta durante l’operazione Fior di Loto.

Milano, 31 maggio 2010 – Due chili di droga li hanno trovati nell’appartamento di sua moglie in via Mac Mahon, altri dieci nel garage del proprio fornitore, un giovane marocchino. Un bel colpo per gli uomini del commissariato di Quarto Oggiaro che due giorni fa in quella casa ci sono arrivati grazie a una soffiata. Vicenda ancora più interessante se a finire a San Vittore è uno come Carlo Testa, nome stranoto alle cronache giudiziarie per essere stato coinvolto (e poi prosciolto) nell’inchiesta della Dda milanese sull’omicidio di Rocco Lo Faro, figlio naturale del boss della ‘ndrangheta Santo Pasquale Morabito. Delitto, si disse, maturato nel mondo oscuro delle discoteche tra giri di droga e strane società di buttafuori. La vicenda si consumò fuori dal locale Scream di via Porta Tenaglia il 23 febbraio 1996. Pieno centro di Milano, a cadere sotto i colpi di due killer, oltre a Lo Faro, Johnny Rosselli, giovane sbandato che abitava nelle case popolari di Ponte Lambro. In primo grado Carlo Testa fu condannato a trent’anni. Il pm Laura Barbaini lo accusava di essere il mandante della sparatoria assieme a Igino Panaya, calabrese di Scandale e narcotrafficante in busta paga alle cosche della ‘ndrangheta. In appello i due furono scagionati “per non aver commesso il fatto” e restituiti al loro regno: le case popolari di via Fleming in zona San Siro. Questo da sempre il territorio di Carletto Testa, personaggio di punta anche della curva milanista. E non solo: visto che negli affari della malavita curvaiola lui giocherebbe un ruolo di mediatore con il ras Giancarlo Sandokan Lombardi, oggi a processo per il caso della tentata estorsione al Milan.
In questa storia di droga si annidano molti segreti della Milano criminale. Sì perché oltre a Igino Panaya, attualmente libero, la vicenda di Carlo Testa riporta alla luce segreti inconfessabili. Come quella foto di lui assieme al presidente del Milan nel tunnel che dal campo di San Siro porta agli spogliatoi. E’ calcio nerissimo anche quello che si respira in un bar vicino a via Karl Marx e dove Carletto Testa vive una vita da protagonista. Almeno fino a quando, in una brutta notte di qualche anno fa, non compare Giancarlo Lomabardi, origini napoletane, ma radici ben piantate nel cemento armato di viale Ungheria. Con Testa a quell’ora nel locale ci sono poche persone, tra loro alcuni capi storici della curva rossonera. Quando arriva Lombardi non è solo, ma in compagnia di un tipo robusto con la passione per le armi e il poker. Si chiama Loris Grancini e la Squadra mobile di Milano lo ritiene personaggio vicino sia ai clan siciliani sia a quelli calabresi. Nel 2006, Grancini verrà coinvolto nel ferimento di un tifoso juventino avvenuto nella zona di via Venini. I due gruppi si affrontano a muso duro. Lombardi, spalleggiato da Grancini, pretende un posto in curva (lo avrà). Testa non ci sta: “Chi cazzo siete? Questa è zona mia”. Solo più tardi si accorgerà di un’ auto scura che si aggira nei dintorni e dalla quale due tizi scenderanno con un cartone pieno di armi.
Eppure Testa si riprenderà la sua rivincita qualche anno dopo, quando nello stesso bar, le famiglie mafiose di Milano, convocheranno Lombardi perché chiarisca la sparizione di 700.000 euro guadagnati con i biglietti della finale di Atene 2007 tra Milan e Liverpool. A quell’incontro saranno presenti anche uomini legati al superboss di Cosa Nostra Gaetano Fidanzati. Chi c’era racconta di un Lombardi pesantemente “redarguito” dallo stesso Testa. (dm)

Matranga arrestato al Corvetto da latitante. Con Luigi Bonanno aveva organizzato l’importanza di due tonnellate di cocaina dalla Colombia

Fonte: http://www.milanomafia.com

Gioacchino Matranga, detto il Gianni, è stato arrestato la sera di San Silvestro in piazzale Ferrara al Corvetto. Addosso aveva documenti falsi. Con lui in macchina, un uomo di origini colombiane.

Il fratello

Pietro Matranga, fratello di Gioacchino, è latitante da ottobre. Pure lui, evaso dagli arresti domiciliari
Attualmente, Pietro Matranga, starebbe passando la latitanza in Spagna. Su di lui una condanna per
traffico internazionale di droga
Nel 2000 viene arrestato dai carabinieri di Ventimiglia ad
Assago. In macchina ha sei chili di cocaina.
Nel 2005 viene coinvolto in un inchiesta della Dia sul riciclaggio. Il suo nome compare assieme a quello del calabrese
Stefano Polito, boss della ‘ndrangheta legato al clan Mancuso-Pesce. Nel 1991 viene arrestato a Miami, pochi giorni prima di inviare in Italia un carico di 400 chili di cocaina

Milano, 1 gennaio 2010 – Una volta, anni fa, comparve nel corridoio del Tribunale di Milano in giacca verde, capelli biondo ossigenati e scarpe di pelle a punta. Il suo arrivo creò scompiglio, tanto che un altro processo venne sospeso. Lui, imputato per traffico internazionale di droga, ebbe la precedenza. Perché in quel campo Gioacchino Matranga (nella foto), per tutti il Gianni, un maestro lo è da sempre.

Originiario di Piana degli Albanesi, sessantacinque anni da compiere il prossimo 23 settembre, Matranga è stato arrestato la sera dell’ultimo dell’anno in piazzale Ferrara al Corvetto. Era a bordo di una Panda con lui, alla guida, un uomo di origini colombiane. Il Gianni è stato bloccato da latitante, dopo che il 26 ottobre aveva lasciato gli arresti domiciliari della sua casa di via Repubblica 17/B a San Giuliano Milanese. Ancora uccel di bosco, invece, suo fratello Pietro, scomaparso anche lui, alla fine dello scorso ottobre.

La vicenda di Matranga porta di nuovo al centro dell’attenzione il quartiere del Corvetto, luogo d’elezione per Cosa nostra. Da sempre regno dell’ex superlatitante Gaetano Fidanzati (arrestato il 5 dicembre 2009), in passato ospitò la latitanza di un corleonese doc come Giuseppe Piddu Madonia. Qui era di casa lo stesso Gianni. Quando ci arrivava da San Giuliano Milanese, aveva sempre un indirizzo fisso, il bar La rosa blu di via San Dionigi, a due passi da piazzale Ferrara. Il locale è di proprietà del palermitano Pietro D’Amico, arrestato l’aprile scorso in un’inchiesta di droga coordinata dall’allora pm Ilda Boccassini. Da sempre questo locale viene ritenuto dagli investigatori “il centro operativo del gruppo delinquenziale e punto di riferimento del gruppo malavitoso dei fratelli Matranga”. Non a caso, con Matranga costretto ai domiciliari, a quell’indirizzio si è fatta vedere quasi quotidianamente la moglie.

Gioacchno Matranga arriva a Milano sul finire degli anni Settanta. Quasi subito viene coinvolto in diversi processi. Non è solo ma in compagnia del gotha mafiosa da Michele Greco, detto il Papa, fino a Tommaso Buscetta. Sarà proprio don Masino a fare il suo nome durante il maxiprocesso. In una vecchia nota della Squadra mobile si legge: “Gioacchino Matranga personaggio di elevato spessore criminale, inserito sin dagli anni ’80 negli ambienti mafiosi di cosa nostra”. Gioacchino Matranga, qui a Milano, è molto legato a Giuseppe Porto, detto il cinese, personaggio palermitano di cui Milanomafia.com ha già ampiamente parlato soprattutto per i suoi legami con le figlie di Vittorio Mangano. Secondo un pentito “Matranga è il padrino di Pino Porto”. Gli ultimi incontri risalgono al 2006. Porto assieme a Luigi Bonanno va a trovarlo nella sua casa di San Giuliano Milanese. In quell’ocasione, i tre parlano di un carico di 2000 chili di cocaina da importare dalla Colombia attraverso un container di 12 metri.

Nel 1999 viene arrestato dai carabinieri per aver importato in Italia 400 chili di cocaina. In carcere assieme al Gianni finisce anche l’avvocato Natale Montanari. Poi, nel 2005 il Tribunale di Sorveglianza di Milano gli concede i domiciliari nella sua casa di San Giuliano Milanese. Poi nel 2006, l’ordinanza del Tribunale lo riporta in carcere. Prima a Lodi e poi a Opera. Un ulteriore aggravamento della sua situazione di saluta gli ridà i domiciliari. Da oggi, però, il Gianni ritorna in prigione. Per lui il fine pena è 2027. (dm)

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