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“Lotta alle mafie” come narrazione collettiva

Al via la festa di Varesenews

Nel link il programma completo della festa del quotidiano on line “Varesenews” dove saremo presenti con un banchetto informativo. Di seguito un assaggio del programma:

VENERDI’ 2 SETTEMBRE

18.15 Un grande paese
L’Italia tra vent’anni e chi la cambierà.

Nell’incontro con Luca Sofri, direttore de Il Post, si parlerà dell’Italia, di Internet, di giornalismo e tanto altro.

Il Post è nato nell’aprile del 2010 rifacendosi ad alcune esperienze di giornalismo online americane. L’ambizione del nuovo media è quella di “introdurre di più internet nel sistema dell’informazione italiana, migliorare la qualità e l’affidabilità delle news e del giornalismo, rivedere le gerarchie delle notizie a cui siamo abituati, raccontare cose interessanti e che cambiano il mondo”

Luca Sofri è blogger, giornalista, conduttore televisivo, direttore di giornale e molto altro ancora. Classe 1964, toscano di Massa è marito di Daria Bignardi. Attualmente, oltre a dirigere “Il Post” è anche collaboratore di diversi quotidiani e riviste; ha lavorato anche in radio e ha condotto con Giuliano Ferrara la trasmissione “Otto e Mezzo”, su La7.

SABATO 3 SETTEMBRE

21.00 VALLANZASKA in concerto

Nato nel giorno di San Valentino del 1991, Vallanzaska è un gruppo storico dello ska italiano. La loro carriera inizia nel 1993 quando pubblicano il primo Ep e iniziano a girare i palcoscenici di tutta Italia. Il primo vero disco è “Otto etti di ottagoni netti” datato 1995 e ristampato nel 2000. Negli anni successivi si fanno apprezzare con l’album “Cheope” raggiungono un successo che non li abbandonerà più. Si riconfermano con “Ancora una fetta”, album che li porta anche all’estero. Dopo “Cose spaventose” che è uscito il 19 maggio 2007, l’ultimo disco “I Porn” è in vendita da marzo 2010. Il nome Vallanzaska deriva dal criminale italiano Renato Vallanzasca. Il gruppo è formato da La Dava, Lucius, Skandi, Vanny, Spekkio, Bini e Piras.


DOMENICA 4 SETTEMBRE

18.15 Unità d’Italia, questa sconosciuta

Aldo Cazzullo interroga alcuni sindaci della provincia di Varese sull’unità d’Italia. Saranno presenti: Attiilo Fontana (Varese), Luigi Farioli (Busto Arsizio), Edoardo Guenzani (Gallarate), Luciano Porro (Saronno).

La cricca di Gallarate: una storia dolce-amara

Fonte: www.vulcanostatale.it

Ricostruzione delle vicende legate al processo Lolita, che vede accusati di concussione e truffa l’ex-capo dell’ufficio tecnico del comune di Gallarate Luigi Bossi, la compagna e architetto Federica Motta e l’ex-presidente dell’Ordine degli architetti Riccardo Papa: la “cricca gallaratese”.

Oscillanti e tintinnanti. E’ così che l’immaginario collettivo vede le manette quando si muovono appese alla cintura di un poliziotto o di un carabiniere. Hanno un sapore amaro le manette: un sapore aspro per chi se le vede scattare ai polsi, dolce per la società che vede in quel momento l’inizio di un riscatto di giustizia. Non doveva vederla così l’allora capo dell’ufficio tecnico all’urbanistica del comune di Gallarate Luigi Bossi quando gli toccò assaporare quell’amaro in bocca insieme alla sua compagna: l’architetto Federica Motta. Era il 26 maggio del 2008 e l’accusa era concussione per aver imposto ad imprenditori e costruttori, che volevano vedere le proprie pratiche approvate dall’ufficio urbanistica, di far apporre la firma della Motta.

Nemmeno per la città di Gallarate ed i suoi rappresentanti in comune e nell’ordine degli architetti deve essere stato dolce quel sapore di manette. Pochi giorni dopo Bossi e la Motta vengono sospesi dall’ordine su decisione del Presidente Riccardo Papa. Uno scatto d’orgoglio? Forse una moralità d’intenti che vuole essere dimostrata? Niente di tutto questo. Papa ci tiene a precisare che la sospensione non è un atto politico, ma è semplicemente motivata dall’impossibilità di esercitare la professione mentre si soggiorna in carcere: un atto dovuto. Qualsiasi fosse la motivazione non riuscì comunque a dolcificargli abbastanza il palato, ci pensarono le manette scattate ai polsi di Riccardo Papa il 9 ottobre successivo a rendere di nuovo amara questa storia. Il Presidente dell’ordine degli architetti venne sospettato di aver favorito proprio alcuni appalti e progetti firmati dalla Motta, spingendo alcuni imprenditori a dare lavoro alla donna. Un pizzico di pepe lo aggiunge la posizione che Papa ricopriva qualeconsulente per la redazione del Pgt di Gallarate e che vede la sua firma legata a quella della Motta sul progetto di apertura del centro commerciale «Expert»: truffa e falso ideologico per aver firmato certificazioni che diminuivano la superficie calpestabile del centro commerciale, determinando una quantificazione al ribasso degli oneri dovuti al comune l’accusa della Procura di Busto Arsizio.

Se non si può sperare nell’ordine degli architetti, è il comune che torna a rendere dolce la storia di quella che sembra una cricca a dimensione gallaratese. Nel febbraio 2009 il sindaco Nicola Mucci decide che il comune debba costituirsi parte civile nel processo Bossi-Motta in quanto parte offesa. E sarà per quest’offesa che circa un mese dopo Luigi Bossi, nel frattempo scarcerato per il venir meno delle esigenze cautelari, viene reintegrato nel personale in qualità di coordinatore dell’ufficio tecnico del traffico. La legge prevedeva tre possibilità: il licenziamento in tronco, il mantenimento nel ruolo precedentemente occupato con lo stipendio decurtato del 50 per cento o lo spostamento ad altra mansione.
Gallarate parte civile, faccia lavata, naso otturato, bocca amara.

È di nuovo estate nel 2009 a Gallarate e forse è la stagione che rende amare le strade deserte. È il 20 luglio quando un avviso di garanzia colpisce Nino Caianiello, Presidente di Amsc, azienda di servizi del comune di Gallarate e uomo di punta del Pdl provinciale: questa volta l’accusa è di peculato per aver fatto uso privato del cellulare dell’azienda. La giustizia ha già fatto i suoi primi passi e nel giugno scorso è arrivata la condanna ad un anno e 4 mesi con annessa interdizione dai pubblici uffici. Ma è qualcos’altro ciò su cui questa vicenda sposta l’attenzione in quella fin troppo calda estate del 2009: torna a galla una vecchia vicenda del 2005, in cui un avviso di garanzia aveva colpito lo stesso Caianello e l’architetto Michele Miano per aver intascato sotto banco 400mila euro: concorso in concussione nei confronti del costruttore Leonida Paggiaro. Lo stesso Paggiaro che avrebbe consegnato nel 2006 una mazzetta da 10mila euro e nel 2003 regalato un orologio Cartier d’oro, attraverso la propria moglie, a Luigi Bossi, oltre ad aver assunto Federica Motta come propria progettista. Vicenda per cui sia Bossi che la Motta sono stati rinviati a giudizio.

Uno strano intreccio quello che lega Bossi, la Motta, Caianello e Paggiaro. Una Gallarate che cresce e un’altra che manovra. Nel frattempo la giustizia fa il suo corso, le udienze si susseguono e le corti ci daranno risposta. La politica, invece, la sua risposta ce l’ha già data: Luigi Bossi è stato trasferito a Somma Lombardo. Nell’aprile 2010 si è liberato un posto proprio nell’ufficio all’urbanistica. Poco importano le accuse nei confronti della presunta cricca gallaratese che lavorava all’interno dei corrispondenti uffici, secondo il sindaco di Somma Lombardo Giulio Colombo l’ex dirigente ha tutte le carte in regola per svolgere con competenza il suo lavoro: «sono state tre fondamentali caratteristiche che ci hanno spinto a scegliere Bossi: la sua indiscussa professionalità; la sua conoscenza del territorio sommese, dato che Bossi è stato assessore a Somma diversi anni fa; e la conoscenza personale che vi è fra me e lui: avendo studiato insieme ci conosciamo molto bene».
Gallarate parte civile, faccia lavata, naso otturato, Somma Lombardo complice, bocca, quella dei cittadini, ancora amara.

Massimo Brugnone

Foto by varesepress/genuardi

In sala giochi con la pistola, è tentata estorsione

Fonte: http://www.varesenews.it

Denunciato un gallaratese che nella mattinata di ieri aveva minacciato il gestore offrendogli “protezione”. L’uomo ha precedenti per spaccio e reati connessi alla mafia

È entrato in sala giochi intorno a mezzogiorno, ma non per divertirsi: il suo obiettivo era un’estorsione ai danni del gestore, e per metterla in pratica aveva portato con sé anche una pistola. L’uomo, residente a Gallarate e già ben noto alle forze dell’ordine per i suoi precedenti penali, non ha fatto precise richieste di denaro, ma si è rivolto al gestore con toni minacciosi e ha estratto l’arma da fuoco, ventilando la necessità una futura “protezione” per evitare possibili ritorsioni ai danni del locale. Il proprietario è riuscito però a far scattare l’allarme e i Carabinieri di Gallarate sono intervenuti; l’uomo si è dileguato approfittando della confusione, ma è stato prontamente identificato grazie alle immagini riprese dalle telecamere di sicurezza. Si tratta di un pregiudicato per reati gravi, “specializzato” in spaccio di droga ma già condannato in passato anche per violenza sessuale e reati connessi alla criminalità organizzata. L’uomo è stato denunciato a piede libero per tentata estorsione.

Arrestati gli spacciatori di via Nazario Sauro

Fonte: http://www.varesenews.it

La zona era diventata una piazza della droga, con decine di clienti giornalieri. La gestivano tre giovani, fermati da Polizia di Stato e Polizia Locale

Sono tre gli spacciatori arrestati in una operazione congiunta di Polizia di Stato di Gallarate e Polizia Locale di Ferno e Lonate Pozzolo : sono stati individuati e consegnati alla giustizia tre giovani ragazzi di origine marocchina che gestivano la piazza dello spaccio di via Nazario Sauro a Lonate Pozzolo, zona nota anche come “il birraio” (per la presenza di un locale, estraneo alla vicenda).

L’operazione è iniziata il 13 aprile, su segnalazione di un confidente della polizia: gli agenti della PS e della Locale hanno individuato e raccolto prove fotografiche sul gruppetto di pusher. Nel tardo pomeriggio di ieri l’area è stata circondata da auto-civetta e gli agenti hanno rastrellato i clienti che si allontanavano (una decina, tutti italiani), sequestrando la droga e facendo riconoscere gli spacciatori dalle foto. A questo punto è scattato l’arresto dei tre pusher: sono tre ragazzi  (due dei quali fratelli), classe 1990, 1985, 1986. Avevano indosso 100 dosi di cocaina da mezzo grammo e mille euro di contanti, frutto del “lavoro” nelle ore precedenti. Quando sono stati arrestati, i loro telefoni hanno continuato a suonare per qualche ora: telefonate e messaggi provenienti dai clienti. Continuano le indagini della Polizia di Stato

Terrore mafioso a Busto: incendi a chi non paga

Fonte: http://www.varesenews.it

Operazione “Fire off”. I cinque esponenti arrestati del clan madonia tenevano in pugno decine di imprese edili della zona, tutte gestite da imprenditori di originee gelese. Chi non pagava aveva incendi e angherie

Mafiosi che taglieggiano imprenditori. In Lombardia. Gli arrestati dell’operazione «Fire off» sono esponenti locali del clan Madonia Rinzivillo, radicato a Gela, ma da tempo residenti a Busto Arsizio e dintorni. Sceglievano vittime di origine gelese, per sfruttare la soggezione e l’intimidazione che viene dalla conoscenza delle pratiche mafiose. Il capo è considerato dagli inquirenti Rosario Vizzini, 51 anni, pregiudicato, processato tra l’altro per l’omicidio dell’avvocato Mirabile a Gallarate ma assolto in cassazione. E poi, Fabio Nicastro 39 anni, Dario Nicastro 37 anni, Emanuele Napolitano 43 anni, Rosario Bonvissuto 38 anni. Sono tutti indagati per associazione per delinquere di stampo mafioso, estorsioni, attentati incendiari, e a loro è stata anche contestata l’aggravante di aver agito con metodi mafiosi. Ma hanno già precedenti per gli stessi reati.
La squadra mobile inizia a indagare subito dopo un attentato a Induno Olona il 30 dicembre del 2009. Gli affiliati, che hanno a loro volta alcune ditte edili, cercano un subfornitore da cui si ritengono truffati. Gli bruciano la macchina sotto casa della madre, fanno esplodere un’altra vettura per incenerirlo, ma rischiano di uccidere i vigili del fuoco.
La squadra mobile di Varese si fa sotto, passa tutto all’antimafia con i pm Ilda Bocassini e Nicola Piacente. Qualche giorno dopo un barista di Busto Arsizio che rifiuta di organizzare un appuntamento tra i boss e il subfornitore si ritrova con il bar bruciato. Qualcuno parla, e si capisce anche che gli incendi nei cantieri edili della zona hanno una matrice univoca. La squadra mobile e il commissariato di Busto Arsizio scoprono decine di episodi. Alcuni imprenditori parlano. Si scoprono episodi odiosi. A una ditta viene imposta la cessione di un ramo d’azienda. E 20mila euro di pizzo. Due imprenditori edili sono costretti a pagare 30mila euro per un’intermediazione mai effettuata. Un altro imprenditore edile riceve la richiesta di 100mila euro; non paga e gli bruciano una ruspa, a quel punto cede e corrisponde 10mila euro. A due fratelli viene bruciata la Mercedes. Un ristoratore viene derubato di tre auto con la scusa di un prestito. E poi nel suo ristorante i persecutori mangiano e bevono gratis e si fanno anche dare i buoni pasto. Ma perché gli imprenditori di origine gelese pagano, o perché accettano di entrare in finti affari? «Perché sanno che non si possono rifiutare» spiega uno degli inquirenti. «Sono tutti siciliani, di Gela, hanno parenti in città, hanno paura delle ritorsioni…come dire, è un ambiente dove tutti sanno tutto di tutti».

Vizzini e gli altri, secondo le accuse, non fanno mistero della loro appartenenza mafiosa: mostrano articoli di giornale che parlano di loro, oppure suggeriscono: «Vai su internet a vedere chi sono».
(nella foto, Giovanni Broggini commissariato di Busto Arsizio, il funzionario Artusi e Sebastiano Bartolotta capo della squadra mobile)
A un imprenditore di Lecco uno degli affiliati, Fabio Nicastro, chiede di prenotargli una casa a Pedaso, nelle Marche, dove egli stesso è in vacanza. Ci va con tutta la famiglia e lascia al taglieggiato il conto da pagare, ma non solo. Vuole anche pranzi, colazioni, cene e persino il biglietto di ingresso nello stabilimento balneare. Quando un ristoratore preso di mira fa sapere che rivorrebbe la sua macchina, spiega alla moglie quello che deve rispondere al poveretto: «Se si prende la macchina come esco lo scanno…lo ammazzo a lui e a quella p. di sua moglie…gli brucio la casa…gli dici guarda che mio marito ti fa passare le pene dell’inferno».
29/03/2011
Roberto Rotondo

Operazione Romanzo Criminale, presa banda di giovanissimi spacciatori

Fonte: http://www.varesenews.it

Diciotto gli indagati, di cui undici sono in carcere: nove di questi arrestati martedì dopo due anni di attente indagini. Tutte fra i 17 e i 21 anni e incensurate le persone coinvolte

Diciotto indagati, di cui undici in carcere. Tutti ragazzi (e una ragazza) fra i 17 e i 21 anni, tutti incensurati, studenti o operai, di famiglie normali, senza background di devianza, quasi tutti italiani. È il bilancio dell’operazione “Romanzo criminale”, scattata all’alba di martedì 8 marzo e condotta dai carabinieri della compagnia di Gallarate al comando del capitano Michele La Stella. Sette le ordinanze di custodia cautelare eseguite, altri due arresti sono avvenuti in flagranza di reato, essendo stata trovata droga presso gli indagati; infine altre due persone coinvolte erano già state arrestate in precedenza. Sette gli indagati a piede libero.
Stroncato un grosso giro di spaccio di droga – hashish per lo più, qualche quantitativo di marijuana, ma anche cocaina in quantità non trascurabili. Ogni settimana potevano “girare” tre-quattro chili di hashih e un centinaio di grammi di coca. Teatro delle operazioni del gruppo di insospettabili era il Gallaratese, un’area che dalla città principale copriva Cardano al Campo e Somma Lombardo fino all’alto Novarese (anche a Varallo Pombia si sono avute perquisizioni e attività). Data la delicatezza del caso che coinvolge anche minori, o persone comunque da poco giunte alla maggiore età, i carabinieri hanno preferito non divulgare particolare su nominativi o foto degli arrestati. I quali, fra l’altro, si davano l’un l’altro soprannomi legati al film “Romanzo criminale” che descrive la “leggenda nera” della Banda della Magliana: da qui il nome dato all’operazione, presentata stamane alla stama locale presso la Procura della Repubblica di Busto Arsizio, presenti oltre al capitano Michele La Stella il comandante provinciale dell’arma, colonnello Vincenzo De Marco, e il procuratore Francesco Dettori.

Alla base dell’indagine, durata circa due anni, ha spiegato il procuratore, «c’era una consistente attività di consumo di droga in una certa area di Cardano al Campo, notata dai militari». Lo spaccio in realtà avveniva un po’ ovunque, in parcheggi, parchi, quasi sempre per strada. Sentiti gli acquirenti, si sono individuate le persone più importanti del “giro”, di cui si è approfondita la dinamica con intercettazioni telefoniche e con un minuzioso lavoro di osservazione e pedinamento dei componenti della gang.
Questa era capeggiata da due fratelli di Gallarate, di 21 e 19 anni, con il maggiore in posizione di comando: era quello che per primo acquistava la “roba” da rivendere poi, anche attraverso il fratello, ad altri giovani spacciatori. Giovanissimi anche i consumatori delle sostanze stupefacenti, che andavano in genere dai 16 ai 22 anni.

Operazione interessantissima sul piano investigativo, ha rilevato il procuratore, anche per la cura posta nel trovare riscontri. Non ingenti i cinque-sei sequestri di stupefacenti effettuati, ma «il contesto era piuttosto difficile». Il ragazzo a capo dell’attività «era molto prudente e usava un linguaggio che andava decrittato e compreso», un codice che spesso faceva riferimento a parti di moto, oppure mascherava l’hashish dietro la parola “burro”. Non solo: l’astuto giovane a volte dava veri e propri “bidoni” per via telefonica, o cambiava luogo e orario degli appuntamenti all’ultimissimo momento, per controllare se qualcuno stesse seguendo l’attività della banda. «C’è voluto tempo, pazienza, impegno», anche dissimulazione, per far apparire gli interventi di sequestro casuali. Un anno e mezzo-due di lavoro, e ci si è trovati con una messe di strumenti probatori, ben 57 i capi d’accusa che gravano sugli indagati. I quali non andavano per il sottile: in un caso di mancati pagamenti per 700 euro era scattata una “spedizione punitiva” da parte dei capi che aveva mandato un giovane all’ospedale con la mandibola rotta e quaranta giorni di prognosi.

«Inquietante» il retroterra familiare che solo ora si sta cominciando ad approfondire, nel senso che di questi giovani nessuno apparirebbe legato a famiglie già note per attività criminali. Gente normale, madri e padri che tuttavia non si sono mai chiesti il significato di certi pacchetti o bilancini che giravano per casa, «o perchè il figlio avesse una forte disponibilità di contante». Famiglie che non si rendevano conto, o facevano finta di non vedere. «L’operazione è stata condotta a felice conclusione dal punto di vista legale, ma da quello umano, dispiace: parliamo sempre di ragazzi molto giovani» ha detto il procuratore.

Il colonnello De Marco ha insistito sul fatto che la giovane età degli arrestati non impediva loro di avere una forte organizzazione, e al di là dell’aspetto folcloristico dei riferimenti a “Romanzo criminale”, di usare «uno slang accurato per non farsi capire se intercettati».  Il capitano La Stella ha descritto i due fratelli a capo della banda come «molto cinici e freddi», e tutti gli arrestati come molto attenti a come si muovevano e parlavano. Il “codice” andava interpretato, e fondamentale è stato il lavoro sul campo di pedinamento, osservazione, raccolta di riscontri obiettivi. Con qualche aneddoto divertente: in un caso il capo della gang aveva ordinato via telefono un sapone. Si poteva presumere che fosse una quantità di stupefacente, visto che sempre via cellulare aveva promesso di consegnare un chilo di hashish a un acquirente purchè questi pagasse tutti i debiti pregressi. Alla verifica dei carabinieri è risultato un vero e proprio “pacco” alla napoletana: quello consegnato al malcapitao, che aveva pagato tutto, era sapone per davvero.

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