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‘Ndrangheta, una storia milanese

Fonte: http://www.milano.corriere.it

DOPO I RECENTI ARRESTI, RICOSTRUITI QUARANT’ANI DI INFILTRAZIONI E MALAFFARE

Nel regno di Cosa nostra, dadi, affari e donnine
Poi arrivarono i «silenziosi» calabresi. E la politica

MILANO – L’inchiesta che ha squinternato la ‘ndrangheta in regione e condotto sul proscenio gl’insospettabili reggicode racconta come sia cambiato in vent’anni il sistema di potere nel Paese: dal mondo dell’impresa al mondo della politica. All’epoca del dominio mafioso, dal ’70 al ’90, nessuno si curava degli amministratori, al massimo Turatello ed Epaminonda li facevano entrare gratis nei club sottoposti all’organizzazione, le prede ambite erano i padroni delle ferriere. Oggi gli ambasciatori delle ‘ndrine cercano assessori, sindaci, consiglieri comunali. La mafia aveva occhi solo per il «privato», sicura che il «pubblico» sarebbe venuto al traino; la ‘ndrangheta s’interessa soltanto del «pubblico» quale unico dispensatore di prebende e appalti: le aziende coinvolte sono padane nella forma, calabresi nella sostanza. Nel ’74 fece scalpore che nell’agenda di Luciano Leggio – all’epoca capo di Riina, di Provenzano, di Bagarella – fosse rinvenuto il numero telefonico riservato di Ugo De Luca, direttore generale del Banco di Milano. Le intercettazioni e i verbali recenti parlano di direttori sanitari, dirigenti di ospedali, coordinatori di consorzi e società municipali.

La scoperta della cuccagna comincia con Peppe Genco Russo, «capofamiglia» di Mussomeli, inviato, nel ’64, in soggiorno obbligato in Lombardia. Lo ritengono l’erede di Calogero Vizzini, la cui fama si lega a un incontro con Montanelli pubblicato dal Corriere all’inizio degli Anni Cinquanta. I due sono, però, troppo provinciali, vivevano nel vallone nisseno, per essere alla testa di Cosa Nostra. Destinato a Lovere, non ancora toccata dal benessere e dalla popolarità del turismo sul lago d’Iseo, Genco Russo viene trattato da giornali e televisione come quel numero uno che mai è stato. E grande stupore manifestano gli abitanti della zona nello scoprire non solo l’esistenza della mafia, ma che il vecchietto tanto malandato in salute quanto gentile e manieroso ha tre metri di fedina penale con abbondanza di omicidi, estorsioni, violenze d’ogni tipo.

Un’opinione pubblica ancora sconvolta dal massacro di sette militari a Ciaculli con una Giulietta piena di esplosivo pretende una reazione, che lo Stato è incapace di produrre nei tribunali. Allora fioccano i soggiorni obbligati, resi inutili dall’irrompere della teleselezione telefonica. Così nell’hinterland milanese arrivano i Ciulla, i Guzzardi, i Carollo, Gerlando Alberti. A Milano, dove ancora ricordano il cinematografico agguato per uccidere Angelo La Barbera in viale Regina Giovanna, si stabilisce addirittura Leggio in fuga dal divieto di Badalamenti di effettuare sequestri di persona in Sicilia. I rapimenti di Torelli, di Rossi di Montelera, di Barone scatenano il terrore tra i re di denari: ciascuno cerca un palermitano di riferimento, cui affidare l’incolumità della propria famiglia. È il periodo in cui Dell’Utri piazza Vittorio Mangano nella villa di Berlusconi ad Arcore.
Attorno a Leggio si muovono e prosperano Nino Grado, Ignazio e Giovanbattista Pullarà, Simone Filippone, Salvatore Di Maio, Pippo e Alfredo Bono, Robertino Enea, Ugo Martello, Gino Martello, Gioacchino Matranga, Gaetano Fidanzati. Tra ippodromi, bische, night sbocciano conoscenze e amicizie impossibili. Tutti insieme appassionatamente fino alla sera in cui gli sgherri di Turatello rifilano un ceffone ad Alfredo Bono: l’onta sarà lavata anni dopo con lo sventramento in galera di Francis «faccia d’angelo».

In quella Milano piena di tavoli di chemin de fer e di dadi, di donne disponibili e di champagne i mafiosi ci sguazzano a tal punto da rifiutare la creazione di una «famiglia» per non dover prendere ordini da Palermo. Le basi sono dapprima le enoteche dei Pullarà al Giambellino e in viale Umbria, poi l’ufficetto di via Larga a un passo dall’appartamento in cui aveva abitato Joe Adonis, al rientro in Italia. Milano diviene la capitale economica di Cosa Nostra: a Palermo si corrompe, si trama, si traffica, si ammazza, ma senza le complicità eccellenti degli insospettabili industriali, banchieri e finanzieri allocati sotto la Madonnina le «famiglie» non potrebbero moltiplicare per mille e riciclare i proventi delle proprie malefatte.

Le inchieste dell’83 e del ’90 svelano nomi, interessi, complicità. L’arresto dell’oscuro ragioniere Pino Lottusi, secondo Borsellino regista del più importante business planetario del decennio, segna l’inizio della fine. Cosa Nostra è costretta a battere in ritirata. Le subentra la ‘ndrangheta. A spingerla verso la Lombardia sono state le confidenze in carcere di Leggio a Mammoliti. La gestione dell’Ortomercato di Milano testimonia il passaggio di consegne, il rovesciamento dei ruoli tra chi aveva recitato da protagonista e chi da comprimario. Cambiano le regole e gli atteggiamenti. I boss giunti da Palermo si comportavano come bambini capricciosi al parco giochi: erano eccitati da Milano, non degnavano di uno sguardo il resto a eccezione di Como, importante per la vicina frontiera con la Svizzera, e del casinò di Campione. Che differenza con i silenziosi successori, lontani da ogni sfoggio ed esibizionismo, però capaci di stendere una micidiale tela d’interessi sull’intera regione. Sono i collaudati metodi che hanno consentito d’installarsi nei cinque Continenti e di trasformarsi in una inarrestabile macchina di soldi e di corruzione.

 

Alfio Caruso
27 ottobre 2010

Matranga arrestato al Corvetto da latitante. Con Luigi Bonanno aveva organizzato l’importanza di due tonnellate di cocaina dalla Colombia

Fonte: http://www.milanomafia.com

Gioacchino Matranga, detto il Gianni, è stato arrestato la sera di San Silvestro in piazzale Ferrara al Corvetto. Addosso aveva documenti falsi. Con lui in macchina, un uomo di origini colombiane.

Il fratello

Pietro Matranga, fratello di Gioacchino, è latitante da ottobre. Pure lui, evaso dagli arresti domiciliari
Attualmente, Pietro Matranga, starebbe passando la latitanza in Spagna. Su di lui una condanna per
traffico internazionale di droga
Nel 2000 viene arrestato dai carabinieri di Ventimiglia ad
Assago. In macchina ha sei chili di cocaina.
Nel 2005 viene coinvolto in un inchiesta della Dia sul riciclaggio. Il suo nome compare assieme a quello del calabrese
Stefano Polito, boss della ‘ndrangheta legato al clan Mancuso-Pesce. Nel 1991 viene arrestato a Miami, pochi giorni prima di inviare in Italia un carico di 400 chili di cocaina

Milano, 1 gennaio 2010 – Una volta, anni fa, comparve nel corridoio del Tribunale di Milano in giacca verde, capelli biondo ossigenati e scarpe di pelle a punta. Il suo arrivo creò scompiglio, tanto che un altro processo venne sospeso. Lui, imputato per traffico internazionale di droga, ebbe la precedenza. Perché in quel campo Gioacchino Matranga (nella foto), per tutti il Gianni, un maestro lo è da sempre.

Originiario di Piana degli Albanesi, sessantacinque anni da compiere il prossimo 23 settembre, Matranga è stato arrestato la sera dell’ultimo dell’anno in piazzale Ferrara al Corvetto. Era a bordo di una Panda con lui, alla guida, un uomo di origini colombiane. Il Gianni è stato bloccato da latitante, dopo che il 26 ottobre aveva lasciato gli arresti domiciliari della sua casa di via Repubblica 17/B a San Giuliano Milanese. Ancora uccel di bosco, invece, suo fratello Pietro, scomaparso anche lui, alla fine dello scorso ottobre.

La vicenda di Matranga porta di nuovo al centro dell’attenzione il quartiere del Corvetto, luogo d’elezione per Cosa nostra. Da sempre regno dell’ex superlatitante Gaetano Fidanzati (arrestato il 5 dicembre 2009), in passato ospitò la latitanza di un corleonese doc come Giuseppe Piddu Madonia. Qui era di casa lo stesso Gianni. Quando ci arrivava da San Giuliano Milanese, aveva sempre un indirizzo fisso, il bar La rosa blu di via San Dionigi, a due passi da piazzale Ferrara. Il locale è di proprietà del palermitano Pietro D’Amico, arrestato l’aprile scorso in un’inchiesta di droga coordinata dall’allora pm Ilda Boccassini. Da sempre questo locale viene ritenuto dagli investigatori “il centro operativo del gruppo delinquenziale e punto di riferimento del gruppo malavitoso dei fratelli Matranga”. Non a caso, con Matranga costretto ai domiciliari, a quell’indirizzio si è fatta vedere quasi quotidianamente la moglie.

Gioacchno Matranga arriva a Milano sul finire degli anni Settanta. Quasi subito viene coinvolto in diversi processi. Non è solo ma in compagnia del gotha mafiosa da Michele Greco, detto il Papa, fino a Tommaso Buscetta. Sarà proprio don Masino a fare il suo nome durante il maxiprocesso. In una vecchia nota della Squadra mobile si legge: “Gioacchino Matranga personaggio di elevato spessore criminale, inserito sin dagli anni ’80 negli ambienti mafiosi di cosa nostra”. Gioacchino Matranga, qui a Milano, è molto legato a Giuseppe Porto, detto il cinese, personaggio palermitano di cui Milanomafia.com ha già ampiamente parlato soprattutto per i suoi legami con le figlie di Vittorio Mangano. Secondo un pentito “Matranga è il padrino di Pino Porto”. Gli ultimi incontri risalgono al 2006. Porto assieme a Luigi Bonanno va a trovarlo nella sua casa di San Giuliano Milanese. In quell’ocasione, i tre parlano di un carico di 2000 chili di cocaina da importare dalla Colombia attraverso un container di 12 metri.

Nel 1999 viene arrestato dai carabinieri per aver importato in Italia 400 chili di cocaina. In carcere assieme al Gianni finisce anche l’avvocato Natale Montanari. Poi, nel 2005 il Tribunale di Sorveglianza di Milano gli concede i domiciliari nella sua casa di San Giuliano Milanese. Poi nel 2006, l’ordinanza del Tribunale lo riporta in carcere. Prima a Lodi e poi a Opera. Un ulteriore aggravamento della sua situazione di saluta gli ridà i domiciliari. Da oggi, però, il Gianni ritorna in prigione. Per lui il fine pena è 2027. (dm)

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