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Lele e il socio della ‘ndrangheta, gli interessi dell’impresario dei vip sul lago di Garda

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

di Fabio Abati

Le inchieste sulla criminalità organizzata al nord fanno emergere personaggi vicini ai clan calabresi che hanno avuto interessi in una discoteca gestita dal pigmalione di di starlette e tronisti, attualmente indagato nel Rubygate per favoreggiamento alla prostituzione

Picchiatori, piromani e personaggi vicini alla ‘ndrangheta. Ecco quali sono le amicizie pericolose di Lele Mora. Lui, l’impresario dei vip, coinvolto nello scandalo Ruby, da tempo è legato a interessi sul lago di Garda. Ed è qui che l’amico del premier, quello, che secondo Ilda Boccassini, portava le ragazze ad Arcore, incrocia uomini vicini alla criminalità da tempo insediata nella zona del basso bresciano. Si tratta di rapporti in cui, Mora, incappa inconsapevolmente. Insomma lui, probabilmente, non sa chi sono i suoi interlocutori. Ma andiamo con ordine.

Un anno fa Lele Mora entra in affari con Carmelo Anastasi, 48 anni, milanese. Nel marzo del 2009 l’agente dei vip, incalzato dalla Guardia di finanza, che sta indagando sul suo impero imprenditoriale, mette in liquidazione tutte le società del gruppo LM. Un’inchiesta del Corriere della Sera rivela che la Fonema edizioni musicali, controllata sulla carta dal figlio Mirko, finisce a una finanziaria svizzera e allo stesso Anastasi.

Ma chi è Anastasi? Un ex poliziotto, già da tempo inserito nel giro della security di Mora e suo malgrado salito all’onore della cronaca locale per essere stato condannato pochi mesi fa e in primo grado a due anni e tre mesi dal Tribunale di Brescia. L’accusa è di concorso in sequestro di persona, porto d’armi abusivo e lesioni. Assieme ad altri e a Leo Peschiera, 54 anni ex autista di Umberto Bossi, rapì il parcheggiatore di una discoteca, sostengono i giudici, per fargli confessare d’essere il colpevole dell’incendio del Lele Mora House. Il locale è situato a Desenzano del Garda. L’agente dei vip lo ha acquistato nel 2008. L’idea era rilanciarlo. Il risultato fu quello di finire dritto dritto nel mondo a tinte fosche della vita notturna gardesana.

La Lele Mora House, prima di essere acquistata dall’impresario dei vip, si chiamava Backstage, anche conosciuto come ex Biblò. Nel luglio del 2007, un’informativa del Gico di Brescia segnalò come un ramo della società che controllava il locale di via Colli storici a Desenzano, era in realtà nelle disponibilità di un’organizzazione criminale che legava esponenti della camorra (clan Laezza-Moccia di Afragola, Napoli) ad altri della ‘ndrangheta (clan Piromalli di Gioia Tauro, Reggio Calabria). Quel documento servì alla Direzione distrettuale antimafia di Brescia per confiscare il locale stesso, rilevato, nel 2009, da Lele Mora e trasformato nel Lm House.

Il provvedimento, istruito dalla Dda e dal Gico, arrivò a sequestrare oltre trenta milioni di euro in beni ai clan calabresi e campani del nord, in un’operazione ribattezzata “Mafia sul lago”. Tra i protagonisti c’è tale Francesco Carmelo Pisano di 57 anni, originario di Gioia Tauro ma residente a Lonato sul Garda.

Scrive il Gico: “Come confermato anche dalle dichiarazioni del pentito di ‘ndrangheta Francesco Fonti, questi [Pisano ndr.] viene indicato come gravitante attorno alla cosca ‘Piromalli’ di Gioia Tauro”; fatto confermato da varie sentenze di diversi tribunali italiani, nei quali Pisano è stato giudicato per associazione mafiosa, a cominciare da quello di Palmi nel lontano 1997. I finanzieri poi si soffermano a valutare la situazione economico-patrimoniale del pregiudicato. Egli risulta tra i soci fondatori dell’Area Building Srl, della quale possiede il 25 per cento del capitale: un’impresa di costruzioni con sede operativa a Pozzolengo in provincia di Mantova, ma non distante dal basso Garda.

E Pozzolengo è anche il paese in cui risiede Carmelo Anastasi. In una visura, datata 2009 ed effettuata presso la Camera di commercio di Verona, città ove ha sede legale la Area Building, negli assetti societari assieme al Pisano è presente pure l’Anastasi. Egli è il proprietario del 50% delle quote.

Nell’inchiesta sui clan in riva al Garda si ricorda inoltre che il Pisano “Fin dai primi anni ’90 era apparso in stretto rapporto coi fratelli Fortugno”, ovvero con altri esponenti della ‘ndrina dei Piromalli – sempre secondo il Gico di Brescia – a loro volta attivi nel basso Garda e proprio in questi giorni a processo assieme per lo sfruttamento della prostituzione. Nei loro summit, i compari calabresi, in contatto con quelli campani, ribadivano che non “era il caso di farsi la guerra, perché le ragazze e la droga potevano essere gestite assieme!” Teatro di questa laison, il solito mondo notturno in riva al lago. Una realtà che Mora e il suo entourage, loro malgrado, hanno imparato a conoscere molto bene.

Da Brescia al lago di Garda, la nuova culla della ‘ndrangheta tra ville di lusso e night

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

Diverse le informative della polizia che dimostrano la presenza della mafia calabrese in queste zone. I clan, alleati con camorra e Cosa nostra, qui si riciclano denaro e investono nella vita notturna

Il boss soggiorna a Desenzano. Del resto è qui al nord che i capi della ‘ndrangheta investono i proventi del narcotraffico. Lui, Francesco Scullino, 45 anni, originario di Oppido Mamertina, in provincia di Reggio Calabria, è uno dei capi. Da diversi anni risiede stabilmente sulle rive del Garda. I vicini di casa lo conoscono come un “rappresentante di commercio”. Una signora confida: “Vedo la moglie di questo uscire ogni giorno con la sua Jeep nera. Lui è un bell’uomo alto, brizzolato. In questo periodo è quasi sempre via. Non ho ancora capito cosa faccia di preciso, ma dice di essere un rappresentante”.

Scullino ha una bella villa, a poche centinaia di metri dall’uscita dell’autostrada. Ha un doppio ingresso sul davanti e uno più discreto sul retro. La casa è su tre piani. Qui tutto racconta di una vita agiata. Ma chi è questo calabrese sempre ben vestito? “Scullino – si legge in un’informativa della Polizia – ha già collezionato un numero impressionante di precedenti, che vanno dall’associazione a delinquere di stampo mafioso al traffico di stupefacenti, dal sequestro di persona a molto altro ancora …”. Di più: la Direzione distrettuale antimafia di Brescia lo indica come “un elemento contiguo alla cosca facente capo al boss Carmelo Arico detto il Priore, operante nella frazione di Castellane di Oppido Mamertina, luogo di nascita di Francesco Scullino”.

Secondo un’altra informativa della Polizia “Francesco Scullino gestisce, anche attraverso dei prestanome, una serie di società operanti nel campo edile, dove, tra l’altro, è frequente l’intermediazione di manodopera. Con tali società si possano riciclare i proventi illeciti di alcune famiglie storiche della criminalità organizzata calabrese”. Secondo la Questura di Brescia, personaggio vicino a Scullino è Luca Sirani a sua volta “legato alla famiglia dei Facchineri di Cittanova” e un curriculum criminale di rispetto “con precedenti penali per armi, ricettazione, estorsione, bancarotta, reati finanziari e riciclaggio”. Il 3 febbraio del 2004, Luca Sirani è stato condannato dal Tribunale di Brescia a 2 anni e 4 mesi di carcere: “Una condanna emblematica del suo modus operandi- fanno sapere dalla squadra Mobile – perché Sirani gestisce di fatto con la complicità di altri pregiudicati, alcune società operanti nel campo edile, con le quali si ritiene possa riciclare proventi illeciti”. La presenza di Scullino rilancia, dunque, l’allarme sulla presenza della ‘ndrangheta anche in provincia di Brescia. Una presenza ben poco silenziosa e che si allunga inquietante fin lungo le rive del Garda monopolizzante, in parte, la filiera del divertimento notturno.

Nel luglio del 2007 così scatta l’operazione “Mafia sul Lago”: per la prima volta si effettuano sequestri di beni a scopo preventivo. I decreti sono destinati a esponenti di ‘ndrangheta, cosa nostra e camorra. L’operazione porta alla luce “l’esistenza di un’alleanza tra diverse mafie italiane attive nella zona del Garda”. Gli esponenti di camorra coinvolti, non sono certo di secondo piano. Giuseppe Grano e suo cognato Gennaro Laezza nel ’96 furono indagati dalla DDA di Bologna nell’ambito di un’indagine avviata nei confronti di un sodalizio di stampo mafioso che gestiva locali notturni in provincia di Modena e denunciati per aver emesso fatture false. Nel 1999 si aggiunge l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso della procura di Brescia. “I due -secondo gli inquirenti –gestiscono attività commerciali tra cui una discoteca a Desenzano, un night a Lonato e perfino un albergo”. Nel 2001 Laezza e Grano furono catturati in Venezuela dai carabinieri del Ros e arrestati “per associazione a delinquere, estorsione, sfruttamento della prostituzione, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina (procuravano ragazze straniere per impiegarle nei loro night). Rinviati a giudizio nel 2006 per associazione a delinquere, estorsione, riciclaggio, reati fallimentari e violazioni delle norme finanziarie. Le indagini mettono anche in luce i loro collegamenti con il gruppo calabrese dei Fortugno, affiliato al clan dei Piromalli di Gioia Tauro. I suoi clan sono presenti su tutto il territorio, dal basso Garda, alla Val Trompia, dalla città, alla Bassa. Nel rapporto annuale della Direzione Nazionale Antimafia del 2008 si legge come la Lombardia rappresenti il centro della mafia calabrese: dalla nostra regione sono diretti i traffici internazionali, si curano i collegamenti con il mondo della politica e delle istituzioni e in questo quadro, Brescia ha assunto sempre più un ruolo di primo piano.

di Leo Piccini

Il Crimine, i mastri, le ‘ndrine ecco la Cupola modello Cosa nostra

Fonte: http://www.repubblica.it

Svelati tutti i segreti. Dalla struttura verticale alla gestione degli affiliati. Non è più la setta oscura che aveva salvato il sistema criminale dopo le stragi del ’92. La scoperta in Calabria ricorda molto ciò che Buscetta fece scoprire a Falcone
di ATTILIO BOLZONI

Che cosa è il Crimine? È la Cupola calabrese. E di chi è il Crimine? “Non è di nessuno, è di tutti”, sentenzia Domenico Oppedisano, appena nominato capo dei capi nel santuario della Santissima Madonna di Polsi sull’Aspromonte. Tutti che sono dappertutto. A Reggio, a Duisburg, in Australia, a Milano. Sono quasi mille solo a Rosarno. Ma una, una sola è la ‘Ndrangheta. E il suo potere è nascosto nelle fiumare di Calabria.

Quella che ci avevano descritto come una mafia “orizzontale”, una mafia fatta solo di legami di sangue e di comparati, un insieme di cosche slegate fra loro, è in realtà un’associazione segreta e unica che ha un vertice come Cosa Nostra ed è distribuita rigidamente sul territorio, è strutturata su più livelli e ha le sue gerarchie. Il Capo Crimine è il capo di tutti. Al suo fianco ha il Mastro di Giornata che è il suo portavoce e smista tutti i suoi ordini, poi ci sono i colonnelli: il Mastro Generale, il Capo Società, il Contabile. Il governo della ‘Ndrangheta è il Crimine – che chiamano anche Provincia – e rappresenta i tre mandamenti dove la mafia calabrese è padrona: la città di Reggio, la costa tirrenica, il versante jonico. Il Crimine comanda ovunque, ovunque nel mondo ci sia un “locale” o una “‘ndrina”. Per entrare nell’organizzazione è necessaria un’età minima: 14 anni.
Quello che hanno scoperto in questi mesi giù in Calabria carabinieri e poliziotti e procuratori, ricorda molto ciò che Tommaso Buscetta ventisei anni fa fece scoprire al giudice Falcone su Cosa Nostra: organigrammi, cariche, gradi, collegi direttivi, confini territoriali, rituali, codici, punizioni. Oggi la ‘Ndrangheta – dopo almeno mezzo secolo di assoluta impunità e con i verdetti della Corte di Cassazione che sino all’anno 2000 l’avevano raffigurata solo come una “confederazione di cosche” – non è più un segreto profondo, non è più quella setta oscura e impenetrabile che aveva salvato il sistema criminale italiano dopo le stragi siciliane del 1992.

È nuda agli occhi del mondo, scoperta per la prima volta dagli stessi racconti dei protagonisti. Intercettati e filmati mentre eleggevano i loro “dirigenti” in Lombardia e a Polsi, il santuario dove ogni primo settembre, nella solenne festa della Santissima Madonna della Montagna, la ‘Ndrangheta si conta e sceglie il suo re.

Che è re di tutti e non soltanto dei boss calabresi. Anche di quelli che vorrebbero fare da soli come quel Carmelo Novella che nella primavera del 2008 aveva in mente un progetto “indipendentista”, voleva fare la sua ‘Ndrangheta a Milano, la ‘Ndrangheta della Lombardia staccata dal resto dell’organizzazione, autonoma in qualche modo dal Crimine e dai suoi comandamenti. Un illuso, un pazzo. Così commenta quell’idea strampalata e suicida di Novella, il capo calabrese della Società di Singen che è uno dei “locali” che hanno colonizzato la Germania: “Adesso se lo vuole fare lo fa, però ci devono essere pure quelli del Crimine presenti, gli ho detto io.. perché lui dipende di là, come dipendiamo tutti, senza ordini di quelli di li sotto non possono fare niente nessuno”. E un altro capo della compagnia, il 12 luglio del 2008, dice ai suoi a proposito del “secessionista” Carmelo Novella: “Lui è finito ormai…è finito, la Provincia lo ha licenziato”. Neanche un mese dopo Carmelo Novella è stato in effetti “licenziato” per sempre: è stato ucciso.

Tutti devono obbedire. Sul corso Garibaldi di Reggio o quando trattano a Cartagena un carico di cocaina con i colombiani. Il comando strategico resta sempre là, fra le fiumare che attraversano San Luca e Platì, fra gli ulivi della piana di Gioia Tauro, nelle piazze di Archi che guardano di fronte l’Etna e la Sicilia. Il Capo Crimine ha potere di vita e di morte. Ed è idolatrato dal suo popolo. Alla base della ‘Ndrangheta ci sono le “‘ndrine”, è questo il primo nucleo dell’organizzazione, di solito formato da membri della stessa famiglia o allargata con matrimoni combinati. Ogni “‘ndrina” ha il suo territorio di influenza e risponde al “locale”, che è la più importante struttura organizzativa dell’associazione. Il “locale“, che non sempre coincide con una zona geografica (nello stesso paese possono esistere più “locali”), ha almeno 49 affiliati e un responsabile che è il “capo locale“, un contabile che gestisce le finanze – in gergo si dice la bacinella o la valigetta – e un crimine che è l’operativo, quello che sovrintende alle illecite attività. Tutti e tre, capo locale e contabile e crimine, formano una terna chiamata Copiata. Il “locale” però non è un’unica stanza, ma è a doppia compartimentazione: la Società Minore e la Società Maggiore.

Nella Minore ci sono i gradi più bassi, nella Maggiore – che a volte viene indicata anche come Società Santa – accedono solo 7 affiliati di rango. I “gradi” degli uomini della ‘Ndrangheta sono tanti. Nel loro linguaggio il grado è la “dote” o il “fiore“. Al livello più basso c’è il giovane d’onore, che non è però un vero e proprio affiliato ma il rampollo di qualche capo che entra nella ‘Ndrangheta per diritto di sangue. Poi c’è il picciotto d’onore, la manovalanza, la fanteria della ‘Ndrangheta. Poi c’è il camorrista, che ha funzioni più delicate. E poi lo sgarrista o il camorrista di sgarro, che è il grado più alto della Società Minore. Al primo gradino della Società Maggiore c’è il Santista e dopo di lui il Vangelo che ha giurato fedeltà alla ‘Ndrangheta con una mano sul Vangelo. E ancora il Quartino, il Trequartino e il Padrino chiamato anche Quintino. Se ci vogliono almeno 14 anni per far parte della ‘Ndrangheta, i privilegiati non mancano neanche in questo mondo: i figli dei capi vi entrano per diritto ereditario. E, fin da bambini, di loro si dice che sono “mezzo dentro e mezzo fuori”. L’affiliazione dura tutta la vita. Come per Cosa Nostra, dalla ‘Ndrangheta si esce solo da morti. Anche la mafia calabrese ha un suo Tribunale. E deve giudicare le “colpe” degli affiliati.
C’è quella più lieve che è la “trascuranza“, che si può risolvere con un processo che finisce bene. E poi ci sono le colpe più gravi, gli “sbagli“. Di diversa entità: la “tragedia“, quando un affiliato semina falsità dentro l’organizzazione per trarne profitti personali; la “macchia d’onore“, quando un affiliato o un suo parente ha un comportamento tale da essere giudicato indegno per restare nella ‘Ndrangheta; l'”infamità“, quando l’affiliato tradisce. La condanna per uno “sbaglio” è sempre la morte.

E le donne? Le donne d’onore non esistono nella ‘Ndrangheta ma ci sono le “sorelle d’omertà“, che di solito vengono usate per l’assistenza ai latitanti. E chi combatte la ‘Ndrangheta, come è chiamato dai boss calabresi? Chi non fa parte dell’organizzazione viene definito “contrasto“. Ma quelli a metà strada, quelli che un giorno potrebbero tradire – i funzionari infedeli, le talpe, i favoreggiatori – quelli sono tutti “contrasti onorati“. La ‘Ndrangheta ne ha tanti al suo soldo. Nel suo regno e nelle “colonie” di cinque continenti.

Dalla Calabria a Milano, ecco gli invisibili: massoni, politici, boss. Nelle intercettazioni il secondo livello della ‘ndrangheta. “Se no oggi il mondo finiva”

Fonte: http://www.milanomafia.com

Per la prima volta il livello occulto della ‘ndrangheta viene rivelato dalle intercettazioni. Fino a ora di questa struttura hanno parlato solo i pentiti. I dialoghi, contenuti nell’inchiesta Bellu lavuru, risultano sotto osservazione per la bomba alla Procura di Reggio

L’indagine

L’inchiesta Bellu lavuru si conclude nella primavera del 2008. Trentuno i fermi, mentre le convalide del gip scenderanno a 29. Nel mirino dei carabinieri del comando provinciale di Reggio Calabria i lavori della statale Ionica (106).
Tutto nasce dal crollo di un ponte lungo la statale nei pressi di
Palizzi. Da lì si capì che l’appalto vinto da una ditta di Firenze era passato nelle mani di alcune imprese direttamente riconducibili al superboss di Africo, Giuseppe Morabito, detto u tiradrittu. Il suo coinvolgimento viene provato ascoltando i dialoghi nel carcere di Parma, dove andava a trovarlo il genero Giuseppe Pansera.
All’intero del decreto di fermo emerge la struttura degli invisibili. L’indagine nel novembre scorso si è conclusa con 27 condanne. Attualmente il procedimento pende in appello e se ne dovrà occupare il
procuratore Di Landro che il 3 gennaio scorso è stato minacciato attraverso la bomba alla Procura.

Milano, 20 febbraio 2010 – “Perché c’è la visibile e l’invisibile. E lui è in quella visibile che non conta, noi altri siamo nell’invisibile. Capisci? E questo conta”. Le parole corrono via rapide come le curve della Statale ionica. Sebastiano Altomonte, originario di Bova Marina, è un cinquantenne estroverso. Ufficialmente fa il sindacalista scolastico, in realtà è un grande procacciatore di voti per sé e per i propri compari. Tanto che alle ultime politiche si è candidato al Consiglio comunale di Bova con una lista civica (la stessa dell’attuale sindaco) ottenendo una poltrona tra i banchi della maggioranza.

Pochi giorni prima del Natale 2007 si trova in auto con la moglie. Nemmeno immagina che una microspia sta registrando tutto. Lui va avanti: “C’è una che si sa e una che non la sa nessuno, perché se no oggi il mondo finiva; se no tutti cantavano”. E, dunque, rimarcando il concetto. “C’è la visibile e l’invisibile che è nata da un paio di anni e che non la sa nessuno, solo chi è invisibile”. A questo punto i carabinieri che ascoltano l’intercettazione capiscono di trovarsi davanti alla straordinaria scoperta “di una struttura parallela e occulta” della ‘ndrangheta che scorre come un fiume carico dalla Calabria alla Lombardia. Esattamente quel secondo livello dove mafia e politica sono la stessa cosa e l’affiliazione alla cosca diventa appartenenza a una loggia massonica. Ad oggi di una struttura simile hanno parlato solo i pentiti definendo Santa “lo stadio occulto della ‘ndrangheta”. Ma questa entità non ha mai trovato conferme giudiziarie. Le parole di Sebastiano Altomonte sembrano poter dimostrare nei fatti questo accostamento tra potere mafioso e massoneria.

Scrivono i magistrati: “Questa genuina acquisizione apre uno scenario del tutto nuovo nel panorama criminale delle cosche mafiose di Reggio Calabria”. Forse esattamente quello scenario che il 3 gennaio scorso può aver dato l’ok per l’attentato al palazzo della Procura generale. Non è un caso, infatti, che fra le pieghe dell’inchiesta emerga prepotente l’idea di una decisione presa da una sorta di “collegio senatoriale” della ‘ndrangheta. Un collegio di “invisibili” scontenti del nuovo operato del Procuratore Salvatore Di Landro poco indulgente a sconti di pena in secondo grado. E proprio in Appello è pendente oggi il processo che contiene le parole di Sebastiano Altomonte il quale, assieme ad altre 39 persone, è accusato di animare un comitato affaristico-mafioso capeggiato dalla potente cosca Morabito di Africo e in grado di monopolizzare gli appalti lungo la statale 106. Si tratta dell’indagine Bellu lavuru. E lui, Altomonte, rappresenta “l’anello di congiunzione tra esponenti di spicco della criminalità organizzata e appartenenti al settore politico-amministrativo tra i quali l’ex consigliere regionale Domenico Crea”. Proprio quel Crea, primo dei non eletti alle Regionali 2005, promosso solo dopo l’omicidio di Franco Fortugno, quindi passato dalla Margherita alla nuova Dc e oggi a processo per concorso esterno in associazione mafiosa. Ecco allora come i magistrati traducono le parole di Altomonte.

Dell’esistenza di questa struttura – si legge nel decreto di fermo – non ne sono a conoscenza neanche i vari affiliati, cosiddetti visibili, ossia quelli dei quali è notorio, tanto tra la popolazione quanto tra le forze dell’ordine, che appartengono a una organizzazione mafiosa”. E ancora: “Questo organismo è quello che realmente conta nello scenario criminale Provinciale”. Ma Altomonte non si ferma qui. E anzi inconsapevolmente rilancia fissando anche la data della fondazione di questa livello occulto. “Il colloquio intercettato – scrivono i magistrati – colloca la nascita di questo organismo in un periodo immediatamente successivo all’assassinio dell’onorevole Francesco Fortugno”. Le sorprese, però, non sono finite. Perché Altomonte oltre che invisibile è pure massone. E anche qui la distinzione è “tra fratelli visibili e invisibili”. Ecco, poi, il cerimoniale: “Si porta la cravatta nera, con il vestito nero e la camicia bianca”. E alla fine i protagonisti: “L’avvocato Ciccio è pure massone, suo fratello il dottore pure; Pepè Nirta, quello di Palizzi è mastro venerabile, lui e tutti i suoi fratelli”. Quindi nomina come massone anche l’attuale sindaco di Bova Marina. “Un dato – scrivono i magistrati – da non sottovalutare, alla luce dell’inquietante accostamento tra il potere mafioso e la massoneria”. E di logge segrete la Calabria sembra piena: “Una è a Siderno, ci sono un sacco di logge. La mia è a Bianco poi ci sono a Roccella altre due a Locri e tre a Reggio”.

Dalla Calabria a Milano, di massoneria parla anche Aldo Miccichè con il giovane Antonio Piromalli, boss della Piana di Gioia Tauro per anni residente al nord. E così lui, Miccichè, ex democristiano, sostiene che per modificare il 41 bis “dovremo forse fare un altro tipo di rapporto e lo devo fare in Lombardia tramite la massoneria”, contattando un politico che nei fatti si rivela essere Marcello Dell’Utri. Il senatore azzurro, infatti, incontrerà effettivamente un uomo di Piromalli e da lui si sentirà dire: “Ho avuto autorizzazione di dire che gli possiamo garantire Calabria e Sicilia”. L’inquietante intreccio è contenuto nell’inchiesta Cent’anni di storia, guarda caso un’altra indagine indicata dai magistrati come possibile movente per la bomba di via Cimino. (dm)

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