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Mafia, il boss parla e indica il cadavere del picciotto punito

Fonte: http://www.varesenews.it

Il capo cosca dei Rinvizillo Rosario Vizzini sta collaborando con la polizia e come primo importante passo ha fatto ritrovare il corpo di Salvatore D’Aleo a Vizzola Ticino

Il ritrovamento del corpo di Salvatore D’Aleo, un affiliato alla cosca dei Rinzivillo Madonia di Busto Arsizio, segna una svolta nella lotta alla mafia gelese a Busto Arsizio. E’ stato Rosario Vizzini, il capo della banda, a indicare agli inquirenti il punto esatto dove era stato seppellito l’uomo. Vizzini sta collaborando, è ufficiale, e ha offerto alla squadra mobile di Varese e alla Dda di Milano, come prova, un asso nella manica. La soluzione di un cold case, l’omicidio di un picciotto che secondo le regole degli uomini d’onore stava sgarrando. Vizzini ha portato il 10 giugno gli uomini della squadra mobile a Vizzola Ticino, in un bosco sulla riva del canale Villoresi, a due passi dalla centrale Enel. Ha battuto il piede per terra e ha guardato l’ispettore: «Scava qui», ha detto, sicuro del fatto suo. In 24 ore di ricerche coordinate da un antropologo forense, Dominique Salsarola, gli inquirenti hanno trovato frammenti ossei che corrispondono, al 99,8% al dna dei genitori della vittima.

(nella foto Sebastiano Bartolotta capo della squadra mobile, era presente anche Giovanni Broggini, dirigente del commissariato di Busto Arsizio)
Dunque il cadavere è quello di D’Aleo, ma perché è stato ammazzato cosi? Vizzini lo ha spiegato ai pm Piacente e Narbone che hanno spiccato il fermo per indiziato di delitto nei confronti dell’esecutore materiale, Emanuele Italiano, gelese di 60 anni, domiciliato al quartiere Buon Gesù di Olgiate olona. Il boss ha raccontato che D’Aleo non gli era mai piaciuto.

Era in realtà il factotum di un altro dei capicosca, Fabio Nicastro, e in suo nome aveva fatto diverse richieste estorsive nella zona a imprenditori edili come risulta dall’inchiesta “Fire off”.  Era stato ammonito, una prima volta, perché aveva chiesto soldi spendendo, senza autorizzazione, il nome di Piddu Madonia e dello stesso Vizzini, quando questi era in carcere. Il gruppo lo aveva emarginato, ma lui l’aveva presa male: si sentiva vittima di un’ingiustizia e si era lasciato scappare, in un momenti di rabbia, che per vendetta avrebbe bruciato la casa a Vizzini e Nicastro.

E’ a quel punto che la cosca comincia a pensare che si tratti di una scheggia impazzita e che vada eliminato. Vizzini si assume personalmente la responsabilità di aver ordinato l’omicidio, che doveva essere compiuto da lui stesso con Nicastro e Italiano, conosciuto nell’ambiente come killer freddo e dal grilletto facile e che aveva un conto aperto con la vittima (diceva che gli avrebbe sparato in faccia perché non gli aveva saldato un debito di droga).

Vizzini racconta: «Una sera vennero da me Nicastro e Italiano. Mi dissero che l’avevano già ammazzato e gli avevano tolto i vestiti, e mi chiesero un aiuto per seppellire il cadavere». I due aveva sfruttato forse un’occasione propizia. Pare abbiano caricato a Busto Arsizio D’Aleo, poi lo hanno portato a Oleggio, hanno svoltato nei campi verso il canale Villoresi e giunti nei pressi di una discarica sono scesi tutti dalla vettura; infine gli hanno sparto in testa, forse due volte.

Questo è il resoconto che viene fatto al boss. I tre si recano poi a Vizzola dove scavano la buca e nascondono il corpo. Il fermo della Dda di Milano accusa di omicidio Vizzini (che si assume la responsabilità di aver ordinato o autorizzato il delitto) e Italiano, ma il collaborante parla anche di Nicastro (che è già in carcere e dunque non può essere raggiunto da un fermo giustificato dal pericolo di fuga; potrebbe essere invece oggetto di una ordinanza di custodia spiccata dal gip di Busto Arsizio nei prossimi giorni).

In realtà, la squadra mobile di Varese diretta da Sebastiano Bartolotta stava indagando dal gennaio 2010 sulla vicenda, considerato anche le precedenti operazioni “Fire off” e “Tetragona” che hanno smantellato la presa mafiosa su Busto Arsizio.La filiale dei gelesi era dediti a incendi e angherie nei confronti di imprenditori edili, specie quelli siciliani. Durante quelle indagini, un piccolo artigiano vittima di attentato aveva detto di aver sentito parlare del caso D’Aleo e gli risultava fosse stato vittima di lupara bianca. Aveva anche detto di aver sentito Nicastro al telefono dire a qualcuno di lavare bene la macchina. Sapevano che D’Aleo si era incontrato la mattina della sparizione in un bar di Busto Arsizio in via Mazzini. Era scomparso a bordo di una lancia Lybra grigia, rintracciata qualche mese fa dalla polizia a Busto Arsizio, sequestrata, e dove è stato rinvenuto il bigliettino di un autolavaggio, risalente a un mese dopo il delitto. Il killer, Emanuele Italiano e Vizzini sono accusati di omicidio, occultamento di cadavere, porto abusivo di armi e di associazione mafiosa. Una donna marocchina arrestata ieri sera con lui era gravata da una precedente richiesta di arresto per droga.

6/07/2011
Roberto Rotondo

«Da qui partono i nuovi mille contro la mafia»

Fonte: “La Prealpina” di Martedì 12 Aprile 2011

Un fiume di studenti grida «Legalitàlia»: per una mattina Busto capitale culturale della lotta alla ciminalità

E’ semplice e dirompente il messaggio di uno dei tanti striscioni che gli studenti srotolano sotto il sole dell’ora di pranzo una volta arrivati nel giardino quadrato del Museo del Tessile. Soprattutto, riassume in cinque parole una mattina da grandi numeri (5 cortei, 6 istituti superiori, 9 auditorium, 10 moderatori, 30 relatori, 3.500 ragazzi tra i 14 e i 20 anni uniti dallo stesso scopo) che, per una volta, rendono davvero Busto Arsizio capitale, e cioè: «Anche il silenzio è mafia». Per questo dopo cinque intense ore di approfondimenti, incontri e sfilate per le strade cittadine nessuno sta zitto. E dal palco, durante gli interventi conclusivi, viene ribadita – in qualche caso gridata – la rivendicazione di «libertà», «legalità», «responsabilità», «scelta di parte». Quella giusta.

E’ tutto questo e parecchie altre emozioni ancora «Legalitàlia». La ricca mattinata di ieri contro ogni delinquenza organizzata – si chiami mafia, ‘ndrangheta, camorra o sacra corona unita – fortissimamente voluta dalle superiori bustocche. Gli artefici sono  i ragazzi del liceo artistico «Candiani», dell’Itc «Tosi», del liceo classico «Crespi» e del liceo scientifico «Tosi», tramite i loro rappresentanti, che con il sostegno di professori e presidi svuotano le aule per dare un massiccio corpo all’articolata iniziativa. A loro si aggiungono delegazioni dell’Ipc «Verri» e dell’Isis «Facchinetti». L’aiuto fondamentale nel coordinamento del programma arriva dal movimento «Ammazzateci Tutti», guidato in città da Massimo Brugnone. Mentre il patrocinio è della Provincia e dei comuni di Busto, Gorla Maggiore, Fagnano Olona e Olgiate Olona. Ma, al di là del notevole sforzo organizzativo, sono le parole a pesare. Nei vari appuntamenti a tema e nell’oretta conclusiva al Museo del Tessile tra musica, stand, panini, applausi, orgoglio giovanile e interventi dal palco. A cominciare da quello di Brugnone che, presentando i vari ospiti chiamati al microfono, trova il tempo per la sottolineatura capace di far esplodere il boato: «Alla faccia di chi dice che siamo dei bamboccioni».

No, questi studenti non lo sono. Come non lo è il giovane presidente nazionale di «Ammazzateci tutti», il calabrese Aldo Pecora, che dopo aver imitato alla perfezione il Cetto Laqualunque di antonio Albanese («Perché la mafia va presa per il culo») torna nella sua voce e arringa: «Tutti i giorni dobbiamo stare accanto agli amministratori pubblici che rischiano sulla loro pelle. Non sto a fare i conti di quanti siamo qui oggi, ma dico che siamo i nuovi Mille che da Busto cominciano il loro percorso per liberare tutte le regioni dalle mafie». E come non lo è la giovane Rosanna Scopelliti, figlia del giudice Antonino ucciso il 9 agosto 1991 da Cosa Nostra, che esorta: «Mio padre è stato un uomo, un magistrato, una persona libera sino all’ultimo minuto. Non abbiate mai paura di scegliere da che parte stare e di mandare a quel paese la mafia».

Poi c’è chi è sempre in prima linea. Il giornalista Pino Maniaci di Telejato (Partinico) urla dal palco: «I partiti ci parlano di legalità e poi portano in Parlamento corrotti, condannati e collusi con la mafia. Bisogna cominciare a minare questi partiti dalla base – e non faccio distinzioni tra destra e sinistra – affinché facciano pulizia al loro interno». Mentre il primo dirigente del Commissariato cittadino, Giovanni Broggini, ricorda a margine della mattinata: «Un’iniziativa organizzata in modo perfetto. L’ulteriore risposta alla recente operazione della polizia che è riuscita a dare un colpo pesante al giro d’affari dei malavitosi insediati a Busto. La prossima settimana parteciperò a una cena dell’insediamento gelese in città, del quale il 99 per cento è composto da gente onestissima».

Così, con l’ex sindaco di Gela Rosario Crocetta che ricorda i risultati delle denunce della sua associazione antiraket (950 arresti in cinque anni) e il preside Andrea Monteduro che ringrazia i ragazzi («voi ci state guidando»), Gigi Farioli può ribadire una volta in più il suo leit motiv. «Oggi Busto è davvero capitale», scandisce il primo cittadino al microfono. «E’ il centro dell’Italia per libertà, dignità e onestà». Quindi, rivolto agli studenti: «Insieme con voi è stata scritta una pagina di cultura contro il pendolo che oscilla tra il negazionismo conigliesco e il professionismo dell’antimafia».

Angelo Perna

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