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“Le Coop promisero fondi per l’acquisto poi dissero che non avevano i soldi”

Fonte: www.repubblica.it

Nuove rivelazioni sull’inchiesta che sta travolgendo Filippo Penati. Pasini: “Ho pagato io, loro sono il braccio armato del partito”. Scrivono gli inquirenti: a fronte delle inadempienze delle cooperative, “la necessità di compiacere la controparte politica nazionale è l’unica ragionevole spiegazione” alle azioni del costruttore

di SANDRO DE RICCARDIS e WALTER GALBIATI

MILANO – Imposte dai vertici del partito di Sesto San Giovanni come condizione “per compiacere la controparte politica nazionale”, le cooperative entrano nell’affare della riqualificazione delle ex acciaierie Falck a costo zero. È stato Giuseppe Pasini – il costruttore sestese che ha accusato Filippo Penati, ex presidente della Provincia di Milano e fino a nove mesi fa capo della segreteria politica di Pierluigi Bersani, di aver movimentato oltre 10 milioni di tangenti – a raccontare la trattativa tra il suo gruppo immobiliare, le cooperative bolognesi, Penati, all’epoca sindaco di Sesto, e il suo braccio destro Giordano Vimercati.

Ora i pm della procura di Monza, Walter Mapelli e Franca Macchia, vogliono vederci chiaro e interrogare a breve Omer Degli Esposti, il vicepresidente del Consorzio cooperative costruttori (Ccc), indagato per concussione.

È stato Luca Pasini, figlio di Giuseppe, a ricostruire in procura, il 21 marzo scorso, le fasi della vendita, dalle trattative fino all’accordo finale. “Fu Penati personalmente e insieme a Giordano Vimercati, nel corso dell’iter di approvazione del piano regolatore, a proporci l’opportunità che il nostro gruppo acquisisse l’area”.

Un investimento importante, una superficie quantificata allora in 600mila metri quadrati. I Pasini ritennero “interessante” la proposta. “Soprattutto – continua Luca – quando ci fecero presente che la parte di edilizia residenziale convenzionata poteva essere affidata alle coop con le quali potevamo condividere i costi dell’affare”.

Fu durante la trattative che comparirono Degli Esposti e Giampaolo Salami, il consulente imposto dalla Ccc: “Le coop avrebbero garantito la parte romana del partito”, avrebbe detto Vimercati e Pasini padre spiega come, cioè diventando “cessionarie di 300mila metri quadri dell’area”.

Fu Omer Degli Esposti a promettere a Pasini “che avrebbe costituito un fondo destinato appositamente all’acquisto di tale porzione di area. Una promessa non mantenuta, anche se Pasini ne ha sempre richiesto il pagamento. Le coop fecero intendere che non avevano la disponibilità per pagare” e che tuttavia “il loro ingresso era condizione indispensabile”.

Il passo indietro delle cooperative mette in grossa difficoltà l’immobiliarista sestese. Secondo la ricostruzione della procura, Pasini chiede alla banca un aumento del finanziamento per sopperire al venir meno dei capitali delle coop, un passo indietro che si riverberò anche nei rapporti con Agnello (altro consulente imposto dal Ccc). A lui era destinata una provvigione pari all’1% e incassò “un milione di euro invece che due” per il mancato impegno delle cooperative.

“Mi sono determinato a versare questo denaro – dice Pasini – perché non potevo contraddire le coop se non rischiando di affossare totalmente l’operazione, e questo perché le cooperative emiliane sono il braccio armato del partito”. È così che, secondo l’accusa, vengono liquidate ai due consulenti indicati da Degli Esposti prima le quattro fatture da 620 mila euro l’una, poi un altro milione di euro, per un totale di circa 3,5 milioni.

Una somma erogata per “operazioni inesistenti” insiste la procura, che alla fine sintetizza: “Stupisce come a fronte delle inadempienze del “socio emiliano”, Pasini riconosca loro il diritto a entrare in ogni caso nell’affare, senza chiedere corrispettivi né pretendere indennizzi, anzi pagando mediazioni inesistenti. La necessità di compiacere la controparte politica nazionale è l’unica ragionevole spiegazione”.

Ieri, mentre il gip Anna Magelli interrogava nel carcere di Monza l’ex assessore all’Edilizia Pasqualino Di Leva e l’architetto Marco Magni – entrambi hanno respinto ogni addebito – in procura veniva sentita Nicoletta Sostaro, responsabile dello sportello unico dell’edilizia, indagata per corruzione. La donna ha raccontato di aver preso cinquemila euro dall’imprenditore Piero Di Caterina per una pratica edilizia, ma di aver subito restituito il denaro, respingendo così ogni responsabilità su presunte tangenti.

La funzionaria ha anche riferito di una cena al ristorante A ‘Riccione, a Milano, a cui avrebbero partecipato l’assessore Di Leva, Giovanni Camozzi (gruppo Zunino) e l’imprenditore delle bonifiche Giuseppe Grossi. Una cena “interessante” per la procura, alla luce di altri interrogatori in base ai quali Zunino e Grossi, nei mesi precedenti all’acquisto dell’area Falck, nel 2005, tentavano di accreditarsi con la nuova giunta Oldrini.

Incontri finalizzati – secondo il racconto di Piero Di Caterina – all’aumento delle cubature dell’area Falck: non i circa 600 mila metri quadrati acquistati da Pasini ma un milione e 300mila. Un obiettivo effettivamente raggiunto, secondo la procura, con il pagamento di una tangente da 710mila euro all’assessore Di Leva.

Area Falck, il pm duro su Penati “Gravissimi episodi di corruzione”

Fonte: www.milano.repubblica.it

In carcere l’ex assessore Di Leva e l’architetto Magni: entrambi sono indagati a vario titolo per reati di corruzione legati a interventi urbanistici in città. No all’arresto dell’esponente pd

A carico di Filippo Penati, ex presidente della Provincia di Milano ed ex capo della segreteria politica di Pier Luigi Bersani, ci sono “gravi indizi di colpevolezza” ed è dimostrata “l’esistenza di numerosi e gravissimi fatti di corruzione” da lui “posti in essere”, ma poiché gli episodi contestati arrivano “fino al 2004” deve essere  dichiarata “l’intervenuta prescrizione del reato”. E’ questa, in sintesi, la motivazione con cui il gip monzese Anna Magelli ha bocciato la richiesta di arresto in carcere per l’esponente del Pd, che era stata formulata dai pm Franca Macchia e Walter Mapelli, nell’ambito dell’inchiesta su un giro di mazzette relative alle aree ex Falck e Marelli a Sesto San Giovanni. Respinta dal gip, per le stesse ragioni, anche la richiesta di misura cautelare in carcere per Giordano Vimercati, l’ex braccio destro di Penati.

E’ stata invece eseguita dalla guardia di finanza l’ordinanza di custodia cautelare in carcere per un ex assessore all’Edilizia del Comune di Sesto San Giovanni, Pasqualino Di Leva, e per l’architetto Marco Magni, entrambi accusati di corruzione. Nel provvedimento del gip vengono ricostruiti i numerosi filoni in cui si snoda l’indagine che stanno portando avanti i pm di Monza, i quali lo scorso 20 luglio avevano disposto una serie di perquisizioni notificando l’informazione di garanzia a Penati, che si era poi dimesso dalla vicepresidenza del consiglio regionale lombardo e da tutte le cariche nel Pd. Era emerso il ‘sistema Sesto’ che il gip descrive come un “sistema di corruzioni che ha contraddistinto per lungo tempo” la città. Un sistema, si legge ancora, “nel quale il mercanteggiamento dei pubblici poteri e la pratica della tangente” sono una realtà “costante”.

Secondo il gip, l’assessore Di Leva era uno dei perni della macchina, lui che è stato in grado di incidere “fino al giugno 2011” sui “procedimenti amministrativi” relativi a una serie di “operazioni immobiliari da realizzarsi” a Sesto. Per il giudice, poi, il costruttore Giuseppe Pasini e l’imprenditore Piero Di Caterina, le due gole profonde dell’inchiesta, non sarebbero vittime dell’imposizione delle tangenti da parte dei politici (e dunque del reato di concussione), ma corrotti, perchè “coerentemente alla natura corrutiva dell’accordo preso con il politico” continuano a “muoversi nel quadro di un rapporto paritetico a prestazioni corrispettive”.

Penati ha così commentato: “Oggi si sgretola e va ulteriormente in pezzi la credibilità dei miei accusatori”.
Nei giorni scorsi, ha aggiunto, “dalle notizie di stampa erano già apparse evidenti le contraddizioni e l’infondatezza delle ricostruzioni dei fatti unilaterali e falsi dei due imprenditori inquisiti”. Nell’ordinanza il gip spiega però che “è circostanza che emerge da plurime dichiarazioni convergenti” che “Penati abbia chiesto a Pasini (…) il pagamento di una tangente di 20 miliardi di lire, con l’accordo di versarla in tranche da 4 miliardi di lire l’una, con il conseguente versamento da parte di Pasini della prima tranche”. Il tutto per far entrare l’ imprenditore edile nell’affare della “sistemazione urbanistica dell’area Falck”.

Un testimone, spiega ancora il gip, ha raccontato a verbale che “Vimercati, Penati e il partito erano determinati a convincere e indurre Falck a vendere l’area a soggetti di loro scelta e che Falck a sua volta avrebbe accettato il loro ‘campione’ perché a sua volta interessato ad entrare nella compagine di Aeroporti di Roma e bisognoso di un placet politico”. In più, sono provati, secondo il giudice, i “rapporti di dare/avere tra Di Caterina”, titolare dell’ azienda di trasporti Caronte, “e Penati”, il quale “si sente costantemente in debito con Di Caterina e ne teme le rivelazioni”

In una telefonata del 17 maggio del 2010, all’ imprenditore che chiede un suo “diretto intervento” su due sindaci, l’esponente del Pd risponde: “Fammi muovere capire chi c’è lì dove si può”. Il fatto, però, che Pasini e Di Caterina non siano ‘vittime’ ma corrotti, ha portato il gip a riqualificare il reato di concussione contestato dai pm in quello di corruzione. Perciò i reati sono prescritti perché “sei anni” è il termine, scaduto nel 2010. Infine, riguardo all’accusa di finanziamento illecito ai partiti contestata a Penati, il gip spiega che è “incentrata su un solo elemento obiettivo”, che riguarda il “pagamento della somma di 2 milioni di euro”: un elemento che “non è certo sufficiente a far ritenere che” quei soldi siano “effettivamente” confluiti “nelle casse del Partito democratico”.

“Amico o fuori dal cerchio magico vi racconto il sistema di potere a Sesto”

Fonte: http://www.milano.repubblica.it

Parla Di Caterina, il principale accusatore di Penati: “Ora molti imprenditori solidarizzano con me, spero si decidano a parlare. Mi sono ribellato a un sistema. I magistrati hanno in mano tanta di quella roba che c’è soltanto da aspettare

di PAOLO BERIZZI

MILANO – “C’è solo Cotti, o ne sono venuti fuori altri…?”. Altri chi? “Imprenditori. Gente che, finalmente, si decide a parlare. Come ho fatto io. Perché questa storia, e lo vedrà, è solo all’inizio”. Piero Di Caterina ha il tono incalzante di chi ha rovesciato un macigno nello stagno (lui la chiama “palude”) e adesso attende che le acque travolgano definitivamente gli argini.

Ha letto le dichiarazioni di Diego Cotti sul “sistema Sesto”. “I magistrati hanno in mano tanta di quella roba che c’è solo da aspettare”, promette appuntandosi la medaglia di principale accusatore di Filippo Penati di cui è stato amico e al quale – secondo i pm di Monza – avrebbe pagato tangenti per 2,235 milioni in cambio di favori per la sua società di trasporti Caronte.

In che senso, scusi, c’è solo da aspettare?
“So di molti imprenditori che sono stati risucchiati dallo stesso sistema al quale dopo anni mi sono ribellato. Le mazzette della politica. O tiri fuori i soldi o non lavori. Questi imprenditori nei giorni scorsi mi hanno espresso la loro solidarietà. Spero che facciano un passo in più: andare dai magistrati a raccontare. Qualcuno, forse, l’ha già fatto”.

Può spiegare meglio?
“C’è gente che ha cambiato città, perché a Sesto, a Milano, insomma nella grande area metropolitana non riusciva più a lavorare. Professionisti, industriali.

Li hanno messi fuori gioco, fuori dal sistema”.

Come è costruito il sistema delle mazzette che lei ha pagato per anni? Che cosa accadeva nelle stanze di comando del Comune di Sesto?
“Ci sono due piani distinti. Due livelli di imprenditori. Quelli amici e quelli che stanno fuori dal cerchio. I primi sono quelli che possono pagare – 10mila, 100mila, 1 milione – . E’ a loro che vengono chiesti i soldi. Il politico se li fa dare da uno con cui è in confidenza, non da uno che non conosce o che conosce appena. E così: quelli che non possono pagare vengono sbattuti fuori. E’ il sistema che li seleziona. Non potendo mettere i soldi sul tavolo non hai accesso al binario e non lavori”.

La chiamano “mediazione”, come fosse una percentuale da versare su un contratto.
“”Mediazione”, “contributo alla politica”, “finanziamento”, “aiuto”… Per me si chiama tangente, e basta”.

Quali altri imprenditori conosce, oltre a Giuseppe Pasini e a Cotti, che come lei erano organici al sistema Sesto?
“Ne conosco, ma le cose che ho detto ai magistrati non posso dirle ai giornalisti”.

Erano anche compagni di viaggio suoi e di Penati nelle vacanze che avete fatto in giro per il mondo?
“Sì. Di imprenditori ce ne erano sempre. Quelli erano viaggi per metà di lavoro – diciamo istituzionali o comunque di affari – e per metà di piacere. Brasile, Usa, Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia. Erano gli anni di Penati sindaco. Solo uomini, niente famiglie”.

Ci sono altri politici, oltre a Penati, ai quali lei avrebbe pagato tangenti?
“Ho lavorato con amministrazioni di Milano, Sesto, Segrate, Cinisello. Il sistema è diffuso e trasversale. Tante cose, ripeto, devono ancora venire fuori. Faccio un esempio: lei lo sapeva che Penati aveva questa fondazione Fare Metropoli? Io no. Scopro ora che c’era anche il mio nome tra gli iscritti. Mai stato”.

Si è anche detto che lei avrebbe messo a disposizione di Veltroni dei pullman per la campagna elettorale del 2008.
“Non è mai successo”.

Ha conosciuto altri big della politica oltre a Penati?
“Sì, ma alcuni li ho conosciuti anche per conto mio. Non tramite lui”.

Sono passate due settimane da quando è scoppiato lo scandalo tangenti nell’ex Stalingrado d’Italia. Penati dice che lei e Pasini siete imprenditori in difficoltà e con problemi giudiziari, e quindi non attendibili.
“Siamo in difficoltà perché il sistema delle tangenti ci ha ammazzato. Adesso inizio a sentire i brividi nella schiena, molti enti con cui lavoriamo cominciano a prendere le distanze, gente che non si fa più trovare, contratti che saltano, minacce. Perché, secondo lei?”.

Trovati in casa di Penati undicimila euro in contanti

Fonte: http://www.milano.repubblica.it

Il ritrovamento di 66 banconote di grosso taglio durante una perquisizione della Guardia di finanza nell’appartamento dell’ex vicepresidente del Consiglio regionale della Lombardia. E tra i testi spunta un ex della Margherita

di SANDRO DE RICCARDIS e EMILIO RANDACIO

MILANO – Sessantasei banconote in tutto. Diciassette da 500 euro, una da 100 e 48 da 50 euro, per un conto finale di 11 mila euro. Soldi ritrovati in tre distinte stanze dell’appartamento di Filippo Penati, lo scorso 20 luglio, dalla Guardia di finanza. Una cifra liquida considerevole, o un fatto normale per un esponente politico di primo piano? Al momento, l’unica cosa certa è che gli investigatori hanno etichettato il rinvenimento con la burocratica definizione di “perquisizione con esito positivo”.

Tutte le banconote sono state fotocopiate e ora compaiono nei documenti allegati all’inchiesta dei pm di Monza Walter Mapelli e Franca Macchia, in cui Penati e altre 18 persone, risultano indagati per reati che, a vario titolo, li accusano di corruzione, concussione, turbativa d’asta, finanziamento illecito ai partiti.

Non solo. Nel corridoio dell’appartamento dell’ex vice presidente regionale del Pd, è stata sequestrata una “cartelletta azzurra” dal titolo “Trasporti Sesto” che, annotano i militari, “conteneva la rassegna stampa e i comunicati stampa inerenti la linea 712 Sesto-Cinisello e il contenzioso della Caronte srl”. I documenti riguarderebbero, in sostanza, le prime denunce presentate nel giugno del 2010 dal direttore generale della Caronte, Piero Di Caterina, divenuto oggi il principale accusatore proprio di Penati.

È proprio da quelle denunce che Di Caterina adombrava, per la prima volta, il “Sistema Sesto” nell’assegnazione degli appalti pubblici. Nel blitz scattato il 20 luglio, nella casa di Penati sono stati annotati anche operazioni molto più normali. I militari hanno annotato come nel garage dell’esponente del Pd, fossero parcheggiate una “Bmw serie 5”, intestata a una società finanziaria di San Donato Milanese, e una “moto di grossa cilindrata”, di cui risulta proprietario lo stesso Penati.

Durante la perquisizione è stata rinvenuta anche una chiave di una cassetta di sicurezza di una banca milanese. I finanzieri, dopo aver ottenuto il via libera dal pm Mapelli, si sono recati nella filiale, ma il controllo “ha dato esito negativo”. Non vi era, insomma, nulla di sospetto.

Tra le carte sequestrate dieci giorni nello studio di un altro indagato, l’architetto Renato Sarno, è spuntato anche un file intitolato “Documento finanziamento sig. Penati”. Tra le altre carte anche cartelline colorate e denominate “287 Penati Rev.1 Rev.2”, “287 Penati Di Martino Rev.1 aggiornamento Asl”, “287 Penati Di Martino”. Sarno, professionista molto quotato, sarebbe stato tra i finanziatori della campagna elettorale di Penati nel 2009.

Vanno intanto avanti le verifiche della Gdf alle dichiarazioni dei due “pentiti” dell’inchiesta che ha travolto il Pd di Sesto San Giovanni. Tra i testimoni convocati nella caserma milanese di via Filzi, ci sono diversi imprenditori che hanno ricostruito il clima in cui, nell’ex Stalingrado d’Italia, venivano assegnati appalti comunali. Tra i più ascoltati, come anticipato ieri dal Tg3, c’è anche Diego Botti, ex esponente locale della Margherita, imparentato con l’altro imprenditore diventato accusatore, Giuseppe Pasini. Il contenuto dei suoi verbali, al momento, è oscuro e non è ancora possibile sapere quanto le sue versioni mettano ulteriormente nei guai gli indagati.

La tangentopoli del ‘sistema Sesto’ spunta un file con il nome di Penati

Fonte: http://www.milano.repubblica.it

Il documento trovato nel computer dell’architetto Renato Sarno indagato con l’ex sindaco e presidente della Provincia di Milano nell’inchiesta condotta dalla procura di Monza

Spunta anche un file intitolato ‘Documento finanziamento sig. Penati’ tra il materiale sequestrato 10 giorni fa nello studio di Renato Sarno, l’ architetto indagato, assieme a una ventina di persone tra cui lo stesso Filippo Penati, nell’inchiesta della procura di Monza su un presunto giro di tangenti per operazioni immobiliari sulle ex aree Falck e Marelli e per la gestione del Sitam.

Sarno, professionista quotato e stimato al punto da aver ricevuto in passato incarichi anche dal San Raffaele, avrebbe anche contribuito a finanziare la campagna elettorale del 2009 di Penati in corsa per il secondo mandato alla Provincia di Milano. Ma quel file catalogato come “finanziamento Sig.Penati”, trovato in uno dei computer nel suo ufficio assieme ai documenti contabili, come “il libro giornale dal 2006 al 2010”, “i mastrini dal 2001 al 2010”, è ora comunque al vaglio degli inquirenti e degli investigatori per accertare se eventualmente possa fornire nuovi spunti di indagine. Così come le altre carte di lavori e progetti sequestrate all’architetto: cartelline con dentro “varia documentazione” di colore blu o azzurro denominate “Caltagirone”, “Torri Sesto S.G. Soc. Pace (Intini)”, “H.S.R. San Raffaele”, “Serravalle” e “287 Penati Rev.1 Rev.2”, “287 Penati Di Martino Rev.1 aggiornamento Asl”, “287 Penati Di Martino”.

Sarno, secondo la Procura,  risulta aver avuto nel 2008 un ruolo tecnico nella stesura del contratto preliminare di compravendita dell’immobile nell’ex area Falck tra Bruno Binasco, l’amministratore del gruppo Gavio a cui sarebbe legato, e Piero Di Caterina, l’imprenditore sestese che sotto forma di una sorta di ‘finta caparra’ si sarebbe visto restituire, su mandato di Penati, circa due milioni di euro di presunte “dazioni di denaro” che, a suo dire, avrebbe consegnato nel corso di alcuni anni “in cambio di favori” all’ex sindaco di Sesto San Giovanni. Infine, oltre a Di Caterina e Giusppe Pasini, i due imprenditori indagati che hanno denunciato alla magistratura il “sistema Sesto San Giovanni”, ci sarebbe un testimone, Diego Cotti, ex genero di Pasini, che starebbe collaborando con gli inquirenti.

Le mazzette da record a Sesto “Pagai fino a un miliardo di lire”

Fonte: http://www.repubblica.it

L’imprenditore dei trasporti Di Caterina avrebbe versato in totale 2 milioni 365mila euro. Penati: “Sparate contraddittorie”. Fassino invita alla prudenza

di SANDRO DE RICCARDIS e WALTER GALBIATI

Pagava così tanto i politici, sostiene l’imprenditore Piero Di Caterina, da dover tenere la contabilità del denaro che versava agli uomini del ‘sistema Sesto’. Pagamenti a cifre variabili: una volta 450 milioni di lire, poi 120 o 79 milioni, fino al versamento più cospicuo, un miliardo di lire in un’unica tranche. Presunte tangenti, “in cambio di favori”, all’allora sindaco Filippo Penati, poi presidente della Provincia e della federazione milanese dei Ds, o al suo fedele braccio destro Giordano Vimercati, ex capo di gabinetto in provincia, e all’assessore all’Urbanistica di Sesto, Antonino Di Leva.

Secondo le dichiarazioni rese ai pm monzesi Walter Mapelli e Franca Macchia, titolari dell’inchiesta sul giro di presunte mazzette per sbloccare pratiche edilizie e ottenere varianti al piano regolatore, Di Caterina avrebbe finanziato i politici per un totale di due milioni 235 mila euro. La lista dei finanziamenti – un foglio A4 con la scritta “crediti verso Penati e Vimercati” – è nelle mani degli investigatori che cercano riscontri su ogni singolo passaggio di denaro. Versamenti che, secondo Di Caterina, erano prestiti al “gruppo Penati” in attesa delle tangenti che avrebbe pagato Giuseppe Pasini, il costruttore che ha denunciato oltre 5 miliardi di lire di tangenti per la riqualificazione dell’area Falck.

Di Caterina ha chiesto con insistenza indietro i soldi, e a questo scopo sarebbe stata architettata la finta compravendita immobiliare tra Di Caterina e Bruno Binasco, del gruppo Gavio (anche lui indagato), con un preliminare che prevedeva una caparra da due milioni di euro. Una restituzione mascherata di capitali a Di Caterina per conto di Penati, indagato anche per finanziamento illecito. Proprio l’impossibilità di ottenere il resto dei “prestiti” ha spinto Di Caterina in procura, dove anche l’imprenditore Giuseppe Pasini stava parlando. Ora, dopo mesi di indagini, sono una ventina gli indagati. Oltre agli uomini politici, ci sono professionisti come l’architetto Marco Magni e nomi noti come l’immobiliarista Luigi Zunino e il “re delle bonifiche” Giuseppe Grossi.

Di fronte ai nuovi particolari dell’inchiesta, continua a difendersi e a respingere le accuse Filippo Penati. “Si tratta di ricostruzioni parziali, contraddittorie e unilaterali indotte da persone coinvolte nella stessa vicenda giudiziaria che con una montagna di calunnie mi stanno accusando per coprire i loro guai giudiziari – ha detto l’ex presidente della Provincia di Milano, fino a otto mesi fa capo della segreteria di Pierluigi Bersani – Dalle loro dichiarazioni ogni giorno affiorano sempre più i dubbi e i sospetti nei loro confronti. Piero di Caterina, quello delle mazzette ad elastico, per fare di nuovo notizia, è obbligato ad alzare il carico e spararla grossa, parlando di un miliardo in una sola volta. Ogni giorno che passa va in frantumi la credibilità dei miei accusatori ed emergono pesanti falsità e contraddizioni”. Difende Penati anche il sindaco di Torino e dirigente pd Piero Fassino. “C’è un’inchiesta giudiziaria in corso, vediamo come prosegue. Ma molte delle cose che leggiamo si dimostreranno non vere”.

Tangentopoli di Sesto San Giovanni “Un architetto mediava con i politici”

Fonte: http://www.milano.repubblica.it

Due testimoni: “Oneri gonfiati o stop alle pratiche”. Il professionista è Marco Magni indagato per vari episodi di sospetta corruzione. “Aveva sempre un sacco di contanti”

di SANDRO DE RICCARDIS e EMILIO RANDACIO

A Sesto San Giovanni i personaggi importanti sono tre: «Oldrini (il sindaco), Bertoli (l’attuale direttore generale del Comune, ma anche all’epoca di Penati) e Di Leva (il dimissionato assessore psi all’Edilizia)». Sono loro a garantire gli affari, e «sono indispensabili per raggiungere qualsiasi obiettivo». In uno dei tanti verbali che l’imprenditore Piero Di Caterina ha reso dall’estate 2010, prima ai pm di Milano e poi a quelli di Monza, ecco svelarsi il “Sistema Sesto”. Variazioni al Piano regolatore, pratiche negli uffici dell’Urbanistica, erano uno scherzo. Ovviamente, secondo l’accusa, bastava pagare. Il ruolo centrale di Filippo Penati, ex vicepresidente pd del consiglio regionale lombardo, non sembra insomma essere stato isolato. Oltre alle parole di due imprenditori «pentiti» (Di Caterina e Giuseppe Pasini), a lanciare pesanti ombre sulla «cricca» che almeno da 15 anni sembra aver gestito il business del mattone nell’ex Stalingrado d’Italia, ora ci sono anche i racconti di due architetti.

“L’architetto con tanto contante in tasca”. Due giovani professionisti sestesi, sentiti come testimoni nel marzo scorso, hanno raccontato come il fulcro di questa storia di tangenti passi anche per lo studio dell’architetto Marco Magni, ora indagato per diversi episodi di corruzione e longa manus dell’assessore Di Leva. «Aveva sempre una disponibilità di contanti di grande taglio, soprattutto da 500 euro», hanno ricordato i due, fino a pochi mesi prima collaboratori dello stesso studio Magni. «Poi, però, quando ci siamo messi in proprio, le pratiche urbanistiche hanno iniziato a subire strani ritardi». I giovani architetti hanno indicato a verbale anche quattro casi sospetti, seguiti dall’architetto, su cui erano state variate le destinazioni d’uso. In un’area di Sesto, vicina a una proprietà delle Ferrovie, era stata resa edificabile una zona, secondo le loro parole, «senza che ci fosse stato il necessario via libera delle stesse Fs». E hanno anche parlato delle due società svizzere e inglese, a cui si appoggiava il loro ex principale, «per strane consulenze»: la Getraco e la Shorelake.

“Consulenze per creare fondi neri”. Proprio Di Caterina spiega nel dettaglio come Magni utilizzasse la sponda estera per creare fondi extrabilancio. Il proprietario della Caronte srl, per esempio, cita l’investimento in «Domus 4». «L’intervento era di modesta entità, ha riguardato la costruzione di 10 appartamenti e si è concluso l’anno scorso (2010, ndr)». In questo caso, la sua società «ha versato a Magni 100 mila euro, ma ignoro il modo in cui e se li abbia girati a Di Leva». Di Caterina rincara la dose sul ruolo dell’architetto. «Con riferimento allo stabile realizzato in viale Gramsci, sede della Banca di Credito cooperativo di Sesto, Magni mi confidò di avere dovuto pagare attraverso la società Shorelake e la Getraco. Lui pagava la fornitura di progetti spediti in Inghilterra e rigirati da lui stesso». D’altronde il legame tra Magni e l’assessore Di Leva pare essere molto stretto: la figlia Tania Di Leva lavora proprio nello studio del professionista sestese.

“Tangenti mascherate da oneri”. Di Caterina è sicuro quando ricorda come «Magni in più occasioni mi ha detto che sugli interventi edilizi da lui progettati venivano pagati corrispettivi all’assessore Di Leva». Il denaro veniva mascherato con la «formula degli oneri conglobati, lui mi ha detto che servivano per “fare girare la macchina”». Di Caterina ricorda almeno due progetti in cui attraverso la schermata degli «oneri», ha versato denaro a Magni, «ma ignoro che sorte il denaro abbia avuto». Per lo sfruttamento dell’ex area Falck, Di Caterina racconta che era sempre l’assessore Di Leva a chiedere denaro agli imprenditori interessati al progetto e al via libera comunale ai lavori. Il denaro, secondo la versione dell’assessore della giunta guidata da Oldrini, «mi disse che aveva necessità di 1,5 milioni di euro per fare fronte alle difficoltà finanziarie della Pro Sesto (la squadra di calcio cittadina) e di due giornali locali, la Gazzetta e il Diario».

Sembra che spesso le pretese di denaro in nero siano usate dai politici locali per alimentare attività che, in qualche modo, aumentano il consenso verso la classe politica. «Nel 2005 — spiega ancora Di Caterina — Di Leva mi chiamò nel suo ufficio dicendomi che dovevamo creare una società sul territorio per procurare opportunità di lavoro ai giovani e che avrebbe pensato lui a fare avere delle società delle commesse importanti, in special modo dal centro commerciale Vulcano, da A2A e dal gruppo Zunino».

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